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1 agosto 2015 6 01 /08 /agosto /2015 04:00
DOMENICA XVIII DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Donaci, Signore, il pane del cielo

 

Es 16,2-4.12-15; Sal 77 (78); Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

 

Il Sal 77, il più lungo di tutto il Salterio dopo il 118, è una sorta di meditazione che ripercorre tutta la storia della salvezza. Il tono del testo è, però, più quello della lode che non quello della narrazione storica. Infatti questa storia, se da una parte è la descrizione della ribellione, ostinazione e infedeltà del popolo d’Israele, d’altra parte è anche una storia in cui si manifesta l’inesauribile volontà di perdono del Signore e la sua formidabile potenza salvifica. La liturgia odierna riprende i pochi versetti del salmo che fanno riferimento al tema della prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo.

 

Noi credenti siamo talvolta tentati di trattare Dio come colui che può e magari deve risolvere i nostri piccoli o grandi problemi quotidiani. E’ ciò che è capitato ad Israele nel deserto. La prima lettura ci racconta un momento di tensione vissuto dal popolo d’Israele dopo la liberazione dall’Egitto. Inoltrati nel deserto, gli israeliti devono affrontare l’incertezza del sostentamento quotidiano. E’ in qualche modo naturale che in una tale circostanza sorga il rimpianto della situazione precedente che se non offriva la libertà, garantiva almeno un cibo sicuro, un’esistenza in qualche modo tranquilla. Dio viene incontro al suo popolo con il nutrimento misterioso della manna. Si tratta di un cibo però che è dato giorno per giorno e quindi non garantisce il domani. Israele resta nella provvisorietà e nell’incertezza, non è dispensato del quotidiano impegno per la sopravvivenza.

 

Nel vangelo d’oggi Gesù si rivolge alla folla che lo seguiva perché aveva visto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A questa folla il Signore rimprovera di non aver capito il significato del gesto da lui compiuto: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Anche questa gente ha la tentazione di confondere la religione con un modo comodo di risolvere i problemi quotidiani. Gesù cerca di indirizzare i suoi ascoltatori verso un cibo che “rimane per la vita eterna”. E lo fa contrapponendo alla manna che gli israeliti hanno mangiato nel deserto il vero cibo che dà la vita al mondo: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete mai!”. Ecco quindi che il Signore sposta l’attenzione dei suoi ascoltatori dal pane quotidiano alla sua persona, alla sua parola, al suo insegnamento. Come disse Egli stesso al tentatore: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (canto al vangelo, Mt 4,4b). Il cibo che alimenta la vita del corpo finisce con la morte ed è quindi precario e di poco conto. Quello vero “rimane”, perché nutre in noi i valori eterni dello spirito. In altre parole, ciò che dobbiamo cercare in Gesù non è la soluzione dei problemi quotidiani, ma la forza per affrontare questi problemi e per costruire una vita che non perisca. Gesù si rivela come il dono di Dio che soddisfa in modo pieno e definitivo le esigenze vitali dell’essere umano rappresentate dal mangiare e bere.

 

San Paolo, nella seconda lettura, offre un insegnamento simile quando rivolgendosi ai cristiani di Efeso li invita a rinunciare a un comportamento da pagani, a una vita vana, che prescinde dal riferimento e dalle certezze provenienti da Cristo: “secondo la verità che è in Gesù”. Dobbiamo sforzarci di progredire, giorno dopo giorno, sulla strada che il Cristo ha aperto, ma il cui itinerario non è fissato a priori. In questo cammino ci nutre l’eucaristia, “il pane del cielo” (orazione dopo la comunione).

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30 luglio 2015 4 30 /07 /luglio /2015 11:00

Il Prof. Silvestre qualche giorno fa in una sua risposta al post del Prof. Grillo ha affermato, tra l’altro: “Non capisco perché il rito romano debba essere un unicum monolitico. Se prima del Concilio Vaticano II e anche dopo all’interno del rito romano c’erano l’uso bracarese, adesso l’uso per le diocesi dello Zaire, gli usi delle famiglie religiose, non si capisce perché non può sussistere un uso secondo le forme prima della riforma…” Anche altri che sono intervenuti nel dibattito hanno accusato questo blog di essere contrario a SP, di avere una visione chiusa della liturgia, ecc. Mi sento nell’obbligo di chiarire la mia posizione come responsabile del blog.

Il Prof. Silvestre ricorda giustamente che nel passato ci sono stati diversi usi nell’ambito della liturgia romana. Anzi si potrebbe aggiungere che prima del Concilio di Trento gli usi erano talvolta notevolmente diversi nelle diverse regioni o diocesi. Inoltre, anche oggi abbiamo il rito romano nella sua versione zairese. Quando nei primi anni dopo il Vaticano II, tra noi professori del Pontificio Istituto Liturgico di Sant’Anselmo a Roma, si parlava della futura riforma, prevaleva l’opinione di una liturgia romana con i suoi libri ufficiali ma con la possibilità che le diverse conferenze episcopali potessero adattarli alle proprie esigenze locali. Quindi sono (siamo) lontano da una visione monolitica della liturgia romana.

Detto questo, il Prof. Silvestre si domanderà perché allora molti liturgisti sono critici nei confronti del modo con cui è stata liberalizzata la liturgia anteriore al Vaticano II. La risposta è semplice: In questo caso, è fuori posto invocare il “pluralismo” liturgico anteriore o attuale: il rito bracarese, il rito zairese, le diversità rituali del rito romano prima di Trento… erano o sono usi legati ad un luogo (regione, diocesi…) e generalmente esprimono una specifica tradizione spirituale. Invece i libri anteriori al Vaticano II dal 2007 possono essere adoperati negli stessi luoghi e chiese in cui si usano i libri di Paolo VI. Limitandoci qui solo all’aspetto pratico (che non è il solo), crede il Prof. Silvestre che tutti i parroci e rettori di chiese devono avere anche i libri anteriori al Vaticano II ed essere disposti a celebrare nelle due forme rituali? Pastoralmente lo considero assurdo; basta parlare con alcuni parroci di piccole parrocchie e sentire cosa essi pensano al riguardo... Come si fa una pastorale unitaria in parrocchia quando c’è un gruppo che celebra il Battesimo di Gesù, la festa di Cristo Re, la Sacra Famiglia, la Visitazione di Maria, e tante altre feste dei santi in giorni diversi o è in Settugesima quando gli altri celebrano le settimane del Tempo ordinario?

Dirò di più. Avrei capito che per favorire la comunione piena dei lefebvriani con la chiesa di Roma, fosse stato concesso loro l’uso dei libri liturgici anteriori al Vaticano II, magari con alcuni aggiornamenti in sintonia con "Sacrosanctum Concilium" approvati dagli stessi lefebvriani: si tratterebbe sempre di gruppi che hanno le loro chiese e che operano nel loro territorio. Mi è invece indigesto un rito romano “à la carte”.

M. A.

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29 luglio 2015 3 29 /07 /luglio /2015 04:05

Un confronto con W. Aymans

 

di Andrea Grillo 

 

Sul numero 26 di Settimana compare questo articolo, che è l’uscita numero 11 della rubrica “Si.No.Do: questioni intersinodali”. Eccone il testo

 

La teologia del sacramento e la teologia del contratto. Più volte, anche in questa rubrica, si è giudicato molto importante il fatto che possa aprirsi un dialogo più intenso e più franco tra teologia e diritto canonico, in vista di una comprensione più adeguata e più profonda delle questioni che interessano questa “fase intersinodale”.

 

Per questo ho letto con grande interesse le considerazioni che Winfried Aymans ha svolto, sull’Osservatore Romano del 9 giugno u.s. e che sono state opportunamente riportate dal Blog del Regno.

 

Il canonista tedesco solleva due questioni veramente importanti per il dibattito ecclesiale: da un lato il problema della “comprensione teologica” del matrimonio, e dall’altro quello della “rilevanza della fede” per il giudizio sulla validità del matrimonio. Sia il primo che il secondo tema vengono affrontati con sguardo ampio e con mano sicura. Ma ciò che colpisce, già ad una prima lettura, è il fatto che il retroterra teologico e pastorale del discorso sembra talmente ridotto e concentrato, da non assumere alcuna vera rilevanza per le soluzioni prospettate. La “teologia” che Aymans chiama in causa sembra quasi soltanto una “messa in guardia di fronte all’influsso del pensiero moderno sul matrimonio”. Già il fatto di tradurre l’impulso che papa Francesco ha dato al dibattito sul matrimonio con questo parole riduttive mi pare piuttosto significativo. Ma è comunque apprezzabile che il canonista raccolga la questione e ne rilanci la urgenza.

 

Vorrei allora soffermarmi su ciascuno di questi punti, mettendo in luce le buone ragioni di Aymans, ma anche le strettoie teologiche e sacramentali nelle quali il giurista – proprio in quanto giurista – sembra rimanere catturato.

 

Due ministri del matrimonio, anzi tre

 

Il primo punto su cui si sofferma Aymans è il seguente: se la tendenza del mondo moderno è stata quella di “secolarizzare” il matrimonio, non sarà forse che la dottrina canonica ecclesiale abbia dato un contributo non secondario a questa tendenza? La questione, come si vede, è molto delicata. Di fatto, il predominio della categoria di “contratto” ha – secondo Aymans – emarginato la azione di Dio rispetto all’azione dell’uomo/donna. Per questo, riprendendo una antica tradizione, che Melchior Cano aveva a suo tempo proposto con autorità, vorrebbe recuperare un ruolo “costitutivo” della solenne dichiarazione che il ministro della Chiesa fa sul consenso dei coniugi. In tal modo il sacramento avrebbe non due ministri, ma tre e si costituirebbe propriamente solo con la dichiarazione trinitaria del presbitero. Aymans coglie bene i limiti della identificazione tra contratto e sacramento. Ma sembra orientarsi a fare, della dichiarazione del ministro ordinato, una sorta di “legge suprema” del matrimonio, e non l’apertura alla sua profezia e alla sua escatologia, al suo principio e al suo compimento. Qui, a mio avviso, la acuta osservazione di Aymans, si risolve in una “legge più alta”, ma non riesce a mantenere la differenza tra legge e Vangelo. La “benedizione di Dio” non è una “legge più vincolante”, ma la verità di ogni legge in quanto “grazia”. Alla secolarizzazione moderna non si risponde con una “blindatura legale del matrimonio”, ma con una riscoperta della differenza tra legge e vangelo.

 

Fede oggettiva e fede soggettiva

 

La irrilevanza della “fede” per il sacramento, in modo analogo a quanto già detto per la invadenza del “contratto” nella tradizione post-medievale, sembra richiedere una revisione anche delle categorie giuridiche. Anche in questo caso Aymans identifica bene la questione, ma sembra trattarla, ancora una volta, mediante un approccio troppo rigido e poco articolato. Se la fede dei soggetti diventasse rilevante – dice Aymans – allora andremmo incontro ad una “deriva soggettiva”. Ad una riduzione oggettivistica, che è tipica della tradizione, verrebbe contrapposta una deriva soggettivistica. Indipendentemente dalla fede, tutti i matrimoni sono validi, ma se la fede diventasse rilevante, tutti i matrimoni potrebbe risultare invalidi.

 

Questo modo di ragionare discende da un uso teologicamente troppo semplicistico del termine “fede”, che il diritto non ha ancora sufficientemente articolato. Fede oggettiva e fede soggettiva sono gli estremi – quasi disumani – di un vasto campo di “fede intersoggettiva”, al cui interno lavora precisamente la “pastorale”, anche del matrimonio. Che ha bisogno dei due “concetti estremi” come punti di fuga e come casi limite, ma che incontra, concretamente, solo forme intermedie della fede, che strutturano i soggetti e le comunità e ai quali i pastori di oggi debbono saper rispondere in modo “non estremistico”. La saggezza pastorale non può restare troppo a lungo su questi puri estremi senza perdere completamente se stessa e la propria intelligenza del reale.

 

Il senso di una nuova collaborazione

 

I due rilievi sollevati dal canonista sono dunque pertinenti. Ma il modo con cui vengono affrontati e risolti risulta insoddisfacente. Se il diritto canonico interpreta Cristo come “supremo legislatore” e legge la fede nella semplice antitesi tra “oggettivo” e “soggettivo”, anziché risolvere i problemi, ottiene solo l’esito di complicarli. Ha ragione il canonista a rivendicare una “ministerialità della presidenza” all’interno del matrimonio: ma questo non è per assicurare un “eccesso comunitarista”, ma per salvaguardare la “sporgenza del dono sul compito”. Il ruolo del “prete”, nel matrimonio, è anzitutto “pre” e “meta” giuridico. Allo stesso modo, il fatto che il “discorso sulla fede” si sposti, inevitabilmente, in ambito ecumenico, sembra perdere di vista la questione fondamentale, ossia che la “fede”, prima che oggettiva o soggettiva, è una dimensione intersoggettiva della ecclesia, sulla quale il diritto non ha potere, ma che può, pacatamente e acutamente, riconoscere. La teologia del contratto e quella del sacramento non si identificano. Questo punto della tradizione merita un supplemento di riflessione, sia da parte degli esperti di sacramenti, sia da parte degli esperti di contratti.

 

Fonte: Blog di A. Grillo Come se non (02.07.2015)

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27 luglio 2015 1 27 /07 /luglio /2015 04:00
L'Eucaristia domenicale

Papa Francesco, Enciclica “Laudato si’”

 

236. Nell’Eucaristia il creato trova la sua maggiore elevazione. La grazia, che tende a manifestarsi in modo sensibile, raggiunge un’espressione meravigliosa quando Dio stesso, fatto uomo, arriva a farsi mangiare dalla sua creatura. Il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia. Non dall’alto, ma da dentro, affinché nel nostro stesso mondo potessimo incontrare Lui. Nell’Eucaristia è già realizzata la pienezza, ed è il centro vitale dell’universo, il centro traboccante di amore e di vita inesauribile. Unito al Figlio incarnato, presente nell’Eucaristia, tutto il cosmo rende grazie a Dio. In effetti l’Eucaristia è di per sé un atto di amore cosmico: «Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo».[166] L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione: nel Pane eucaristico «la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sante nozze, verso l’unificazione con il Creatore stesso».[167] Perciò l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato.

 

237. La domenica, la partecipazione all’Eucaristia ha un’importanza particolare. Questo giorno, così come il sabato ebraico, si offre quale giorno del risanamento delle relazioni dell’essere umano con Dio, con sé stessi, con gli altri e con il mondo. La domenica è il giorno della Risurrezione, il “primo giorno” della nuova creazione, la cui primizia è l’umanità risorta del Signore, garanzia della trasfigurazione finale di tutta la realtà creata. Inoltre, questo giorno annuncia «il riposo eterno dell’uomo in Dio».[168] In tal modo, la spiritualità cristiana integra il valore del riposo e della festa. L’essere umano tende a ridurre il riposo contemplativo all’ambito dello sterile e dell’inutile, dimenticando che così si toglie all’opera che si compie la cosa più importante: il suo significato. Siamo chiamati a includere nel nostro operare una dimensione ricettiva e gratuita, che è diversa da una semplice inattività. Si tratta di un’altra maniera di agire che fa parte della nostra essenza. In questo modo l’azione umana è preservata non solo da un vuoto attivismo, ma anche dalla sfrenata voracità e dall’isolamento della coscienza che porta a inseguire l’esclusivo beneficio personale. La legge del riposo settimanale imponeva di astenersi dal lavoro nel settimo giorno, «perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e il forestiero» (Es 23,12). Il riposo è un ampliamento dello sguardo che permette di tornare a riconoscere i diritti degli altri. Così, il giorno di riposo, il cui centro è l’Eucaristia, diffonde la sua luce sull’intera settimana e ci incoraggia a fare nostra la cura della natura e dei poveri.

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25 luglio 2015 6 25 /07 /luglio /2015 04:00
DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente

 

2Re 4,42-44; Sal 144 (145); Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

 

Il Sal 144 è una celebrazione solenne della regalità di Dio. Lode, ringraziamento, fiducia sono i sentimenti che si fondono in questo canto al Signore re amoroso e tenero nei confronti delle sue creature. La liturgia odierna riprende alcuni versetti della seconda parte del salmo, dove si annuncia che il regno di Dio è un regno eterno e si ricorda che il Signore è fedele e provvidente, giusto ed amorevole. La Chiesa adopera questo salmo per celebrare, con accenti diversi, la gloria di Cristo e la sua bontà verso gli uomini.

 

La prima lettura ci racconta come il profeta Eliseo ha sfamato con pochi pani, una ventina, un gruppo di cento persone. Il brano evangelico parla di un prodigio simile, ma di proporzioni molto maggiori, compiuto da Gesù, il quale sfama una grande folla che lo seguiva, circa cinquemila uomini, con solo cinque pani d’orzo e due pesci. La folla, visto il prodigio della moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuto da Gesù, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo”. Ecco quindi che il miracolo accende le speranze messianiche della moltitudine. Malgrado ciò l’equivoco è enorme: la gente cerca Gesù perché era stata saziata, non perché aveva capito il messaggio del suo gesto. Infatti, sia la moltiplicazione dei pani compiuta da Eliseo sia la moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù sono dei gesti profetici (“segni”) che nell’ambiente in cui sono sorti e nella mentalità degli scrittori che li narrano hanno un valore simbolico: i due racconti intendono proclamare l’intervento di Dio - mediante i suoi messaggeri - nei momenti del bisogno umano, la potenza della sua parola, la credibilità dei suoi profeti. Ecco perché la liturgia d’oggi ci invita nel salmo responsoriale a ripetere: “Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente”.

 

L’evento della moltiplicazione dei pani ha anche un significato eucaristico. Giovanni annota che “era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Gesù quella volta non vi partecipò. Lì sul monte egli non mangia l’agnello ma imbandisce un banchetto in cui si distribuisce e si spezza insieme il pane. L’allusione al banchetto eucaristico è già evidente, ma si accresce ancor più se pensiamo che, a differenza dei racconti di moltiplicazione dei Sinottici in cui anche i discepoli sono attivi, qui, come nei racconti sinottici dell’ultima Cena, solo Gesù agisce quando si tratta di prendere, rendere grazie, dare e distribuire il pane, non senza prima aver messo alla prova la fede dei suoi discepoli.

 

Non mancano oggi situazioni umane di autentica necessità, di fame vera e propria, in cui tutti possiamo in qualche modo intervenire secondo i mezzi nostri e le nostre possibilità. I nostri fratelli e le nostre sorelle bisognosi hanno diritto a trovare in ciascuno di noi qualcosa dell’abbondanza di Dio che si è manifestata nel gesto di Gesù che ha sfamato le folle. Nella seconda lettura, san Paolo inizia con questa esortazione: “Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Comportarsi in modo coerente con la chiamata ricevuta significa per Paolo anzitutto “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”. La realizzazione di questo ideale di unità e di comunione richiede la disponibilità alla condivisione anche dei beni terreni (cf. orazione colletta).

 

Oggi ancora, come un giorno sul monte, Gesù spezza il pane per noi, anzi in quel pane egli dona a noi tutto se stesso, caparra della nostra eterna comunione con lui.

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20 luglio 2015 1 20 /07 /luglio /2015 18:07

Benedetto XVI, pochi mesi dopo la sua elezione a Papa, nel Discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, espresse una severa critica dell'ermeneutica della discontinuità: « L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. »

 

In queste parole di Benedetto XVI si dice giustamente che i testi del Concilio vanno seguiti e non possono essere contrapposti ad un fantomatico spirito del Concilio. Nei numerosi commenti che nei giorni anteriori hanno affollato i post del Prof. Andrea Grillo, è emersa la teoria (non nuova) secondo cui si può celebrare il Messale del 1962 seguendo lo spirito della Costituzione «Sacrosanctum Concilium». Ciò basterebbe per poter affermare che questo Messale accoglie la Costituzione conciliare. Sarebbe la teoria della continuità… Ricordo però che, nello stesso discorso sopra citato Benedetto XVI parla anche dell’«ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa» . Quindi non c’è continuità senza una certa discontinuità.

 

Per metterci la coscienza a posto, basta dire che il Messale del 1962 va celebrato secondo lo spirito della SC? In questa affermazione io ci vedo asserita subdolamente la stessa dottrina che contrappone testo e spirito. Se in alcuni ambienti l’esaltazione dello spirito del Vaticano II è stata adoperata per andare oltre la lettera (il testo) conciliare, ora l’esaltazione dello spirito della SC rischia di farci dimenticare che questa Costituzione è un testo dottrinale e normativo che prescrive una serie di cose che vanno messe in pratica. Non vorrei che questa mia riflessione ad alta voce fosse interpretata come un attacco a «Summorum Pontificum». Non è questo lo scopo di questo intervento.

 

M. Augé

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20 luglio 2015 1 20 /07 /luglio /2015 04:00
La penitenza privata nel Pontificale Romano-Germanico

Kęstutis Palikša, La penitenza privata nel Pontificale Romano-Germanico. Origini e diffusione, CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2015. 153 pp.

 

Nei secoli V-VI, la penitenza canonica antica perdeva gradualmente la sua funzione: molti cristiani, per debolezza o negligenza, ricadevano nel peccato dopo la riconciliazione, oppure non si affrettavano a correggere la loro vita durante l’itinerario penitenziale. Si sono cercati nuovi metodi pastorali, accanto alla penitenza canonica.

 

Il movimento missionario dei monaci irlandesi e la colonizzazione di alcune zone del continente hanno contribuito alla diffusione di una nuova prassi: la confessione reiterabile. La vera novità della penitenza arrivata con l’attività dei monaci fu che all’inizio le mancava il rituale della riconciliazione. La penitenza nell’antichità era un processo comunitario, nel medioevo è diventata una pratica che riguardava maggiormente il rapporto personale tra Dio e il penitente. Si verificava sempre più l’interiorizzazione della penitenza.

 

Lo scopo di questo libro è esaminare una fonte liturgica del X secolo, ossia il rito della penitenza privata del Pontificale Romano-Germanico, spiegando il suo contesto storico, pastorale e teologico, individuando le sue fonti letterarie e bibliche, analizzando la teologia emergente.

 

Il percorso dell’opera ha tre tappe: lo studio del periodo a partire dall’arrivo della confessione insulare nel continente europeo, prendendo in considerazione la situazione sociologica, la materia teologica e legislativa e la prassi pastorale dell’epoca; il contesto immediato del PRG: esaminare luogo e data di composizione di questo libro liturgico, i suoi destinatari, la relazione tra il pontificale e i libri penitenziali utilizzati nelle parrocchie; infine, l’analisi dell’ordo stesso della penitenza privata nel PRG: individuare le sue fonti letterarie, bibliche e patristiche e studiare la teologia emergente.

 

(Quarta di copertina)

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18 luglio 2015 6 18 /07 /luglio /2015 04:00
DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla

 

Ger 23,1-6; Sal 22 (23); Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

 

La sublime poesia del Sal 22, testo di una semplicità lineare, è retta da due unità simboliche: quella pastorale, tanto cara alla tradizione biblica e orientale in genere; e quella dell’ospitalità, segno di intimità. Il pastore non è solo la guida, è anche il compagno di viaggio. Nella persona di Cristo, il Dio che fu Pastore e Ospite di Israele, si fa incontro agli uomini con un volto umano e con amore e bontà che superano ogni intendimento. La Chiesa, che si riconosce familiarmente in tutto il salmo, ne ha collegato il tema con quelli del battesimo (le acque), della confermazione (l’olio) e dell’eucaristia (la mensa),

 

Il brano evangelico di questa domenica lascia intravedere uno spaccato di umanità del Figlio di Dio. Gesù rivolgendosi agli apostoli, che ritornano dalla missione a cui erano stati mandati, li invita a riposarsi un po’: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’ ”. Gesù vuole rimanere solo con i suoi apostoli dopo la loro prima esperienza missionaria. Egli si prende cura dei suoi discepoli, della loro fatica, della loro stanchezza. Più avanti ancora, ci viene raccontato che la folla cui Gesù con i suoi discepoli si era sottratto, lo segue nella solitudine. Vedendo la gran folla che accorreva da lui, Gesù “ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù si commuove e mette a disposizione di questa gente il suo insegnamento, anzi mette se stesso a disposizione di quanti hanno bisogno di lui. L’atteggiamento di Gesù nei confronti della folla sta a significare che la misericordia di Dio è offerta a tutti.

 

Nella seconda lettura, san Paolo sottolinea che fonte di pace, di vita autentica dell’uomo con Dio e dell’uomo con l’uomo non è più la legge ma una persona che si è data senza riserve per gli altri, Cristo Gesù: “Egli infatti è la nostra pace”: perché “è colui che di due (popoli) ha fatto una cosa sola”, perché la sua logica porta ad eliminare ogni squilibrio, a distruggere ciò che è “muro di separazione”, fonte di “inimicizia”, in una parola ciò che oppone uomo a uomo, popolo a popolo. In Gesù si compie la parola profetica di Geremia (cf. prima lettura), il quale, dopo la denuncia contro i pastori malvagi del suo tempo che hanno condotto il popolo di Dio alla rovina, annuncia che Dio invierà un re giusto per far ripartire la storia dell’alleanza con il suo popolo. Il nome di questo re è “Signore-nostra-giustizia”, cioè nostra salvezza. Gesù Cristo, il buon pastore, mandato come re e salvatore, è la parola divina di pace rivolta a tutti gli uomini, mediatore della nostra pace con Dio, punto d’incontro di noi con Dio e dell’uomo con l’uomo.

 

Come gli apostoli al ritorno della loro faticosa missione e come la grande folla che seguiva Gesù, anche noi non possiamo fare a meno della “compassione” del Maestro nelle nostre ricerche e nelle nostre fatiche; non possiamo gestire autonomamente i nostri progetti; abbiamo bisogno di riposare in qualcuno che possa dare sicurezza e consistenza al nostro quotidiano impegno, abbiamo bisogno della parola illuminata e illuminante del Signore. Tutti abbiamo bisogno di riposo, di qualche forma di vacanza, di trovare ogni tanto uno spazio di silenzio, ma abbiamo anche grande bisogno di preghiera, di autentico incontro con Dio e con i fratelli per non smarrire il senso profondo della nostra vita, del nostro agire e del nostro sperare. La celebrazione eucaristica domenicale è un momento in cui ci è dato di realizzare questo vero incontro con Dio e con i fratelli. Non sprechiamolo!

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15 luglio 2015 3 15 /07 /luglio /2015 04:00

8 celebrazioni rimangono nello stesso giorno del mese nei due Messali: s. Antonio M. Zaccaria, la Beata Vergine del Monte Carmelo, s. Lorenzo da Brindisi, s. Maria Maddalena, s. Giacomo, s. Anna, s. Marta, s. Ignazio di Loyola.

 

5 celebrazioni rimangono nello stesso mese, ma in un giorno diverso nei due Messali: nel MR 2002, s. Elisabetta di Portogallo, s. Enrico, s. Camillo de Lellis, s. Bonaventura sono celebrati nel loro “dies natalis”, e s. Apollinare nel giorno libero più vicino al suo "dies natalis"..

 

5 celebrazioni che il MR 2002 propone nel mese di luglio, si trovano in altri mesi nel MR 1962: s. Tommaso apostolo (21 dicembre); s. Benedetto abate (21 marzo); s. Brigida (8 ottobre); s. Gioacchino (16 agosto); s. Pietro Crisologo (4 dicembre). Il MR 2002 celebra s. Brigida nel suo “dies natalis” e s. Pietro Crisologo la vigilia del suo “dies natalis”; la data della celebrazione di s. Tommaso apostolo coincide con la commemorazione della traslazione del suo corpo a Edessa; s. Benedetto è venerato nella data della pretesa traslazione delle sue reliquie da Montecassino a Leury; di s. Gioacchino si fa memoria insieme con s. Anna nel giorno in cui i Greci celebrano il “dies natalis” di quest’ultima.

 

5 celebrazioni che il MR 1962 propone nel mese di luglio, le troviamo in altri mesi nel MR 2002: La Visitazione di Maria è celebrata il 31 maggio, tra l’Annunciazione e la Nascita di s. Giovanni; s. Ireneo, il 28 giugno, data attestata dai più antichi martirologi; i ss. Cirillo e Metodio sono celebrati il 14 febbraio, giorno anniversario della morte di Cirillo; s. Vincenzo de’ Paoli (27 settembre) e s. Girolamo Emiliani (8 febbraio) sono venerati nel loro “dies natalis”.

 

3 celebrazioni nuove ed esclusive del MR 2002 sono a luglio: s. Maria Goretti, canonizzata nel 1950; i ss. martiri in Cina Agostino Zhao Rong e compagni, canonizzati nell’anno 2000; il monaco e presbitero libanese s. Charbel Makhlouf, canonizzato nel 1977.

 

18 celebrazioni che il MR 1962 assegna a luglio sono scomparse dal MR 2002. In questo modo, la presenza massiccia del Santorale che caratterizza il MR 1962 è allentata. Le celebrazioni soppresse possono trovare sempre posto nei Calendari particolari.

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12 luglio 2015 7 12 /07 /luglio /2015 05:05

 

di Andrea Grillo

 

Pubblicato il 10 luglio 2015 nel blog: Come se non

 

Il dialogo continua

 

Il post precedente (Amicus Praefectus...) è stato ripreso dal Blog di Matias Augé, e nei commenti a quella pubblicazione è intervenuto il prof. Silvestre, ponendomi due domande importanti, che qui riprendo, per continuare il dibattito e il confronto (Le due domande del prof. Silvestre si possono leggere in questo blog nel post sopra indicato).

 

Vorrei sfruttare le due questioni sollevate dal collega Silvestre – che conosco e con il quale abbiamo già discusso “viva voce” negli scorsi anni – per chiarire ulteriormente le mie perplessità nei confronti di queste letture di SC.

 

a) Iniziamo dalla prima: è assolutamente chiaro che SC e IGMR – ossia il testo conciliare e le premesse ad uno degli ordines più importanti della Riforma liturgica – intendono la riforma come un “atto di continuità”. La medesima Chiesa, che aveva celebrato secondo il rito tridentino, mediante un atto di Riforma, continua ad essere se stessa, anche nel e mediante il nuovo rito. La logica della argomentazione di questi due testi è, evidentemente, una giustificazione della continuità, nonostante atti di discontinuità, come sono, appunto, le “riforme”. Trovo veramente curioso che si possa utilizzare questa argomentazione, del tutto condivisibile, per capovolgere il ragionamento, sostenendo che, affermando la continuità, si deve poter ammettere che un rito e quello che lo riforma, sono parimenti legittimi. Questo non è un ragionamento, ma un sofisma, perché elimina la “storia” come fattore decisivo per evitare la contraddizione. Mi spiego. Ciò che era fino al 1969 il “rito romano”, è diventato, a partire dal 1970, una cosa diversa, restando se stesso. Nella storia si può capire bene che non vi è contraddizione tra una celebrazione del 1673 e una del 1994. Ma se nel 2010 si è preteso di poter celebrare, indifferentemente, o con il rito del 1673 o con quello del 1994, allora si crea, inevitabilmente, una contraddizione patente e inaggirabile. Poiché il bambino si veste da bambino e il vecchio da vecchio: nella storia del soggetto non vi è contraddizione. Ma se, contemporaneamente, un bambino può vestirsi da bambino o da vecchio, allora la contraddizione si può spiegare o con il carnevale o con la difficoltà del soggetto. Pertanto io trovo veramente singolare che si invochino le chiare parole di SC e di IGMR, che giustificano la discontinuità della Riforma per affermare la continuità della tradizione, al solo scopo di sostenere la contemporanea vigenza di un rito e di quello che è stato la ragione della riforma, a causa dei suoi limiti e dei suoi difetti. D’altra parte, appena si esce dalla astrazione e si va nel concreto, questo è evidentissimo: come si può ritornare ad una “liturgia della parola povera”? Come si può aver nostalgia di una preghiera universale del venerdì santo che chiama “infedeli” i fratelli maggiori? La contraddizione tra le due forme rituali appare nel momento in cui, levata la storia, si pretende di equipararle astrattamente. Questo è il tentativo pericoloso operato dal MP Summorum Pontificum, fuori da ogni tradizione, e con gli esiti inevitabilmente laceranti che conosciamo. 

 

b) Veniamo alla seconda questione. La partecipazione attiva, come spesso si dimentica, è la vera ragione della Riforma Liturgica. Tutto ciò che è stato progettato da SC è al fine di promuovere una “forma di partecipazione” al mistero del culto che esca dal modello – classico per i laici – della passiva assistenza. Non dobbiamo dimenticare che ancora Mediator Dei formulava così il modo con cui i “laici” dovevano “assistere” alla messa, maturando nell’animo “gli stessi sentimenti di Cristo” in modo indipendente rispetto ai riti. Fare della liturgia i “riti e preghiere” cui tutti prendono parte – sia pure nella diversità dei ministeri – determina la esigenza di una complessiva riforma di tutti gli ordines. Per questo, osservando la storia degli ultimi 60 anni, dobbiamo riconoscere che la esigenza di “actuosa participatio”, avendo determinato la Riforma liturgica, non possa essere compatibile con gli “ordines” precedenti alla riforma. Altrimenti dovremmo pensare che la Riforma liturgica abbia inutilmente modificato sequenze rituali, testi e gesti che, già in quanto tali, potevano favorire questa forma piena di partecipazione. Il “Christus totus”, che il prof. Silvestre giustamente cita come uno dei concetti-chiave, non ammette una partecipazione solo “per classi”. Di qui discende una conseguenza molto semplice: solo con il NO si può garantire la partecipazione voluta da SC, non con il VO, visto che, per conseguirla, SC chiede che gli ordines vengano modificati. Per questo, qualche anno fa, ad una domanda che mi veniva rivolta, sulla ipotesi di partecipare ad una celebrazione secondo il VO, io risposi che SC me lo impediva: non potevo tornare ad essere muto spettatore di un rito destinato solo al clero, ma dovevo partecipare all’unica azione – di Cristo e della Chiesa – così come il NO, in continuità con la tradizione, mi consente di fare.

 

Le due questioni, come si vede, sono strettamente correlate. In ragione di un concetto più profondo di “partecipazione” – dove è in gioco la comune partecipazione all’unica azione di Cristo – si è iniziata 50 anni fa una Riforma al servizio della continuità della tradizione. Introdurre, improvvisamente nel 2007, una smentita di ciò, rendendo possibile ad ogni prete – senza alcuna condizione – di poter celebrare “senza popolo” indifferentemente con il rito vigente o con il rito non più vigente mi sembra un cedimento grave ad una lettura nostalgica e individualistica della tradizione, che sottrae ai Vescovi la guida della liturgia nella propria diocesi. Questo modello di “chiesa universale” è troppo funzionale all’invidualismo clericale per poter aspirare ad essere veramente credibile.

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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