Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Friday 31 october 2014 5 31 /10 /Ott /2014 05:00

 Tutti i santi

Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore

 

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23 (24); 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

 

Nella festa di tutti i Santi, siamo invitati a contemplare l’assemblea festosa dei nostri fratelli che glorifica in eterno il Padre e, al tempo stesso, a prendere coscienza che anche noi siamo in cammino verso la casa del Padre. Nel nostro pellegrinaggio sulla terra, Dio ci ha dato come “amici e modelli di vita” i santi (prefazio).

 

Nelle letture bibliche e nelle preghiere della Messa di questa solennità possiamo cogliere alcuni temi che illustrano diversi aspetti della santità. La prima lettura, tratta dall’Apocalisse, ci offre lo spettacolo della Gerusalemme celeste, popolata dagli eletti: si tratta di una “moltitudine immensa… di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” che sta “in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello”. Questa moltitudine di eletti è indicata dal testo in “centoquarantaquattromila”, dodici volte dodici moltiplicato per mille, un numero simbolico che esprime pienezza. Il regno di Dio non è a numero chiuso, ma aperto a quanti accettano di purificare i loro peccati nel sangue dell’Agnello. La santità non è impresa per pochi eroi, ma tutti nella Chiesa siamo chiamati ad una vita santa, secondo il detto dell’Apostolo: “questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4,3). Tutti i fedeli di qualsiasi stato e grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità, “la pienezza dell’amore” (preghiera dopo la comunione). Ciascuno di noi è chiamato a diventare santo, cioè a realizzare in pieno la sua vocazione cristiana.

 

Il traguardo della santità è per tutti perché tutti siamo stati oggetto dell’amore di Dio. Infatti la santità è anzitutto un dono che procede dal “Padre, unica fonte di ogni santità” (preghiera dopo la comunione). San Giovanni, nella seconda lettura, esalta il grande amore che ci ha dato il Padre fino a poter essere chiamati figli di Dio. Ecco quindi che il progetto del Padre è che noi siamo simili all’immagine del Figlio suo Gesù Cristo. La vicenda della santità, la cui radice è la filiazione divina, comprende per Giovanni due tappe, essendo progressiva: lo stadio iniziale, realizzato fin dagli inizi della vita cristiana, e il compimento futuro nella perfetta rassomiglianza col Figlio di Dio, quando “saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.

 

E’ santo quindi colui che assomiglia al Figlio di Dio. In questo contesto, le beatitudini proposte dal brano evangelico possono essere lette come il ritratto perfetto di Gesù Cristo. Egli ha vissuto l’ideale delle beatitudini e in lui uomo tutte le promesse di Dio si sono realizzate. Non siamo quindi di fronte a una pura utopia, ma a un programma di vita possibile per ogni discepolo di Gesù, che ha detto: “Imparate da me…” (Mt 11,29). Dietro ad ogni singola beatitudine si può cogliere l’identità di Cristo, uomo nuovo, che noi tutti siamo chiamati a seguire e a imitare.

 

Un nuovo interesse per la santità riaffiora nel nostro tempo. Ci si chiede come poter esprimere una profezia che parli attraverso l’autenticità della vita. Pur nella diffusa cristianizzazione, c’è una sete ardente di spiritualità. Per noi cristiani la santità è una condizione di esistenza che deriva dal rapporto con Dio, anzi è dono di Dio che ci accoglie come figli nel Figlio.

 

L’Eucaristia è la prefigurazione e l’anticipo del festoso banchetto del cielo. Essa è quindi anche un viatico cioè una provvista da viaggio. E’ come il pane che fortificò Elia  lungo il sentiero del deserto verso il monte di Dio.

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
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Wednesday 29 october 2014 3 29 /10 /Ott /2014 05:00

Sorrentino.jpgAntonio Sorrentino, Riforma della riforma?, Edizioni Dottrinari, Pellezzano 2014. 206 pp.

“Pagina dopo pagina, l’autore invita e guida il lettore a ricercare e raggiungere un sano equilibrio dinamico fra tradizione e innovazione, tra libro e assemblea, tra presidenza e ministerialità, tra rito e vita” (Da Invito alla lettura, p. 8). Di questo volume, offro per ora qualche pagina sulla “perdita del senso del mistero” (pp. 85-91).

[…]

Sembra opportuno ricordare che “mistero cristiano” non equivale ad “arcano, cosa occulta, impenetrabile alla ragione”, ma ha un significato ben più pregnante. Infatti, il Concilio, sulla scorta dei Padri della Chiesa, ha ripresentato la liturgia come momento sintetico e attuativo della storia della salvezza. La Bibbia, che ne narra il cammino, documenta il dialogo progressivo di Dio con l’umanità, in cui è andato svelandosi il progetto di amore di Dio per la salvezza di tutti, progetto incentrato in Cristo, venturo- venuto-veniente.

Pertanto, il termine “mistero”, che nel linguaggio corrente indica qualcosa di segreto e inconoscibile, in senso biblico va inteso come “disegno divino di salvezza, che si dispiega progressivamente nella storia”. Esso ha al centro non il vuoto, ma Cristo, il quale lo ha pienamente inverato e rivelato, incaricando poi la Chiesa, sua comunità e suo corpo mistico, di portarlo a conoscenza di tutti. Quando “celebriamo i santi misteri", non ci perdiamo in uno spazio oscuro, ma entriamo in contatto con una realtà vivente, con Dio salvatore, che coinvolge in Cristo nell’alleanza nuova e definitiva.

E infatti San Paolo parla esplicitamente di “mistero rivelato”: “Il mistero nascosto da secoli e generazioni ora è stato manifestato ai suoi Santi: è Cristo in noi, speranza della gloria” (Col 1,26-27). La Chiesa è chiamata a “illuminare tutti sull’attuazione del mistero nascosto […], che Dio ha attuato in Cristo Gesù Signore nostro” (Ef 3,9.12). “Il mio vangelo annuncia Gesù Cristo secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli, ma ora manifestato per ordine dell’eterno Dio” (Rm 16,25). Si potrebbe dire che “mistero” equivale a “evangelo” (notizia bella e buona), prima inaccessibile agli uomini, ma ora destinato in Cristo non a pochi eletti, ma a tutti gli uomini (cfr. Mc 4,11; Mt 28,20).

Nell’accezione comune “mistero” significa verità nascosta, qualcosa di impenetrabile, che suscita attenzione, ma anche stupore, silenzio, senso di limite di fronte alla vita e alla morte, al dolore e all’amore. Pertanto, indica anche attesa di un superamento, di un salto, di un passaggio, desiderio e ricerca di pienezza.

Per noi cristiani “mistero”, in senso teologico paolino, indica sia il piano divino o progetto eterno di salvezza di tutti gli uomini in Cristo (cfr. Ef 1,3-14) sia le azioni divine di Cristo che effettivamente lo hanno realizzato (cfr. Lc 11,20) sia, in senso liturgico, le azioni cultuali che lo celebrano e ne comunicano i frutti.

Sicché “mistero” non è qualcosa che si occulta, come nella filosofia pagana, ma il nascosto che si svela e si rivela.

Pertanto, con Cristo siamo entrati in clima di “epifania del mistero”, perché l’alleanza non è privilegio di gruppi di iniziati, ma deve raggiungere indistintamente ogni uomo. La categoria biblica di “mistero” non rimanda a qualcosa di impenetrabile e inconoscibile, ma al dono divino, da accogliere con gratitudine e con disponibilità sia nella predicazione sia nella liturgia. Questa, pertanto, si pone come evento comunicativo del mistero. Essa è vera nella misura in cui favorisce l’incontro delle persone con Cristo, per lasciarsi coinvolgere nel suo “sì”, cioè nell’offerta di sé al Padre. In ogni celebrazione del sacrificio di Cristo, la Chiesa è insieme offerente e offerta con Cristo.

Perciò, “per rendere più facile l’intelligenza del mistero” (Ordinamento generale del Messale Romano, n. 12), è preferibile che la celebrazione del mistero pasquale si faccia non più con riti complicati e incomprensibili, ma con riti che splendano di nobile semplicità (SC, n. 14). Ogni rito, infatti, è un’azione che per essere significativa e comunicativa nel suo darsi, deve essere compresa. Se il rito è chiamato a esprimere qualcosa del mistero divino, non può esercitare la sua azione nell’ambito del simbolico se non attraverso azioni e gesti decifrabili e comunicativi a livello del linguaggio ordinario. “Un rito è veramente tale se è in grado di comunicare, se cioè è significativo tra chi lo pone e chi lo riceve” (J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, Milano 1986, p. 419).

E’ vero che in Oriente l’iconostasi (enfatizzata dopo la vittoria sull’iconoclastia del IX secolo) nasconde quasi interamente al popolo la celebrazione eucaristica. Per gli Orientali, infatti, la Messa è qualcosa di “tremendum”, “numinosum”, che va circondata di silenzio, ombra, mistero. Per i Latini, invece, il sacrificio della Messa è l’offerta a Dio, per le mani di Cristo, di tutto il popolo (la “plebs sancta”), che ammette una partecipazione corale (anche se diversificata) del clero e dei fedeli (cfr. A. Adam, Cristo nostro fratello, p. 538).

Il cardinale Ratzinger così si esprimeva nel libro-intervista Dio e il mondo: “La Chiesa bizantina vede nella liturgia un dono divino, cui l’uomo non può mettere mano […]. Invece l’Occidente ha sempre avuto un forte senso della storicità. Anch’esso ha concepito la liturgia essenzialmente come un dono, ma come un dono affidato alla Chiesa vivente e che cresce con lei, analogamente alla Sacra Scrittura, che è parola di Dio incarnata nella storia e che cresce in essa” (J. Ratzinger, Dio e il mondo, p. 377).

Osserva Carlo Greco: “Secondo l’etimologia greca, il simbolo designa l’azione del congiungere, del riunire due entità e in senso intransitivo, indica convenire, incontrarsi. Il simbolo è pertanto relazione e mediazione” (in AA.VV., Nuove ritualità e irrazionale, p. 286).

L’approdo del simbolo religioso è sempre Dio. Però Dio è trascendente, ci precede e ci supera. Ma per noi cristiani l’incontro è reso possibile in Cristo, Verbo incarnato. Scrive L. Santori: “Dio è indicibile perché inesauribile nel dire e nell’essere detto. Dio sta ‘oltre’, perché è pienezza e vita. Egli ‘eccede’ più di quanto ‘si avvicini’ alle nostre misure, come insegna il Concilio Lateranense IV: “Quando parliamo di Dio, la dissimilitudine supera la similitudine” (Denz. 806)” (ivi, p. 301).

Pertanto, nessuna pretesa intellettualistica di far piena luce, che potrebbe accecare l’uomo, quasi osasse fissare il sole, come osservava Sant’Ireneo. “La liturgia cristiana” – nota Neunheuser – “non deve eliminare il mistero, ma nello stesso tempo non può diventare misterica” (Nuovo Dizionario di Liturgia, p. 665).

Sant’Agostino diceva che “mentre il culto pagano era complicato e oscuro, invece il culto cristiano ha pochi segni, ma semplici e accessibili” (citato da J. Gélineau, Liturgia domani, p. 108).

Perciò i segni del culto cristiano sono quelli comuni: pane, vino, acqua, olio, parole semplici, canti facili, gesti usuali (mangiare, bere, inchinarsi, tendere le mani…). “Se l’indagine teologica non tiene presente la dimensione celebrativa, si priva di un aspetto essenziale per una comprensione piena del Mysterium, che nell’azione liturgica trova la sua attualizzazione simbolica” (Editoriale di Rivista Liturgica 3/2000, p. 358).

Il proprium della celebrazione è che si sia consapevoli del dono e pronti all’accoglienza: così insieme si ascolta e si risponde, cioè si comunica in senso sia verticale che orizzontale. La grazia non è veicolata da molti segni cultuali, ma da una sincera conversione del cuore, che si apre a Dio in Cristo, mediante la sollecitazione di segni sobri, semplici e veramente comunicativi.

La celebrazione, pertanto, non si chiude in se stessa, ma rinvia ad un orizzonte oltre se stessa e oltre il tempo: ci muoviamo tra il “già e non ancora”, nel senso che la salvezza è già data e operante, ma sarà piena solo nella sua dimensione escatologica. Certo, se l’arcano è rivelato, vi è un di più che va sempre cercato (cfr. Lumen fidei, n. 35), perché nel simbolo (che è tipico del linguaggio liturgico), il mistero resta, non si rivela compiutamente. In realtà, in ambito relazionale-divino, vi sono “misteriose profondità e v’è una sovrabbondanza di senso. Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non vi sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa” (Benedetto XVI, Catechesi del 21.11.2012). In questo dialogo “è importante che gli oggetti e le azioni rituali siano sentiti come numinosi, cioè portatori di una realtà ‘altra’, come veicoli del Numinoso” (R. Otto, Il sacro, p. 35).

E’ chiaro che oggetti e gesti possono essere ordinari, usuali (pane, vino, olio; darsi la mano, sedersi, stare in piedi, inchinarsi); ma essi, nel contesto liturgico, vengono caricati di un riferimento e di  un significato che trascendono la loro materialità e così per la grazia dello Spirito, diventano segni efficaci del dialogo salvifico cielo-terra.

Se questa valenza simbolica non viene percepita e accolta, se non si crea un clima favorevole di relazione e di silenzio adorante, si rischia di agire quasi magicamente: le persone vengono sfiorate dalla grazia, perché l’opus operatum è sempre opus operantis Christi, ma non se ne lasciano coinvolgere e salvare. Per questo motivo la sacralità della liturgia non viene salvaguardata recuperando gesti, vestiario e canti lontani dalla sensibilità e dalla cultura attuali, ma da una continua e paziente formazione catechetica e liturgica e favorendo momenti specifici di pausa meditativa e adorante.

Nella liturgia tridentina non c’era bisogno di richiamare al dovere del silenzio, perché quasi tutta la celebrazione era “submissa voce” e il prete celebrante ne era praticamente l’attore unico. Invece nella liturgia del Vaticano II il silenzio viene riconosciuto come componente della liturgia (SC n.30; OGMR nn. 25,54,56,88) ed è obbligatorio in alcuni suoi momenti specifici. Purtroppo non sempre viene osservato: ed è una omissione grave, che dà un senso di superficialità e di fretta e quasi di mancanza di fede; bisogna assolutamente ricuperarlo, per dare spazio adeguato a un ritmo celebrativo in cui si combinino insieme momenti di recitato e cantato, parole e silenzio, movimenti e pause meditative.

E’ bene rispettare il silenzio già in sacrestia, mentre ci si prepara immediatamente alla celebrazione, evitando chiacchiere e battute cameratesche, come suggerisce esplicitamente l’OGMR al n. 45: “Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sacrestia, nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, affinché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione”. Forse è anche utile che il sacerdote recuperi quelle brevi preghiere che un tempo accompagnavano la vestizione dei sacri paramenti.

E’ cosa buona che il sacerdote, prima di avviarsi dalla sacrestia alla chiesa, faccia con ministri e ministranti l’inchino alla croce, dicendo: “Procedamus in pace (andiamo in pace)”, cui si risponde: “In nomine Christi. Amen (nel nome di Cristo. Amen)”. Non è più previsto segnarsi con l’acqua benedetta, come gesto di purificazione, perché la Messa inizia con l’atto penitenziale. Come anche l’OGMR ha abolito le preghiere private del sacerdote nel salire i gradini e nel baciare l’altare (“Aufer a nobis… Oramus te, Domine”), perché si suppone che, almeno nei giorni festivi, il rito di ingresso sia normalmente accompagnato da un canto adatto, che introduca, quasi come “sigla”, la celebrazione.

Rientrando in sagrestia – a meno che, soprattutto la domenica, non si voglia personalmente salutare i fedeli alla porta della chiesa – si potrebbe recitare sottovoce in latino: “Placeat tibi, Sancta Trinitas, obsequium servitutis meae et praesta ut sacrificium, quod oculis tuae maiestatis indignus obtuli, tibi sit acceptabile, mihique et omnibus pro quibus illud obtuli sit, te miserante, propitiabile. Per Christum Dominum nostrum. Amen”

 

 

 

Di Romanus - Pubblicato in : Riforma liturgica - Community : Riscopriamo la liturgia
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Monday 27 october 2014 1 27 /10 /Ott /2014 20:00

  

 

Il Sinodo, il Concilio e la Commissione “Ecclesia Dei”

Un pozzo di indifferenza verso il Vaticano II?



Da parte di diversi padri sinodali, come anche nelle parole di molti commentatori, si è rilevato come il recente Sinodo dei Vescovi abbia riportato alla mente e alla esperienza il metodo del Concilio Vaticano II. Che poi il lavoro del Sinodo si sia chiuso con la beatificazione del “papa del Concilio Vaticano II”, questo ha rafforzato l’idea che il Vaticano II sia una “acquisizione irreversibile” nel corpo ecclesiale, e che del suo stile della sua mens abbia urgente bisogno anche la Chiesa contemporanea.
Ma, appena chiuso il Sinodo, abbiamo letto una sorprendente intervista, nella quale si offrivano alcuni strani “chiarimenti” circa il destino dei dialoghi tra Roma e la FSSPX . Il "chiarimento" che Mons. Guido Pozzo, Segretario della Commissione Ecclesia Dei, ha inteso offrire con la sua intervista ad una rivista francese, ripresa da Vatican Insider alcuni giorni fa (http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/lefebvriani-lefebvrians-lefebvrianos-37117/), in realtà presenta diversi aspetti preoccupanti e tutt'altro che chiarificatori. Sembrerebbe, a lui, che con queste parole si possa aprire un varco nel dialogo con i Lefebvriani. Egli sostiene, infatti, che

«Le riserve o le posizioni della FSSPX su alcuni aspetti che non rientrano nel dominio della fede ma che riguardano temi pastorali o d’insegnamento prudenziale del Magistero non devono essere necessariamente ritirati o annullati dalla Fraternità».

Le riserve della Fraternità, secondo mons. Pozzo, riguarderebbero dunque «temi pastorali o di insegnamento prudenziale del Magistero». Questa è un’affermazione assai rischiosa, che fa capire come le pesanti critiche e riserve della FSSPX, se derubricate dal rango di «dottrinali», potrebbero continuare a essere legittimamente espresse, e lascerebbero i lefebvriani sulle loro posizioni, pur non impedendo il recupero della comunione con Roma.

Mons. Pozzo cerca poi di chiarire ulteriormente il suo pensiero, aggiungendo:

«Non c’è alcun dubbio sul fatto che gli insegnamenti del Vaticano II hanno un grado di autorità e un carattere impegnativo estremamente variabile in funzione dei testi. Così per esempio, le Costituzioni Lumen Gentium sulla Chiesa e Dei Verbum sulla Rivelazione hanno il carattere di una dichiarazione dottrinale, anche se non c'è stata una definizione dogmatica». Mentre le dichiarazioni sulla libertà religiosa, sulle religioni non cristiane e il decreto sull’ecumenismo «hanno un grado di autorità e un carattere impegnativo diverso e inferiore».

Egli introduce questa infelice argomentazione con un “non c’è alcun dubbio”...ma il dubbio su quanto egli afferma non solo è grande, ma addirittura è in grado di rinvenire un contrasto tra le sue parole e le evidenze più importanti maturate nella Chiesa cattolica in questi 50 anni.
Nel sostenere questa differenza tra diversi livelli di autorità del Vaticano II, Mons. Pozzo mostra con molta chiarezza, quasi con ingenuità, di non aver compreso il valore pastorale del Concilio e il suo significato dottrinale più decisivo. Il Vaticano II non può essere ridotto ad un “nucleo dottrinale”: il suo valore sta proprio nell’atto con cui “traduce” la sostanza della antica dottrina in un rivestimento nuovo. Questo livello “pastorale” del Vaticano II è propriamente il livello dottrinale più decisivo e più irrinunciabile. Proprio a questo Mons. Pozzo sembra voler rinunciare nel dialogo con i negatori e detrattori del Concilio Vaticano II. Si lascia condizionare dalla impostazione distorta degli interlocutori e cade, forse volentieri, nella loro trappola.

Pertanto, secondo la ricostruzione deformata e distorta proposta da Pozzo,  dovremmo in futuro aspettarci che si possa accettare il Vaticano II in una forma, per così dire, “scontata”. Pozzo propone un Vaticano II sul mercato dell”hard discount”. Si potrebbe – in questa prospettiva aberrante - dichiararsi "fedeli al Concilio Vaticano II" aderendo formaliter alle formule di Dei Verbum o di Lumen Gentium, ma restando fedelmente convinti, e potendo anche dire e scrivere, che la libertà di coscienza non sia altro che un peccato moderno, che i giudei siano sostanzialmente “perfidi deicidi" e che i luterani e i riformati debbano essere considerati più nemici che fratelli.

Questo sarebbe il sogno di Pozzo? Abbassare a tal punto l'asticella del confronto con la Fraternità San  Pio  X da poter raggiungere la comunione accettando semplicemente i loro deliri?. Si è forse chiesto, Mons. Pozzo, se intorno a quel tavolo, dove dovrà condurre il dialogo, saprà ancora da quale parte sedersi? Dove prenderanno posto i difensori della Chiesa  conciliare e dove invece i suoi detrattori e i suoi nemici?

Ho l'impressione che con questa intervista il Segretario della Commissione "Ecclesia Dei" non abbia offerto chiarimenti, ma abbia anzi mostrato di avere le idee piuttosto confuse su questi ultimi 50 anni di storia e di sviluppo dottrinale. Sarebbe necessario che anzitutto chi conduce il confronto con la FSPX avesse le idee chiare sul Concilio e sul valore irreversibile che ha avuto per la vita della Chiesa in questi 50 anni.

In effetti, quello che abbiamo letto su Vatican  Insider è una lettura riduttiva è distorta del Vaticano II, non accettabile in generale e gravemente pericolosa se utilizzata nel difficile dialogo con la FSSPX. Spero che le parole riportate siano state fraintese o distorte. Se fossero quelle originali aprirebbero un caso nella curia romana. Come è possibile che queste posizioni possano rappresentare quella Chiesa cattolica che con papa Francesco vuole camminare sicura e spedita nella linea del Vaticano II? Come possiamo permettere che a rappresentare il cattolicesimo conciliare siano parole tanto tiepide e tanto indifferenti verso le vere novitá conciliari? Che senso potrebbe avere riconoscere la santità di Giovanni XXIII e di Paolo VI se, nel frattempo, considerassimo pressoché irrilevanti le più grandi acquisizioni del loro pontificato?

Se la intervista non è un tradimento delle sue parole, credo che Mons. Pozzo dovrà spiegare nel dettaglio ogni affermazione da lui rilasciata. Per troppa leggerezza, o, forse, per trop
pa sincerità.  

Fonte: Blog di Andrea Grillo (27.10.2014)

Di Romanus - Pubblicato in : Questioni attuali
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Monday 27 october 2014 1 27 /10 /Ott /2014 05:00

Sinodo-sulla-famiglia.pngCon i diversi interventi, che si sono susseguiti durante il Sinodo Straordinario dei Vescovi, sono state gradualmente configurate diverse forme di proposta per affrontare il problema forse avvertito come più spinoso, ossia la possibilità di accesso alla comunione da parte dei divorziati risposati.  Non è inutile ricordare che già secondo Familiaris Consortio i divorziati risposati vivono in comunione ecclesiale. La questione che si cerca di risolvere oggi, più di trenta anni dopo quel testo, è in quale forma poter garantire loro di accedere anche alla pienezza della comunione sacramentale.  La questione deve essere affrontata, ovviamente, senza ledere il primato della unità matrimoniale, che la fede cristiana considera necessariamente prioritario.

 

Ecco le posizioni che sono emerse, più o meno chiaramente, dal dibattito:

 

a) vi sono pochi soggetti, piuttosto isolati, che ritengono che l'unico modo per difendere il vincolo del matrimonio sia mantenere del tutto ferma la disciplina ecclesiale, sia quella canonica, sia quella pastorale.  Ogni anche piccolo mutamento disciplinare sarebbe percepito come una forma di cedimento e come l’inizio di un pericoloso "piano inclinato", che porterebbe ad esiti catastrofici proprio per la unità del matrimonio;

 

B) vi è poi chi ritiene di muoversi in modo assolutamente classico, ma con la libertà di acquisire spazi nuovi in ordine a diversi profili strettamente canonici e procedurali, auspicando

 

- un ampliamento dei capi di nullità

 

- uno sveltimento  e uno snellimento delle pratiche giudiziarie

 

- una possibile attribuzione al Vescovo di una competenza per una procedura amministrativa mediante la quale poter riconoscere - non giudizialmente - la nullità del vincolo matrimoniale;

 

C) una posizione diversa, anche se molto simile a questa seconda, è quella di coloro che optano per acquisire una differenza più marcata tra matrimonio come contratto e matrimonio come sacramento. L'esito del ragionamento è il medesimo, ossia il riconoscimento di un capo di nullità, per mancanza della fede; ma l'aspetto significativo è che questa proposta, recentemente assunta anche da papa Benedetto XVI, introdurrebbe una novità non solo disciplinare, ma dottrinale, anche se soltanto sul piano della dottrina giuridica, creando una differenza tra contratto e sacramento, cosa che nella canonistica cattolica costituisce una certa novità.

 

D) una soluzione "pastorale" o penitenziale viene sostenuta da parte di tutti coloro che ritengono che un cammino penitenziale, in determinate condizioni, possa condurre singoli soggetti alla riconciliazione e alla comunione eucaristica. Questa soluzione alla questione dei divorziati risposati acquisisce il possibile riconoscimento nella piena comunione di ciascuno dei singoli, ma non dei due soggetti in quanto (nuova) coppia.

 

E) vi è, infine la soluzione che propone di considerare lo scioglimento del vincolo per "morte" come estensibile anche alla ipotesi di "morte del vincolo". Nella tradizione orientale questa lettura è resa possibile da una interpretazione delle "eccezioni matteane" intese come vere eccezioni. La possibilità di assumere anche in occidente questa lettura non è tuttavia del tutto pacifica.

 

Ognuna di queste posizioni presenta ovviamente i suoi limiti. Nel caso delle prime due vediamo apparire chiaramente il rischio che si consideri a priori la questione dei divorziati risposati come una questione facilmente aggirabile, o mediante negazione, o mediante finzione.

 

La terza posizione apre uno spazio di riflessione e di discernimento, rilevando il bisogno di una maggiore distinzione tra matrimonio sacramentale e matrimonio civile. Questo, di per sé, non impedirebbe di configurare la possibilità che la Chiesa possa un domani riconoscere, successivamente ad un matrimonio sacramentale valido, la possibilità di un matrimonio civile, non sacramentale, anche tra due battezzati

 

La quarta posizione ha il limite di lavorare solo sul piano individuale: assumendo infatti con tutta serietà, il lavoro del lutto per la unione fallita, essa risulta molto vaga circa le conseguenze giuridiche e canoniche della nuova unione, alla quale non dà alcuna autentica visibilità e praticabilità ecclesiale. Ogni singolo può essere pienamente riconciliato, ma l’unica coppia riconosciuta e “visibile” rimane quella che non c’è più.

     

Infine, la quinta posizione, considerando la "morte del vincolo", non è costretta a duplicare la realtà, ma necessita di una adeguata traduzione della concezione "oggettiva” del vincolo, per poter attribuire al legame coniugale una storia e, quindi, persino la possibilità di morire.

 

Forse qui si apre il profilo più interessante della questione: in quale modo ognuna di queste prospettive di soluzione riesca a comporre la dimensione oggettiva con quella soggettiva del matrimonio. A dire il vero, il testo della “relatio” presenta una sensibilità per questo tema, quando citando il CCC ricorda che:

 

“Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735).”

 

Se qui la questione sollevata appartiene ad una tradizione “penale”, non bisogna tuttavia dimenticare che la stessa logica, che distingue tra aspetto oggettivo e aspetto soggettivo, di fatto sovraintende a tutta la organizzazione della materia matrimoniale, talora con adeguate distinzioni, talaltra con giustapposizioni o sovrapposizioni poco opportune.

 

Un nuovo contemperamento di aspetti oggettivi e di dimensioni soggettive, aprendo la tradizione alla considerazione di quella “intersoggettività” che caratterizza precisamente la vita di relazione familiare, potrebbe essere la strada migliore per uscire dagli imbarazzi della dottrina classica. Infatti, se, restando all’interno delle sue categorie medioevali, carichiamo tutto il peso della “resistenza del vincolo” su una teoria oggettiva, finiamo poi per introdurre la rilevanza del soggetto in una forma solo indiretta, quasi trasversale, ma spesso con un esito paradossale. Quanto più vogliamo rafforzare il vincolo facendone un “oggetto”; tanto più lo facciamo dipendere, a posteriori, dall’arbitrio dei soggetti.

 

In altri termini, se irrigidito nella alternativa tra oggettivo e soggettivo, il matrimonio non può avere una “storia”. Possiamo andare incontro alla esperienza dei “matrimoni falliti” solo se accettiamo che possano effettivamente fallire. Finché la accettazione di un matrimonio fallitosignificherà, per la Chiesa, soltanto il caso di una “nullità” non riconosciuta per tempo, avremo sempre un deficit di esperienza umana e cristiana che resterà irrimediabilmente incompreso. Per rimediare a questo deficit non basta oggi – e non basterà neppure domani – soltanto un atteggiamento benevolo o una certa gentilezza. Abbiamo bisogno di una diversa teoria del vincolo matrimoniale, alla quale dovremo lavorare nel prossimo futuro.

 

È evidente che il lavoro che aspetta la Chiesa nel prossimo anno dovrà essere anche un lavoro di approfondimento di queste cinque vie. Non è affatto detto che si tratti di vie alternative. Anzi, è probabile che la soluzione possa essere trovata nel contemperamento tra alcune di queste diverse possibilità. È tuttavia altrettanto certo che la Chiesa sente il bisogno di soluzioni reali, non di finzioni o di piccoli atti cosmetici.

 

Se ne può trarre una semplice conclusione. La questione dei divorziati risposati non si può risolvere senza affrontare, più in generale, la questione di un nuovo e complessivo assetto giuridico e teologico del matrimonio. Senza un nuovo disegno generale di comprensione e di disciplinamento del matrimonio, ogni soluzione di singole questioni rischierebbe di essere solo una pezza di tessuto nuovo applicata su un tessuto vecchio, che finirebbe presto con lo stracciare ancor di più la veste ormai logora.

 

Le potenzialità e la vitalità del matrimonio sono ancora una grande speranza per la Chiesa. La disciplina che dovrebbe disciplinarlo e orientarlo risulta, invece, assai inadeguata e spesso di ostacolo ad una reale comprensione delle questioni in gioco. Quando è al meglio di sé - e non è detto che lo sia sempre – tale disciplina riflette una comprensione dei soggetti, delle comunità e della autorità che non ha più riscontro, da almeno un secolo, nel mondo comune. Abbiamo dunque bisogno di categorie adeguate a mediare il Vangelo della famiglia nel nostro tempo: non per cambiarlo, ma per capirlo meglio. Prima troveremo il coraggio di por mano a questo ripensamento e prima avremo le parole giuste e lo sguardo adeguato con cui interpretare il matrimonio tardo-moderno: tanto per motivare e promuovere le gioie e i successi delle famiglie felici, quanto per accompagnare e rimotivare i dolori e gli scacchi di quelle infelici.  

 

Fonte: Blog di Aandrea Grillo (23.10.2014)

 

 

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Saturday 25 october 2014 6 25 /10 /Ott /2014 05:00

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Ti amo, Signore, mia forza

 

Es 22,20-26; Sal 17 (18); 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

 

Il salmo responsoriale odierno è formato da tre versetti del Sal 17 (vv. 3-4.47), che è un lungo inno di ringraziamento per la salvezza e la vittoria, e di cui l’autore è quasi certamente il re Davide. Non fu difficile per Israele far sua la preghiera del proprio re nelle celebrazioni liturgiche, perché la storia personale di lui era, in certo modo, espressione del popolo e della sua storia e un richiamo agli innumerevoli e prodigiosi interventi di Dio nel corso della medesima. Questo salmo può esprimere la preghiera di tutti gli emarginati. Essi trovano ascolto presso Dio. Riprendendo anche noi il Sal 17, ringraziamo il Signore che ci segue con il suo volto di amore e di misericordia, vive in noi e agisce misteriosamente con la potenza dello Spirito.

 

Se vogliamo sintetizzare le prescrizioni del brano dell’Esodo, riportate dalla prima lettura,  possiamo dire che Dio si prende cura con molto amore e tenerezza del povero e del debole ed ascolta i loro giusti lamenti. Ecco perché il Signore condanna lo sfruttamento e l’oppressione delle persone deboli e indifese, e ricorda che il valore della persona è sempre superiore alle cose.

 

Nel brano del vangelo d’oggi alla domanda di un dottore della legge su quali sia il più grande comandamento della legge, Gesù risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore...” Ma aggiunge subito dopo : “Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. E conclude affermando che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. Gesù parla quindi dell’amore come dimensione globale dell’esistenza, di un amore che abbraccia appunto tutta l’esistenza ed è proiettato in modo inseparabile verso Dio e verso i nostri simili. Questa unità dei due comandamenti non comporta certamente la loro totale identificazione, ma significa che essi sono intrinsecamente associati e interconnessi. Noi siamo tentati di scindere le due cose, dando talvolta il primato a Dio e trascurando il prossimo. Il messaggio evangelico invece ci invita a coniugare i due amori, anzi ad unirli in modo che diventino una medesima esperienza di vita. L’esperienza dell’amore di Dio deve passare attraverso l’amore dell’uomo, e viceversa. Questa sintesi è la vera novità cristiana in rapporto al messaggio dell’Antico Testamento. Per il cristianesimo la legge dell’amore diventa la suprema norma a cui tutto va orientato e da cui tutto si fa dipendere.

 

Se Dio ama l’uomo, chiunque voglia amare Dio deve collocarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, deve amare anche l’uomo. D’altra parte, come l’uomo è unitario, così le sue scelte di fede e di amore devono essere realtà unitarie. Sulla stessa linea, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che accogliere la parola di Dio significa abbandonare ogni idolatria per diventare seguaci, imitatori di Cristo e testimoni della sua carità.

 

L’eucaristia a cui partecipiamo è memoriale del sacrificio di Cristo, ed è quindi segno concreto ed espressivo nel segno sacramentale di un Dio che ci ama: “Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo” (antifona alla comunione - Ef 5,2).

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Wednesday 22 october 2014 3 22 /10 /Ott /2014 05:00

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Dal 23 al 26 di questo mese il “Populus Summorum Pontificum” celebra il suo pellegrinaggio annuale. Mi viene in mente quanto G. Baroffio saggiamente e con un velo di umorismo proponeva: Invece  di creare tanto e dannoso polverone – frutto e, insieme, causa di molta confusione – forse si potrebbe rendere facoltativo, l’uso dell’Ordo Missae tridentino, ma nello stesso tempo ribadire l’obbligo di seguire il Messale Vaticano per le letture, le preghiere e i canti. Altrimenti si lasci piena libertà di utilizzare il Comes di Murbach, le Messe edite da Mone, il Sacramentario di Gellone e il Graduale di Saint-Denis: ciascuno faccia quello che ritiene più consono alle proprie vedute… Non si può ridurre la liturgia – segno d’unità – in un chaos alimentato da rigurgiti viscerali, spesso conditi da grande ignoranza. Chi vuole celebrare in latino sappia però che deve conoscere la lingua e pronunciarla in modo corretto. Alcune Messe in lingua latina sono trasformate in scandalose farse dalla pronuncia errata dei testi.

Fonte: il testo di Baroffio è citato da R. Tagliaferri, “Ripetizione e pericolo rituale”, in Celebrare il Mistero di Cristo, vol. III: La celebrazione e i suoi linguaggi, Edizioni Liturgiche, Roma 2012, p.120.

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Monday 20 october 2014 1 20 /10 /Ott /2014 05:00

Famiglia.jpg 

Come ci ha ricordato la prima parte del recente Sinodo che si è occupato delle “Sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’Evangelizzazione”, oggi la famiglia si trova obiettivamente in un momento molto difficile, con realtà, storie e sofferenze complesse. La diffusa crisi culturale, sociale e spirituale costituisce una sfida per l’evangelizzazione della famiglia, nucleo vitale della società e della comunità ecclesiale.

 

Da parte sua, la tradizione cristiana considera la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio tra uomo e donna, come un bene inestimabile, l’ambiente naturale di crescita della vita, una scuola di umanità, di amore e di speranza per la società e per la Chiesa. Questi valori possono e dovrebbero essere alimentati dalla fede e dalla preghiera in seno alla famiglia. Le famiglie che partecipano con una certa regolarità all’Eucaristia nella Messa d’ogni domenica, potrebbero trovare in questa prassi la forza per rimanere unite e per affrontare i problemi quotidiani. Come ha detto il recente Sinodo sulla famiglia, essa può "trovare nell'Eucaristia il cibo che la sostenga" (Relatio Synodi 2014, n. 50). In seguito indichiamo con un linguaggio molto semplice i diversi momenti della celebrazione eucaristica e il messaggio in essi racchiuso per la vita familiare.

 

1. Il radunarsi

Il primo momento della celebrazione è in qualche modo previo ad essa, è il semplice fatto di radunarsi. Persone diverse per età, cultura, condizione sociale, ecc., provenienti da diversi luoghi ci raduniamo in chiesa per celebrare l’Eucaristia perché una voce, quella della fede, ci chiama a rinsaldare i nostri legami di unità in Cristo. Così come la vita familiare è un  progetto di comunione e di amore, così si esprime anche il primo atto della Messa. Siamo convocati a formare assemblea, che è il significato della parola “chiesa”, un termine proveniente dal greco. E’ il primo atto della Messa: convenire e radunarsi in assemblea. Il Beato Paolo VI ricordava a questo proposito il richiamo delle campane per la Messa domenicale, soprattutto nei piccoli paesi. Quel suono un’ora, mezz’ora, quindici, cinque minuti prima della celebrazione aveva un effetto psicologico, diceva Papa Montini, preparava materialmente e spiritualmente i fedeli alla Messa, era la voce che chiamava a recarsi in chiesa, a radunarsi.

 

2. Il perdono

Una volta radunati, e quindi non dispersi qua e là nei banchi della chiesa, dopo il saluto iniziale del sacerdote che presiede la celebrazione, siamo invitati in un breve atto penitenziale a riconoscerci peccatori bisognosi di perdono e a chiedere questo perdono non solo a Dio ma anche ai fratelli e alle sorelle presenti alla celebrazione; diciamo infatti nel Confiteor: “Confesso a Dio e a voi fratelli che molto ho peccato…”. Il luogo normale dove si esercita il perdono è la famiglia. Una famiglia è viva, è sana, è semplicemente umana, prima che cristiana, quando è capace di rigenerarsi continuamente attraverso il vicendevole perdono chiesto e offerto generosamente. "Saper perdonare e sentirsi perdonati è un'esperienza fondamentale nella vita familiare" (Relatio Synodi 2014, n. 44).

 

3. La Parola

Terzo momento importante della Messa è la proclamazione e l’ascolto delle letture bibliche. Dio ci si è rivelato attraverso la sua Parola che si conserva nella Bibbia, la quale possiamo dire che narra la storia dei gesti di amore di Dio, dalla creazione (la Genesi) alla fine dei tempi (l’Apocalisse). E’ un momento impegnativo, in cui non solo siamo chiamati ad ascoltare questa Parola, ma anche a dare una risposta con la preghiera alla fine delle letture bibliche ma anche con la coerenza della nostra vita. Dio dialoga con noi, ma questo dialogo dovrebbe essere un incentivo al dialogo che deve continuare fuori dalla chiesa, in particolare in seno alla famiglia. Una famiglia in cui i suoi componenti non dialogano, non si confrontano, presto o tardi si sgretola e si riduce in frantumi.

 

4. L’offerta

Dopo l’ascolto della parola di Dio e il commento ad essa fatto nell’omelia pronunciata dal sacerdote (ciò dovrebbe essere l’omelia e non altro), ecco che arriva il momento dell’offerta, il cosiddetto offertorio o presentazione dei doni. Noi portiamo all’altare, idealmente, il pane ed il vino, cioè portiamo quello che Dio ci ha dato e che noi abbiamo trasformato con il nostro lavoro, il frutto della nostra fatica e del nostro impegno o, come dice la preghiera che recita il sacerdote, “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Qualcosa di simile dovrebbe capitare anche nei rapporti familiari, perché la vita familiare è dono e offerta. Se noi ci accogliamo (1), ci perdoniamo (2) e dialoghiamo (3), come abbiamo detto prima, è per donarci l’un l’altro (4). Forse ci è più comodo pensare che i problemi della famiglia  si risolvono semplicemente con i soldi, con la sicurezza economica. Ma è più facile dare i soldi che dare se stessi alla moglie, al marito, ai figli, agli anziani della famiglia. Certo, i soldi sono importanti, ma imparare ad offrirsi, a donarsi è molto più importante.

 

5. La consacrazione

E arriviamo al momento solenne della preghiera eucaristica e quindi della consacrazione, in cui il sacerdote ripete il gesto di Cristo pronunciando le sue stesse parole sul pane e sul vino. Se noi veramente offriamo il nostro amore a Dio e agli altri (4), allora Dio lo accoglie, lo fa suo. È ciò che succede nella Messa. Dio accoglie questo pane e questo vino che noi abbiamo lavorato con la fatica delle nostre mani, lo accoglie e con il dono del suo Spirito fa in modo che quel pane e quel vino non siano più solo il frutto della terra e della vite e del nostro lavoro, ma presenza sua (5). Se noi ci doniamo autenticamente agli altri, Dio accoglie questo nostro sforzo e fa sì che il nostro amore non sia solo il nostro amore ma la sua presenza in mezzo a noi. Qui poggia la “sacralità” del matrimonio cristiano e della famiglia. Per la tradizione cristiana, l’amore degli sposi è segno dell’amore di Cristo alla sua Chiesa.

 

6. La comunione

La comunione eucaristica sigilla questo amore donato, offerto e trasformato e realizza di tutti noi una sola realtà con Cristo. Prima di comunicarci siamo invitati a scambiarci un segno o bacio di pace. E’ un gesto eloquente, che ci ricorda che non si può essere in pace e comunione con Dio se non si è in pace e in comunione con il prossimo. La comunione eucaristica quindi non è solo un segno efficace di comunione con Cristo, ma anche un segno efficace di comunione tra i redenti da Cristo. Verso la fine della preghiera eucaristica, il sacerdote si rivolge a Dio Padre con queste parole: “Ti preghiamo umilmente per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”.  Quando la famiglia partecipa alla comunione eucaristica, la sua unità trascende le mura della propria dimora e diventa unità con tutti i fratelli in Cristo.

 

7. La missione

La Messa termina con un invito a portare con noi fuori dalla chiesa ciò che abbiamo vissuto nel momento della celebrazione. Uno dei saluti di congedo più belli dice così: “Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto”. “Andate e portate” vuol dire qui che siamo chiamati a portare con noi a casa, in famiglia, al lavoro, nella società ciò che abbiamo vissuto nella celebrazione della Messa. Si tratta quindi di testimoniare, annunciare, vivere nel quotidiano quei momenti della celebrazione eucaristica che abbiamo brevemente illustrati: essere capaci di accoglienza (1), sempre disponibili al perdono (2), aperti all’ascolto e al dialogo (3), pronti al dono di sé (4) e, trasformati dall’accoglienza divina (5) e in comunione con Dio e con i fratelli e sorelle (6), essere testimoni gioiosi del Vangelo nel mondo (7). Naturalmente tutto ciò va interpretato ed è possibile alla luce della fede.

 

                                                                                                                                                m. a.

 

 

La "Relatio Synodi" si può trovare in

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/18/0770/03044.html

 

 

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Sunday 19 october 2014 7 19 /10 /Ott /2014 05:00

Paolo-VI-1.png

 

A te, Roma, diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu Urbe dell’orbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione.

Ed a Voi tutti, venerati Fratelli nell’Episcopato, il mio cordiale e riverente saluto; sono con voi nell’unica fede, nella medesima carità, nel comune impegno apostolico, nel solidale servizio al Vangelo, per l’edificazione della Chiesa di Cristo e per la salvezza dell’intera umanità. Ai Sacerdoti tutti, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei nostri Seminari, ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore.

E così, con particolare riverenza e riconoscenza ai Signori Cardinali ed a tutta la Curia romana: davanti a voi, che mi circondate più da vicino, professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei anti, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni.

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Saturday 18 october 2014 6 18 /10 /Ott /2014 05:00

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Grande è il Signore e degno di ogni lode

 

Is 45,1.4-6; Sal 95 (96); 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

 

Il Sal 95 celebra il progetto che Dio ha tracciato per la storia e per il cosmo. Il salmista esalta la sovranità di Dio su tutti i popoli e sull’universo intero. Proprio perché Dio ha fatto i cieli e l’universo intero, gli uomini debbono riconoscere la sua sovranità. Dio, che è all’origine di ogni cosa, è presente ovunque, ben oltre i confini che gli uomini molte volte tentiamo di imporgli. La Chiesa, riprendendo questo salmo nella sua liturgia, vede in esso la profezia dell’incarnazione del Verbo e la chiamata di tutti i popoli ad entrare nel regno di Cristo.

 

Dio ha scelto l’imperatore persiano Ciro il Grande per far ritornare gli Ebrei in patria (cf. prima lettura) ridando in questo modo libertà e dignità al popolo di Dio. Il re persiano Ciro, che era un despota e non conosceva il vero Dio, diventa in questo modo strumento della misericordia del Signore. Il profeta intende dimostrare che Dio è presente e agisce nella storia, facendo notare come operi in e per mezzo di persone che vivono al di fuori del suo popolo. Ciò ci insegna che Dio è alla guida della storia e sceglie con libertà le vie e i mezzi più opportuni per realizzare il suo progetto. In questo modo il profeta fa una interpretazione della storia alla luce della fede.

 

La fede però, pur avendo il diritto di contemplare l’intervento di Dio nella storia e di dare la propria valutazione dei fatti, non può per questo negare o sottovalutare la responsabilità e i compiti che spettano all’uomo. Nel vangelo d’oggi ce lo ricorda Gesù con la sua famosa affermazione: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, l’unico pronunciamento ‘politico’ esplicito di Gesù. Poche sentenze del Vangelo hanno avuto la fortuna di questa che ci viene oggi ricordata. Non sempre però è stata capita in modo giusto. Gesù, nella risposta al tranello che gli tendono i farisei e gli erodiani, non si schiera né con la reazione né con la rivoluzione. Un “sì” o un “no” sulla legittimità di pagare il tributo a Cesare poteva essere un valido pretesto per screditare Gesù presso l’autorità politica o presso quella religiosa su un tema molto dibattuto. Nella sua risposta, Gesù riconosce il potere romano come dominazione di fatto, anche se non entra in merito alla sua legittimità o meno. La risposta di Gesù suppone implicitamente che quando un cittadino paga le tasse non per questo sottrae qualcosa a Dio; anzi, proprio operando in questo modo egli obbedisce a Dio. Infatti, della volontà divina fa parte anche l’ordine economico, sociale, politico che è chiamato a governare secondo giustizia i rapporti tra gli uomini. Insomma Dio e la politica si collocano su livelli diversi di esperienza, ma non si tratta di livelli contrapposti. Ciò non toglie la possibilità di conflitti che l’esperienza storica mostrerà ben frequenti. E’ compito di ogni credente discernere se un tipo di obbedienza richiestogli si collochi coerentemente entro la sua obbedienza a Dio oppure no. L’uomo non è un “animale” meramente politico, così come non è un “animale” meramente religioso. Le due dimensioni devono stare insieme per raggiungere i loro fini propri a beneficio dell’uomo, che è un essere indivisibile.

 

In ogni caso, non si può relegare Dio entro una sfera puramente interiore, tentazione frequente nei nostri giorni. Il cristiano deve far emergere nella sua vita personale e nei suoi rapporti con gli altri i valori in cui crede: la fede operosa, la carità matura e la speranza costante in Gesù Cristo. Così insegna san Paolo ai cristiani di Tessalonica (cf. seconda lettura). Come preghiamo nell’orazione colletta della Messa, dobbiamo sempre e in ogni circostanza servire il Signore “con lealtà e purezza di spirito”.  

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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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A cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, questo volume del Prof. Angelo Lameri si prefigge di offrire un contributo alla serena ermeneutica della Sacrosanctum Concilium. Un testo infatti si può comprendere meglio alla luce della storia della sua redazione. Oggi, grazie alla possibilità offerta dall’Archivio Segreto Vaticano, la documentazione riguardante la fase preparatoria della Costituzione liturgica conciliare è accessibile agli studiosi. Si tratta di un materiale abbondante e ricco.

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 
 

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