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7 febbraio 2016 7 07 /02 /febbraio /2016 10:00
CHIUSURA DEL BLOG E...


Dopo quasi otto anni di vita di questo blog con 1900 testi postati, ho pensato che era l’ora di chiuderlo. Sono stati trattati i grandi temi del dibattito liturgico. Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti con le loro idee e hanno dato vita al dibattito. Ora vorrei continuare con un altro stile e con un ritmo diverso. Infatti da qualche giorno ho aperto un altro blog ("Munus: Liturgia e dintorni"), più semplice, più essenziale, che troverete nel seguente indirizzo:

 

http://liturgiaedintorni.blogspot.it/

 

Vi aspetto!

 

Matias Augé

 

 

 


 

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6 febbraio 2016 6 06 /02 /febbraio /2016 05:00
DOMENICA V DEL TEMPO ORDINARIO ( C )

Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria

 

Is 6,1-2a.3-8; Sal 137 (138); 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

 

L’autore del salmo responsoriale rende grazie al Signore al cospetto degli angeli, rivolto al tempio, per la benevolenza e fedeltà dimostrata nel concedergli l’aiuto da lui invocato. La preghiera termina con un’espressione di fiducia e con la speranza che Dio porti a compimento ciò che ha benevolmente iniziato. Riprendendo le parole di questo salmo, anche noi eleviamo a Dio un canto di lode perché nonostante la nostra miseria e le nostre infedeltà, abbiamo fatto esperienza del Signore, della sua bontà che dura per sempre; sappiamo che egli continua ad essere fedele alle sue promesse e ad indicarci la strada da percorrere.

 

Le letture bibliche di questa domenica ci ricordano che la nostra vita acquista senso e indirizzo quando facciamo una personale esperienza di Dio. Ogni vero incontro con Dio non lascia mai l’uomo come prima, ma lo cambia, lo rende cosciente della propria missione e delle proprie responsabilità. E’ quello che succede a Isaia nella grandiosa visione ambientata nel tempio di Gerusalemme, di cui ci parla la prima lettura, ed è quello che succede a Pietro e ai suoi compagni Giacomo e Giovanni allorché incontrano Gesù presso il lago di Genesaret (cf. il vangelo): mentre da una parte provano sgomento, perché, come Isaia, davanti alla santità di Dio scoprono il proprio http://liturgiaedintorni.blogspot.it/ peccato, dall’altra sono affascinati da questo incontro e trovano il senso della loro vita, scoprono la loro missione. Come afferma san Paolo nella seconda lettura, essa consisterà nell’annunciare l’opera di salvezza del Signore. Non c’è missione senza un’esperienza di Dio. La missione d’Isaia, quella di Pietro, di Giacomo e Giovanni, e quella di Paolo nascono da una profonda e personale esperienza di Dio. Colto di stupore per la pesca straordinaria Pietro reagisce come Isaia che vede la gloria del Signore nel tempio di Gerusalemme. Le loro vite da ora in poi saranno profondamente trasformate da questa esperienza.

 

Fare esperienza della vicinanza di Dio è possibile a tutti noi. Se guardiamo con fede il mondo e gli eventi della storia, vi possiamo trovare sempre la trasparenza diafana della rivelazione del Signore. Ma Dio ci si rivela soprattutto attraverso la sua Parola che è il Figlio suo incarnato. Il brano evangelico odierno inizia affermando che la folla faceva ressa intorno a Gesù “per ascoltare la parola di Dio”. E’ questa stessa parola che ascoltata da Pietro, Giovanni e Giacomo, li trasforma in discepoli di Gesù e continuatori della sua opera. Essi, dice il vangelo, “tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. E’ l’inizio di una vita nuova che rompe con il passato per proiettarsi verso un futuro affascinante e fecondo. Il canto al vangelo, tratto da Gv 15,16, ci ricorda che tutti noi siamo stati scelti perché portiamo frutti duraturi di salvezza. La Chiesa ha sempre sentito l’esistenza cristiana come una chiamata, una vocazione: san Paolo afferma un parallelismo reale tra lui che è “apostolo per chiamata” (Rm 1,1) e i cristiani di Roma che sono “santi per chiamata” (Rm 1,7) o quelli di Corinto che sono stati “santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata” (1Cor 1,2). Ogni chiamata è fondata sul fascino e sulla potenza della parola di Dio sperimentata. Ognuno di noi è chiamato personalmente a “lasciare…” per poter “seguire” Gesù ed essere, come dice san Paolo di se stesso, testimone della risurrezione di Cristo. Oggi l’umanità crederà alla risurrezione di Cristo non per i testimoni di ieri ma per quelli di oggi, che siamo tutti noi, solo però se imiteremo quelli di ieri con fedeltà e generosità. Cristo non ha altro corpo visibile che quello dei cristiani, non ha altro amore da mostrare che il nostro.

 

 

Nuovo blog: Munus: Liturgia e dintorni

 

 

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3 febbraio 2016 3 03 /02 /febbraio /2016 05:00
IL MARTIRE E’ “DOMINICAE PASSIONIS IMITATOR”

 

Nella ricca eucologia del Santorale del Missale Romanum (editio typica tertia), mi limito qui ad una breve analisi di alcuni testi in cui appare chiaramente il rapporto tra il martire e il mistero pasquale di Cristo. Meritano la nostra attenzione in modo particolare tre orazioni collette del Commune Martyrum nel Tempo pasquale: le due prime preghiere appartengono ai due formulari per più martiri; la terza al formulario per un martire. Al testo latino affianco la versione della seconda edizione del Messale Romano in lingua italiana. Ecco i testi:

 

Deus, a quo constantiam fides, et virtutem sumit infirmitas, tribue nobis, martyrum N. et N. exemplo et precibus, in Unigeniti tui passione et resurrectione consortium, ut  cum eis apud te gaudium perfectum consequamur (“O Dio, che doni forza ai deboli, e perseveranza chi in te confida, per intercessione dei santi martiri N. e N., donaci comunione di fede e di amore con il tuo Figlio crocifisso e risorto, per condividere la gioia perfetta del tuo regno”).

 

Laetificet nos, quaesumus, Domine, beatorum martyrum tuorum N. et N. gloriosa festivitas, quos, Unigeniti tui passionem et resurrectionem voce libera confitentes, pretiosum sanguinem gloriosa morte fundere fecisti (“Esulti la tua Chiesa, o Padre, nel glorioso ricordo dei santi martiri N. et N., che hanno proclamato con la parola e con il sangue la passione e la risurrezione del tuo unico Figlio”).

 

Deus, qui ad illustrandam Ecclesiam tuam beatum N. martyrii gloria decorare dignatus es, concede propitius, ut, sicut ipse dominicae passionis imitator fuit, ita nos, per eius vestigia gradientes, ad gaudia sempiterna pervenire mereamur (“O Padre, che hai associato san N. alla passione del tuo Figlio, concedi anche a noi di venire a te sulle orme dei testimoni della fede, per avere parte con loro alla gioia eterna”).

 

I martiri proclamano la passione e la risurrezione del Figlio di Dio. Sono quindi associati alla sua passione gloriosa. Nel celebrare la loro festività chiediamo ci sia concessa la comunione di fede e di amore con Cristo crocifisso e risorto che ha caratterizzato la vita dei martiri. La versione italiana non rende pienamente la forza dell’espressione “dominicae passionis imitator”: si tratta della passione del Signore, cioè la passione gloriosa. Nella seconda preghiera (Laetificet nos), l’aggettivo gloriosa è riferito tanto alla festivitas quanto alla morte, sottolineando in questo modo il valore memoriale della festività; la versione italiana non ha sfruttato questo elemento. La forma più antica e sempre tipica del culto dei martiri è la memoria, la loro “memoria” che si inserisce nel cuore della celebrazione del mistero eucaristico. C’è una mirabile corrispondenza tra il mistero pasquale e il dies natalis del martire, tra il memoriale del Signore e l’anniversario o memoria del santo.

 

Il sostantivo “imitator…” nell’antica raccolta del Sacramentario Veronese [Ve] è riferito al protomartire santo Stefano, il quale per primo ha vissuto l’esperienza pasquale del Cristo; cosa che nel vangelo di Luca si rivela dal parallelismo narrativo tra il racconto della morte di Cristo (Lc 23,34)  e la descrizione del martirio di Stefano che lo stesso Luca fa negli Atti degli Apostoli (At 7,60): “dominicae caritatis imitator etiam pro persecutoribus supplicavit” (Ve, nn. 676, 681); “imitator dominicae  passionis” (Ve, n. 692). 

 

Per l’antica eucologia liturgica romana, in particolare quella del Veronese, il martire è imitator dominicae passionis (Ve, n. 692). L’aggettivo dominicus, così frequentemente usato nella letteratura cristiana antica, nell’eucologia liturgica è ristretto a queste due espressioni tradizionali: dominicae resurrectionis e dominicae passionis, cioè si tratta di espressioni che introducono in un clima essenzialmente pasquale. Gli antichi testi liturgici del Veronese parlano con termini identici della beata passio del Signore (Ve, n. 941) e della beata passio degli apostoli e dei martiri (Ve, nn. 286, 301, 311, 366). Perciò il martire diventa segno privilegiato di quell’amore che ha spinto Cristo Gesù a donare la propria vita per i fratelli nella glorificazione del Padre.

 

Il martirio ha anche una dimensione ecclesiale; mostra a tutti gli uomini la forza vittoriosa di Cristo che ha superato la morte, e l’eminente potenza del suo Spirito che anima e sostiene il suo corpo mistico, la Chiesa, nella lotta contro le potenze delle tenebre e del male. Il martire non è soltanto “imitatore di Cristo”; egli è anche membro della Chiesa, Sposa di Cristo. In questa prospettiva, il sacrificio del martire si manifesta come la risposta della Chiesa alla carità del suo divino Sposo: il sangue versato dal martire è il sangue stesso della Chiesa. Così si esprime un prefazio del  Veronese quando afferma che per mezzo dei suoi martiri la Chiesa offre il suo proprio sangue: “obsequium proprii cruoris exhibuit”  (Ve, n. 818). Celebrando la memoria dei santi, la Chiesa entra in comunione con essi e partecipa misticamente al loro destino.

 

m.a.

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1 febbraio 2016 1 01 /02 /febbraio /2016 05:00
PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

 

 

Vieni, Signore, nel tuo tempio santo

 

Ml 3,1-4 (oppure: Eb 2,14-18); Sal 23 (24); Lc 2,22-40

 

La festa della Presentazione del Signore idealmente si colloca alla fine del ciclo natalizio e prelude a quello pasquale. Infatti nella presentazione al tempio Cristo è offerto e si offre come vittima sacrificale al Padre, offerta che si consumerà sulla croce. Come ricorda la prima lettura alternativa (Eb 2,14-18), Cristo è veramente sacerdote nell’offrire se stesso per i peccati del popolo. In questo mistero Maria ha un ruolo importante: la Madre offre il Figlio e insieme è offerta al Padre dal Figlio, secondo l’economia nuova della croce redentrice. Secondo la legge di Mosè ogni primogenito ebreo è chiamato “santo”, cioè proprietà del Signore e a lui consacrato quale geloso possesso. Eventualmente può essere riscattato con un’offerta sacrificale (cf. Es 13,2.12.15; Lv 12,2-6.8; 5,11). Gesù è offerto a Dio, come primogenito, e riscattato con l’offerta dei poveri. La lettura evangelica, oltre a sottolineare l’osservanza della legge da parte di Giuseppe e Maria, indica la città santa di Gerusalemme come punto di partenza della salvezza portata da Gesù. I due vecchi, Simeone e Anna, che incontrano Gesù, rappresentano il popolo di Dio in attesa della salvezza promessa. Come si dice all’inizio della benedizione delle candele, Gesù  “veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede”. Perciò in Oriente, ma anche in Occidente, la festa è stata chiamata Hypapanté (= incontro).

 

Nel salmo responsoriale, in un crescendo di grande potenza sonora, le porte del tempio sono invitate a spalancarsi, sollevando i loro frontoni e i loro archi per accogliere il Re della Gloria che entra nel suo tempio. Il tempio è anche evocato nel brano del profeta Malachia, proposto come prima lettura: il profeta annuncia l’arrivo di un messaggero di Dio che entra nel tempio e attraverso un giudizio purificatorio, prepara un sacerdozio puro destinato a offrire a Dio l’oblazione pura e santa di Giuda e di Gerusalemme. La liturgia odierna vede in questo messaggero di Dio che entra nel tempio per purificarlo, la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme e la purificazione di sua madre Maria in ossequio alla legge mosaica.

 

Ma Maria va al tempio soprattutto per associarsi all’offerta del Figlio. Maria e Giuseppe, presentando il Bambino, riconoscono che Gesù è “proprietà” di Dio ed entra nel piano dell’attuazione del disegno divino perché “è salvezza e luce per tutti i popoli”. Nel mistero della Presentazione Gesù comincia la sua missione nei riguardi del tempio e dell’intero popolo. Al pari dei profeti, Gesù professa per il tempio un profondo rispetto; vi si reca per le solennità come ad un luogo d’incontro con il Padre suo; ne approva le pratiche cultuali, pur condannandone lo sterile formalismo; con un gesto profetico, scaccia i mercanti dal tempio e afferma che esso è casa di preghiera. E tuttavia annuncia la rovina dello splendido edificio, di cui non rimarrà pietra su pietra. Gesù stabilisce un culto verso il Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23), un culto non più legato al tempio o a qualsiasi altra località geografica o sacra. Si tratta del culto che Cristo compie nell’offerta della sua vita, adempimento efficace e definitivo di tutti i molteplici sacrifici e riti anticotestamentari.

 

Tra le orazioni della messa che meglio esprimono il messaggio delle letture bibliche che abbiamo illustrato, c’è l’orazione sulle offerte quando, rivolgendosi al Padre, ricorda che nella celebrazione eucaristica la Chiesa “ti offre il sacrificio del tuo unico Figlio, Agnello senza macchia per la vita del mondo”. Possiamo aggiungere che offrendo il sacrificio di Cristo, la Chiesa offre anche se stessa al Padre “per Cristo, con Cristo e in Cristo”.

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30 gennaio 2016 6 30 /01 /gennaio /2016 05:00
DOMENICA IV DEL TEMPO ORDINARIO ( C )

La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza 

 

Ger 1,4-5.17-19; Sal 70 (71); 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30 

 

Alla base dell’odierno salmo responsoriale, commovente supplica individuale di una persona anziana, emergono le radici profonde di una religiosità che, appoggiata su Dio “fin dal grembo materno”, si è nutrita giorno per giorno, di fede, di speranza e di preghiera. Il salmo assicura che il Signore non ci abbandona: egli resta il punto di appoggio ed il robusto bastone della vecchiaia; chi vive in questa fiducia conosce una perenne giovinezza. Anche quando la parola di Dio viene contestata, la nostra bocca non cessa di annunciare fiduciosa la giustizia/fedeltà di Dio.

 

La lettura evangelica propone alla nostra attenzione un noto episodio della vita di Gesù che viene raccontato con leggere varianti dai tre evangelisti sinottici, Matteo, Marco e Luca. Proprio a Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù trova l’ostilità dei suoi compaesani e viene apertamente contestato. E’ vero, anche i nazaretani che ascoltano Gesù sono colpiti dalla novità e autorevolezza del suo insegnamento. Ciò nonostante, malgrado lo stupore della gente, Gesù viene rifiutato dai suoi compaesani. Di fronte a questa reazione, il Signore non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Gesù è consapevole quindi di dover percorrere la sorte dei profeti, che nella tradizione biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono stati inviati. Come ci ricorda il brano della prima lettura, i profeti chiamati ad annunciare la parola di Dio non vengono ascoltati perché scomodi, provocatori, perché puntualmente mettono a nudo il cuore indurito del popolo. Tuttavia, Gesù, malgrado lo scandalo provocato dalla sua persona, continua a predicare la buona novella, non si lascia condizionare dall’insuccesso e dal rifiuto dei suoi concittadini.

 

Volendo trarre da questo episodio un insegnamento per nostra la vita, notiamo che il motivo della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non sembrava essere che uno di loro, uno qualunque, uno venuto su con loro. Egli formava parte di una famiglia di poco conto. Anche se compiva prodigi, impartiva insegnamenti superiori, per loro era sempre il “figlio di Giuseppe”, un uomo semplice del paese. Come può essere il profeta di Dio? Come può far passare dalle sue mani la potenza dell’Altissimo? Inoltre, i cittadini di Nazaret si erano costruita un’idea del Messia, legata probabilmente a sogni di restaurazione temporale, che non combaciava con quella offerta da Gesù. La sua improvvisa affermazione invece di riempirli di entusiasmo viene a ferire la loro gelosia, e insieme il loro orgoglio religioso. In definitiva, essi non vogliono mettere in discussione i loro schemi mentali. Nei nazaretani c’è la curiosità, ma non la fede. Anche noi sperimentiamo talvolta come la parola del Signore fatica ad entrare nel nostro cuore reso autosufficiente da pregiudizi e posizioni preconcette. Infatti uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi mentali, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Insomma, la parola di Dio si scontra, non di rado, con il nostro egoismo. L’orgoglio ci impedisce di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio che ci chiama a cambiare condotta e a rinnovarci.

 

Di fronte alla tentazione della superbia e dell’autosufficienza, che offuscano la mente umana e le impediscono di conoscere “i misteri del regno dei cieli”, risuona il messaggio di san Paolo (seconda lettura): senza la carità, senza l’amore per Dio e per gli uomini, ogni umana conquista non è che polvere che il vento del tempo disperde nel nulla (cf. anche l’orazione colletta alternativa).

 

Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei

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28 gennaio 2016 4 28 /01 /gennaio /2016 05:00
L'Agnello e il Dragone

Cardinal Joseph Zen

Aurelio Porfiri

L'AGNELLO E IL DRAGONE

Dialoghi su Cina e Cristianesimo

 

CHORABOOKS

HONG KONG 2016

Copyright © 2016 Chorabooks, a division of Choralife

Publisher Ltd.

All rights reserved.

4/F, Hong Kong Trade Center

161-167 Des Voeux Road

Central

Hong Kong

Visit our website at www.chorabooks.com

First eBook edition: January 2016

ISBN 9789881482013

ISBN: 9789881482013

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

( http://write.streetlib.com)

un prodotto di Simplicissimus Book Farm

 

Indice dei contenuti:

 

INFORMAZIONI BIOGRAFICHE 3

INTRODUZIONE 4

CONTESTO FAMILIARE E RELIGIOSITÀ CINESE 5

LA RELIGIONE DEGLI ANTENATI, LA

CONTROVERSIA DEI RITI E IL CATTOLICESIMO

CINESE 8

HONG KONG, MACAO E L’INCULTURAZIONE 11

LA VOCAZIONE 17

LATINO E CANTO GREGORIANO 19

LA CINA OGGI 23

PAPA FRANCESCO 29

 

 

INFORMAZIONI BIOGRAFICHE

 

Joseph Zen Ze-kiun (1932) è stato Vescovo coadiutore di

Hong Kong dal 1996 al 2002 e vescovo titolare dal 2002 al

2009. Ordinato sacerdote nel 1961 a Torino.

Creato Cardinale da Papa Benedetto XVI nel Concistoro del

24 marzo 2006. E' stato membro della Congregazione per il

Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, della

Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, del IX

Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei

Vescovi. Al compimento degli ottanta anni ha perso il diritto di

partecipare a futuri conclavi.

Nel 2008 Papa Benedetto XVI gli affidò le meditazioni per la

solenne Via Crucis al Colosseo.

 

Aurelio Porfiri (1968) è compositore, direttore di coro,

organista, scrittore ed educatore. Dopo una attività musicale di

molti anni a Roma si è trasferito a Macao (2008-2015) dove ha

insegnato in varie scuole e ha diretto numerosi concerti ed

esecuzioni, spesso di sue composizioni. Ha al suo attivo

numerose composizioni pubblicate in vari paesi così come una

copiosa produzione di libri e articoli di carattere vario.

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25 gennaio 2016 1 25 /01 /gennaio /2016 05:00

Assoluzione e pena, in confessionale e in tribunale. Equivoci e sorprese sulla indulgenza.

 

di Andrea Grillo

 

Pubblicato il 23 gennaio 2016 nel blog: Come se non

 

Il confessionale “non è un tribunale”, e il confessore non ha il compito di “giudicare” e “condannare”, ma di “annunciare il Vangelo” e di “assolvere”. In questa sentenza si condensa una esperienza ecclesiale secolare, la cui realtà fa fatica ad essere “detta” e “compresa” nella società aperta, ossia in una società in cui la logica della chiesa e quella dello stato non si possono confondere. Lo Stato non deve salvare le anime e la Chiesa non deve amministrare la giustizia. Questa evidenza suscita difficoltà, dovute a molteplici fattori, di cui uno è di carattere squisitamente linguistico. Esso appare causato dalla evoluzione del “linguaggio giuridico” – a partire almeno da “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria – con la acquisizione di un assetto del “diritto penale” che interferisce potentemente sul linguaggio ecclesiale, creando facilmente tanti “falsi amici” e, di conseguenza, altrettanti equivoci.

 

Proviamo a mettere ordine in questa materia, cosa tanto più urgente in un periodo come il Giubileo, nel quale l’impiego dei termini in questione si fa più fitto e quindi rende ancora maggiore il rischio di gravi malintesi.

 

Quando nel linguaggio giuridico parliamo di “assoluzione” siamo soliti riferirci al fatto che il soggetto “processato” viene ritenuto innocente, perché non ha commesso il fatto, oppure il fatto non sussiste, o infine perché le prove non sono sufficienti. Ma se c’è una cosa ovvia, in tutto questo, è che alla assoluzione non può seguire alcuna pena. La pena è invece una conseguenza della condanna. Secondo giustizia, la assoluzione corrisponde alla assenza di reato e quindi non comporta pena alcuna.

 

Nel linguaggio ecclesiale, invece, la “assoluzione” è la conseguenza di un “peccato grave” che viene perdonato. Se il peccato non esiste, o non è stato commesso o non è sufficientemente attestato, non c’è alcuna necessità di assoluzione, almeno se considerata in senso stretto. Ma, proprio a causa del fatto che la “assoluzione” consegue ad un peccato grave confessato e attestato, essa, proprio in quanto è comunicazione di perdono, determina una “pena temporale”. La dottrina formulata dal Concilio di Trento diceva che con la “assoluzione” viene perdonato il peccato, viene rimessa la “pena eterna”, ma non può essere rimessa la “pena temporale”.

 

Si potrebbe qui osservare che le due “assoluzioni” procedono in modo antitetico: la giustizia secolare assolve se il reato non c’è, mentre la misericordia ecclesiale assolve se il peccato c’è, ed è stato confessato e riconosciuto. Per lo Stato si assolve chi non ha violato la legge, mentre per la Chiesa si assolve chi ha violato la legge. Ma anche il livello ecclesiale conosce una “giustizia”, ossia una logica di commisurazione tra peccato e prassi del soggetto, che costituisce quel tempo della difficile risposta della libertà al dono di grazia.

 

La assoluzione del processo esclude la pena, non per misericordia, ma per giustizia; la assoluzione del sacramento secondo misericordia perdona, ma determina anche una pena temporale, introducendo una logica di “giustizia” interna all’esercizio della misericordia. Avendo ricevuto misericordia e non avendo più né la imputazione del peccato né comminazione della pena eterna, il soggetto riconciliato vive “la sofferenza temporale della risposta alla grazia”. Questa dinamica differente è anche l’orizzonte nel quale, a partire dal Medioevo, sono nate quelle forme di “remissione della pena” che hanno preso il nome di indulgenze.

 

Ora, qui mi pare importante una duplice serie di riflessioni, che potrei formulare così: una definizione più precisa del rapporto tra “assoluzione” e “pena”, da un lato, e un necessario ripensamento del rapporto tra indulgenza e pena, dall’altro.

 

a) chiarimento del rapporto tra assoluzione e pena

La diversa comprensione della “assoluzione” in campo ecclesiale (rispetto al campo penale) ci aiuta a ripensare a fondo il concetto di “pena”. Ma il comprensibile rifiuto ecclesiale e pastorale della “pena” – che avverte il rischio che si introduca in campo penitenziale un criterio di “giustizia” al posto del criterio di “misericordia – dipende da uno spostamento del significato “penale” sul significato “sacramentale”. La “pena” in campo penale designa infatti una “sanzione” e una “punizione”. In campo sacramentale la “pena” scaturisce invece dal “peccato perdonato”, ed è una conseguenza dello “spazio aperto dal perdono”, che il soggetto deve imparare di nuovo e con fatica ad abitare. La “pena” è qui non la sanzione, ma la fatica connaturata alla “riabilitazione”, che è inaugurata dal perdono di grazia, ma che deve essere sigillata dal “lavoro della libertà”. In questo caso la “pena” non è “chiusura della libertà in uno spazio angusto” (come il carcere), ma superamento della scomunica, riapertura dello spazio di comunione, riammissione, faticosa, alla logica della lode, del rendimento di grazie e della benedizione. In altri termini, la pena del tribunale “mette dentro” ad uno spazio privo di libertà, mentre la pena del confessionale “fa rientrare nella comunione”. Nello spazio inaugurato dalla sproporzione gratuita di un esercizio di “misericordia”, la giustizia richiesta alla risposta di libertà corrisponde proporzionatamente alla rinnovata apertura di credito riservata al soggetto. La misericordia gratuita richiede una “giusta risposta”, la grazia “operante” si intreccia con la grazia “cooperante”, il puro dono gratuito si confonde con la corrispondenza di amorosi sensi.

 

b) trasformazione nella comprensione della indulgenza

In questo orizzonte “laborioso” si collocano, storicamente, le indulgenze. Esse appaiono, analogicamente, come una “ripresa di misericordia” all’interno dello spazio di giustizia, che nella penitenza si è necessariamente dischiuso. In altri termini, una “sproporzione” di misericordia ha inaugurato un cammino di “giuste proporzioni”, al cui interno, però, in tempi e luoghi eccezionali, si danno nuove sproporzioni, Questo, tuttavia, accade e può accadere in un mondo come quello medievale e moderno. Nel primo ci si riferisce soprattutto ai vivi, nel secondo ci si sposta soprattutto sui defunti. Ma – ed è qui la questione nuova – come si può giustificare oggi una “nuova sproporzione di indulgenza”, se manca la “proporzione di giustizia” rappresentata dal “lavoro penitenziale”? Oggi, infatti, la “risposta al dono del perdono nella libertà” si è progressivamente privatizzata ed è sostanzialmente uscita dalla pratica sacramentale. Forse anche per causa delle teorie del sacramento, che lo identificano con la coppia confessione-assoluzione, formalizzando ad oltranza tanto il “dolore del peccato” (contrizione) quanto il “lavoro penitenziale” (soddisfazione). Se le “anime purganti” o i “corpi penitenti” restano una mera “evocazione ecclesiale”, cui non corrispondono più pratiche reali, su quale terreno possono ancora incidere le indulgenze? In un mondo iperpenitenziale come quello medioevale e moderno, stabilmente impegnato nelle “guerre” delle proprie pratiche penitenziali, si capisce bene la risorsa di una “tregua indulgenziale”. Ma in un mondo che non elabora più con fatica il “fare penitenza”, che senso può avere una tregua per chi non combatte alcuna battaglia? Non sarà forse che le indulgenze, anziché rinnovare la sproporzione in un mondo di “regolate e proporzionate penitenze”, non debbano oggi proporre, piuttosto, la riscoperta della proporzione laboriosa della penitenza, come risposta umana alla esperienza del sorprendente dono di grazia che Dio riserva a ogni uomo e ad ogni donna seriamente intenzionati a vivere di comunione?

 

Nella risposta a queste domande dovremo considerare anche un dato prezioso. La evoluzione del linguaggio magisteriale sembra confermare infatti questa tendenza. Le indulgenze, nella Bolla Misericordiae vultus di Francesco vengono stilizzate e modellate come “rilancio” di misericordia, ma senza mai pronunciare la parola “pena”. Ecco il primo testo centrale sul tema della indulgenza:

Nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati, che sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri rimane. La misericordia di Dio però è più forte anche di questo. Essa diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato, abilitandolo ad agire con carità, a crescere nell’amore piuttosto che ricadere nel peccato” (MV 22)

 

In un certo modo, il testo della Bolla sembra avvalorare la nostra ipotesi: la indulgenza riguarda la liberazione del “peccatore perdonato” dai “residui delle conseguenze del peccato”. Si tratta di “abilitazioni” all’agire con carità e a crescere nell’amore. Allo stesso modo ciò riguarda anche la relazione con i defunti.

La Chiesa vive la comunione dei Santi. Nell’Eucaristia questa comunione, che è dono di Dio, si attua come unione spirituale che lega noi credenti con i Santi e i Beati il cui numero è incalcolabile (cfr Ap 7,4). La loro santità viene in aiuto alla nostra fragilità, e così la Madre Chiesa è capace con la sua preghiera e la sua vita di venire incontro alla debolezza di alcuni con la santità di altri. (MV 22)

 

Anche qui è molto interessante che la “indulgenza” sia più quella dei defunti verso i vivi che non quella dei vivi per i defunti. La “estensione su tutta la vita” della misericordia di Dio è così attestata anche dalla “communio sanctorum”: è la santità dei defunti a poter soccorrere la fragilità dei viventi.

 

Vivere dunque l’indulgenza nell’Anno Santo significa accostarsi alla misericordia del Padre con la certezza che il suo perdono si estende su tutta la vita del credente. Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che partecipa a tutti i benefici della redenzione di Cristo, perché il perdono sia esteso fino alle estreme conseguenze a cui giunge l’amore di Dio. Viviamo intensamente il Giubileo chiedendo al Padre il perdono dei peccati e l’estensione della sua indulgenza misericordiosa” (MV, 22).

 

L’affermazione conclusiva ripete la concezione “ampia” di indulgenza, come estensione del perdono fino in fondo e su tutti. Ma essa può rilanciare, nel contesto della città secolare, non solo la “certezza del perdono di Dio”, ma anche una rinnovata sicurezza sulla possibilità che l’uomo sappia rispondere a quella nuova offerta di perdono. Se da una parte Dio non si stanca mai di perdonare, d’altra parte noi possiamo serenamente perseverare nel confidare che la grazia di misericordia possa prendere sul serio e valorizzare fino in fondo la libertà con cui rispondiamo al perdono divino nel “lavoro” della conversione e nella testimonianza di un perdono gratuitamente ricevuto e perciò prontamente e umanamente rielaborato.

 

La trasformazione che era già iniziata con gli anni 50 – ossia il passaggio della comprensione delle indulgenze dal “potere del tesoro della Chiesa” alla “preghiera della Chiesa” – sembra qui confermato e ulteriormente sviluppato. La matematica delle indulgenze necessariamente tramonta, mentre riappare il “caso serio” della risposta della libertà alla grazia del perdono. Potremmo dire, sinteticamente, che si passa dalla “remissione devota della pena temporale” alla “riconsiderazione fiduciosa e orante del lavoro penitenziale”.

 

Siamo di fronte a un caso classico di “traduzione della tradizione”. “Ciò che non muore e ciò che può morire”: due componenti delle indulgenze si intrecciano strettamente e richiedono pertanto nuovo discernimento, non solo al vertice, ma anche alla base della Chiesa.

 

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23 gennaio 2016 6 23 /01 /gennaio /2016 12:00
DOMENICA III  DEL TEMPO ORDINARIO ( C )

 

Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18 (19); 1Cor 12,12-31°; Lc 1,1-4; 4,14-21

 

Le tue parole, Signore, sono spirito e vita

 

Il Sal 18 è un meraviglioso inno che celebra la Sapienza di Dio, il quale ordina e regge l’universo e dirige e vivifica lo spirito e il cuore dell’uomo. La seconda parte dell’inno, da cui è tratto l’odierno salmo responsoriale, è un testo didattico sulla legge. L’autore tesse l’elogio della legge divina: essa è pura, radiosa ed eterna; rinfranca l’anima e dona saggezza ai semplici. La legge fondamentale dell’alleanza, cioè il Decalogo, nella Bibbia è detta semplicemente “le dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). All’uomo che cerca il perché del mondo, della vita, Dio offre la sua Parola., che è Parola viva, sicura, indirizzo per la nostra esistenza; Parola divenuta persona, uno di noi, Gesù il nostro Salvatore. In Cristo Gesù la legge è stata adempiuta una volta per tutte (cf. Mt 5,17). Perciò per il cristiano l’osservanza della legge si risolve in un rapporto personale d’amore con Cristo.

 

Nelle tre letture odierne, ritorna ripetutamente il tema della legge/parola di Dio. E’ una legge fatta di precetti, quella presentata da Esdra ai rimpatriati dall’esilio babilonese (prima lettura). E’ una legge interiore, come la vita dentro il corpo, che muove le membra a svolgere ciascuna una missione, quella presentata da san Paolo ai cristiani di Corinto (seconda lettura). E applicando a noi le parole di Gesù pronunciate nella sinagoga di Nazaret (vangelo), questa legge interiore è lo Spirito Santo che è sopra di noi e ci spinge e ci guida ad agire in una maniera liberante, significativa per noi e per gli altri. Le tre letture bibliche ci danno l’idea di una legge/parola, che viene via via interiorizzandosi, fino a diventare uno spirito che si compenetra col nostro spirito secondo le parole di Gesù: “Lo Spirito del Signore è sopra di me”.

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n.108) afferma, citando san Bernardo di Chiaravalle, che “ il cristianesimo è la religione della parola di Dio, non di una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”. Il Dio della Bibbia, a differenza degli idoli dei pagani, non è un dio muto. E’ un Dio vivente, che parla all’uomo in molteplici modi. E’ soprattutto in Cristo che la parola di Dio prende corpo e si rivolge all’uomo, e da scrittura o semplice parola diventa persona. Tutte le parole della Bibbia ci parlano di Cristo, come profezia o come evento. Ha detto bene il grande Dottore della Scrittura, san Girolamo, che “ignorare le Scritture è ignorare Cristo”. Abbiamo sentito le parole di Gesù nella sinagoga, che dopo aver letto un brano del profeta Isaia, si rivolge ai presenti con questa solenne affermazione: “Oggi è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Con altrettanta chiarezza, Gesù, la sera della sua risurrezione appare agli apostoli e dice: “bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). In Cristo tutte le promesse di Dio diventano “sì” (cf. 2Cor 1,20).

 

Nella parola di Dio che viene proclamata ogni domenica nell’assemblea eucaristica è Cristo stesso che parla a noi, ci si rivela e ci interpella. Egli continua ad annunziare la buona novella della salvezza. Per questo l’ascolto e l’accoglienza della Parola diventa sempre esperienza gioiosa dell’oggi della salvezza. Forse la nostra cultura ha perso un po’ il senso e il valore della parola e, quindi, anche della parola di Dio. Forse anche noi la pensiamo come l’imperatore Marco Aurelio che diceva: “il linguaggio serve per nascondere il pensiero degli uomini”. Non di rado le nostre parole sono parole vuote, finte, incoerenti con la vita. La parola di Gesù invece è, come egli stesso ha detto, “spirito e vita” (Gv 6,63).

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21 gennaio 2016 4 21 /01 /gennaio /2016 17:03
IL  RITO DELLA LAVANDA DEI PIEDI NELLA LITURGIA ROMANA

 

Con il gesto della lavanda dei piedi ai discepoli Gesù rende visibile la logica di amore e di servizio che ha guidato la sua vita fino alla morte in croce. Ma questo gesto compiuto da Gesù è anche fondante di uno stile ecclesiale. La comunità cristiana è invitata a ripercorrere la strada del servizio: “anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14).

 

La liturgia romana ha inserito la lavanda dei piedi nella cornice del Giovedì Santo solo inoltrato il secondo millennio, testimone il Pontificale Romano del secolo XII, che colloca il rito dopo i Vespri. La liturgia della Curia Romana del secolo XIII accoglie questo rito in forma abbreviata, che passa poi al Messale Romano di Pio V, nella sua edizione princeps del 1570, dove è celebrato fuori della Messa nel corso del pomeriggio. Da notare che la rubrica di questo Messale non sembra preoccuparsi della dimensione mimetica di quanto Gesù ha fatto. Infatti, la rubrica non parla di “dodici” persone a cui lavare i piedi; dice semplicemente: “Post denudationem altarium, hora competenti, facto signo cum tabula, conveniunt clerici ad faciendum mandatum. Maior abluit pedes minoribus: tergit  et osculatur…”  Noto che si tratta di un gesto compiuto solo tra i membri del clero. A questo proposito, ricordo che la liturgia è in genere più anamnetica che mimetica: fa memoria dei gesti del Signore interpretandoli in un contesto rituale ampio.

 

Con la riforma della Settimana santa attuata da Pio XII nel 1955, la lavanda dei piedi è collocata dopo l’omelia della Messa in cena Domini. Così pure nel Messale Romano del 1962. Ormai la lavanda dei piedi si fa a “duodecim viros selectos”. Quindi non è più un gesto solo clericale e il riferimento  ai “dodici  uomini” lo rende un rito più esplicitamente mimetico.

 

Ciò però è corretto dal Messale Romano di Paolo VI, che non fa più riferimento al numero dodici, ma parla solo di “viri selecti”.  Le antifone che accompagnano il gesto della lavanda dei piedi esaltano il grande tema della carità con testi presi da san Giovanni e dal cap. 13 della prima Lettera ai Corinzi (inno alla carità), e il rito si chiude, all’inizio dell’offertorio, con l’antico inno Ubi cartias et amor (nel Messale di Paolo VI trasformato felicemente in: Ubi caritas est vera). La lavanda dei piedi deve pertanto aiutare a comprendere e vivere meglio il grande e fondamentale precetto della carità fraterna che riguarda tutti i battezzati uomini e donne.

 

Se ora il Papa ha voluto che la lavanda dei piedi sia fatta a “qui selecti sunt ex populo Dei”, possiamo dire che si tratta di uno sviluppo in qualche modo logico del rito, avendo presente: 1) che nel Messale di Paolo VI non viene più “sottolineata” la dimensione mimetica; 2) avendo anche presente che dal Vaticano II in poi, il magistero della Chiesa ha messo in rilievo con forza la parità di diritti e doveri tra uomo e donna (Gaudium et spes 9; Evangelii gaudium 103-104); 3) avendo presente inoltre che non si tratta più di un rito compiuto tra i membri del clero. A questo proposito si ricordi che durante diversi anni, anche dopo il Vaticano II, era proibito alle ragazze di fare il chierichetto. Divieto che fu tolto interpretando il can. 230, § 2 del Codice di Diritto Canonico, che recita: “I laici possono assolvere per incarico temporaneo la funzione di lettore nelle azioni liturgiche; così pure tutti i laici possono esercitare le funzioni di commentatore, cantore o altre ancora a norma del diritto”. Quando si parla di “laici” si parla naturalmente di uomini e donne.   

 

Più volte papa Francesco ha chiesto maggiore spazio per le donne nella Chiesa (cf. Evangelii gaudium 103-104). L’approccio del Pontefice al problema del ruolo femminile all’interno della società e della Chiesa è da considerarsi molto attento alla modernità. Una visione in cui la donna è pari all’uomo in diritti e doveri, ma complementare e diversa in quanto portatrice di caratteristiche specifiche, facendo proprio il nuovo paradigma sociale della “Reciprocità nell’equivalenza e nella differenza”.

 

In questo settore, però, si devono tener presenti gli eventuali disagi che in alcune culture potrebbe comportare il lavare i piedi di una donna in pubblico. Noto comunque che la rubrica “qui selecti sunt ex populo Dei” è generica (non “obbliga” ad inserire anche e sempre le donne), e quindi i vescovi possono interpretarla alla luce delle diverse situazioni locali.

 

                                                                                                                     

Matias Augé

 

 

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21 gennaio 2016 4 21 /01 /gennaio /2016 16:40


CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI DECRETO IN MISSA IN CENA DOMINI

 

La riforma della Settimana santa, con decreto Maxima Redemptionis nostrae mysteria (30 novembre 1955), diede la facoltà, dove lo consigliava un motivo pastorale, di compiere la lavanda dei piedi a dodici uomini durante la Messa nella cena del Signore, dopo la lettura del Vangelo secondo Giovanni, quasi a manifestare rappresentativamente l’umiltà e l’amore di Cristo verso i suoi discepoli. Nella liturgia romana, tale rito era tramandato col nome di Mandatum del Signore sulla carità fraterna secondo le parole di Gesù (cfr. Gv 13,34), cantate nell’Antifona durante la celebrazione. Nel compiere tale rito, Vescovi e sacerdoti sono invitati a conformarsi intimamente a Cristo che «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mt 20,28) e, spinto da un amore «fino alla fine» (Gv 13,1), dare la vita per la salvezza di tutto il genere umano.

 

Per manifestare questo pieno significato del rito a quanti partecipano, è parso bene al Sommo Pontefice Francesco mutare la norma che si legge nelle rubriche del Missale Romanum (p. 300 n. 11): «Gli uomini prescelti vengono accompagnati dai ministri…», che deve essere quindi variata nel modo seguente: «I prescelti tra il popolo di Dio vengono accompagnati dai ministri…» (e di conseguenza nel Caeremoniale Episcoporum n. 301 e n. 299 b: «le sedie per i designati»), così che i pastori possano scegliere un gruppetto di fedeli che rappresenti la varietà e l’unità di ogni porzione del popolo di Dio. Tale gruppetto può constare di uomini e donne, e convenientemente di giovani e anziani, sani e malati, chierici, consacrati, laici.

 

Questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in vigore delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice, introduce tale innovazione nei libri liturgici del Rito Romano, ricordando ai pastori il loro compito di istruire adeguatamente sia i fedeli prescelti sia gli altri, affinché partecipino al rito consapevolmente, attivamente e fruttuosamente.

 

Nonostante qualsiasi cosa in contrario. Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 6 gennaio 2016, solennità dell’Epifania del Signore.

 

Robert Card. Sarah Prefetto

 

+ Arthur Roche Arcivescovo Segretario

 

 

 

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI SUL RITO DELLA "LAVANDA DEI PIEDI" NELLA LITURGIA DELLA MESSA IN COENA DOMINI

 

Al Venerato Fratello Signor Cardinale Robert Sarah Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti Signor Cardinale, come ho avuto modo di dirLe a voce, da qualche tempo sto riflettendo sul Rito della “lavanda dei piedi”, contenuto nella Liturgia della Messa in Coena Domini, nell'intento di migliorarne le modalità di attuazione, affinché esprimano pienamente il significato del gesto compiuto da Gesù nel Cenacolo, il suo donarsi “fino alla fine” per la salvezza del mondo, la sua carità senza confini.

 

Dopo attenta ponderazione, sono giunto alla deliberazione di apportare un cambiamento nelle rubriche del Messale Romano. Dispongo pertanto che venga modificata la rubrica secondo la quale le persone prescelte per ricevere la Lavanda dei piedi debbano essere uomini o ragazzi, in modo tale che da ora in poi i Pastori della Chiesa possano scegliere i partecipanti al rito tra tutti i membri del Popolo di Dio. Si raccomandi inoltre che ai prescelti venga fornita un'adeguata spiegazione del significato del rito stesso.

 

Grato per il prezioso servizio di codesto Dicastero, assicuro a Lei, Signor Cardinale, al Segretario e a tutti i collaboratori il mio ricordo nella preghiera e, formulando i migliori auguri per il Santo Natale, invio a ciascuno la Benedizione Apostolica. Dal Vaticano,

 

20 dicembre 2014

 

Franciscus

 

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2016/1/21/lavandapiedi.html

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     

 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

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