Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
1. Prima di scrivere un commento leggi con attenzione il post.

2. Il tuo commento non si sposti dall’argomento del post.

3. Scrivi con sincerità, completezza e chiarezza la tua opinione.

4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

5. Controbatti le opinioni degli altri con argomenti.

6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

10. Chi non indica la email non ha diritto di prendere la parola.

Saturday 25 october 2014 6 25 /10 /Ott /2014 05:00

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Ti amo, Signore, mia forza

 

Es 22,20-26; Sal 17 (18); 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

 

Il salmo responsoriale odierno è formato da tre versetti del Sal 17 (vv. 3-4.47), che è un lungo inno di ringraziamento per la salvezza e la vittoria, e di cui l’autore è quasi certamente il re Davide. Non fu difficile per Israele far sua la preghiera del proprio re nelle celebrazioni liturgiche, perché la storia personale di lui era, in certo modo, espressione del popolo e della sua storia e un richiamo agli innumerevoli e prodigiosi interventi di Dio nel corso della medesima. Questo salmo può esprimere la preghiera di tutti gli emarginati. Essi trovano ascolto presso Dio. Riprendendo anche noi il Sal 17, ringraziamo il Signore che ci segue con il suo volto di amore e di misericordia, vive in noi e agisce misteriosamente con la potenza dello Spirito.

 

Se vogliamo sintetizzare le prescrizioni del brano dell’Esodo, riportate dalla prima lettura,  possiamo dire che Dio si prende cura con molto amore e tenerezza del povero e del debole ed ascolta i loro giusti lamenti. Ecco perché il Signore condanna lo sfruttamento e l’oppressione delle persone deboli e indifese, e ricorda che il valore della persona è sempre superiore alle cose.

 

Nel brano del vangelo d’oggi alla domanda di un dottore della legge su quali sia il più grande comandamento della legge, Gesù risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore...” Ma aggiunge subito dopo : “Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. E conclude affermando che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. Gesù parla quindi dell’amore come dimensione globale dell’esistenza, di un amore che abbraccia appunto tutta l’esistenza ed è proiettato in modo inseparabile verso Dio e verso i nostri simili. Questa unità dei due comandamenti non comporta certamente la loro totale identificazione, ma significa che essi sono intrinsecamente associati e interconnessi. Noi siamo tentati di scindere le due cose, dando talvolta il primato a Dio e trascurando il prossimo. Il messaggio evangelico invece ci invita a coniugare i due amori, anzi ad unirli in modo che diventino una medesima esperienza di vita. L’esperienza dell’amore di Dio deve passare attraverso l’amore dell’uomo, e viceversa. Questa sintesi è la vera novità cristiana in rapporto al messaggio dell’Antico Testamento. Per il cristianesimo la legge dell’amore diventa la suprema norma a cui tutto va orientato e da cui tutto si fa dipendere.

 

Se Dio ama l’uomo, chiunque voglia amare Dio deve collocarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, deve amare anche l’uomo. D’altra parte, come l’uomo è unitario, così le sue scelte di fede e di amore devono essere realtà unitarie. Sulla stessa linea, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che accogliere la parola di Dio significa abbandonare ogni idolatria per diventare seguaci, imitatori di Cristo e testimoni della sua carità.

 

L’eucaristia a cui partecipiamo è memoriale del sacrificio di Cristo, ed è quindi segno concreto ed espressivo nel segno sacramentale di un Dio che ci ama: “Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo” (antifona alla comunione - Ef 5,2).

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Wednesday 22 october 2014 3 22 /10 /Ott /2014 05:00

Populus-Summorum-Pontificum.png 

Dal 23 al 26 di questo mese il “Populus Summorum Pontificum” celebra il suo pellegrinaggio annuale. Mi viene in mente quanto G. Baroffio saggiamente e con un velo di umorismo proponeva: Invece  di creare tanto e dannoso polverone – frutto e, insieme, causa di molta confusione – forse si potrebbe rendere facoltativo, l’uso dell’Ordo Missae tridentino, ma nello stesso tempo ribadire l’obbligo di seguire il Messale Vaticano per le letture, le preghiere e i canti. Altrimenti si lasci piena libertà di utilizzare il Comes di Murbach, le Messe edite da Mone, il Sacramentario di Gellone e il Graduale di Saint-Denis: ciascuno faccia quello che ritiene più consono alle proprie vedute… Non si può ridurre la liturgia – segno d’unità – in un chaos alimentato da rigurgiti viscerali, spesso conditi da grande ignoranza. Chi vuole celebrare in latino sappia però che deve conoscere la lingua e pronunciarla in modo corretto. Alcune Messe in lingua latina sono trasformate in scandalose farse dalla pronuncia errata dei testi.

Fonte: il testo di Baroffio è citato da R. Tagliaferri, “Ripetizione e pericolo rituale”, in Celebrare il Mistero di Cristo, vol. III: La celebrazione e i suoi linguaggi, Edizioni Liturgiche, Roma 2012, p.120.

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Monday 20 october 2014 1 20 /10 /Ott /2014 05:00

Famiglia.jpg 

Come ci ha ricordato la prima parte del recente Sinodo che si è occupato delle “Sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’Evangelizzazione”, oggi la famiglia si trova obiettivamente in un momento molto difficile, con realtà, storie e sofferenze complesse. La diffusa crisi culturale, sociale e spirituale costituisce una sfida per l’evangelizzazione della famiglia, nucleo vitale della società e della comunità ecclesiale.

 

Da parte sua, la tradizione cristiana considera la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio tra uomo e donna, come un bene inestimabile, l’ambiente naturale di crescita della vita, una scuola di umanità, di amore e di speranza per la società e per la Chiesa. Questi valori possono e dovrebbero essere alimentati dalla fede e dalla preghiera in seno alla famiglia. Le famiglie che partecipano con una certa regolarità all’Eucaristia nella Messa d’ogni domenica, potrebbero trovare in questa prassi la forza per rimanere unite e per affrontare i problemi quotidiani. Come ha detto il recente Sinodo sulla famiglia, essa può "trovare nell'Eucaristia il cibo che la sostenga" (Relatio Synodi 2014, n. 50). In seguito indichiamo con un linguaggio molto semplice i diversi momenti della celebrazione eucaristica e il messaggio in essi racchiuso per la vita familiare.

 

1. Il radunarsi

Il primo momento della celebrazione è in qualche modo previo ad essa, è il semplice fatto di radunarsi. Persone diverse per età, cultura, condizione sociale, ecc., provenienti da diversi luoghi ci raduniamo in chiesa per celebrare l’Eucaristia perché una voce, quella della fede, ci chiama a rinsaldare i nostri legami di unità in Cristo. Così come la vita familiare è un  progetto di comunione e di amore, così si esprime anche il primo atto della Messa. Siamo convocati a formare assemblea, che è il significato della parola “chiesa”, un termine proveniente dal greco. E’ il primo atto della Messa: convenire e radunarsi in assemblea. Il Beato Paolo VI ricordava a questo proposito il richiamo delle campane per la Messa domenicale, soprattutto nei piccoli paesi. Quel suono un’ora, mezz’ora, quindici, cinque minuti prima della celebrazione aveva un effetto psicologico, diceva Papa Montini, preparava materialmente e spiritualmente i fedeli alla Messa, era la voce che chiamava a recarsi in chiesa, a radunarsi.

 

2. Il perdono

Una volta radunati, e quindi non dispersi qua e là nei banchi della chiesa, dopo il saluto iniziale del sacerdote che presiede la celebrazione, siamo invitati in un breve atto penitenziale a riconoscerci peccatori bisognosi di perdono e a chiedere questo perdono non solo a Dio ma anche ai fratelli e alle sorelle presenti alla celebrazione; diciamo infatti nel Confiteor: “Confesso a Dio e a voi fratelli che molto ho peccato…”. Il luogo normale dove si esercita il perdono è la famiglia. Una famiglia è viva, è sana, è semplicemente umana, prima che cristiana, quando è capace di rigenerarsi continuamente attraverso il vicendevole perdono chiesto e offerto generosamente. "Saper perdonare e sentirsi perdonati è un'esperienza fondamentale nella vita familiare" (Relatio Synodi 2014, n. 44).

 

3. La Parola

Terzo momento importante della Messa è la proclamazione e l’ascolto delle letture bibliche. Dio ci si è rivelato attraverso la sua Parola che si conserva nella Bibbia, la quale possiamo dire che narra la storia dei gesti di amore di Dio, dalla creazione (la Genesi) alla fine dei tempi (l’Apocalisse). E’ un momento impegnativo, in cui non solo siamo chiamati ad ascoltare questa Parola, ma anche a dare una risposta con la preghiera alla fine delle letture bibliche ma anche con la coerenza della nostra vita. Dio dialoga con noi, ma questo dialogo dovrebbe essere un incentivo al dialogo che deve continuare fuori dalla chiesa, in particolare in seno alla famiglia. Una famiglia in cui i suoi componenti non dialogano, non si confrontano, presto o tardi si sgretola e si riduce in frantumi.

 

4. L’offerta

Dopo l’ascolto della parola di Dio e il commento ad essa fatto nell’omelia pronunciata dal sacerdote (ciò dovrebbe essere l’omelia e non altro), ecco che arriva il momento dell’offerta, il cosiddetto offertorio o presentazione dei doni. Noi portiamo all’altare, idealmente, il pane ed il vino, cioè portiamo quello che Dio ci ha dato e che noi abbiamo trasformato con il nostro lavoro, il frutto della nostra fatica e del nostro impegno o, come dice la preghiera che recita il sacerdote, “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Qualcosa di simile dovrebbe capitare anche nei rapporti familiari, perché la vita familiare è dono e offerta. Se noi ci accogliamo (1), ci perdoniamo (2) e dialoghiamo (3), come abbiamo detto prima, è per donarci l’un l’altro (4). Forse ci è più comodo pensare che i problemi della famiglia  si risolvono semplicemente con i soldi, con la sicurezza economica. Ma è più facile dare i soldi che dare se stessi alla moglie, al marito, ai figli, agli anziani della famiglia. Certo, i soldi sono importanti, ma imparare ad offrirsi, a donarsi è molto più importante.

 

5. La consacrazione

E arriviamo al momento solenne della preghiera eucaristica e quindi della consacrazione, in cui il sacerdote ripete il gesto di Cristo pronunciando le sue stesse parole sul pane e sul vino. Se noi veramente offriamo il nostro amore a Dio e agli altri (4), allora Dio lo accoglie, lo fa suo. È ciò che succede nella Messa. Dio accoglie questo pane e questo vino che noi abbiamo lavorato con la fatica delle nostre mani, lo accoglie e con il dono del suo Spirito fa in modo che quel pane e quel vino non siano più solo il frutto della terra e della vite e del nostro lavoro, ma presenza sua (5). Se noi ci doniamo autenticamente agli altri, Dio accoglie questo nostro sforzo e fa sì che il nostro amore non sia solo il nostro amore ma la sua presenza in mezzo a noi. Qui poggia la “sacralità” del matrimonio cristiano e della famiglia. Per la tradizione cristiana, l’amore degli sposi è segno dell’amore di Cristo alla sua Chiesa.

 

6. La comunione

La comunione eucaristica sigilla questo amore donato, offerto e trasformato e realizza di tutti noi una sola realtà con Cristo. Prima di comunicarci siamo invitati a scambiarci un segno o bacio di pace. E’ un gesto eloquente, che ci ricorda che non si può essere in pace e comunione con Dio se non si è in pace e in comunione con il prossimo. La comunione eucaristica quindi non è solo un segno efficace di comunione con Cristo, ma anche un segno efficace di comunione tra i redenti da Cristo. Verso la fine della preghiera eucaristica, il sacerdote si rivolge a Dio Padre con queste parole: “Ti preghiamo umilmente per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”.  Quando la famiglia partecipa alla comunione eucaristica, la sua unità trascende le mura della propria dimora e diventa unità con tutti i fratelli in Cristo.

 

7. La missione

La Messa termina con un invito a portare con noi fuori dalla chiesa ciò che abbiamo vissuto nel momento della celebrazione. Uno dei saluti di congedo più belli dice così: “Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto”. “Andate e portate” vuol dire qui che siamo chiamati a portare con noi a casa, in famiglia, al lavoro, nella società ciò che abbiamo vissuto nella celebrazione della Messa. Si tratta quindi di testimoniare, annunciare, vivere nel quotidiano quei momenti della celebrazione eucaristica che abbiamo brevemente illustrati: essere capaci di accoglienza (1), sempre disponibili al perdono (2), aperti all’ascolto e al dialogo (3), pronti al dono di sé (4) e, trasformati dall’accoglienza divina (5) e in comunione con Dio e con i fratelli e sorelle (6), essere testimoni gioiosi del Vangelo nel mondo (7). Naturalmente tutto ciò va interpretato ed è possibile alla luce della fede.

 

                                                                                                                                                m. a.

 

 

La "Relatio Synodi" si può trovare in

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/18/0770/03044.html

 

 

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Sunday 19 october 2014 7 19 /10 /Ott /2014 05:00

Paolo-VI-1.png

 

A te, Roma, diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu Urbe dell’orbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione.

Ed a Voi tutti, venerati Fratelli nell’Episcopato, il mio cordiale e riverente saluto; sono con voi nell’unica fede, nella medesima carità, nel comune impegno apostolico, nel solidale servizio al Vangelo, per l’edificazione della Chiesa di Cristo e per la salvezza dell’intera umanità. Ai Sacerdoti tutti, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei nostri Seminari, ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore.

E così, con particolare riverenza e riconoscenza ai Signori Cardinali ed a tutta la Curia romana: davanti a voi, che mi circondate più da vicino, professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei anti, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni.

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Saturday 18 october 2014 6 18 /10 /Ott /2014 05:00

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Grande è il Signore e degno di ogni lode

 

Is 45,1.4-6; Sal 95 (96); 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

 

Il Sal 95 celebra il progetto che Dio ha tracciato per la storia e per il cosmo. Il salmista esalta la sovranità di Dio su tutti i popoli e sull’universo intero. Proprio perché Dio ha fatto i cieli e l’universo intero, gli uomini debbono riconoscere la sua sovranità. Dio, che è all’origine di ogni cosa, è presente ovunque, ben oltre i confini che gli uomini molte volte tentiamo di imporgli. La Chiesa, riprendendo questo salmo nella sua liturgia, vede in esso la profezia dell’incarnazione del Verbo e la chiamata di tutti i popoli ad entrare nel regno di Cristo.

 

Dio ha scelto l’imperatore persiano Ciro il Grande per far ritornare gli Ebrei in patria (cf. prima lettura) ridando in questo modo libertà e dignità al popolo di Dio. Il re persiano Ciro, che era un despota e non conosceva il vero Dio, diventa in questo modo strumento della misericordia del Signore. Il profeta intende dimostrare che Dio è presente e agisce nella storia, facendo notare come operi in e per mezzo di persone che vivono al di fuori del suo popolo. Ciò ci insegna che Dio è alla guida della storia e sceglie con libertà le vie e i mezzi più opportuni per realizzare il suo progetto. In questo modo il profeta fa una interpretazione della storia alla luce della fede.

 

La fede però, pur avendo il diritto di contemplare l’intervento di Dio nella storia e di dare la propria valutazione dei fatti, non può per questo negare o sottovalutare la responsabilità e i compiti che spettano all’uomo. Nel vangelo d’oggi ce lo ricorda Gesù con la sua famosa affermazione: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, l’unico pronunciamento ‘politico’ esplicito di Gesù. Poche sentenze del Vangelo hanno avuto la fortuna di questa che ci viene oggi ricordata. Non sempre però è stata capita in modo giusto. Gesù, nella risposta al tranello che gli tendono i farisei e gli erodiani, non si schiera né con la reazione né con la rivoluzione. Un “sì” o un “no” sulla legittimità di pagare il tributo a Cesare poteva essere un valido pretesto per screditare Gesù presso l’autorità politica o presso quella religiosa su un tema molto dibattuto. Nella sua risposta, Gesù riconosce il potere romano come dominazione di fatto, anche se non entra in merito alla sua legittimità o meno. La risposta di Gesù suppone implicitamente che quando un cittadino paga le tasse non per questo sottrae qualcosa a Dio; anzi, proprio operando in questo modo egli obbedisce a Dio. Infatti, della volontà divina fa parte anche l’ordine economico, sociale, politico che è chiamato a governare secondo giustizia i rapporti tra gli uomini. Insomma Dio e la politica si collocano su livelli diversi di esperienza, ma non si tratta di livelli contrapposti. Ciò non toglie la possibilità di conflitti che l’esperienza storica mostrerà ben frequenti. E’ compito di ogni credente discernere se un tipo di obbedienza richiestogli si collochi coerentemente entro la sua obbedienza a Dio oppure no. L’uomo non è un “animale” meramente politico, così come non è un “animale” meramente religioso. Le due dimensioni devono stare insieme per raggiungere i loro fini propri a beneficio dell’uomo, che è un essere indivisibile.

 

In ogni caso, non si può relegare Dio entro una sfera puramente interiore, tentazione frequente nei nostri giorni. Il cristiano deve far emergere nella sua vita personale e nei suoi rapporti con gli altri i valori in cui crede: la fede operosa, la carità matura e la speranza costante in Gesù Cristo. Così insegna san Paolo ai cristiani di Tessalonica (cf. seconda lettura). Come preghiamo nell’orazione colletta della Messa, dobbiamo sempre e in ogni circostanza servire il Signore “con lealtà e purezza di spirito”.  

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Friday 17 october 2014 5 17 /10 /Ott /2014 18:04

 

La grande famiglia ferita del Sinodo: uscire, scongelare, tradurre



Quando i Vescovi sono giunti a Roma, per vivere la bella esperienza sinodale del confronto e della discussione, non sapevano ancora di dover fare una scoperta allo stesso tempo amara è confortante. Essi infatti, giunti con l'intento di esaminare la famiglia, con le sue gioie e le sue ferite, dovevano riconoscere di essere, loro stessi, famiglia gioiosa  ma anche famiglia ferita.
       

 Il padre chiede che si esca di casa, che si abiti la strada, che ci si faccia prossimi, che si profumi di popolo; e alcuni dicono: hic manebimus optime, stiamo meglio in casa, è prudente non azzardarsi a uscire; il padre chiede che si aprano i congelatori, che si scaldino le pietanze e che si nutrano tutti con generosità, ma alcuni preferiscono tenere tutto sotto zero, conservarlo in modo sicuro e senza rischi; il padre chiede di cambiare linguaggio, di non aver paura di mescolare le lingue e di esprimere fiduciosamente la fede anche con la fantasia e con i sogni, ma alcuni, in famiglia, non si spostano di un millimetro dal più classico degli idiomi, l'unico che, a loro avviso, possa ancora garantirli.
         

Le giornate sinodali all'insegna della parresia, fortemente voluta e realizzata in  effetti, hanno portato un frutto inatteso, ma benedetto.  Non solo la Chiesa si scopre "campo profughi", ma la stessa famiglia episcopale si riconosce famiglia "ferita". Forse, nel nostro stupore e forse anche nel nostro scandalo, abbiamo pagato cara una troppo lunga disabitudine alla parresia e al confronto, tanto da pensare che queste cose non si addicano ai Vescovi. Io credo invece che questo confronto aperto, anche acceso, sia stato positivo almeno per questo. Ha mostrato anche ai Vescovi, sulla loro pelle, che le "ferite" della comunione non sono semplici "irregolarità", ma sono cammino e prova della comunione.
       

Serenamente possiamo avviarci a recepire, nei documenti finali di questa prima fase, la traccia di una tensione vitale. Una famiglia ecclesiale ed episcopale, che si apre alla considerazione delle famiglie felici e di quelle infelici, deve poter vivere con apertura e scioltezza la fatica della propria comunione. Perché nessuno sia lasciato indietro. Perché nessuno possa vantare diritti di veto. Uscire, scongelare e tradurre sono compiti e doni comuni. Di tutte le famiglie.

Fonte: Blog di Andrea Grillo (17.10.2014)

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Friday 17 october 2014 5 17 /10 /Ott /2014 05:00

Aurelio-Porfiri.pngIl 19 ottobre 2014, in occasione della festa principale della Chiesa di Santa Maria dell'Orto in Roma (Italia), sarà eseguita in prima mondiale la Missa in Festo Beatae Virginis Mariae de Horto composta dal musicista romano Aurelio Porfiri. La messa sarà officiata da S. Ecc. Mons. Giuseppe Marciante, Vescovo ausiliare di Roma per il settore Est.
Aurelio Porfiri è stato per tre anni organista e maestro di cappella in questa stupenda chiesa e dal 2008 risiede a Macao (Cina). Tuttavia i contatti tra Macao e la Chiesa della Madonna dell'Orto non si limitano solo al Maestro Porfiri, ma vanno molto più in là nel tempo, addirittura al Rinascimento. Nel XVI secolo alcuni ambasciatori dal Giappone visitarono questa chiesa e furono protagonisti di un miracolo ricordato ancora oggi. Prima e dopo il loro viaggio in Europa stettero in Macao ed alcuni morirono come martiri cristiani. Erano probabilmente studenti dei seminari gesuitici in Giappone ed eruditi nella musica occidentale.

 

La Messa composta dal Maestro Porfiri usa il latino come linguaggio universale della Chiesa Cattolica, ma vuole cercare di coniugare esigenze liturgiche richiamate dal Concilio Vaticano II, prevedendo così la possibilità della partecipazione dell'Assemblea in molte delle sue parti. E' singolare che nella stessa domenica verra' beatificato a Roma Paolo VI, il papa che portò avanti e concluse il Concilio Vaticano II. 
Il Camerlengo della Confraternita della Madonna dell'Orto, Dott. Domenico Rotella, ha affermato: "Per noi è un'occasione veramente storica. Nella lunga storia plurisecolare delle Arciconfraternite romane noi avremo il privilegio di essere la prima ad avere una Messa appositamente composta per la sua Patrona". 
Nel corso della cerimonia il Maestro Aurelio Porfiri verrà nominato Maestro di Cappella onorario della Chiesa della Madonna dell'Orto, in riconoscimento per questo lavoro musicale e liturgico.
La Messa, la cui partitura è stata pubblicata dalla casa editrice tedesca Ferrimonana, verrà eseguita dalla prestigiosa Cappella Musicale di Santa Maria in Via diretta dal Maestro Luigi Ciuffa, con all'organo l'attuale titolare Maestro Gianluca Libertucci.

 

A proposito di questo evento il Maestro Luigi Ciuffa ha affermato: "La Cappella Musicale di Santa Maria in Via è onorata di eseguire la Missa in Festo Beatae Virginis Mariae de Horto di Aurelio Porfiri in prima assoluta."
La Messa è stata già incisa su CD e sarà presto disponibile presso l'etichetta discografica CHORALIFE.

Per ulteriori informazioni si prega di contattare:
info@choralife.com
cappella.musicale.smiv@gmail.com

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Wednesday 15 october 2014 3 15 /10 /Ott /2014 05:00

Vaticano-II-1.png 

Disceptatio non inutilis.

La svolta del Sinodo e la forza “filiale” di un “dolce stil novo”

     

 

Se volessimo proporre una analisi del Sinodo “secondo il prima e il poi”, e se facessimo esercizio filologico di sinossi tra il testo della “relatio ante” e il testo della “relatio post”, vedremmo bene quanto diverso sia l’approccio che trapela dal secondo testo rispetto al primo e potremmo valutare fino in fondo la profondità e la importanza del mutamento che si è verificato in una sola settimana nelle parole del “relatore”. La discussione non è stata invano, il confronto e l’ascolto hanno inciso sulle parole e sui pensieri, la parresìa ha reso ora il 30, ora il’60, ora il 100. Chi chiedeva che nulla cambiasse avrebbe voluto che il confronto fosse uno “scontro pubblico”, in diretta, magari sotto l’occhio delle telecamere. Pretendeva il diritto soggettivo alla democrazia per continuare a godersi la piccola rendita di sovrano assoluto. Chi ha lavorato per il cambiamento, invece, ha accompagnato con rispetto e con pazienza l’emergere graduale di evidenze nuove, lasciando che se ne discutesse con libertà e franchezza.     

 

Effettivamente si tratta di “nuove evidenze”. Il secondo testo dice quasi tutto ciò che era già stato detto prima, ma lo fa con un altro approccio, con un altro linguaggio, con un altro stile. E, soprattutto lo inserisce in uno “sguardo diverso”. Nel quale sguardo non si pone più una distanza/differenza/opposizione tra Gesù Signore e la contingenza del prossimo e della storia. Anzi, si teorizza apertamente che lo “sguardo su Gesù” libera dall’integralismo, libera dal massimalismo, permette alla Chiesa di riscoprire la gradualità e la pazienza, il rispetto e la cordialità, di intraprendere strade nuove e possibilità impensate   

 

Ecco, proprio su questo crinale delicatissimo della identità ecclesiale, tale mutamento di toni e di accenti, questa virata decisa e desiderata - ma impensata e quasi impensabile fino a qualche mese fa - corrisponde al “mutamento di paradigma” che il Concilio Vaticano II aveva già inaugurato, più di 50 anni fa. E’ lo stesso metodo. Quel metodo che grandi storici del Concilio riconoscono aver prodotto un “evento di linguaggio” e un “evento di stile”. Sì, in questa svolta sinodale è facile riconoscere la stessa impronta e lo stesso tono di voce: quella impronta e quel tono che con piede fermo e con voce emozionata prima Giovanni XXIII e poi Paolo VI – profeticamente e rischiosamente – hanno proposto, già allora con urgenza, a tutta la Chiesa.   

 

D’altra parte è la stessa “relatio post” ad autointerpretarsi così. Gli esempi che offre al lettore sono integralmente conciliari e perciò lontani da ogni integralismo! Il rapporto tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese (Lumen Gentium e Unitatis Redintegratio), tra la fede cristiana e le altre religioni (Nostra Aetate), tra la cultura europea e le altre culture (Ad Gentes) costituiscono il modello ermeneutico – e la chiave interpretativa – per aver accesso ad una valutazione “graduale” e “pacata” della famiglia contemporanea, nella quale si apprezzano piuttosto i valori che vi sono custoditi che non i limiti e le mancanze che vi si manifestano. Questo può condurre ad affermazioni di grande onestà, come quelle che si leggono tra i nn.20-23, sulle famiglie sposate civilmente o conviventi. Lo spirito che le anima è quello della apertura di credito, della prossimità, senza quella contrapposizione sterile tra giustizia e misericordia che aveva caratterizzato finora molte parole ufficiose e purtroppo anche non poche parole ufficiali.  

 

Per questo si tratta, anzitutto, di “conversione del linguaggio” (29). La quale appare in maniera assai significativa proprio nei numeri successivi, dove le famiglie sposate solo civilmente e le coppie di conviventi sono descritte con linguaggio assai positivo: anzi, si prescrive che la pastorale si rinnovi imparando ad iniziare sempre “dal positivo di queste esperienze”. Dal n. 39 ci si avvicina al tema “primario”, almeno per il dibattito pubblico, ossia quello dei “divorziati risposati”. Per i quali si contesta la possibilità di una soluzione drastica: “o tutto o niente”. Non “dottrina da applicare”, ma “cammino verso Cristo da percorrere”. La regola generale, valida per tutti - pastori, religiosi e laici - dovrà essere l’arte dell’accompagnamento: “imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro”.    

 

Dobbiamo confessarlo: siamo solo all’inizio. Ma, per così dire, il più è fatto. Ci siamo sbloccati. Siamo usciti dalla pretesa di tutto giudicare e di trovare immediatamente una soluzione teorica/dottrinale/metafisica per ogni problema. La dottrina, di per sé, non risolve i problemi. Essa illumina le strade da percorrere per trovare soluzioni realistiche, accompagnando gli uomini e le donne, nelle diverse famiglie che vivono. Dando alle famiglie felici le parole per leggere la loro gioia nel profondo di una comunione in Cristo, ricevuta in dono; e dando a quelle infelici le parole per leggere i loro dolori nella prospettiva di una comunione in Cristo che rielabora un passato da non rimuovere e che apre a un futuro che può essere anche ”nuovo inizio”, spazio di promessa e terra di speranza. A questa “conversione di linguaggio”, iniziata così autorevolmente, potrà contribuire un vivace dibattito ecclesiale, una lungimirante prudenza pastorale e una teologia fresca e dotata di spina dorsale, che sappia sempre essere tanto radicale da non perdere mai il pudore e tanto pudico da non fermarsi mai alla superficie.  

 

Non è parso inutile sottolineare che, in tutta questa ampia considerazione delle “crisi familiari”, va lasciato uno spazio speciale allo “sguardo” che i figli maturano su tutto questo. E’ una vera priorità. Come è vero che questa conversione di linguaggio è divenuta possibile solo dal momento in cui il Concilio ha potuto essere letto non più solo dai suoi “padri”, ma finalmente anche dai suoi figli.   

 

E’ il primo vescovo di Roma “figlio del Concilio” – e non “padre” - ad aver reso possibile la piccola grande pagina di questo documento di svolta, segno ancora incipiente del “dolce stile novo” che potrà nascere - al di qua e al di là del caso serio delle famiglie infelici - nel grande mare di tutta la Chiesa. Di una Chiesa che assuma la storia e la coscienza come spazio di rivelazione, senza aver paura della contingenza e senza doversi proteggere, a tutti i costi, dal dolore.        

 

Fonte: Blog di Andrea Grillo (14.10.2014) 

 

 

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Monday 13 october 2014 1 13 /10 /Ott /2014 05:00

Tempo BiancuStefano Biancu, Presente. Una piccola etica del tempo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2014. 128 pp.

Un libro sul nostro rapporto con il tempo come esperienza di bisogno, di dovere, di diritto, di virtù. Un cammino slanciato sulla speranza, l’unico modo per vivere “a proposito” e per non essere sempre irrimediabilmente assenti quando il tempo è presente (4a di copertina). Stefano Biancu insegna etica presso l’Università di Ginevra ed è professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano.

Offriamo qualche pagina di maggiore interesse per la liturgia (pp. 68-71):

[…]

Il cristianesimo riprende la tradizione ebraica del riposo sabbatico e della santificazione del tempo, rileggendola alla luce dell’evento di Gesù Cristo. Il passaggio dal Sabato ebraico alla domenica cristiana è così il passaggio dal “Settimo” al “Primo” e “Ottavo” giorno: origine e complemento del tempo, tempo del dono che eccede infinitamente il tempo. Con l’incarnazione del Verbo, l’eterno fa irruzione nel tempo: un tempo che è ora dunque ulteriormente e strutturalmente attraversato dalla dinamica del dono. Per i cristiani, il dovere della santificazione del tempo è così un antidoto alla tentazione ricorrente di misconoscere la qualità di dono del tempo: impedisce cioè che il tempo divenga un luogo di idolatria.

Si tratta di un dovere indissociabile dall’azione liturgica cultuale, in quanto azione festiva, simbolica e comunitaria, che inscrive gli eventi della storia della salvezza – il tempo “opportuno” di Dio – nei ritmi naturali (annuali, settimanali, giornalieri) della vita dell’uomo. In questo senso, al pari del tempo biblico, il tempo liturgico non è né ciclico né lineare: è invece un tempo ritmico, che inscrive la linearità della storia della salvezza nella ciclicità dei ritmi della vita dell’uomo, consentendo così un’esperienza della totalità del tempo quale tempo realmente donato, proposto e liberato. Il tempo liturgico libera infatti il tempo: lo libera dalla schiavitù di un fluire inesorabile che schiaccia ogni azione nel non senso, ma lo libera anche dalla schiavitù legata al pensiero che tutto dipenda dall’uomo.

Tra il dovere della santificazione del tempo e la libertà, si dà così un rapporto strettissimo: rapporto che la tradizione ebraico-cristiana ha sempre riconosciuto, legando proprio al dono della libertà il precetto sabbatico. Lo attesta, nel contesto del Decalogo, Dt 5,15: “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso: perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato”.

Si comprende così perché Tommaso d’Aquino vedesse nel dovere del riposo sabbatico il vero antidoto all’accidia e nell’accidia il vero grande nemico della santificazione del tempo, che è ad esso propria: se – come si è visto – l’accidia è l’incapacità strutturale di vedere il bene, e di vederlo qui e ora, ovvero di riconoscere questo spazio e questo tempo come donati (ciò che impedisce all’accidioso di trovare pace e riposo), la santificazione del tempo è – al contrario – il riconoscimento del loro carattere di dono e, dunque, la loro bontà essenziale.

Il tempo sabbatico è dunque un tempo qualificato, che consente di fare memoria del fatto che ogni tempo è – a vario titolo – qualificato: tempo proposto e donato, contenente in sé una promessa e una sfida che interpellano e attivano la libertà.

In questo, il tempo sabbatico non soltanto conferma l’esperienza originaria e universale dell’uomo, ma pure la fonda e la trasfigura. Conferma l’esperienza per la quale ogni tempo è un’opportunità rispetto alla quale occorre prendere posizione, attraverso un impegno di sé al quale non è possibile sottrarsi. Fonda inoltre la possibilità di un impegno per-sempre nel tempo: lo fa trasfigurando il tempo dell’uomo e inscrivendolo in quello di Dio, ovvero facendo memoria del fatto che ogni tempo dell’uomo è anche il tempo dell’azione divina (ogni giorno l’uomo è al lavoro, ma anche Dio lo è). Il precetto del riposo sabbatico attesta, così, che nella parola che ogni tempo rivolge all’uomo è inscritta una parola più grande, che la fonda e la garantisce.

Ne deriva che quel tempo che l’uomo esperisce come proposto e donato gli è effettivamente donato, e che da questo dono derivano un compito e una responsabilità, dai quali egli non è però schiacciato. L’ha scritto bene Ghislain Lafont: “Avendo toccato la sua fine nella liturgia, il tempo può paradossalmente continuare il suo sviluppo immanente, fatto di decisioni umane e di azioni sulle cose, dato che, grazie ai simboli liturgici, esso ha ritrovato un senso, una direzione e una legge di sviluppo”.

In conclusione: l’uomo è la propria coscienza e la propria opera, ha cioè coscienza di sé e del mondo attraverso la propria azione e la propria opera: nel quadro religioso ebraico-cristiano, di quest’azione e di quest’opera il tempo sabbatico consente di non divenire schiavi. Ciò che esso attesta è infatti che l’uomo può lavorare e agire, scegliere e impegnarsi, perché può riposare; può riposare perché i frutti sono garantiti da un dono che lo supera e lo precede; deve riposare per non dimenticarlo.

(Le note a piè pagina non sono state trascritte).   

Di Romanus - Pubblicato in : Anno liturgico - Community : Riscopriamo la liturgia
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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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Libro Lameri

 

 

A cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, questo volume del Prof. Angelo Lameri si prefigge di offrire un contributo alla serena ermeneutica della Sacrosanctum Concilium. Un testo infatti si può comprendere meglio alla luce della storia della sua redazione. Oggi, grazie alla possibilità offerta dall’Archivio Segreto Vaticano, la documentazione riguardante la fase preparatoria della Costituzione liturgica conciliare è accessibile agli studiosi. Si tratta di un materiale abbondante e ricco.

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 
 

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