Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
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4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

5. Controbatti le opinioni degli altri con argomenti.

6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

10. Chi non indica la email non ha diritto di prendere la parola.

Monday 1 september 2014 1 01 /09 /Set /2014 05:00

SETTEMBRE (MR 1962)                                       SETTEMBRE (MR 2002)

1. S. Aegidii Abbatis                                                  

1. Ss. duodecim Fratrum Martyrum

2. S. Stephani Regis, Conf.

3. Pii X Papae et Conf.                                                3. S. Gregorii Magni, papae et Ecclesiae   doctoris

5. S. Laurentii Iustiniani Ep. et Conf.

8. In Nativitate Beatae Mariae Virginis                      8. In Nativitate Beatae Mariae Virginis

8. S. Hadriani Mart.

9. S. Gorgonii Mart.                                                    9. S. Petri Claver, presbyteri

10. S. Nicolai de Tolentino

11. Ss. Proti et Hyacinthi Martyrum

12. Ssmi Nominis Mariae                                            12. Sanctissimi Nominis Mariae

13.                                                                                13. S. Ioannis Chrysostomi, episcopi et Ecclesiae doctoris

14. In Exaltatione S. Crucis                                         14. In Exaaltatione Samctae Crucis

15. Septem Dolorum Beatae Mariae Virginis              15. Beatae Mariae Virginis Perdolentis

15. S. Nicomedis Mart.

16. Ss. Cornelii Papae et Cypriani Ep., Mm.                16. Ss. Cornelii, papae, et Cypriani, episcopi, martyrum

16. Ss. Euphemiae Virg., Luciae et Geminiani Mm.       

17. Impressionis Ss. Stigmatum S. Francisci Conf.       17. S. Roberti Bellarmino, episcopi et Ecclesiae doctoris

18. S. Iosephi de Cupertino Conf.

19. Ss. Ianuarii Ep. et Sociorum Martyrum                  19. S. Ianuarii, episcopi et martyris

20. Ss. Eustachii et Sociorum Mm.                               20. Ss. Andreae Kim Tae-gŏn, presbyteri, et Pauli Chŏng Ha-sang, et sociorum, martyrum    

21. S. Matthaei Ap. et Ev.                                              21. S. Matthaei, apostoli et evangelistae

22. S. Thomae de Villanova Ep. et Conf.

22. Ss. Mauritii et Sociorum Martyrum

23. S. Lini Papae et Mart.                                              23. S. Pii de Pietrelcina, presbyteri

23. S. Theclae Virg. et Mart.

24. Beatae Mariae Virginis a Mercede

26. Ss. Cypriani et Iustinae Virg., Martyrum               26. Ss. Cosmae et Damiani, martyrum

27. Ss. Cosmae et Damiani Martyrum                         27. S. Vincentii de Paul, presbyteri

28. S. Wenceslai Ducis, Mart.                                      28. S. Venceslai, martyris

                                                                                      28. Ss. Laurentii Ruiz et sociorum, mart.

29. In Dedicatione S. Michaëlis Archangeli                  29. Ss. Michaelis, Gabrielis et Raphaelis, arcangelorum

30. S. Hieronymi Presb., Conf. et Eccl. Doct.               30. S. Hieronymi presbyteri et Ecclesiae doctoris

 

Alcune osservazioni:

10 celebrazioni rimangono nello stesso giorno del mese nei due Messali: Natività di Maria, Santissimo Nome di Maria, Esaltazione della Santa Croce, Beata Vergine Addolorata, Santi Cornelio e Cipriano, s. Gennaro, s. Matteo apostolo, s. Venceslao, s. Girolamo. Inoltre, s. Michele arcangelo è celebrato nello stesso giorno nei due Messale, ma nel MR 2002 è celebrato insieme agli Arcangeli Gabriele (che nel MR 1962 è ricordato il 24 marzo) e Raffaele (che nel MR 1962 è ricordato il 24 ottobre). Si noti, poi, che nel MR 2002 si parla del dolore di Maria in senso globale  (Madonna “Addolorata”) e non dei “Sette dolori” della Madonna.

1 celebrazione rimane nello stesso mese, ma in un giorno diverso nei due Messali: la memoria facoltativa dei ss. Cosma e Damiano nel MR 2002 è stata anticipata di un giorno rispetto alla data del 27 settembre (occupata da una memoria obbligatoria), data già attestata negli antichi Sacramentari romani.

4 celebrazioni che il MR 2002 propone nel mese di settembre, si trovano in altri mesi nel MR 1962: s. Gregorio Magno (12 marzo), s. Giovanni Crisostomo (27 gennaio), s. Roberto Belarmino (13 maggio), s. Vincenzo de’ Paoli (19 luglio). S. Gregorio Magno è stato spostato per evitare di celebrarlo in quaresima. Le altre tre celebrazioni sono state assegnate al giorno della morte o “dies natalis” dei santi.

2 celebrazioni che il MR 1962 propone nel mese di settembre, le troviamo in altri mesi nel MR 2002: s. Stefano di Ungheria (16 agosto, il giorno seguente al “dies natalis” del santo); s. Pio X (21 agosto, “dies natalis” del santo)

4 celebrazioni esclusive del MR 2002 sono in settembre: s. Pietro Claver; Ss. Andrea Kim Tae-gŏn, Paolo Chŏng Ha-sang, e compagni; s. Pio da Pietrelcina; s. Lorenzo Ruiz e compagni. Eccetto s. Pietro Claver, gli altri santi sono stati canonizzati dopo la pubblicazione del MR 1962.

18 celebrazioni presenti a settembre nel MR 1962 sono scomparse dal MR 2002. In questo modo, la presenza massiccia del Santorale che caratterizza il MR 1962 è allentata. Le celebrazioni soppresse possono trovare sempre posto nei Calendari particolari.

 

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Saturday 30 august 2014 6 30 /08 /Ago /2014 05:00

Crocifisso stilizzato

Ha sete di te, Signore, l’anima mia

 

Ger 20,7-9; Sal 62 (63); Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

Il Sal 62 è un testo molto amato dalla tradizione mistica nonché molto usato dalla Liturgia delle Ore per la sete e fame di Dio che lo pervade. Infatti un desiderio e una sete ardente di Dio sospinge il salmista alla ricerca del suo Signore, come la terra riarsa cerca l’acqua. Per quanto stoltamente ci possiamo anche allontanare da Dio, nel nostro cuore resta sempre una profonda nostalgia che ci trascina verso di lui. Perché, come ci ricorda l’orazione colletta della Messa d’oggi, Dio è il bene supremo, “l’unica fonte di ogni dono perfetto”. Ritroviamo nel salmo responsoriale l’itinerario spirituale dell’autentica preghiera che è ricerca e aspirazione a Dio. Questo testo è senza dubbio una delle più belle espressioni della pietà personale.

 

Le letture bibliche della presente domenica ci orientano verso l’accettazione del misterioso cammino della croce che hanno percorso i profeti e, in particolare, Cristo stesso. Il profeta Geremia, scelto portavoce di Dio pur non essendosi affatto proposto, diventa motivo di obbrobrio per i suoi a causa della parola di Dio che egli, sedotto dal suo Signore, proclama con libertà (prima lettura). Geremia, a causa della sua obbedienza alla volontà divina, è una commovente figura del Cristo, il Servo di Dio. Anche Gesù è stato fatto oggetto di malevoli sarcasmi e di dure contestazioni, ma è rimasto fedele alla sua missione “facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Nel brano evangelico d’oggi, Gesù annuncia la sua passione che avrà luogo a Gerusalemme, e invita i discepoli a seguirlo e a prendere ciascuno la propria croce. Pietro, che si rifiuta di accettare un Cristo sofferente, denota l’incapacità dell’uomo a pensare secondo Dio. Prigioniero della logica umana, egli tenta di impedire che Gesù si conformi alla logica divina. Infatti, la logica di Dio è completamente diversa da quella dell’uomo. Ne è consapevole san Paolo quando nella seconda lettura ammonisce: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio”.

 

Le parole di Gesù ai suoi discepoli sono esigenti: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Come spiegare il paradosso della via della croce proposta da Gesù a tutti coloro che lo vogliano seguire? Dio ha scelto di salvare gli uomini non con la ostentazione della sua potenza, ma con la rivelazione del suo amore fedele, condividendo cioè da vicino la miseria dell’uomo. La via della croce percorsa da Gesù è la via dell’amore, del dono totale di sé. Quindi ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli, a tutti noi, non è una vita segnata dalla sofferenza, ma trasformata dall’amore, una vita offerta senza condizioni al Signore. Non si tratta di mortificare la vita, ma di arricchirla in modo che, rimanendo vita pienamente umana, sia guidata dalla luce della fede che è soprattutto accettazione del mistero, comunione con l’invisibile, ricerca del progetto di Dio. Possiamo affermare che le parole di san Paolo proposte oggi dalla liturgia sintetizzano bene questo atteggiamento: “vi esorto… a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”. Il corpo e le membra per Paolo sono l’intero essere umano nella sua dimensione storica, personale e relazionale. Egli parla quindi della donazione totale del credente, della sua persona con tutta la sua corporeità. E’ nella realtà concreta di ogni giorno e nei fatti quotidiani che si realizza questo dono di sé. E in questo modo, la nostra vita, modellandosi sull’esistenza di Gesù, diventa un vero culto gradito al Padre. Se vi è scollamento fra la condotta della vita quotidiana e il culto, la pratica religiosa scade nel formalismo e la morale si riduce a moralismo.  

Di Romanus
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Friday 29 august 2014 5 29 /08 /Ago /2014 05:00

 

E' appena uscito il libro L. Girardi (ed.), La mistagogia. Attualità di una antica risorsa, Roma, CLV, 2014. Dell’articolo di Andrea Grillo (237-258) pubblichiamo qui le prime 3 pagine.


Mistagogia e prospettiva teologica
Recezione della “provocazione mistagogica” e ripensamento iniziatico della “prima comunione”. 


Una valutazione delle “prospettive teologiche” della mistagogia è ancora lontana dall’essere stata adeguatamente considerata e compiutamente articolata. Questo si deve precisamente alla novità che questo termine ha portato nella esperienza ecclesiale dell’ultimo secolo, che ha generato, gradualmente, un profondo ripensamento della teoria e della prassi dei sacramenti, che esamineremo nella prima parte del nostro studio (§.1), cui faremo seguire una seconda parte, in cui metteremo alla prova l’”approccio mistagogico” intorno al problema del ripensamento della “prima comunione”, con tutte le sue ampie conseguenze di carattere pastorale, ecclesiologico e spirituale (§.2), per concludere infine con una significativa relazione tra “mistagogia” e “preghiera” nella esperienza del cristiano in via di iniziazione (§.3).


1. La mistagogia e la crisi della “teologia classica” dei sacramenti


Proviamo a proporre una prima lettura della “mistagogia”, costruendo il ragionamento anzitutto su alcune importanti “polarità aporetiche”, ossia su alternative che, senza escludersi, manifestano possibilità di “soluzioni fittizie”: il recupero della sensibilità non contro, ma a vantaggio di una “ratio” sacramentale più profonda (§.1.1); la coscienza di un mutamento del linguaggio, ma non solo strumentale-espressivo, bensì anzitutto esperienziale (§.1.2); la irruzione di una coscienza storica in liturgia, ma senza lasciar cadere la necessaria “coscienza iniziatica” (§.1.3). In tal modo potremo riconsiderare più complessivamente la questione della mistagogia come “caso tipico” di una rinnovata cura per la “contingenza della grazia” (§.1.4).


1.1. La mistagogia: sensibilità rituale e  concetto teologico


Mistagogia indica senza dubbio i limiti strutturali di un approccio sistematico impostato sul primato dell’intelletto. L’approccio all’atto simbolico-rituale non sopporta più – né dal punto di vista teorico, né dal punto di vista pratico – una “riduzione intellettualistica” della esperienza. L’intera storia del Movimento Liturgico, prima, e della teologia liturgica, poi, attesta una tale dinamica di superamento del primato intellettualistico in teologia. Cionondimeno, l’esperienza simbolico-rituale ha bisogno – costitutivamente – di una coscienza sistematica, che non può essere sostituita da conoscenze storiche o da metodi teoretici mutuati da un passato più o meno lontano. Il concetto di mistagogia, in altri termini, ha avuto, come effetto inevitabile, una forte contestazione della “teologia sistematica”. E questo, voglio ripeterlo, è stato un passaggio inevitabile e anche assai fruttuoso. Ma occorre oggi essere avvertiti su un rischio, che può arrivare anche a mettere a repentaglio ciò che di buono è stato acquisito attraverso questa contestazione: se il recupero del carattere “mistagogico” e “iniziatico” dei sacramenti non riesce a darsi una “ratio” sistematica – che assuma un concetto più ampio e più articolato di ragione  – corre il pericolo di essere un guadagno effimero, che non mette radici, che secca e che il vento della storia travolge in meno di una generazione. Se oggi lavoriamo sulla “mistagogia” solo in ambito “pratico”, trascurandone la teoria, finiremo per duplicare i piani anche noi, per offrire una comprensione “essenziale” del sacramento, cui affiancheremo, inutilmente, una “pratica mistagogica” senza alcuna caratteristica di “fons”. La “conoscenza simbolica”, come affermava Romano Guardini , non è qualcosa che si aggiunge alla teologia, ma è l’organo del sapere teologico-liturgico.

1.2.  Il grande cantiere conciliare:  il rinnovamento del linguaggio ecclesiale e la svolta linguistica

Mistagogia, proprio a motivo di quanto abbiamo appena riconosciuto, è un termine che costringe tutti (pastori, teologi, soggetti pastorali) a un profondo rinnovamento del linguaggio ecclesiale. La grande tradizione mistagogica rappresenta certo un modo di concepire e di riflettere, ma è, anzitutto, un modo di parlare. Il linguaggio “metaforico” e “analogico” , che mutua dalla tradizione biblica e culturale le proprie “figure di parola e di pensiero”, comporta una diversa esperienza della rivelazione/fede. Cionondimeno questo rinnovamento del linguaggio è una “logica diversa” che irrompe. Una “orationis ratio” diversa dalla “ratio” che si è imposta dalla scolastica in poi, anche se mai del tutto e ovunque. Il linguaggio che muta non è semplice “rinnovamento della espressione pastorale, omiletica o catechetica”, ma nuova esperienza della verità e del mistero. Questa grande novità, che ci permette oggi di considerare e di apprezzare il Concilio Vaticano II come “evento linguistico” , riposa sulla consapevolezza che il linguaggio non è semplicemente uno “strumento del pensiero”. Nessuna mistagogia sarà mai possibile se non avremo maturato questa nuova consapevolezza, che di fatto contraddice quegli stili ecclesiali che affidano solo al concetto il ruolo di “iniziazione”. Solo accettando che la “iniziazione alla fede” proceda non solo dalla “sapienza dei concetti”, ma anche dalla “sapienza delle azioni, delle narrazioni, delle musiche, degli spazi, dei tempi, dei contatti e dei profumi...” potremo far spazio ad una “urgenza mistagogica” e “iniziatica” al fondamento della esperienza della rivelazione e della fede.

1.3. Una mediazione della “storia della salvezza” e la “iniziazione al tempo”

Mistagogia, in terzo luogo, è un modo sorprendente, ma del tutto coerente, di far entrare la “storia” all’interno del concetto di Rivelazione. Da un lato, infatti, la teologia del ‘900 ha recepito potentemente la irruzione della “storia della salvezza” come concetto per un approccio più ricco alla Rivelazione. Cionondimeno, con la mistagogia il “tempo” diventa non semplicemente una modalità del rivelarsi stesso di Dio, ma la forma dell’apertura di fede dell’uomo dinanzi al revelatum. La mistagogia pretende una teologia, una catechesi, una pastorale che conoscano e gustino il valore temporale della iniziazione. Ogni iniziazione ha bisogno di tempo, per assimilare linguaggi, forme, modalità, abiti, costumi. In altri termini, la “storia della salvezza” non è, anzitutto, una nozione, un concetto o una proposizione, ma piuttosto un evento. Per questo ci viene comunicata in forma più complessa di una serie di “verità su Dio, mondo e uomo”.  L’importanza della riflessione ecclesiale sulla “mistagogia” sta proprio in questo punto di equilibrio, delicatissimo, tra i contenuti della storia della salvezza e le forme storico-temporali capaci di mediarli. E la riscoperta della “rituum forma”, non a caso, è stata una delle grandi novità del XX secolo , non tanto come “oggetto” teologico, ma come “forma che consente la risposta di fede alla rivelazione”.

1.4. Il recupero della “contingenza della grazia”: tatto liturgico e significato teologico “in periferia”

Quanto ho detto fino a qui ci permette di valutare il “fenomeno mistagogia” da un punto di vista piuttosto interessante. Un dato acquisito da questo nostro Convegno è stato, precisamente, il risalto attribuito alla differenza tra le forme di “omelia mistagogica” del IV e V secolo rispetto alla ripresa della nozione che abbiamo registrato con sorpresa nell’ultimo secolo. Da un lato, abbiamo guardato a quel modello con nuovo interesse e con crescenti aspettative; ma dall’altro abbiamo dovuto anche ammettere che tra noi e quella antica esperienza concettuale - tra noi e quella forma di linguaggio e di temporalità, tra noi e quell’epoca del lavoro teologico - si estende un lungo periodo, nel quale è stata lungamente elaborata una diversa comprensione e una diversa esperienza dei sacramenti e della liturgia. In altri termini, per molti secoli, nel lavoro teologico “de sacramentis” ci siamo concentrati  sul sacramento come significato e come effetto . Una tale “riduzione” ha avuto un esito deflagrante su ogni possibilità mistagogica della Chiesa: ha causato la essenzializzazione dei significati e degli effetti, l’irrigidimento dei linguaggi e la minimalizzazione dei tempi e degli spazi. Potremmo dire che questo fenomeno, assunto sempre più al centro della teoria e della pratica ecclesiale, ha determinato una progressiva perdita di quella “cura del contingente” che è decisiva per ogni pratica mistagogica, che è fatta anzitutto di tatto, di sensibilità, di spazi e tempi adeguati. Proprio su questa determinazione “tattile” della liturgia e della mistagogia mi soffermerò nella parte finale del mio percorso. Per ora voglio solo sottolineare che quando diciamo “mistagogia” mettiamo in gioco non soltanto una caratteristica della “catechesi” o della “omiletica”, ma il complessivo assetto del sapere teologico nella tradizione occidentale.
Se quindi la grande tradizione mistagogica è nata dalle riflessioni pastorali e teologiche sui grandi sacramenti della iniziazione cristiana (anzitutto su battesimo e eucaristia), oggi sono proprio questi sacramenti ad essere “spiazzati” rispetto al luogo mistagogico, essendo ancora preda di letture e di pratiche minimalistiche ed essenzialistiche. Per così dire: abbiamo iniziato duemila anni fa una pratica mistagogica dal battesimo e dalla eucaristia. Oggi proprio su questi versanti sacramentali troviamo ad ostacolarci un sapere teologico e una pratica ecclesiale poco sensibile allo “spazio-tempo della iniziazione”.
Forse oggi le “figure” e le “forme” più promettenti, per un recupero della mistagogia, sono quelle più “decentrate” rispetto alla logica strettamente sacramentale. La mistagogia è nata con il battesimo e con l’eucaristia, ma oggi può rinascere solo “dalle periferie del sacramento”. Voglio dire, in altri termini, che oggi è più facile recuperare il senso “mistagogico” del mistero attraverso la “liturgia delle ore”, attraverso l’anno liturgico, oppure attraverso una liturgia della parola o una liturgia penitenziale. Queste pratiche rituali, che la tradizione non ha considerato sacramenti, sfuggono meglio alla cattura delle logiche minimalistiche ed essenzialistiche, anche se non ne sono affatto del tutto immuni .
In questo modo sarebbe possibile, passando attraverso queste “esperienze minori”, il recupero anzitutto delle logiche elementari della mistagogia, come capacità di “incontro/raduno”, di penitenza, di ascolto, di offerta, di memoria, di rendimento di grazie, di lode, di benedizione, di comunione, di congedo e di missione. Ognuno di questi passaggi non è solo “contenuto”, ma anzitutto atteggiamento, stile, sensibilità e forma di vita.  Su questa tensione, che la riscoperta della mistagogia ha contribuito a portare all’attenzione ecclesiale, dobbiamo ora soffermarci nel contesto della “iniziazione alla prima comunione”...

(per il seguito, rimando al volume citato all'inizio)

Fonte: Blog di Andrea Grillo (28.08.2014)

Di Romanus - Pubblicato in : Iniziazione cristiana - Community : Riscopriamo la liturgia
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Thursday 28 august 2014 4 28 /08 /Ago /2014 05:00

Agostino.pngAgostino nacque a Tagaste nel 354 e morì ad Ippona il 28 agosto 430. I due Messali, quello del 1962 e quello del 2002, ne fanno memoria nel “dies natalis” del santo. A 19 anni, Agostino abbracciò il Manicheismo, di cui, insieme al suo amico Onorato, divenne uno dei massimi esponenti. Essendo torturato dal problema dell’origine del male, nell’attesa di risolverlo, diede credito all’esistenza di un conflitto tra due principi. Nel 375, lesse l’Hortensius di Cicerone, libro che contiene una vibrante esortazione alla ricerca della Sapienza. Nelle Confessioni, scritte 25 anni dopo, dirà che questa lettura cambiò la sua vita. A Milano, colpito dalla grazia, si convertì e fu battezzato da sant’Ambrogio. Ritornato in patria, condivise la vita monastica con un’intensa attività pastorale come vescovo d’Ippona e come scrittore.

Colletta del MR 1962:

Adesto supplicationibus nostris, omnipotens Deus: et, quibus fiduciam sperandae pietatis indulges, intercedente beato Augustino Confessore tuo atque Pontifice, consuetae misericordiae tribue benigus effectum.

Colletta del MR 2002:

Innova, quaesumus, Domine, in Ecclesia tua spiritum, quo beatum Augustinum episcopum imbuisti, ut, eodem nos repleti, te solum verae fontem sapientiae sitiamus, et superni amoris quaeramus auctorem.

“Suscita sempre nella tua Chiesa, Signore, lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino, perché anche noi, assetati della vera sapienza, non ci stanchiamo di cercare te, fonte viva dell’eterno amore”

La supplica “quibus fiduciam sperandae pietatis indulges […] consuetae misericordiae tribue benignus effectum” del MR 1962 si trova nelle fonti liturgiche romane, a partire dal Sacramentario Gregoriano, riferita anche ad altri santi. La nuova colletta del MR 2002 è costruita sul tema agostiniano della ricerca della sapienza. L’amore per la sapienza, destatosi nell’animo di Agostino ventenne con la lettura dell’Hortensius di Cicerone , è il filo conduttore del suo lungo vagare lontano da Dio e del suo ritorno a Dio, anzi la ragione di tutta la sua vita. Agostino ha scritto sull’amore della sapienza pagine piene di commozione e di poesia; la sapienza racchiude tutti i beni cui l’anima avidamente aspira: la libertà, la bellezza, la beatitudine, l’immortalità.

 

Di Romanus - Pubblicato in : Anno liturgico - Community : Riscopriamo la liturgia
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Monday 25 august 2014 1 25 /08 /Ago /2014 06:00

Emozioni.png

di ANTONELLA MENEGHETTI

La liturgia ha l’ardire di proporsi come il luogo del rapporto costitutivo della pienezza dell’umano e del cristiano, di garantire il cammino verso tale meta e di farlo in quanto azione della Chiesa. La liturgia è in grado di coinvolgere l’intera persona dei celebranti nella loro percezione, nella loro consapevolezza, nel loro agire e nella loro ricchezza emotiva. Compie questa operazione con le sfumature della sensibilità culturale in cui si incarna e mette in azione la sua esperienza del mistero nelle strutture rituali che la tradizione le consegna.

 

 Tra i linguaggi della fede che la tradizione pratica da sempre quello liturgico è spazio singolare, distinto da tutti gli altri. Pur essendo una fonte di comunicazione della fede, non tende primariamente a far approfondire l’atto di fede, a far riflettere, a insegnare qualcosa su Dio, ma a farlo incontrare, a porre in relazione con lui, creando tutte le condizioni perché ciò avvenga. Lo scopo ultimo di questa forma di comunicazione della fede comprende la relazione con Qualcuno di conosciuto, desiderato, amato. Tende, quindi, attraverso un complesso sistema simbolico, a creare ambiti di esperienza allo scopo ultimo di attrarre verso l’incontro coinvolgente e impegnativo con il mistero di Cristo. Questo incontro ripetuto e gratuito mira a forgiare nei partecipanti degli atteggiamenti che trasformano, formano l’immagine di Cristo, secondo la sua piena maturità. Tende a condurre verso la pienezza della vita nello Spirito. Un processo, questo, mai perfettamente concluso, eppure gradualmente capace di condurre verso la libertà.

 

 L’attenzione particolare che la recente ricerca in campo liturgico dà alla totalità della persona coinvolta nell’incontro con il mistero attesta l’importanza di questa via e la risposta equilibrata a una sfida tipicamente moderna che riguarda l’esaltazione del corpo, della sensibilità, dell’emozione in contesto di crisi della ragione e della soggettività. La via somatica, la via estetica legata alla sensibilità è, infatti, quella che caratterizza maggiormente la forma di trasmissione della fede che chiamiamo liturgia.

 

 Essa è forse quella più capace di permettere al soggetto un vero cambiamento. Ha quindi una caratteristica tipicamente educativa. Il rito, pur invocando un rapporto stretto con la quotidianità (liturgia-vita) necessita di una differenziazione da essa, una interruzione, l’apertura di un varco oltre il previsto, oltre il saputo, il dovuto, il già detto, il feriale, muovendosi nello spazio e nel tempo con regole proprie. La rottura dell’identico, dell’uguale, stacca il soggetto da un’esperienza quotidiana e gli apre uno squarcio che dà ragione dell’insoddisfazione percepita e crea le condizioni di attesa, indispensabili ad accogliere la rivelazione del mistero.

 

 L’emozione appartiene alle condizioni che dispongono all’accoglienza della grazia sacramentale. Non basta che nella celebra zione siano garantiti gli elementi essenziali minimali perché il sacramento si compia, ma occorre comprendere questo luogo d’incontro come l’ambiente in cui il soggetto è affettivamente coinvolto nell’azione, non costretto, dove la sua libertà si apre e matura nel dono di una relazione riconosciuta e accolta. Poiché risponde a un ordo, ossia a un programma prestabilito, il rito non è in balìa delle variazioni umorali dei singoli. Al contrario, protegge ed educa l’emotività del celebrante perché lo aiuta a decentrarsi e farsi disponibile a ciò che lo precede e che gli viene attestato (e a collocarsi) in una posizione che è definita dall’iniziativa di Dio e dal nostro corrispondere a essa. Dentro questo quadro l’emotività e i sentimenti vengono non solo suscitati, ma anche educati e orientati in modo che non scadano in forme di autocelebrazione.

 

 Il rito, se è partecipato dal di dentro, non osservato come da spettatore giudicante, coinvolge con forza persuasiva, con energia trasformante, diventa quindi “efficace”. Esso è terribilmente performativo se lo si lascia agire; trasforma, educa, modifica abiti e decisioni, matura. Negargli quest’efficacia è non riconoscergli il valore straordinario della sua sacralità, è indebolire e vanificare la fede dei credenti che lo vivono; è quindi renderlo assurdo, ridicolo, fatto di gesti buffi e banali. Così infatti è visto da chi assiste e non partecipa. La vera trasformazione avviene dentro a un programma rituale. In questa esecuzione ripetitiva e comunitaria (che implica il legame con il mistero nell’evento ricordato), la realtà del soggetto, la sua esperienza religiosa è provocata a modificarsi, a trasformarsi. Proprio questa esecuzione rituale lo provoca (lo attrae verso) a  un coinvolgimento performativo totale e, quindi, anche emotivo. Questa adesione emotiva è apertura indispensabile al bisogno di senso, altrimenti il rito è addestramento o imposizione.

 

©L'Osservatore Romano 24 agosto 2014

 

 

Di Romanus - Pubblicato in : Spiritualità liturgica - Community : Riscopriamo la liturgia
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Monday 25 august 2014 1 25 /08 /Ago /2014 05:00

Giuseppe-Calasanzio.png

Giuseppe Calasanzio nacque a Peralta de la Sal, Aragona settentrionale, nell’anno 1557, ed è morto a Roma il 25 agosto 1648. Dopo un tentativo di vita eremitica, si recò a Roma per certe pratiche con la Santa Sede. Colpito dall’ignoranza e abbandono, in cui vivevano i ragazzi di Trastevere, fondò nella parrocchia di santa Dorotea la prima scuola gratuita. Non tardò a incontrare collaboratori e fondò la Congregazione dei Chierici Regolari delle Scuole Pie. In seguito, dopo diverse vicende, la Congregazione si trasformò in Ordine dei Chierici Regolari dei Poveri della Madre di Dio e delle Scuole Pie. Il MR 1962 venera il santo educatore il 27 agosto, il MR 2002 ne fa memoria nel suo “dies natalis”.

Colletta del MR 1962:

Deus, qui per sanctum Iosephum Confessorem tuum, ad erudiendam spiritu intelligentiae ac pietatis iuventutem, novum Ecclesiae tuae subsidium providere dignatus es: praesta, quaesumus; nos eius exemplo et intercessione, ita facere et docere, ut praemia consequamur aeterna.

Colletta del MR 2002:

Deus, qui beatum Iosephum presbyterum tanta caritate et patientia decorasti, ut pueris erudiendis omnique virtute exornandis constanter incumberet, concede, quaesumus, ut, quem sapientiae praeceptorem colimus, veritatis cooperatorem iugiter imitemur.

“O Dio, che hai dato al tuo sacerdote san Giuseppe Calasanzio doni straordinari di carità e di pazienza per consacrare la sua vita all’insegnamento e all’educazione dei giovani, concedi a noi, che lo veneriamo maestro di sapienza, di essere come lui cooperatori della tua verità”.

La nuova colletta del MR 2002 è costruita con parole tratte dalle pagine degli “Scritti” di san Giuseppe Calasanzio sull’educazione dei fanciulli, riportate dall’Ufficio delle letture. Infatti il santo dice che “la missione educatrice richiede molta carità, pazienza a tutta prova”, e più avanti afferma che l’educatore si sente, tra l’altro, scelto da Dio “come cooperatore della verità”. Carità e pazienza le dimostrò il santo in modo particolare anche di fronte alle invidie e calunnie quando finì per essere destituito dal suo incarico  di superiore generale del suo Ordine.

 

 

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Saturday 23 august 2014 6 23 /08 /Ago /2014 05:00

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Signore, il tuo amore è per sempre

  

Is 22,19-23; Sal 137 (138); Rm 11,33-36; Mt 16,13-20  

  

 

L’autore del Sal 137 rende grazie a Dio al cospetto dei suoi angeli (evocati con la locuzione arcaica degli “dei”) e prostrato verso l’aula sacra del tempio, per la benevolenza e fedeltà dimostrata nel concedergli l’aiuto da lui invocato. La preghiera termina con un’espressione di fiducia e con il desiderio che il Signore non abbandoni colui che ha salvato, ma porti a compimento ciò che per lui ha benevolmente iniziato: l’amore del Signore è per sempre. Con grande umiltà e fiducia riprendiamo il Sal 137, che riecheggia il Magnificat di Maria, e innalziamo a Dio la nostra preghiera. La fede ci insegna che Dio non crea l’uomo per abbandonarlo ai bordi di una strada, ma lo segue sempre con amore paterno e premuroso, portando avanti l’iniziativa di salvezza nei suoi confronti, così come fa capire san Paolo nel brano della lettera ai Romani, proposto come. seconda lettura.

 

 

Nella prima lettura si parla di un tale Sebna, alto funzionario di corte, uomo disonesto e megalomane. Per mezzo del profeta Isaia viene esautorato da Dio e il suo posto dato ad un umile servo di nome Eliakìm, a cui viene consegnata come simbolo di autorità “la chiave della casa di Davide” e affidato il compito di essere un “padre per gli abitanti di Gerusalemme”. Questo episodio insegna che il potere è dato non per il prestigio e il tornaconto personali, ma per l’utilità comune e il servizio del popolo di Dio. Non c’è dubbio che questo brano di Isaia è stato scelto dalla liturgia odierna a motivo dell’immagine delle “chiavi”, segno di potere, per la chiara corrispondenza con le parole di Gesù a san Pietro riportate dalla lettura evangelica odierna. Gesù si rivolge a san Pietro con queste parole: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa... A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Queste parole Gesù le pronuncia dopo la professione di fede dell’Apostolo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. In forza dell’accoglienza del dono di Dio, sulla base di questa fede, Pietro è costituito fondamento, roccia della Chiesa di Gesù. Ma insieme a lui tutti i cristiani siamo “impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1Pt 2,5; cf. colletta alternativa).  

 

 

Riprendiamo il simbolismo delle chiavi, presente anche nella prima lettura. Chi possiede la chiave di una casa o di una città ne ha la custodia e la responsabilità. Nel caso di Pietro, si tratta di poteri amministrativi e di governo sul piano spirituale. Il dono fatto al principe degli apostoli è in definitiva un dono fatto a vantaggio di ogni battezzato. La Chiesa è di Cristo (Gesù dice infatti: “edificherò la mia Chiesa”). In essa ci sono uomini e donne di poca fede che hanno sempre bisogno del perdono, dell’amore e della verità per crescere verso il Regno. Il legare e lo sciogliere della Chiesa ci rimanda in definitiva a prendere coscienza che il vero e unico “fedele” di cui ci possiamo fidare è proprio Dio, manifestato nel Figlio Gesù Cristo, e che continua ad agire nel tempo per mezzo dell’umanità di Pietro e dei suoi successori. Nella logica del brano evangelico e nel contesto della prima lettura oggi proposta, il potere conferito a Pietro non è quindi un potere di dominio, ma una investitura con cui Pietro è destinato al servizio dell’uomo in cammino verso il Regno, ad essere un “padre” per i figli di Dio. Il Signore nella sua sapienza imperscrutabile, di cui parla la seconda lettura, non ci abbandona mai. La comunità cristiana non è lasciata sola, ma è sempre vivificata dalla presenza del Cristo risorto. Egli continua ad essere presente in mezzo a noi attraverso molti modi tra cui il servizio di Pietro e dei suoi successori.  

 

 

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Wednesday 20 august 2014 3 20 /08 /Ago /2014 05:00

Associazione Professori e Cultori di Liturgica

XLII Settimana di studio: “Liturgia e emozione”

Bocca di Magra 25-29 agosto 2014

Il tema delle emozioni in liturgia suscita reazioni ambivalenti, a volte anche contraddittorie: affascina e preoccupa ad un tempo. Una bella liturgia, certo, ci commuove; una celebrazione annoiante, invece, sembra contraddire la sua natura. Temiamo però che, dando troppo spazio alle emozioni, la liturgia diventi volubile, inconsistente o anche esposta a manipolazioni.

Ma al di là dei casi estremi, il nostro celebrare ordinario patisce – almeno nel contesto medio delle assemblee in Italia – per lo più una certa aridità sul fronte della dimensione emotiva. Si pensi alla staticità di certe acclamazioni al vangelo, senza movimento e canto, senza ritmo e senza alcuna tensione che porti ad attendere la Parola del Vangelo e ad acclamarla. Si pensi alla cattiva abitudine di sostituire al canto la recitazione, anche quando la preghiera invita ad esultare e cantare, come nel caso del “Santo”.

Dietro queste carenze può esservi una semplice disattenzione o anche il sospetto verso una pericolosa riduzione soggettivistica. In ogni caso il tema del rapporto tra liturgia ed emozioni non può essere eluso. La difficoltà a controllare e regolare tale dimensione va di pari passo con la necessità di integrarla e valorizzarla, dal momento che si tratta di una dimensione esplicitamente prevista dal modello rituale. Tanto più in un contesto culturale come quello attuale, dove la sfera emotiva e affettiva ha acquisito un’importanza e un ruolo cruciale, per quanto equivoco.

Si tratta di capire qual sia il ruolo delle emozioni all’interno del nostro rapporto con Dio e della vita di fede, come possano essere vissute e elaborate, come l’azione liturgica le metta in moto attraverso l’intreccio dei linguaggi e come il nostro modo di celebrare debba rispettare e valorizzare la dimensione emotiva. A questi temi intende dedicarsi il Convegno.

Parlano: Giorgio Bonaccorso, Renato Maiolini, Andrea Grillo, Loris Della Pietra, Paolo Tomatis, Domenico Cravero, Luigi Girardi, Silvano Maggiani, Laura Boella, Antonella Meneghetti.

Per informazioni: Segreteria APL - C/o Abbazia S. Giustina, Via G. Ferrari, 2/A 35123 Padova - Tel. 049/8220431. E-mail: info@apl-italia.org.  

 

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Monday 18 august 2014 1 18 /08 /Ago /2014 05:00


I problemi di una circolare poco opportuna e male argomentata

 


Un recente documento della Congregazione per il Culto Divino e per la Disciplina dei Sacramenti – L’espressione rituale del dono della pace nella messa, “Lettera circolare” datata 8 giugno 2014 – affronta la questione della collocazione, del senso e dell’adeguata celebrazione del “rito della pace”, incluso nei riti di comunione della celebrazione eucaristica.  Vorrei presentare il contenuto del breve documento – di soli 8 paragrafi – per sollevare poi alcune questioni, che riguardano la opportunità e la forma argomentativa del documento.

1. Le istanze del Sinodo dei Vescovi e la risposta della Congregazione

Dopo aver sommariamente presentato il senso teologico del “rito della pace” all’interno della celebrazione eucaristica (1-2), il documento chiarisce di intervenire su una questione che era sorta dal Sinodo sull’Eucaristia e di cui l’esortazione postsinodale Sacramentum Caritatis parlava al n.49, delegando alla Congregazione competente di affrontare la questione successivamente, sia per quanto riguarda la collocazione del gesto nella sequenza dei riti eucaristici, sia per quanto riguarda le sue modalità, invitando comunque a recuperare una certa sobrietà. E’ da notare che questa indicazione deriva proprio dalla urgenza di una adeguata testimonianza della pace, in un mondo carico di conflitti e di discordie (3-4). Dopo la consultazione delle Conferenze Episcopali la Congregazione stabilisce che il rito della pace rimanga nella collocazione classica per il rito romano, ossia all’interno dei riti di comunione, tra il Padre Nostro e la frazione del pane (5). Dopo aver ribadito l’importanza della testimonianza della pace, il documento offre una serie di “suggerimenti pratici”: a) il rito della pace “possiede già il suo significato di preghiera e di offerta della pace nel contesto dell’Eucaristia”. Quindi può anche essere omesso! b) In base a ciò è possibile prevedere che al posto di “gesti familiari o profani di saluto” si prevedano altre modalità; c) vengono esplicitamente indicati come “abusi”: l’ introduzione di un ‘canto per la pace’, lo spostamento dei fedeli dai loro posti, l’allontanamento del presbitero dal presbiterio, la sovrapposizione tra scambio della pace e auguri, congratulazioni, condoglianze...d) Si invita a preparare opportune catechesi sul significato e sulle modalità del rito liturgico (6). Il documento si conclude con un auspicio: che una maggiore chiarezza sul piano liturgico possa contribuire ad una più efficace testimonianza sul piano della testimonianza esistenziale, tra gli operatori di pace (7): la pace del Risorto è annunciata e realizzata nella celebrazione “anche attraverso un gesto umano elevato all’ambito del sacro” (8).

2. Il “rito della pace” in quanto tale: una argomentazione confusa e contraddittoria

La prima impressione che si ha, leggendo il testo di questo documento, è quella del disagio e della sproporzione. Il rito della pace è, infatti, frutto del recupero di una prassi celebrativa che la grande tradizione medioevale e moderna aveva quasi totalmente emarginato o perduto. Nella tradizione che precedeva il Concilio Vaticano II era presente soltanto nella Messa Solenne e con una limitazione sostanziale ai chierici. Veniamo, dunque, da secoli nei quali il “rito della pace” o non era presente o era ridotto ad un gesto brevissimo, anche se significativo. Da meno di 50 anni lo abbiamo recuperato ed è sorprendente che le resistenze siano, anzitutto, contro la sua “eccessiva visibilità e durata”. E’ vero, accade, talvolta, che il “rito della pace” esca dagli argini, coinvolga la reciprocità dell’intera assemblea, con movimenti e migrazioni e spostamenti e saluti...ma questo è solo negativo? Per chi, mai, il modello del rito eucaristico deve essere una assemblea assolutamente immobile? Quale ufficio burocratico può avere questo come un ideale?
Dunque, se è ragionevole pensare che ordinariamente il “segno di pace” possa riguardare lo scambio con chi mi sta vicino, non c'è alcun bisogno di definire "abuso” una pratica diversa, più ampia e più articolata. Avrei preferito che si dessero linee interpretative organiche, piuttosto che elenchi di abusi. Questa logica, vecchia e superata, di favorire gli “usi” con elenchi di abusi deve essere segnalata come poco efficace e poco lungimirante. E’ una strategia di retroguardia.
Vorrei inoltre segnalare un grave problema di “ordine logico” del documento. Forse la sua stesura è frutto di troppi compromessi, ma è certo che la versione finale doveva tener conto che una lingua ha bisogno di una grammatica e di una sintassi attendibile. Il testo della circolare presenta diversi “refusi” che si concentrano, in particolare, al paragrafo 6. Lo riporto integralmente per farne l’analisi:

“Va definitivamente chiarito che il rito della pace possiede già il suo profondo significato di preghiera e offerta della pace nel contesto dell’Eucaristia. Uno scambio della pace correttamente compiuto tra i partecipanti alla Messa arricchisce di significato e conferisce significatività al rito stesso. Pertanto, è del tutto legittimo asserire che non si tratta di invitare “meccanicamente” a scambiarsi il segno della pace. Se si prevede che esso non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso” (6, a)

Questo testo avrebbe avuto bisogno di una buona risistemazione, prima di essere pubblicato. Così com’è appare di difficile comprensione, se non si vuole cadere in continue contraddizioni. In esso si afferma che:

- il rito della pace ha già senso per il contesto in cui è collocato;
- il rito della pace prende senso dal modo con cui è compiuto (e non dal contesto)
- lo scambio della pace non può essere ridotto ad un atto meccanico
- lo scambio della pace deve essere compiuto solo quando può assumere significato, e quindi può o addirittura deve essere omesso perché non è necessario!

Appare francamente paradossale che si scriva una intera circolare per ricordare che il rito, che comporta problemi, può essere facilmente celebrato omettendone la parte più delicata, ossia lo scambio della pace. Di fatto, se seguissimo punto per punto questo paragrafo faticoso e contraddittorio, rischieremmo di arrivare ad un esito paradossale: ossia allo svuotamento del “rito della pace”, ritornando al regime preconciliare, ovviamente solo “pro opportunitate”!

3. Pace, rito e canto: una difficoltà a stare nella logica della Riforma Liturgica

Una seconda difficoltà, ancora maggiore, si deve rilevare quando il documento presenta l’elenco degli “abusi”, in cima ai quali brilla il divieto di introdurre “un canto per la pace, inesistente nel Rito romano” (6). Qui si deve sostare e meditare. Che cosa significa l’espressione “inesistente nel Rito romano”? La cosa sembra a tutta prima abbastanza chiara. Non esiste tradizione canora riferita al rito della pace. Bene. Questo è certo. Ma domandiamoci: esisteva davvero, nella Chiesa medioevale o nella Chiesa moderna un rito della pace che potesse suscitare una tradizione di canto? Anche in questo caso, purtroppo, dobbiamo rispondere: no. Ed è questo il punto più delicato. Se la storia millenaria della pax Domini, come attestano Jungmann, Raffa e tanti altri studiosi, aveva perso ogni evidenza rituale per l’assemblea, come è possibile invocare la “inesistenza della tradizione” per impedire che oggi, di fronte ad un rito che ha acquisito una sua nuova consistenza e potenza, possa sorgere una tradizione di canto? Perché mai dovremmo far dipendere la tradizione futura da una “tradizione non sana”?  E se la tradizione non era più sana, nel “legittimo progresso”, dovuto proprio alla sua qualità decaduta, non dovrebbe essere compresa anche la esperienza di un rito della pace non solo agito, ma sentito, cantato e vissuto? Perché mai “cantare la pace” dovrebbe essere qualificato, senza mezzi termini, come un “abuso”? Non è forse, proprio questo, il peggior abuso? Non  è restare chiusi, in modo autoreferenziale, nelle pratiche già conosciute, senza lasciare allo Spirito di poter soffiare con libertà, attraverso le nuove forme di esperienza e di espressione ecclesiale?
Oltretutto a me pare che una “tradizione di canto della pace” sia ben presente nella grande tradizione dell’Agnus Dei. “Dona nobis pacem” è una espressione che si è arricchita di mille melodie e mille armonie diverse. Perché mai non dovrebbe accadere la stessa cosa anche per la “Pax Domini”?

4. Il rapporto tra “rito della pace” e “vita di pace”: una correlazione del tutto estrinseca

Una terza difficoltà, iniziale e finale, deriva dal rapporto ambiguo che nel documento si istituisce tra “pace esistenziale” e “pace rituale”. L’insistenza con cui il documento parla della esigenza di una più adeguata “formazione alla pace” della intera compagine ecclesiale appare singolarmente in tensione con questa “minimizzazione” del rito della pace. Sembra quasi che una vera “catechesi di pace” possa essere assicurata solo da una marginalizzazione, da una contrazione, fino ad una parziale omissione, del rito della pace. Questo è forse uno degli aspetti più paradossali di questo strano documento. Che si preoccupa solo di limitare il rito della pace, indicando come abusi tutte le forme di “esplicitazione simbolica” e di “correlazione alla vita” del rito stesso, salvo poi pretendere che proprio questa contrazione e rimozione del rito di pace possa assicurare a tutta la Chiesa una testimonianza luminosa nel costruire la pace nel mondo.
Non vi è dubbio che i riti introducano una certa stilizzazione nella esperienza quotidiana. Scambiarsi la pace, nell’assemblea eucaristica, è espressione di un dono ricevuto, di una ulteriorità gratuita, che poi il banchetto eucaristico sigilla. Ma la pretesa che la celebrazione eucaristica si immunizzi dai gesti di pace ordinari, non acceda alle simboliche corporee, canore, spaziali e personali del “vissuto di pace” appare il segno, preoccupante, di una grave incomprensione della tradizione. Tanto di quella umana quanto di quella liturgica. Il che appare sorprendente quando viene proprio da una Congregazione romana.

5. Conclusione

Questa lettera circolare si inserisce in una catena di documenti che sollevano da anni troppe perplessità. Si è cominciato, nel 2001, con Liturgiam Authenticam; si è continuato, nel 2004, con Redemptionis Sacramentum e oggi si arriva, quasi in tono minore, a questa infelice circolare. E’ molto difficile sostenere che per “raggiungere un serio impegno dei laici per la pace” occorra ridurre ogni impatto simbolico e rituale del gesto di pace. Una cosa è evitare la confusione, altra cosa è trasformare una messa con il popolo in una messa privata, cosa che talvolta sembra sottesa alla circolare. Si tratta di un intervento sostanzialmente clericale e che rischia di irrigidire la celebrazione ad una modalità fredda e autoreferenziale.
Se anche ci sono problemi, nell’attuale celebrazione del “rito della pace”, ciò non di meno il rimedio qui suggerito appare, francamente, peggiore del male.

 

Fonte: Blog di Andrea Grillo (17.08.2014)

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    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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