LITURGIA
OPUS
TRINITATIS
Ascoltate oggi la voce del Signore
Prima lettura: Dt 18,15-20
Salmo responsoriale: dal Sal 94 (95)
Seconda lettura: 1Cor 7,32-35
Vangelo: Mc 1,21-28.
Il salmo responsoriale evoca l’evento centrale della storia biblica, la liberazione offerta da Dio nell’esodo dall’Egitto. La storia di Israele ci è posta dinanzi come ammonimento: “La maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto” (1Cor 10,5), e non entrarono nella terra promessa. Come Israele nel deserto, anche noi siamo in cammino verso una terra promessa. In tutte le circostanze della vita, nelle gioie e nelle privazioni, nel lavoro e nel riposo, nel rischio e nella tentazione, soltanto la luce e la forza della fede possono aiutarci a realizzare pienamente il nostro esodo verso la nuova Gerusalemme, verso la patria eterna. Ecco perché proclamiamo con il salmista che il Signore è “la roccia della nostra salvezza”. La parola di Dio illumina i sentieri del nostro pellegrinaggio. Per questo, il salmo ci invita a non chiudere il cuore alla voce del Padre che conduce e protegge “il popolo del suo pascolo” nel cammino della vita.
La prima lettura contiene una promessa divina annunziata da Mosè: Dio non farà mai venir meno il dono della profezia in Israele attraverso la parola di molti nei quali questo dono s’incarnerà. La rilettura giudaica e cristiana di questo testo interpreterà in chiave individuale e quindi messianica tale promessa: il profeta promesso è il Messia che porterà a Israele la parola definitiva di Dio, una parola detta con autorità, con la stessa efficace di quella di Dio. Quindi dopo Mosè e gli altri profeti Dio invierà il suo profeta per eccellenza, Cristo Gesù: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2).
Il brano evangelico parla degli inizi del ministero di Gesù a Galilea e dello stupore suscitato dal suo insegnamento. L’evangelista ci invita ad accompagnare, per una intera giornata, Gesù e i discepoli che egli ha appena scelto. E’ un giorno di sabato, a Cafarnao. Gesù va alla sinagoga e si mette ad insegnare. Marco non riferisce nessuna parola del predicatore, ma annota che parla come uno dotato di una sorprendente autorità e che fin da quel primo giorno, guarisce un uomo “posseduto da uno spirito impuro”. La missione di Gesù è come quella dei profeti, che insegnavano a nome di Dio e quindi con l’autorità che veniva da lui. L’autorità con cui parla Gesù si manifesta nell’efficacia della sua parola. Se ne ha una conferma nell’episodio di liberazione dell’indemoniato. L’effetto della parola di Gesù è immediato: “E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui”. Dunque l’autorità di Gesù coincide con l’efficacia della sua parola che libera e risana. Gesù si mostra potente e vincitore contro le forze che schiavizzano l’uomo.
Anche se il brano della seconda lettura si muove fuori del quadro finora tratteggiato, qualche punto di contatto con le altre letture non manca. Vediamo infatti che san Paolo si mostra fedele alla parola di Dio affrontando il tema del matrimonio e della verginità con grande prudenza, senza imporre una o l’altra via. Stato verginale e stato coniugale di per sé non costituiscono la perfezione; essi sono mezzi idonei, anche se a livelli diversi , per la dedizione a quella “vita celeste” a cui siamo chiamati già in questa esistenza intramondana. Anche se Paolo esalta la scelta verginale, non intende con ciò gettare un ombra negativa sul matrimonio. Egli vuole semplicemente ricordarci quelle particolari scelte radicali di vita che come segno profetico ci richiamano la precarietà delle realtà presenti.
Nella forma tropata dell’atto penitenziale il Kyrie eleison ha chiaramente assunto il senso d’invocazione di pietà, anche se non era così nell’antichità quando si “trattava semplicemente di una supplica” (Martimort A.G., La Chiesa in preghiera – II L’eucaristia, p. 228). Ma è possibile che le medesime due parole assumano un senso differente secondo la formulazione, a poche righe di distanza? E se il Kyrie eleison vuol dire sempre “Signore pietà”, come lo intendiamo noi, ha senso ripeterlo dopo che si è detto “Dio abbia pietà”? Non sarebbe meglio usare regolarmente la forma tropata, che si può legare alla parola di Dio, senza lasciare lo spazio per dei Kyrie cantati spesso eccessivamente lunghi?
Lettera firmata
Risponde don Silvano Sirboni. “Dopo l’atto penitenziale ha sempre luogo il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l’atto penitenziale”. L’avverbio sempre è stato deliberatamente inserito nella terza edizione del Messale Romano (2000) proprio per il fatto che il canto o la recita del Kyrie (quando non fosse inserito nell’atto penitenziale) dopo la preghiera di assoluzione appariva a molti una superflua ripetizione che ne conduceva sovente all’omissione. Tale appesantimento dell’atto penitenziale era già stato percepito all’interno dello stesso gruppo di lavoro incaricato dal Consilium per la riforma dell’Ordo Missae. Non mancò, infatti, la proposta di ometterlo in certe precise occasioni o di renderlo facoltativo (cf. Bugnini A., La riforma liturgica, 341-344).
Tenendo conto della sua antichità e del suo originario duplice significato di supplica e di acclamazione (cf. Jungmann J.A., Missarum Sollemnia I, 247-256), di fronte a un gruppo di lavoro diviso sul da farsi, lo stesso Paolo VI espresse il desiderio di conservare comunque questa acclamazione (cf. Barba M., La riforma conciliare dell’Ordo Missae, 172 e 565). Così che le premesse attuali recitano che con il canto del Kyrie “i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia” (OGMR 52). Pertanto, quando viene cantato dopo la recita del “Confesso a Dio”, o dopo altra formula penitenziale prevista dal Messale, il Kyrie intende assumere la dimensione laudativa verso Cristo, il risorto, “colui che Dio ha costituito Signore”, Kyrios (cf. Atti 2,36).
Il che non è così evidente ai fedeli, soprattutto se il Kyrie eleison viene recitato e in lingua italiana. Questo innegabile disagio spiega perché sia invalsa una certa qualche preferenza per l’atto penitenziale con il canto o la recita del Kyrie intercalato dalle invocazioni (= tropi) che – è opportuno ripeterlo – non intendono affatto essere un esame di coscienza (come purtroppo tendono a fare certi sussidi), ma acclamazioni a Cristo, mediatore della divina misericordia. Così, infatti, sono tutti i modelli dei tropi offerti dal Messale Romano.
Il Kyrie è di norma omesso quanto l’atto penitenziale è compiuto con l’aspersione dell’assemblea (cf. Messale Romano, pp. 1032-1036) e ovviamente quando un’altra azione liturgica precede immediatamente la messa e che, pertanto, sostituisce totalmente l’atto penitenziale.
© Vita pastorale n. 11 (2011) 20
Il dibattito che si è svolto nel testo postato da me il 20 di questo mese, mi permette di ritornare sull’argomento. Mi riferiscono, in particolare, a quanto è stato affermato da qualcuno sulle particolarità con cui i neocatecumenali celebrano l’Eucaristia: “L’uso assolutamente sistematico, da parte di un certo gruppo (movimento, cammino, comunità, chiamiamolo come vogliamo) di elementi ‘caratterizzanti’ non crea per caso un ‘rito’ di fatto? Mi spiego: tra i neocatecumenali tutto pare sempre uguale: altare, candelieri, vasi sacri, dipinti, architettura delle chiese, crocifissi, icone, disposizione degli arredi (fino alla collocazione della Croce d’altare vicino all’ambone), canti, tutto, ma proprio tutto, è caratteristico e caratterizzante, differenziando a colpo d’occhio una celebrazione neocatecumenale da qualsiasi altra. Ora, a me la foggia di molti di questi oggetti non dispiace; in particolare, trovo bello il modo di addobbare l’altare (meno bello il piazzare la mensa portatile anche quando c’è un altare fisso; e farei a meno dei candelieri ebraici). Ma mi chiedo, e chiedo a p. Augé, se tutte queste ‘peculiarità’, usate tutte assieme, in modo sistematico e sistemico, non finiscano per creare, nei fatti, un ‘rito nc’, anche quando ci si muove legittimamente entro le rubriche vigenti” (NL).
Non intendo sottrarmi ad una risposta a quanto afferma NL. Noto anzitutto che è stata ufficialmente coniata l’espressione “forma ordinaria” e “forma straordinaria” per affermare che il Messale del 1962 e quello del 1970 (nonché gli altri libri liturgici anteriori o posteriori al Vaticano) appartengono ad un solo rito romano. Abbiamo quindi una serie di libri liturgici anteriori al Vaticano II (Messale, Breviario, Rituale, Pontificale) e una serie di libri liturgici riformati dopo il Vaticano II… Le differenze tra i due Messale e gli altri libri liturgici le conosciamo, e non è questo il momento di elencarle. Sono differenze notevoli se le confrontiamo con le poche diversità rituali con cui i nc celebrano la liturgia.
I libri ufficiali adoperati dal Cammino sono quelli della forma ordinaria del rito romano (ciò è stato ribadito dal Pontefice nel discorso dello scorso venerdì 20 gennaio). Le particolarità rituali concesse ai neocatecumenali sono minime. Credo che siano soltanto le seguenti: le “monizioni” che precedono le letture bibliche (che non sono propriamente una particolarità dei nc); le "risonanze" prima dell'omelia; il rito della pace prima dell’offertorio; la distribuzione della Comunione sotto le due specie, che i partecipanti ricevono in piedi al loro posto; l’Eucaristia domenicale, celebrata in piccole comunità “dopo i primi Vespri della Domenica” non è propriamente una particolarità rituale, purché, come ha detto Benedetto XVI, la fede dei singoli e delle piccole comunità favorisca il loro inserimento nella vita della grande comunità ecclesiale...Il resto dovrebbe essere eseguito come indicano i libri ufficiali della forma ordinaria del rito romano. Non mi risulta che sia stata concessa al Cammino nelle loro celebrazioni la collocazione della Croce d’altare vicino all’ambone (di cui parla LN). Perciò per quanto riguarda la disposizione dell’altare e, in particolare, la Croce d’altare si dovrebbe osservare quanto previsto dall’Ordinamento Generale del Messale Romano. In poche parole, nelle celebrazioni eucaristiche si devono tenere in considerazione, salvo ciò che è stato specificamente approvato per il Cammino, le prescrizioni del suddetto Ordinamento Generale del Messale Romano.
E’ vero che le icone, la disposizione di alcuni arredi secondari, i canti, ecc. differenziano talvolta a colpo d’occhio una celebrazione neocatecumenale da qualsiasi altra. Ma ciò può essere interpretato anche in modo positivo (purché tali differenze non contradicano il senso della celebrazione e la normativa generale). Credo che bisogna riconoscere ai neocatecumenali la capacità di curare al massimo la ritualità, sfruttando i segni verbali e non verbali della celebrazione. In questo senso (non mi si fraintenda) possono essere un esempio per tante celebrazioni scialbe che si vedono in giro.
M. A.
“Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di
non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento come una specie di certezza che questa
fede è la mia, o più precisamente lo sarebbe senza la distanza che la mia imperfezione pone tra essa e me”. Così si esprimeva Simone Weil, con tutta l’intensità di amore e di attenzione di cui
era capace, in una lunga lettera al padre domenicano Marie-Alain Couturier (uno dei principali attori del rinnovamento dell’arte sacro in Francia dopo la seconda guerra mondiale) esponendo i
propri convincimenti, per verificarne la compatibilità “con l’appartenenza alla Chiesa”.
Figlia di un ricco medico ebreo, Simone Weil, all’età di 28 anni, nel 1937, mentre viaggiava, ammalata, per l’Italia, s’inginocchiò nella cappella di Santa Maria degli Angeli di Assisi, sentendosi trascinata da una forza irresistibile. Iniziarono allora le sue esperienze mistiche, che proseguirono nel 1938, quando trascorse la Pasqua a Solesmes. Sembra però che Simone non si decise ad entrare nella Chiesa cattolica per timore – diceva Lei – di trovare in essa un facile riparo che l’avrebbe potuta allontanare dalla mistica della passione patita insieme a Cristo. Alcuni credono però che la Weil ha ricevuto il battesimo in articulo mortis.
Noto nelle parole sopra riportate di Simone Weil la capacità che ha la liturgia, in particolare l’Eucaristia, quando essa è celebrata in conformità con i libri liturgici, con fede e con senso del mistero che in essa è ripresentato, di essere espressione della fede, anzi di essere vera professione di fede. Non si tratta di polemizzare, come talvolta è stato fatto, dicendo che allora c’era il Vetus Ordo. Simone Weil è morta nel 1943 e non ha conosciuto altra liturgia che quella del suo tempo. La liturgia dev’essere celebrata in modo che emerga la sua dimensione trascendente, quella che la apre al mistero di Dio, della sua vita e della sua grande opera con noi. Attenzione però, come dice François Cassingena-Trévedy, nella sua nota opera La liturgia arte e mestiere, la liturgia ha a lungo manifestato in modo prioritario il suo orientamento ‘trascendente’ (verso la trascendenza, la maestà), in una sorta di indifferenza all’assemblea cui del resto, in maniera assolutamente concreta e significativa, dava le spalle. Ma lo stesso monaco benedettino dice anche che l’organizzazione maldestramente prioritaria della liturgia in funzione dell’assemblea concepita come una clientela commerciale o come il pubblico di uno show ha portato praticamente a una sorta di implosione della celebrazione liturgica che distrugge la liturgia nella sua essenza. Si tratta di trovare quel giusto equilibrio che eviti le ricadute negative, sia quelle del passato che quelle del presente.
M. A.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie
Prima lettura: Gn 3,1-5.10
Salmo responsoriale: dal Sal 24 (25)
Seconda lettura: 1Cor 7,29-31
Vangelo: Mc 1,14-20.
Il Sal 24 è una preghiera per il perdono e la salvezza; il salmista, fiducioso non nei suoi meriti ma nella divina misericordia, invoca protezione contro i nemici e perdono per i propri peccati. L’atteggiamento spirituale che il testo suppone è quello dei cosiddetti “poveri di Jhwh”, di coloro cioè la cui ultima fiducia e speranza è solo in Dio. Riprendendo le parole del salmo, noi gridiamo aiuto a Dio e insieme ci abbandoniamo con fiducia assoluta al Signore che è giusto e misericordioso, ma soprattutto buono. Nel farlo, siamo consapevoli che è Dio stesso colui che ci guida nella sua verità e ci indica la “via giusta” da seguire. Il tema della via giusta fa riferimento al tema centrale di questa domenica: la conversione.
Domenica scorsa abbiamo visto che Dio ci si manifesta e chiama ciascuno di noi per nome. Oggi ci viene proposto il contenuto fondamentale di questa chiamata. Nel brano evangelico, san Marco riassume la predicazione di Gesù con queste parole: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo”. La chiamata che Dio rivolge a tutti noi è un pressante invito alla conversione e alla fede. Le altre due letture d’oggi illustrano i due motivi per cui è necessaria questa conversione. San Paolo fa un forte richiamo alla precarietà della condizione terrestre delle cose: “il tempo si è fatto breve”. Da parte sua, il profeta Giona ci ricorda che la conversione è necessaria per evitare il giudizio di condanna da parte di Dio. L’invito di Dio a mutare vita non è caduto invano per i niniviti che ascoltarono le parole del profeta, fecero penitenza e furono salvi. Così pure l’invito di Gesù è stato prontamente accolto da Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni che, lasciate le reti e il loro padre, “andarono dietro a lui”.
Gesù introduce l’invito alla conversione con le parole “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. Abbiamo visto che anche san Paolo parla di un tempo ormai fattosi breve. Ci possiamo domandare cosa significano queste affermazioni e perché sono presentate come qualcosa che invita alla conversione. L’affermazione di Gesù sul tempo compiuto presuppone un progetto di Dio che si compie appunto nel tempo: c’è quindi un tempo dell’attesa o della preparazione, ed un tempo del compimento o della realizzazione. Ebbene, con l’incarnazione del Figlio di Dio, il progetto del Padre annunciato dai profeti dell’Antico Testamento si è compiuto: il “regno di Dio” è vicino. Vicino è ciò che incomincia già a influire sulla vita dell’uomo e con cui egli si deve misurare. Il progetto che Dio ha nella storia è il “regno di Dio”, il quale intende ristabilire la sovranità di Dio e quindi un nuovo rapporto tra Dio e l’uomo. Ciò significa che l’uomo non può più continuare a vivere come prima, secondo la scala di pseudovalori che ha privilegiato. Il messaggio viene rivolto a tutti noi: dobbiamo cambiare di rotta e indirizzare la nostra vita verso i valori di vita proposti dal vangelo, che è la buona novella o il lieto annunzio della salvezza che Gesù porta all’umanità. L’invito a “convertirsi” e a “credere” al vangelo non sono due realtà separate: non c’è fede senza vita morale e non c’è morale cristiana che non sia fondata nella fede. Credere vuol dire abbracciare l’intero messaggio portato da Cristo e renderlo programma del proprio pensare, del proprio amare e del proprio agire.
L’eucaristia a cui partecipiamo ogni domenica è un traguardo della conversione e della fede. Essa è però anche un rilancio su questa via perché è “sorgente inesauribile di vita nuova” (preghiera dopo la comunione).
Nel sito www.cammino.info era stato annunciato per oggi 20 gennaio 2012, in occasione dell’udienza concessa da Benedetto XVI ai neocatecumenali, la lettura del “decreto di approvazione della Liturgia in uso nel Cammino”. Si parlava quindi della presenza del Prefetto della Congregazione per il culto divino, Card. Cañizares, che avrebbe reso pubblico tale decreto. Il Card. Cañizares era presente insieme con altri cardinali e vescovi, ma a prendere la parola è stato il rappresentante del Pontificio Consiglio per i Laici, il quale – come ha ricordato, poi, lo stesso Papa nel suo discorso –, ha letto un decreto che riguarda l’approvazione delle “celebrazioni presenti nel Direttorio catechetico dei neocatecumenali che non sono strettamente liturgiche ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede”. Nel suo discorso, il Sommo Pontefice ha fatto riferimento anche alla liturgia, in particolare all’Eucaristia, celebrata dal Cammino con alcune particolarità rituali loro concesse, e, in questo contesto, ha parlato dell’’Eucaristia domenicale, celebrata in piccole comunità “dopo i primi Vespri della Domenica” (Statuto, art. 13, § 2), celebrazione che nelle Comunità neocatecumenali è “l’anima e la forza” di tutto il Cammino”. Benedetto XVI auspica che la progressiva maturazione nella fede dei singoli e delle piccole comunità favorisca il loro inserimento nella vita della grande comunità ecclesiale, che trova nella celebrazione liturgica della parrocchia, nella quale si attua il neocatecumenato, la sua forma ordinaria. Il Sommo Pontefice ha ribadito che tutto dev’essere fatto secondo le disposizioni dei vescovi e senza creare divisioni nelle parrocchie, infatti “ogni celebrazione eucaristica è un’azione dell’unico Cristo, insieme con la sua unica Chiesa e perciò è essenzialmente aperta a tutti coloro che appartengono a questa Chiesa”.
Questo è quanto personalmente ho potuto constatare seguendo l’udienza pontifica attraverso la TV. C’erano state voci (sembra che in giro c’era anche la bozza di un testo) secondo cui il decreto riguardava l’approvazione di alcune particolarità rituali adoperate dal Cammino nella celebrazione eucaristica e in altre celebrazioni liturgiche, oltre a quelle già concesse.
Non è corretto affermare, come alcuni fanno, che il Cammino ha un rito particolare. I neocatecumenali celebrano il rito romano nella sua forma ordinaria con alcune particolarità rituali. Bisogna riconoscere, a loro merito, che la celebrazione dell’Eucaristia viene da essi celebrata con grande cura e con intensa partecipazione.
M. A.
Ho scoperto che c’è una crescita di rifiuto della confessione
durante la celebrazione della santa messa, con aperta affermazione che detta confessione viene a disturbare la partecipazione alla messa. Però non si dà la possibilità della confessione per la
continua assenza dei confessori. Riflettendo che la confessione in via normale consuma solo qualche minuto, al più una volta al mese, si può pensare che si procuri danno alla presenza e alla
partecipazione alla messa?
Riguardo alla confessione, si sta perdendo sempre più la sua pratica; si porta avanti il carico dei peccati e quasi non si sente più il bisogno di confessarsi; e nemmeno si va a ricevere più la comunione oppure si riceva la comunione coi peccati gravi.
Lettera firmata
Risponde don Silvano Sirboni. “La riconciliazione dei penitenti si può celebrare in qualsiasi giorno e tempo. Conviene però che i fedeli sappiano il giorno e l’ora in cui il sacerdote è disponibile per l’esercizio di questo ministero. S’inculchi comunque nei fedeli l’abitudine di accostarsi al sacramento della penitenza fuori della celebrazione della messa, e preferibilmente in ore stabilite” (RP 13; cf. anche RS 86; ECC 95; GdS 33). Questa è la norma ideale alla quale ogni seria pastorale dovrebbe mirare. La prassi preconciliare, anche a causa di una difficile comunicazione liturgica fra l’altare e l’assemblea, ci aveva abituati (e in qualche modo costretti!) a sovrapporre alla messa altre pratiche devozionali, sia singolarmente che comunitariamente.
La riforma conciliare della liturgia ha restituito all’assemblea il suo ruolo originario di soggetto celebrante (cf. CCC 1140-1141). Pertanto, è palesemente e del tutto scorretto che anche un solo membro di questo unico corpo celebrante si dedichi ad altro (per quanto nobile e importante) mentre celebra l’eucaristia, massimo incontro fra lo Sposo e la Sposa (SC 7), che richiede, dall’inizio alla fine, una partecipazione piena, attiva, consapevole, comunitaria, interna ed esterna; è una questione di serietà e di verità (cf. SC 11, 14, 19, 21).
Eccezionalmente potrebbe anche capitare di prolungare il ministero della riconciliazione anche durante la messa. Si tratta di far fronte lecitamente a un’emergenza (cf. Misericordia Dei 2; ma non si tratta di una prassi normale.
Nell’incontro nuziale con il Signore, che si attua nella celebrazione liturgica, è del tutto fuori posto la legge del supermercato: paghi uno e prendi due. Proprio per il rispetto che si deve inculcare verso il sacramento dell’eucaristia come verso quello della penitenza è indispensabile che, di norma, i due sacramenti abbiano un loro preciso spazio e una loro propria dignità celebrativa. Se l’eccezione diventa prassi abituale – o addirittura scelta pastorale, come in quella chiesa dove è affisso il cartello: “Qui si confessa anche durante la messa – si offende la dignità dell’uno e dell’altro sacramento, si diseduca i fedeli con il rischio di ridurre il sacramento della conversione a un semplice atto burocratico per poter accedere alla mensa eucaristica.
© Vita Pastorale n. 11 (211) 17.
La Chiesa di Roma conobbe ben presto al suo interno l’uso della
lingua popolare latina, che la portò a tradurre in tale idioma la Bibbia ad uso liturgico e catechetico già alla fine del sec. II e inizi del III. Novaziano, già verso l’anno 250, scriveva in
latino le sue opere teologiche.
Sull’effettiva presenza del latino nella liturgia abbiamo tuttavia solo la testimonianza di Commodiano della metà del sec. III. Nella 31 instructio egli ha infatti “Il sacerdote del Signore inizia col dire ‘In alto i cuori’” (Sacerdos Domini cum ‘Sursum corda’ praecedit, in CC 128,68), il resto era in greco (anche la Traditio Apostolica è in greco). La lingua greca era una nota distintiva delle famiglie aristocratiche della città, mentre il popolo cantava in greco senza ormai capirne il senso. “Sono soliti i latini – scriveva verso la fine del sec. IV l’autore dell’Ambrosiaster – cantare in greco dilettati dal suono delle parole, non sanno tuttavia cosa dicono” (Ad I Cor. 14,14, in CSEL 81\2,153). Il bilinguismo, d’altra parte, perdurò a Roma sino agli ultimi decenni del sec. IV. Il greco, d’altra parte, era a Roma la lingua ieratica per eccellenza e, forse, per tale motivo la preghiera eucaristica fu l’ultima a cedere nell’essere tradotta in latino. A Roma infatti, secondo la testimonianza di Mario Vittorino (+ 363), al suo tempo essa era ancora recitata in greco. Sembra doversi all’iniziativa di Ambrogio di Milano, sostenuta da papa Damaso, l’introduzione anche a Roma della recita in latino della preghiera eucaristica, e inoltre nel latino della lingua sacrale e quindi non in quello popolare in cui era stata tradotta la Bibbia.
I sec. III e IV sono avari di notizie circa la liturgia latina e quindi il tempo liturgico. La libertà di culto concessa ai cristiani nel 313 ridiede loro i luoghi di culto che, naturalmente, essi incrementarono con le solennità atte ad essere recepite dal popolo. Nota lo stesso Eusebio, testimone della libertà concessa ai cristiani: “Ci fu procurato lo spettacolo desiderato e augurato da tutti noi: feste di dedicazione in ciascuna città, consacrazione di chiese recentemente costruite, concorso di fedeli venuti da lontano… Si trattava veramente di perfette adorazioni dei capi (vescovi), dei riti sacri dei presbiteri e, nelle chiese, delle istituzioni degne di Dio, manifestate ora dal canto dei salmi, dall’ascoltare le parole che Dio ci ha trasmesso, ora dal compimento di liturgie divine e mistiche… Assieme tutte le età, uomini e donne, d’ogni forza di pensiero, lo spirito e l’animo gioiosi, glorificavano Dio autore di ogni bene, con preghiere e azioni di grazie” (Storia Ecclesiastica 10,3).
Con la pace Costantiniana la dedicazione delle chiese divenne, come si può evincere facilmente, il momento pubblico più spettacolare delle assemblee cristiane. Il culto cristiano, che prima aveva denunciato la falsità degli dèi pagani e quindi l’empietà dei loro culti, ora contrappone alle feste pagane le festività cristiane, anche se spesso assimilandole, ad es. la nascita della festa del natale del Signore come l’autentico sole invitto, l’epifania come la sua manifestazione alle genti, il culto dei martiri, contrapposti agli eroi pagani, dei quali si celebrava la memoria di anniversario (ad es. Martirio di Policarpo, 18). Agostino, per portare ancora un esempio, parla molto della festa pagana del primo dell’anno ormai in veste cristiana (ser. 119; doctr.chr. 2,145-146). Le feste pagane, dette antiche superstizioni, vanno ormai lette in luce cristiana (ep. 138,17).
Fonte: Vittorino Grossi, La spiritualità dei Padri latini (Storia della spiritualità 3/B), Borla, Roma 2002, pp. 192-194
“O Dio, che hai ispirato a sant’Antonio abate di ritirarsi nel deserto, per servirti
in un nuovo modello di vita cristiana, concedi anche a noi per sua intercessione di superare i nostri egoismi per amare te sopra ogni cosa” (colletta).
Nella memoria di sant’Antonio Abate (17 gennaio), il Padre dei monaci, proponiamo alcuni dei tratti più salienti della sua spiritualità:
La Parola di Dio. La vocazione di Antonio si manifestò quando egli si sentì personalmente interpellato dalla Parola di Dio che lo invitava a cambiare vita e a seguire con dedizione totale Cristo Signore. Già nel deserto, agli eremiti che si recavano da lui, Antonio ammoniva: “Tenete a mente i precetti che stanno nelle Scritture”[1]. Ad un tale che gli chiese che cosa dovesse fare per piacere a Dio, egli rispose: “… qualunque cosa tu faccia o dica, basati sulla testimonianze delle Sante Scritture”[2]. Tra gli ultimi consigli di Antonio ai suoi discepoli, leggiamo: “… osservate in primo luogo la fede nel Signore Gesù Cristo, che vi è stata trasmessa dai padri, che avete imparato dalle Scritture, e che qualche volta vi è stata ricordata da me”[3]. Antonio insegna agli altri ciò che per primo egli stesso ha fatto; il suo cammino è iniziato a partire dalla Scrittura, da quelle parole del Vangelo che l’hanno interpellato personalmente e alle quali ha obbedito subito, senza esitare.
La preghiera di Antonio era tutta quanta permeata dalla Parola di Dio[4]. Egli “stava così attento alla lettura delle Scritture, che nulla di quanto vi è scritto ricadeva sterile in terra dalla sua mente”[5]. Infine, le armi per vincere le insidie del diavolo, Antonio le trovava nella Parola di Dio: “Noi abbiamo le Scritture e la libertà donataci dal Salvatore”[6].
Antonio si avvicina alla Parola di Dio con senso religioso e con profonda fede. Di fronte alla Parola del Signore, non si deve presumere di capire tutto. Il santo eremita loda l’anziano che, interrogato sul significato di una parola della Scrittura, rispose umilmente: “Non so”[7] e interrogato egli stesso su una parola del Levitico, si ritira nel deserto e prega Dio di mandargli Mosè a spiegargli il significato di quella parola[8].
La solitudine. La Vita Antonii si sviluppa seguendo due linee parallele ben precise: da una parte il progresso nella virtù, dall’altra una ricerca costante di una solitudine sempre più piena. La solitudine rappresenta la condizione fondamentale della vita di Antonio, e consiste nello staccarsi da tutte le cose per andare incontro a Dio solo. Antonio è un uomo in continua ricerca di Dio. Tale ricerca richiede rinuncia a tutte le cose e abbandono di tutto ciò che possa essere ostacolo all’incontro con Dio. Non basta però dimorare nel deserto: “Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore”[9]. Così si esprime Antonio dopo aver sperimentato la solitudine dell’eremo. La vera solitudine di cui ha bisogno il monaco è quella del cuore: l’isolamento esteriore è ordinato a conseguire l’unità interiore. Il tema della custodia del cuore diverrà centrale in tutta la letteratura monastica.
Né la Vita né i Detti ci danno una dottrina sul celibato. Questo silenzio sul celibato è un tratto comune a tutta l’antica letteratura monastica. Il celibato è vissuto dagli antichi monaci come parte integrante di una situazione esistenziale caratterizzata innanzitutto dalla solitudine. L’anacoresi è concepita come un celibato radicale, che tendeva in alcuni casi a sciogliere gli stessi vincoli sociali, e a evitare il rapporto umano in quanto tale. La solitudine – celibato radicale porta ad una interpretazione della vita cristiana in chiave di pura ascesi, in cui solo la Bibbia resta come guida.
La solitudine di Antonio però non è fuga dagli uomini, non è isolamento, né sterile ripiegamento sulla propria persona. Nel deserto, il santo eremita è passato attraverso la prova, ha cercato il volto di Dio e ha ricevuto il dono della paternità spirituale. Il suo biografo Atanasio ha cura di far emergere nella vita del suo eroe un certo aspetto ecclesiale della spiritualità del monaco. Antonio, dopo aver trascorso vent’anni in solitudine, “venne fuori come da un santuario, iniziato nei misteri e divinamente colmato dallo spirito divino”[10]. Subito dopo, il suo biografo lo mostra consolando, riconciliando e insegnando. Antonio ha raggiunto il dono della paternità spirituale e accetta quindi dei discepoli. Assediato dalle folle che gli chiedono consigli, ammaestramenti, guarigioni, sarà costretto ad inoltrarsi nel deserto per difendere uno spazio di solitudine e di intimità con Dio, ma quando sarà necessario, scenderà ad Alessandria, scriverà agli imperatori per difendere Atanasio, riceverà i filosofi pagani. L’ascesi di Antonio non è sterile per la Chiesa e per il mondo.
La lotta contro il diavolo. Nell’Antico Testamento la concezione del deserto è ambivalente; esso è il luogo in cui appare con più forza la simultaneità tra grazia e tentazione. C’è una concezione idealista o mistica del deserto, come luogo in cui Dio stabilisce l’Alleanza col suo popolo. Ma c’è anche una concezione pessimista, comune a tutti i popoli dell’antico Prossimo Oriente, secondo cui il deserto è sterile, maledetto, in opposizione alla terra abitata e coltivata.
Nei primi secoli della nostra era, la mistica ellenistica ha nutrito una specie di aspirazione romantica alla solitudine del deserto. Esso è visto come il luogo ideale scelto dal saggio per meditare, lontano dalla folla, dalla corruzione e dal rumore delle città. A partire del IV secolo questo tema lo si trova nella letteratura monastica. Uno dei principali fautori di questa concezione “romantica” del deserto e san Girolamo.
In Egitto, dove Antonio ha vissuto la sua esperienza eremitica, la concezione del deserto rivestiva un carattere religioso e mitico ed era in rapporto con la configurazione geografica del paese: la terra irrigata dal Nilo era il dominio del dio della vita che si opponeva al dio ostile e malefico del deserto, della terra sterile. Il deserto era non solo la terra sterile, ma anche la regione delle tombe, il dominio della morte. Questo è il deserto della Vita Antonii, il luogo per eccellenza dove dimorano i demoni. L’ascesi del deserto è vista quindi come lotta contro i demoni, ma nella prospettiva cristiana della Redenzione: con l’estendersi del cristianesimo, i demoni non hanno più città né luoghi abitati dove insediarsi; fuggono quindi nel deserto, dove sono affrontati dai monaci[11]. Come Cristo, il monaco va al deserto per sconfiggere il diavolo. Il monaco è un autentico “atleta di Cristo”. Le ripetute fughe di Antonio verso una più perfetta solitudine sono accompagnate da continue ed estenuanti lotte col diavolo. Al termine di queste lotte, il santo eremita incontra Dio che gli parla al cuore e lo trasfigura con la potenza della Sua grazia.
Matias Augé
[1] Atanasio, Vita Antonii 55,4.
[2] Detti 3.
[3] Atanasio, Vita Antonii 89,6.
[4] Cf. Atanasio, Vita Antonii 9,3; 39,6; 44,2; ecc.
[5] Atanasio, Vita Antonii 3,7.
[6] Atanasio, Vita Antonii 26,4.
[7] Detti 17.
[8] Cf. Detti 17.
[9] Detti 11.
[10] Atanasio, Vita Antonii 14,2.
[11] Cf. Atanasio, Vita Antonii 41.
La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende
presente all’uomo

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più
utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)
La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)
PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:
“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.
E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"
Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.
Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti. Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.
Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.
La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!
L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.
Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.
Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.
Rivista Liturgica n. 6 (2011)
"Ars celebrandi"
R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito
L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile
F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia
+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione
A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II
M. Augé, Quale solennità?
G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche
F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia
C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo
Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam
P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva
A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico
S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”