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1 febbraio 2015 7 01 /02 /febbraio /2015 12:32
PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 Febbraio

Vieni, Signore, nel tuo tempio santo

Ml 3,1-4 (oppure: Eb 2,14-18); Sal 23 (24); Lc 2,22-40

 

Nella liturgia romana, la festa della Presentazione del Signore si colloca idealmente alla fine delle celebrazioni natalizie e prelude a quelle pasquali. Infatti nella presentazione al tempio Gesù è offerto e si offre come vittima sacrificale al Padre, offerta che si consumerà sulla Croce. Come ricorda la prima lettura alternativa della Messa, Cristo è veramente sacerdote nell’offrire se stesso per i peccati del popolo: “sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo”.

 

Dopo il Vaticano II, la festa del 2 febbraio, pur recuperando il suo primario significato cristologico, ha conservato la connotazione mariana da secoli acquisita Infatti in questo mistero, Maria ha un ruolo rilevante: la Madre offre il Figlio e insieme è offerta al Padre dal Figlio, secondo l’economia nuova della croce redentrice. In ossequio alla legge di Mosè, ogni primogenito ebreo è chiamato “santo”, cioè proprietà del Signore e a lui consacrato quale geloso possesso. Eventualmente può essere riscattato con un’offerta sacrificale (cf. Es 13,2.12.15, brano letto nell’Ufficio delle letture della Liturgia delle Ore; cf. anche Lv 12,2-6.8; 5,11). Gesù è offerto a Dio, come primogenito, e riscattato con l’offerta dei poveri. La lettura evangelica della Messa, oltre a sottolineare l’osservanza della legge da parte di Giuseppe e Maria, indica la città santa di Gerusalemme come punto di partenza della salvezza portata da Gesù. I due vecchi, Simeone e Anna, che hanno incontrato Gesù nel tempio, rappresentano il popolo di Dio in attesa della salvezza promessa. Come si dice all’inizio della benedizione delle candele, Gesù “veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede”. Perciò in Oriente, ma anche poi in un primo tempo in Occidente, la festività è stata chiamata Ypapanté (= Incontro). Il prefazio della Messa riprende questa tradizione quando, tra l’altro, afferma: “E noi esultanti andiamo incontro al Salvatore…” Anche il Discorso di San Sofronio, riportato dall’Ufficio delle letture del giorno si esprime in modo simile: “Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui… “

 

In realtà, nella legge ebraica la presentazione “al tempio” non era richiesta. San Luca ha riunito e utilizzato in modo originale i precetti biblici per seguire un suo particolare disegno, che la liturgia del 2 febbraio mette in evidenza anche con altri testi. Nel salmo responsoriale, in un crescendo di grande potenza sonora, le porte del tempio sono invitate a spalancarsi, sollevando i loro frontoni e i loro archi per accogliere il Re della Gloria che entra nel suo tempio. Il tempio è anche evocato nel brano del profeta Malachia, proposto come prima lettura della Messa: il profeta annuncia l’arrivo di un messaggero di Dio che entra nel tempio e attraverso un giudizio purificatorio, rappresentato dai due simboli del fuoco del fonditore e della liscivia dei lavandai, prepara un sacerdozio puro destinato a offrire a Dio l’oblazione pura e santa di Giuda e di Gerusalemme. La liturgia odierna vede in questo messaggero di Dio che entra nel tempio per purificarlo, la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme e la purificazione di sua madre Maria in ossequio alla legge mosaica. Ma la Madre va al tempio soprattutto per associarsi all’offerta di suo Figlio. Maria e Giuseppe, presentando il Bambino, riconoscono che Gesù è “proprietà” di Dio ed entra nel piano dell’attuazione del disegno divino perché è salvezza e “luce per tutti i popoli”. Il simbolismo della luce, simbolismo sia natalizio che pasquale, è espresso in modo particolare dal rito della benedizione delle candele e dalla processione che precede la celebrazione eucaristica.

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31 gennaio 2015 6 31 /01 /gennaio /2015 05:00

Perafort.jpg

Ascoltate oggi la voce del Signore

 

Dt 18,15-20; Sal 94 (95); 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28.

 

Il salmo responsoriale evoca l’evento centrale della storia biblica, la liberazione offerta da Dio nell’esodo dall’Egitto. La storia di Israele ci è posta dinanzi come ammonimento: “La maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto” (1Cor 10,5), e non entrarono nella terra promessa. Come Israele nel deserto, anche noi siamo in cammino verso una terra promessa. In tutte le circostanze della vita, nelle gioie e nelle privazioni, nel lavoro e nel riposo, nel rischio e nella tentazione, soltanto la luce e la forza della fede possono aiutarci a realizzare pienamente il nostro esodo verso la nuova Gerusalemme, verso la patria eterna. Ecco perché proclamiamo con il salmista che il Signore è “la roccia della nostra salvezza”. La parola di Dio illumina i sentieri del nostro pellegrinaggio. Per questo, il salmo ci invita a non chiudere il cuore alla voce del Padre che conduce e protegge “il popolo del suo pascolo” nel cammino della vita.

 

La prima lettura contiene una promessa divina annunziata da Mosè: Dio non farà mai venir meno il dono della profezia in Israele attraverso la parola di molti nei quali questo dono s’incarnerà. La rilettura giudaica e cristiana di questo testo interpreterà in chiave individuale e quindi messianica tale promessa: il profeta promesso è il Messia che porterà a Israele la parola definitiva di Dio, una parola detta con autorità, con la stessa efficace di quella di Dio. Quindi dopo Mosè e gli altri profeti Dio invierà il suo profeta per eccellenza, Cristo Gesù: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2).

 

Il brano evangelico parla degli inizi del ministero di Gesù a Galilea e dello stupore suscitato dal suo insegnamento. L’evangelista ci invita ad accompagnare, per una intera giornata, Gesù e i discepoli che egli ha appena scelto. E’ un giorno di sabato, a Cafarnao. Gesù va alla sinagoga e si mette ad insegnare. Marco non riferisce nessuna parola del predicatore, ma annota che parla come uno dotato di una sorprendente autorità e che fin da quel primo giorno, guarisce un uomo “posseduto da uno spirito impuro”. La missione di Gesù è come quella dei profeti, che insegnavano a nome di Dio e quindi con l’autorità che veniva da lui. L’autorità con cui parla Gesù si manifesta nell’efficacia della sua parola. Se ne ha una conferma nell’episodio di liberazione dell’indemoniato. L’effetto della parola di Gesù è immediato: “E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui”. Dunque l’autorità di Gesù coincide con l’efficacia della sua parola che libera e risana. Gesù si mostra potente e vincitore contro le forze che schiavizzano l’uomo.

 

Anche se il brano della seconda lettura si muove fuori del quadro finora tratteggiato, qualche punto di contatto con le altre letture non manca. Vediamo infatti che san Paolo si mostra fedele alla parola di Dio affrontando il tema del matrimonio e della verginità con grande prudenza, senza imporre una o l’altra via. Stato verginale e stato coniugale di per sé non costituiscono la perfezione; essi sono mezzi idonei, anche se a livelli diversi , per la dedizione a quella “vita celeste” a cui siamo chiamati già in questa esistenza intra-mondana. Anche se Paolo esalta la scelta verginale, non intende con ciò gettare un ombra negativa sul matrimonio. Egli vuole semplicemente ricordarci quelle particolari scelte radicali di vita che come segno profetico ci  richiamano la precarietà delle realtà presenti.

 

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29 gennaio 2015 4 29 /01 /gennaio /2015 05:00
UN LIBRO PER UN PRIMO BILANCIO DEI LAVORI SINODALI

E' appena uscito in libreria il libro di Andrea Grillo : Sinodo approssimato. Le gioie e le ferite delle famiglie. Con un contributo di Elmar Salmann, Assisi, Cittadella, 2015. Qui le prime pagine del testo.

 

Prologo

 

“San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio [...] La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata»”. Francesco

 

Che cosa potremo raccontare, tra qualche anno, di questo primo Sinodo Straordinario sulla famiglia? Saremo in grado di riconoscerlo, con bella evidenza, come l’inizio di una fase nuova, di uno stile, di un modo di agire e di parlare nuovamente segnato, in profondità, dall’evento conciliare del Vaticano II? Non vi è dubbio che questa sia la questione centrale di questo volumetto. Vorrei tentare un bilancio e scoprire una tendenza.

 

Già nel titolo ho tentato di indicare la mia linea di interpretazione: un Sinodo “approssimato” significa che in esso si è voluta inaugurare una pratica di “pensiero incompleto e aperto”, secondo la bella definizione che papa Francesco ha dato nelle prime pagine della sua intervista rilasciata alla rivista “Civiltà Cattolica”*. Mediante tale pratica la Chiesa non solo “si approssima” alla storia dei soggetti legati da matrimonio, ma sa di dover intervenire “per approssimazione”, con uno stile di vicinanza appassionata e di discernimento accurato.

 

Il sinodo, proprio con la sua parresia, fortemente voluta dal suo inspiratore, ha determinato, con chiarezza, l’esigenza che la Chiesa manifesta da tempo: ossia quella di un profondo rinnovamento delle proprie categorie. Le difficoltà con cui i temi più spinosi sono stati affrontati manifestano con tutta chiarezza l’esigenza “pastorale” di traduzione e di trascrizione delle categorie medioevali in nuovo contesto.

 

In particolare, si è potuta notare, come mai era avvenuto, una particolare distorsione di tali categorie, nel momento in cui provano a “risolvere” le questioni più difficili. Esse tendono ad una “retroversione” e ad una “ retrodatazione” dei problemi che non ha più alcuna vera giustificazione. Questo è, fino ad oggi, il limite maggiore del dibattito che si è aperto con questo Sinodo, e che condurrà la Chiesa, per un anno, lungo la via del discernimento e del confronto.

 

Sinodo “approssimato”, significa, pertanto, il “farsi prossimo” alla realtà contemporanea delle famiglie felici e infelici, senza la pretesa di un “risultato esatto” e di una “soluzione assoluta”, ma anche senza cedere alla tentazione di “retroreferenzialità”, che è quasi peggio della “autoreferenzialità”. La Chiesa cede a tale “retroreferenzialità” quando può illudersi che tutte le problematiche del matrimonio cristiano si possano risolvere “retrodatando” le questioni. Quando si illude che l’inizio custodisca la chiave di interpretazione della storia della coppia. Quando si rassegna a non dare alcun senso alla “storia di vita” della coppia e della famiglia. Quando riduce la teologia del matrimonio ad una protologia del consenso e della consumazione, senza profondità storica e senza orizzonte escatologico. Questo sarebbe il risultato esatto, che mostrerebbe soltanto il fatto che stiamo ricorrendo ad una teologia del matrimonio dotata di categorie troppo rozze e/o troppo generiche. Un Sinodo approssimato è anche il rimedio ad una teologia troppo presuntuosa.

 

Questo libretto è nato da molte collaborazioni e dall’irruzione delle “nuove tecnologie”. In particolare è il frutto delle nuove forme di comunicazione, dei “blogs” che hanno seguito minuto per minuto lo svolgimento del Sinodo Straordinario. Tra le collaborazioni con riviste “classiche”, come “Settimana”, e gli interventi sul nuovissimo Blog del Regno – “L’indice del Sinodo” - i diversi brani che compongono questo testo si sono succeduti, apparendo immediatamente, dopo la scrittura, nel dibattito generale. Questo effetto di “accelerazione” è stato, a sua volta, un segno di questo “Sinodo approssimato”. Ringrazio Lorenzo Prezzi e Maria Elisabetta Gandofi, che sono stati i generosi interlocutori e orchestratori di queste iniziative. Accanto a loro anche gli amici della rete “I Viandanti” hanno contribuito a stimolare la ricerca e la riflessione. Un grazie di cuore va per questo a Franco Ferrari. Per la sua collaborazione “a distanza” debbo dire grazie a p. Elmar Salmann, con il quale possiamo ora dialogare e discutere “per email”: chi lo avrebbe mai detto?

 

A tutto questo va aggiunta, non in ultima istanza, l’esperienza di vita e la speranza in una Chiesa che sappia veramente accompagnare le coppie felici e le coppie ferite: senza indulgere alla inclinazione “retroreferenziale”. Questo libretto fa seguito a “Indissolubile?”, uscito nel maggio scorso per questa stessa editrice, e che aveva già impostato la base delle considerazioni che qui trovano ulteriore sviluppo.

 

Il volumetto ha una struttura assai elementare: segue, passo passo, lo sviluppo del Sinodo Straordinario. Per questo si divide in tre brevi parti: ante Synodum, in Synodo, post Synodum. I testi sono stati scritti “in tempo reale”, salvo piccoli ritocchi, che sono stati aggiunti per questa redazione unitaria e successiva.

 

Ringrazio l’editore per la fiducia e per il sostegno dimostrato. In particolare sono grato ad Antonio Lova, per la confidenza e per l’amicizia, ormai di molti anni.

 

Roma, 20 novembre 2014 Andrea Grillo grilloreba@gmail.com

 

* A. Spadaro, Intervista a papa Francesco, “Civiltà Cattolica”, 3918/III(2013), 449-477, qui 455.

 

Fonte: Blog di Andrea Grillo (28.01.2015)

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28 gennaio 2015 3 28 /01 /gennaio /2015 05:00

Muroni-Manuale-copia-1.jpg

Pietro Angelo Muroni, Il Mistero di Cristo nel tempo e nello spazio. La celebrazione cristiana, Urbaniana University Press 2014. 333 pp.

L’Autore di questo possente volume è un giovane professore di liturgia che insegna sia al Pontificio Liturgico di Sant’Anselmo di Roma, dove si è laureato, sia alla Pontificia Università Urbaniana. Offro in seguito il testo della quarta di copertina.

Questo manuale analizza la celebrazione liturgica in tutte le sue componenti, in particolar modo quelle che riguardano le dimensioni del tempo e dello spazio.

Dopo aver chiarito il concetto di “celebrazione liturgica” e l’identità propria del popolo di Dio come soggetto celebrante – che parla un linguaggio liturgico fatto di gesti, Parola e parole, segni e simboli liturgici –, il testo si sofferma sul concetto cristiano di “tempo” e sul suo profondo rapporto con la liturgia, presentando l’Anno liturgico e la Liturgia delle ore quali “luoghi” dove il “tempo liturgico” rivela il Mistero di Cristo e la sua presenza.

Ma la liturgia è anche “spazio”. Ampio risalto acquista, dunque, in quest’opera la chiesa come luogo della celebrazione. Ci si sofferma sulla funzione mistagogica dell’edificio di culto e sul significato dei vari spazi liturgici, quindi l’altare, l’ambone, la sede e il fonte battesimale.

Un volume pensato per la ricerca e lo studio, ma indirizzato anche a coloro che amano e intendono approfondire la celebrazione liturgica nelle sue varie componenti.

 

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26 gennaio 2015 1 26 /01 /gennaio /2015 05:00

Il Prof. Pietro Sorci ha pubblicato recentemente uno studio in cui esamina, tra l’altro, l’evoluzione della liturgia della Messa nei diversi “Ordines Romani” fino alla fine del sec. VIII. Le brevi conclusioni a cui lo studioso arriva hanno un interesse anche per capire la riforma liturgica voluta dal Vaticano II. Ecco il testo:

“In questi ordines è evidente lo sforzo di adattamento della liturgia celebrata a Roma dal vescovo alle Chiese della Gallia e della Germania, con amalgama di usi romani e franco-germanici. Il cerimoniale tende a complicarsi giungendo a precisare i dettagli, segno di una progressiva clericalizzazione e sacralizzazione della liturgia. La non comprensione del ricco simbolismo del fermentum, invece di portare alla sostituzione con simboli che ne incarnassero il significato, finisce per essere soppresso. Contemporaneamente si assottigliano le indicazioni riguardanti la partecipazione dei fedeli: risposte, acclamazioni, canto, gesti, posture, offerta, scambio della pace, comunione al pane e al calice, non vengono più presi in considerazione. Sintomo anche questo della progressiva clericalizzazione, della graduale non partecipazione del popolo relegato sempre più a un’assistenza passiva”.

Fonte: P. Sorci, Gli Ordines Romani e la celebrazione dell’Eucaristia, degli altri sacramenti e sacramentali, in “Rivista Liturgica” 101 (2014) 547-570. Il testo citato sopra è a p. 559.

 

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24 gennaio 2015 6 24 /01 /gennaio /2015 05:00

Ges-.jpg

Fammi conoscere, Signore, le tue vie

  

Gn 3,1-5.10; Sal 24 (25); 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20.

 

Il Sal 24 è una preghiera per il perdono e la salvezza; il salmista, fiducioso non nei suoi meriti ma nella divina misericordia, invoca protezione contro i nemici e perdono per i propri peccati. L’atteggiamento spirituale che il testo suppone è quello dei cosiddetti “poveri di Jhwh”, di coloro cioè la cui ultima fiducia e speranza è solo in Dio. Riprendendo le parole del salmo, noi gridiamo aiuto a Dio e insieme ci abbandoniamo con fiducia assoluta al Signore che è giusto e misericordioso, ma soprattutto buono. Nel farlo, siamo consapevoli che è Dio stesso colui che ci guida nella sua verità e ci indica la “via giusta” da seguire. Il tema della via giusta fa riferimento al tema centrale di questa domenica: la conversione.

 

Domenica scorsa abbiamo visto che Dio ci si manifesta e chiama ciascuno di noi per nome. Oggi ci viene proposto il contenuto fondamentale di questa chiamata. Nel brano evangelico, san Marco riassume la predicazione di Gesù con queste parole: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo”. La chiamata che Dio rivolge a tutti noi è un pressante invito alla conversione e alla fede. Le altre due letture d’oggi illustrano i due motivi per cui è necessaria questa conversione. San Paolo fa un forte richiamo alla precarietà della condizione terrestre delle cose: “il tempo si è fatto breve”. Da parte sua, il profeta Giona ci ricorda che la conversione è necessaria per evitare il giudizio di condanna da parte di Dio. L’invito di Dio a mutare vita non è caduto invano per i niniviti che ascoltarono le parole del profeta, fecero penitenza e furono salvi. Così pure l’invito di Gesù è stato prontamente accolto da Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni che, lasciate le reti e il loro padre, “andarono dietro a lui”.

 

Gesù introduce l’invito alla conversione con le parole “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. Abbiamo visto che anche san Paolo parla di un tempo ormai fattosi breve. Ci possiamo domandare cosa significano queste affermazioni e perché sono presentate come qualcosa che invita alla conversione. L’affermazione di Gesù  sul tempo compiuto presuppone un progetto di Dio che si compie appunto nel tempo: c’è quindi un tempo dell’attesa o della preparazione, ed un tempo del compimento o della realizzazione. Ebbene, con l’incarnazione del Figlio di Dio, il progetto del Padre annunciato dai profeti dell’Antico Testamento si è compiuto: il “regno di Dio” è vicino. Vicino è ciò che incomincia già a influire sulla vita dell’uomo e con cui egli si deve misurare. Il progetto che Dio ha nella storia è il “regno di Dio”, il quale intende ristabilire la sovranità di Dio e quindi un nuovo rapporto tra Dio e l’uomo. Ciò significa che l’uomo non può più continuare a vivere come prima, secondo la scala di pseudo-valori che ha privilegiato. Il messaggio viene rivolto a tutti noi: dobbiamo cambiare di rotta e indirizzare la nostra vita verso i valori di vita proposti dal vangelo, che è la buona novella o il lieto annunzio della salvezza che Gesù porta all’umanità. L’invito a “convertirsi” e a “credere” al vangelo non sono due realtà separate: non c’è fede senza vita morale e non c’è morale cristiana che non sia fondata nella fede. Credere vuol dire abbracciare l’intero messaggio portato da Cristo e renderlo programma del proprio pensare, del proprio amare e del proprio agire.

 

L’eucaristia a cui partecipiamo ogni domenica è un traguardo della conversione e della fede. Essa è però anche un rilancio su questa via perché è “sorgente inesauribile di vita nuova” (preghiera dopo la comunione).

 

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21 gennaio 2015 3 21 /01 /gennaio /2015 05:00

Simonetti-Dal-latino-al-volgare.jpgNando Simonetti, Dal latino al volgare. Il bilinguismo nella storia del cristianesimo (Collana Via pulchritudinis 2), Istituto Teologico Molisanoo PIANUM, Tau editrice 2014. 206 pp.

Il P. Nando Simonetti (classe 1970), dottore in teologia morale e laureato in lettere, è professore presso la Facoltà Teologica dell’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano “Pianum” in Chieti. In questo volume ci offre uno studio documentato e sintetico della storia del latino come lingua della Chiesa romana nonché, in contesti mutati, della lingua volgare.

Nel cap. I (Il bilinguismo della Chiesa nell’epoca antica e medievale) è da notare, tra l’altro, il progressivo passaggio dalla lingua greca alla lingua latina verso la metà del secolo III quando il greco era compreso da pochi. Il cap. II (Il bilinguismo della Chiesa nell’epoca moderna) illustra la problematica della lingua latina e volgare nella liturgia: la posizione a favore del volgare dei Riformatori, in particolare di Lutero; la posizione in qualche modo di prudente apertura  del concilio di Trento; il susseguente clima controriformista che accentua il ruolo del latino in difesa dell’ortodossia. In questo capitolo, l’autore adopera abbondantemente lo studio classico di H. A. P. Schmidt, “Liturgie et langue vulgaire. Le problème de la langue liturgique chez les premiers Réformateurs et au Concile de Trente” (Roma 1950). Il lungo cap. III (Il bilinguismo della Chiesa nel contesto del Movimento liturgico e del Concilio Vaticano II) è di particolare interesse per capire il dibattito sulla lingua liturgica nell’assise conciliare nonché gli sviluppi ulteriori fino ai nostri giorni.  

L’autore si esprime in modo pacato ed oggettivo. Si tratta di uno studio documentato, arricchito da 329 note a piè pagina, alcune assai lunghe e meticolose. Nelle pp. 169-174 si affronta il tema del Motu proprio Summorum Pontificum. Il prof. Simonetti crede che “la liberalizzazione dell’uso del rito preconciliare può contribuire a lasciare libero spazio a nostalgici del passato ed a conservatori oltre misura e può offuscare il chiarore della riforma di Paolo VI”. Egli pensa che “sarebbe meglio che questa liberalizzazione della Messa secondo il rito tridentino venisse ridimensionata e lasciata alla competenza dei vescovi, per evitare eccessivo spazio a quelle persone che ancora non accettano la riforma liturgica del Vaticano II e che di fatto vedono nella possibilità di celebrare con il vecchio rito una rivalsa…”

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19 gennaio 2015 1 19 /01 /gennaio /2015 05:00

 

GENNAIO (MR 1962)                                            GENNAIO (MR 2002)

1.  Octava Nativitatis Domini                                   1. (In octava Nativitatis Domini) Sollemnitas Sanctae Dei Genitricis.Mariae

2. Ss.mi Nominis Iesu                                               2. Ss. Basilii Magni et Gregorii Nazianzeni,  episcoporum et Ecclesaie doctorum

3.                                                                                3. SSmi Nominis Iesu                            

5. S. Telesphori, Papae et Mart.                                 

7. S. Raimundi de Penyafort, presbyteri

11. S. Hygini, Papae et Mart.

                                                                                  13. S. Hilarii, episcopi et Ecclesiae doctoris

14. S. Hilarii, Ep., Conf. et Eccl. Doct.

14. S. Felicis, Presb. et Mart.

15. S. Pauli, primi Eremitae, Conf.

15. S. Mauri, Abbatis

16. S. Marcelli I, Papae et Mart.

17. S. Antonii, Abbatis                                              17. S. Antonii, abbatis

18. S. Priscae, Virg. et Mart.

19. Ss. Marii, Marthae, Audifacis et Abachum, Mm.  

19. S. Canuti Regis, Mart.

20. Ss. Fabiani Papae et Sebastiani Martyrum         20. S. Fabiani, papae et martyris

                                                                                  20. S. Sebastiani, martyris

21. S. Agnetis, Virg. et Mart.                                   21. S. Agnetis, virginis et martyris       

22. Ss. Vincentii et Anastasii Martyrum                  22. S. Vincentii, diaconi et martyris

23. S. Raymundi de Peñafort Confessoris

23. S. Emerentianae Virg. et Mart.

24. S. Timothei Ep. et Mart.                                     24. S. Francisci de Sales, episcopi et Ecclesiae doctoris

25. In conversione S. Pauli Ap.                                25. In conversione S. Pauli, apostoli

26. S. Polycarpi Ep. et Mart.                                     26. Ss. Timothei et Titi, episcoporum

27. S. Ioannis Chrysostomi Ep., Conf. et                  27. S. Angelae Merici, virginis

Eccl. Doct.                                                                

28. S. Petri Nolasci Conf.                                          28. S. Thomae de Aquino, presbyteri et     Ecclesiae doctoris

28. S. Agnetis Virg. et Mart. Secundo

29. S. Francisci Salesii Ep., Conf. et Eccl. Doct.

30. S. Martinae Virg. et Mart.

31.S. Ioannis Bosco, Confessoris                              31. S. Ioannis Bosco, presbyteri

 

Alcune osservazioni:

6 celebrazioni (che diventano 7 nel MR 2002) rimangono nello stesso giorno del mese nei due Messali: s. Antonio abate, s. Fabiano, s. Sebastiano, s. Agnese, s. Vincenzo diacono, Conversione di s. Paolo, s. Giovanni Bosco.

5 celebrazioni rimangono nello stesso mese, ma in giorni diversi nei due Messali: Nome di Gesù; s. Raimondo de Penyafort (nel MR 2002 è celebrato il giorno dopo la sua morte); s. Ilario (nel MR 2002 è celebrato nel giorno della sua morte); s. Timoteo (nel MR 2002 è celebrato il 26 gennaio insieme con s. Tito, l’altro discepolo di san Paolo, e non più qualificati come martiri); s. Francesco di Sales (nel MR 2002 è celebrato nel giorno della traslazione dei suoi resti ad Annecy).

6 celebrazioni che il MR 2002 propone nel mese di gennaio, si trovano in altri mesi nel MR 1962: La Maternità di Maria (11 ottobre), s. Basilio Magno (14 giugno), s. Gregorio Nazianzeno (9 maggio), s. Tito (6 febbraio), s. Angela Merici (31 maggio), s. Tommaso d’Aquino (7 marzo). Si noti che il MR 2002: ricupera l’antica tradizione romana di celebrare la Maternità di Maria il primo dell’anno; celebra insieme i due amici cappadoci s. Basilio e s. Gregorio nella data più prossima al giorno della morte o “dies natalis” di Basilio di Cesarea; s. Angela Merici è celebrata nel giorno della sua morte; s. Tommaso d’Aquino è celebrato nel giorno della traslazione delle sue reliquie alla città di Tolosa. 

2 celebrazioni che il MR 1962 propone nel mese di gennaio, le troviamo in altri mesi nel MR 2002: s. Policarpo è celebrato il 23 febbraio (il martirio del santo avvenne un 22 febbraio (o un 23, se l’anno era bisestile); s. Giovanni Crisostomo, morto il 14 settembre, è celebrato il 13 dello stesso mese, la vigilia del suo “dies natalis”.

14 celebrazioni che il MR 1962 assegna a gennaio sono scomparse dal MR 2002. In questo modo, la presenza massiccia del Santorale che caratterizza il MR 1962 è allentata. Le celebrazioni soppresse possono trovare sempre posto nei Calendari particolari.

 

 

 

Il Santorale a confronto nelle due Forme della Liturgia romana (gennaio)

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17 gennaio 2015 6 17 /01 /gennaio /2015 05:00

Ambone 

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà

 

1Sam 3,3b-10.19; Sal 39 (40); 1Cor 6,13c-15a.17-20; Gv 1,35-42.

 

 

Il brano del Sal 39 scelto come salmo responsoriale celebra la speranza, la fiducia in Dio che, come un padre, si china sulla creatura, e nel contempo il testo salmico proclama la piena disponibilità dell’uomo ad assecondare il volere divino. La Lettera agli Ebrei applica i vv. 7-9 al Cristo, il quale ubbidisce al Padre venendo al mondo per la salvezza dell’uomo: “Entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato...” (Eb 10,5). Cristo risponde con il sacrificio perfetto e definitivo del suo corpo alla chiamata del Padre che l’ha inviato nel mondo.

 

Dio si presenta nella nostra vita come un vero interlocutore che ci chiama per nome. Questo è il messaggio che emerge dalle letture odierne. La prima lettura racconta la vocazione di Samuele alla missione profetica e sacerdotale. Vediamo che il giovane Samuele viene chiamato di notte. Aiutato dal suo maestro Eli, egli discerne in quella voce la chiamata di Dio. L’atteggiamento del giovane è di piena disponibilità: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. Tutta la vita di Samuele sarà poi contrassegnata da questa apertura alla parola di Dio: egli “non lasciò andare a vuoto una sola delle sue [del Signore] parole”.

 

 

Il brano evangelico ci parla della vocazione di due discepoli di Giovanni Battista che, spronati dalle parole del Precursore che indica in Gesù il Messia atteso, si mettono alla sequela di Gesù. Uno di questi due, Andrea, si fa portavoce dell’avvenuto incontro con Pietro, che diviene anch’egli discepolo di Gesù. Anche qui c’è prontezza nella risposta alla chiamata, la quale arriva attraverso delle mediazioni, quella di Giovanni prima e quella di Andrea poi.

 

 

Abbiamo visto sopra che la Lettera agli Ebrei interpreta i vv.7-9 del salmo responsoriale come riferiti a Gesù, il quale all’inizio della sua esistenza esprime con le parole del salmo una totale disponibilità a portare a termine il disegno che il Padre ha su di lui a servizio degli uomini. Anche noi, sulle orme di Samuele, degli apostoli e, soprattutto, di Gesù, siamo chiamati a vivere in atteggiamento di continua disponibilità al volere di Dio: “Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà”. San Paolo ci ricorda nella seconda lettura che apparteniamo a Cristo, anzi siamo “tempio dello Spirito Santo”. L’apostolo aggiunge che non si deve tradire la propria vocazione cristiana alienando al Cristo la nostra esistenza e vendendola all’impudicizia. La vocazione cristiana abbraccia e coinvolge non solo l’anima e lo spirito ma anche il nostro corpo. Il corpo, infatti, non è altro che l’uomo stesso in quanto vive e opera nel mondo ed è questo uomo che è toccato dalla redenzione di Cristo.

 

La chiamata di Gesù non si esaurisce nel primo incontro con lui attraverso l’atto di fede. Egli ci parla continuamente attraverso molteplici mediazioni. Quindi la fedeltà alla prima chiamata dev’essere continuamente confermata e si deve manifestare anche nella concreta disponibilità a testimoniare la nostra fede. Abbiamo visto che colui che sceglie di seguire Cristo diventa anche suo testimone. Chi ascolta solo se stesso o i miti del mondo, chi pensa di avere già trovato la verità, di sapere tutto sul senso della vita, chi pensa solo ai soldi, alla carriera, alla salute, certamente costui non afferra che ci possa essere una parola diversa, superiore, capace di cambiare e arricchire sempre più la sua esistenza.

 

 

 

 

 

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14 gennaio 2015 3 14 /01 /gennaio /2015 05:00

 Porfiri-Pulpitazioni.jpg

Aurelio Porfiri, Pulpitazioni. Dialoghi intorno alla Liturgia, Marcianum Press 2014. 117 pp.

 

Il libro contiene una serie di interviste sulla liturgia:

Prefazione (Corrado Maggioni)

Introduzione (Aurelio Porfiri)

La forma dell’esistenza cristiana (Matias Augé)

Essere dentro al rito (Andrea Grillo)

Alle soglie del rito (Roberto Tagliaferri)

Architettura e liturgia (Micaela Soranzo)

La fede e la forma (Francesco Colafemmina)

Sensi e senso (Paolo Tomatis)

La riforma della riforma (Mauro Gagliardi)

Abbandonarsi alla liturgia (Cristina Cruciani)

Colmare l’intervallo incolmabile (Giuseppe Liberto)

Ma che musica! (Valentino Miserachs)

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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