Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
1. Prima di scrivere un commento leggi con attenzione il post.

2. Il tuo commento non si sposti dall’argomento del post.

3. Scrivi con sincerità, completezza e chiarezza la tua opinione.

4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

5. Controbatti le opinioni degli altri con argomenti.

6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

10. Chi non indica la email non ha diritto di prendere la parola.

Saturday 20 september 2014 6 20 /09 /Set /2014 05:00

Cristo Maestro

Il Signore è vicino a chi lo invoca

 

Is 55, 6-9; Sal 144 (145); Fil 1,20c-24.27°; Mt 20,1-16

 

I motivi presenti nel Sal 144 sono quelli comuni ai salmi di lode. In esso si fondono lode, ringraziamento e fiducia nel Signore amoroso e tenero nei confronti delle sue creature. La lode diventa allora un’espressione di meraviglia, movimento interiore di riconoscenza e di ringraziamento. Il salmista si rivolge ad un Dio Signore che “è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità”. Dio Padre si è reso vicino a noi soprattutto nel mistero dell’Incarnazione del suo Figlio. L’evento storico dell’Incarnazione ci permette di comprendere il mistero di Dio attraverso i tratti umani di Gesù di Nazaret. Nel volto umano di Gesù si rispecchia infatti il volto di Dio (cf. Gv 14,9-10).

 

Le letture bibliche di questa domenica propongono alla nostra riflessione il misterioso modo di agire di Dio nei nostri confronti. Dio non giudica gli uomini con il metro con cui noi giudichiamo sovente i nostri simili. Perché, come dice il profeta Isaia nella prima lettura, i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e le nostre vie non sono le sue vie: è un Dio che ha misericordia e perdona largamente. Questo particolar modo di agire di Dio è illustrato da Gesù nella parabola evangelica dei lavoratori della vigna, una parabola volutamente sconcertante, per indurre gli ascoltatori a rettificare eventualmente la loro idea della giustizia divina e a interrogarsi sul modo in cui comprendono e svolgono il loro servizio del Signore. Possiamo interpretare la parabola come una risposta di Gesù alla domanda che Pietro e i suoi discepoli gli hanno rivolto poco prima: “Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa ne ricaveremo?” (Mt 19,27). Il proprietario della vigna ricompensa ugualmente operai che hanno compiuto lavori di diversa durata: alcuni hanno lavorato una giornata intera, altri un poco meno, altri poi un’ora sola; tutti però vengono retribuiti in modo uguale. Il particolare dell’uguaglianza di retribuzione nella parabola, mira a sottolineare che non c’è proporzione fra ciò che fa l’uomo e ciò che dona Dio. Il padrone della parabola distribuisce i salari non secondo la misura delle prestazioni degli operai, ma in vista del loro benessere e della loro gioia. Dio, infatti, non è un padrone che dà un “salario”, ma un padre che elargisce un “dono”. Dio non è un compagno d’affari, con cui possiamo contrattare la nostra salvezza. La salvezza non va barattata, ma accettata come dono. Il procedere così generoso di Dio ha come unica spiegazione la sua bontà infinita e la sua iniziativa libera e spontanea; la grandezza di Dio non si può misurare: “senza fine è la sua grandezza” (cf. salmo responsoriale).

 

Noi siamo inclini a definire i reciproci rapporti in base alla prestazione effettiva, parametro che inconsciamente trasferiamo alle vicende che riguardano anche i nostri rapporti con Dio. Il Signore invece agisce secondo criteri di gratuità. Davanti alla misericordia sconfinata di Dio ogni uomo si trova nella medesima posizione. La grettezza del nostro cuore fa sì che sia per noi difficile capire l’amore di un Dio sempre pronto a perdonare, sempre pronto ad accogliere chiunque apra il cuore alla sua grazia, in ogni momento. Se siamo veramente discepoli di Cristo (cf. seconda lettura), sapremo interpretare la nostra vita secondo criteri di gratuità e di donazione agli altri, i valori che nel Cristo hanno incarnato l’autentico volto del Padre.

 

L’Eucaristia esprime in modo sublime il mistero del donarsi gratuito di Dio a noi. Presentiamo al Signore un po’ di pane e di vino e abbiamo in dono un “cibo di vita eterna” e una “bevanda di salvezza”.

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
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Thursday 18 september 2014 4 18 /09 /Set /2014 05:00

Dal Blog di Andrea Grillo (17.09.2014) riprendiamo il post che segue:

 

Nel corso del Convegno dei "Viandanti" del 13 settembre scorso a Bologna ho tenuto una relazione sul rapporto tra divorziati risposati e comunione eucaristica. Rimando al sito dei Viandanti per leggere il pdf della relazione integrale (http://www.viandanti.org/wp-content/uploads/2014/04/Grillo_Eucarestia_Def-Sito.pdf ).

Qui riprendo soltanto l'incipit e l' explicit della relazione.

    

Eucaristia: generoso alimento per i deboli”. Simbolo rituale senza “retorica ecclesiale”
Teologie lungimiranti e teologie di corte (vedute).

    

“La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?”                  

 

                                                                                 Carlo Maria Martini 

 

     

 

"Rifiutando di dare a se stessi il posto della verità, [i cristiani] possono confessare la loro fede in ciò che osiamo chiamare Dio - Dio, indissociabile per noi dall'esperienza che rende gli uomini contemporaneamente irriducibili e necessari gli uni agli altri. Non so che cosa diventerà la religione domani, ma credo fermamente all'urgenza di cercare questa teologia pudica e radicale"    

 

                                               M. de Certeau 

 

 

 
La prospettiva che vorrei sviluppare, in rapporto al tema del Convegno, è una analisi più diretta del rapporto tra “legame matrimoniale” e “comunione sacramentale”. Noi dobbiamo infatti riconoscere più apertamente di quanto non si faccia di solito che la “domanda di comunione”, avanzata da parte di soggetti che vivono forme di relazione sentimentale  familiare che non godono di pieno (o di nessun) riconoscimento ecclesiale, spesso avviene in un linguaggio e in una forma non adeguata non solo ai tempi, ma alla “res” in questione. Mi spiego meglio, e lo faccio in modo lapidario: negli ultimi 200 anni non sono cambiate solo le forme della vita matrimoniale, ma anche le forme della comunione sacramentale. E’ del tutto comprensibile che, nella discussione che oggi mettiamo in campo, appaia anzitutto la “novità matrimoniale” rispetto alla tradizione del “fare la comunione” nella Chiesa. Ma non dovremmo affatto dimenticare che, mentre cambiava il modo di vivere la relazione matrimoniale, a partire dalla metà del 1800, iniziava anche un lento fenomeno di ripensamento della “comunione sacramentale”. Quando oggi pensiamo all’”accesso alla comunione” per i “separati, divorziati e risposati” dobbiamo pensare correttamente non solo i soggetti, ma anche l’atto a cui potrebbero, dovrebbero accedere. Vorrei allora sintetizzare, in primo luogo, le novità con cui nella Chiesa possiamo e dobbiamo pensare questo “atto” del “fare la comunione”. Alla luce di questa novità condurrò la mia riflessione sui soggetti cosiddetti “irregolari”:


a) Fare la comunione non è più, anzitutto, un atto di culto personale di un soggetto, ma il “rito di una comunità”. Vi è ancora, nel linguaggio ecclesiale, un modo di pensare la “comunione sacramentale” come l’azione di un individuo, per la santificazione personale. Senza negare questa dimensione, dobbiamo ricontestualizzarla nel suo ambito rituale, ecclesiale e spirituale proprio

b) Fare la comunione è la conseguenza di un “duplice dono dello Spirito”: quello che scende sui “doni” del pane e del vino e quello che scende sui soggetti, riunendoli in un solo corpo. La duplice dimensione della “epiclesi” eucaristica richiede, evidentemente, un contesto più ricco di quello al quale ci eravamo abituati. La comunione sacramentale non è semplicemente la “conseguenza della consacrazione”, ma è il rito che segue una liturgia della parola e una liturgia eucaristica in cui non solo "si riceve", ma “si diventa” il Corpo di Cristo


c) Partecipare tutti all’unico pane spezzato e all’unico calice condiviso è la forma più piena di “segno” di quella unità che la Eucaristia realizza. D’altra parte, bisogna ricordarlo con forza, l’effetto di grazia della Eucaristia è la unità della Chiesa, rispetto a cui la “presenza reale” di Cristo sotto le specie è soltanto “effetto intermedio”.

Come è ovvio, questa lettura della “comunione sacramentale” conduce ad una relazione assai profonda tra la vita del soggetto in relazione e la forma eucaristica della comunione. Ma impedisce una lettura individualistica del “ricevere la comunione”, che risulta sfasata sia storicamente, sia tematicamente rispetto alla discussione che vogliamo qui condurre. Rifletto ora sui “soggetti” che possono/debbono accedere alla logica ecclesiale del “fare la comunione”, per tornare, alla fine, sul livello della “comunione sacramentale”.

[...]

11. Una grande riconciliazione tra la dottrina e l’esperienza è ciò che il Concilio Vaticano II ci ha voluto insegnare, in modo magistrale. Oggi, intorno al rilancio di questa grande opzione, possiamo accordare una attenzione nuova alle dinamiche di quei soggetti che vedono “morire” il vincolo del loro matrimonio e non sanno come poter accettare le uniche due soluzioni che la Chiesa offre alla loro coscienza: o di riconoscere che quel vincolo non c’era mai stato, o di impegnarsi a far morire tutto ciò che nella nuova realtà di coppia potrebbe contraddirlo. Affrontare la questione nuova con gli strumenti di una chiesa e di una società che non c’è più è una risorsa tipica di una “istituzione autoreferenziale”. Un aiuto decisivo per affrontare questa sfida è costituita dalla rinnovata  esperienza di “comunione sacramentale” cui la Chiesa si lascia iniziare dal proprio riformato rito dell’eucaristia. In esso, infatti, essa sperimenta con maggior evidenza, alcune “simboliche” del tutto decisive:

a) la correlazione strutturale tra “corpo di Cristo sacramentale” e “corpo di Cristo ecclesiale”: lo Spirito Santo scende, contemporaneamente, sulle offerte e sugli offerenti: partorisce, amando, la unità della Chiesa.
b) Tale correlazione ci fa uscire da una lettura troppo angusta della “presenza del Signore come sola consacrazione”. La Presenza del Signore è non solo l’intera “preghiera eucaristica”, ma anche la “presenza nella parola proclamata” e “presenza nel pane spezzato e nel calice condiviso”.
c) La forma stessa sia della ministerialità (articolata) della Parola, sia del rito di comunione (con la articolazione della materia e del rapporto con essa) dicono una nuova percezione del “fare comunione” e dell’”essere comunione”.

Sintonizzare questo livello simbolico-rituale della “eucaristia” con la “trasformazione della intimità” non è cosa semplice, ma è una urgenza ecclesiale. D’altra parte, proprio nella logica della urgenza,  resta vero che anzitutto “caritas Christi urget nos”: far spazio ad un “surplus” di misericordia e di amore esige dalla Chiesa di oggi e di domani una grande forza e una grande franchezza, per poter essere nello stesso tempo intelligente nel leggere la propria tradizione – matrimoniale e eucaristica - e coraggiosa nel volerla profondamente rilanciare e rinnovare. Con pudore intelligente e con radicalità coraggiosa.
Come ha detto, in modo indimenticabile, un grande teologo del XX secolo come M. De Certeau:

"Rifiutando di dare a se stessi il posto della verità, [i cristiani] possono confessare la loro fede in ciò che osiamo chiamare Dio - Dio, indissociabile per noi dall'esperienza che rende gli uomini contemporaneamente irriducibili e necessari gli uni agli altri. Non so che cosa diventerà la religione domani, ma credo fermamente all'urgenza di cercare questa teologia pudica e radicale"       
Una teologia che sappia evitare la tentazione cortigiana della spudoratezza e della superficialità, avrà il solo fine di meglio distinguere e articolare - nel matrimonio contemporaneo e nella esperienza della comunione sacramentale - “ciò che non muore, e ciò che può morire”, come ha scritto  un “teologo” del XIV secolo come Dante in una terzina indimenticabile della sua Commedia (Paradiso, XIII, 52-54), con cui voglio qui concludere:

Ciò che non more e ciò che può morire
Non è se non splendor di quella idea
Che partorisce amando il nostro Sire

 
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Wednesday 17 september 2014 3 17 /09 /Set /2014 05:00

Roberto Bellarmino 

Roberto, nato a Montepulciano nel 1542 e morto a Roma il 17 settembre 1621, è uno dei grandi teologi controversisti postridentini. Nel MR 1962 è celebrato il 13 maggio; nel MR 2002 è venerato nel suo “dies natalis”. Roberto Bellarmino a diciotto anni entrò nella Compagnia di Gesù. Fu professore di teologia nell’Università di Lovanio, poi a Roma dove pubblicò  le sue Controversie in quattro grossi volumi. Fatto vescovo e cardinale, svolse una grande attività come teologo ufficiale della Chiesa. Fu chiamato “martello degli eretici”. Attese personalmente alla catechesi popolare ed elaborò un Piccolo catechismo che egli stesso spiegava al popolo. 

Colletta del MR 1962:

Deus, qui ad errorum insidias repellendas et Apostolicae Sedis iura propugnanda beatum Robertum, Pontificem tuum atque Doctorem, mira eruditione et virtute decorasti: eius meritis et intercessione concede; ut nos in veritate amore crescamus et errantium corda ad Ecclesiae tuae redeant unitatem.

Colletta del MR 2002:

Deus, qui ad tuae fidem Ecclesiae vindicandam beatum Robertum episcopum mira eruditione et virtute decorasti, eius intercessione concede, ut populus tuus eiusdem fidei semper integritate laetetur.

“O Dio, che per il rinnovamento spirituale della Chiesa ci hai dato nel vescovo san Roberto Bellarmino un maestro e modello di virtù cristiana, fa’ che per sua intercessione possiamo custodire l’integrità della fede a cui egli dedicò tutta la sua vita”.

La colletta del MR 2002 riprende quella del MR 1062 con alcune modifiche: per evidenti motivi ecumenici non si fa più riferimento alle “insidie degli errori” e al “ritorno dei cuori erranti all’unità della Chiesa”. Il Vaticano II con il decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio parla ormai di “fratelli separati” e riconosce che “coloro che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la chiesa cattolica” (n. 3). E’ da notare, poi, che nella supplica della nuova colletta si chiede che, per intercessione del santo, “possiamo custodire l’integrità della fede” a cui egli dedicò tutta la sua vita.

 

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Monday 15 september 2014 1 15 /09 /Set /2014 05:00

Addolorata.pngCelebrazione di origine devozionale, nel MR 1962 è chiamata dei "Sette dolori della Beata Vergine Maria". Il MR 2002 non fa memoria specifica dei “sette dolori”, ma contempla il dolore di Maria in maniera globale. La devozione alla Vergine Addolorata rissale ai secoli XII-XIII, precisata progressivamente dai Servi di Maria come devozione ai “Sette Dolori”. In seguito, sono sorte due feste in onore dei Sette Dolori della beata Vergine Maria: una apparve nell’Ordine dei Servi di Maria la terza domenica di settembre, ma solo nel 1814 fu iscritta da Pio VII nel Calendario Romano e Pio X fissò la data al giorno dopo l’Esaltazione della Santa Croce, cioè al 15 settembre, conservata dopo la riforma del Vaticano II con il cambiamento di nome sopra indicato. L’altra festa fu stabilita dal Concilio provinciale di Colonia (1423) in riparazione degli atti sacrileghi compiuti dagli iconoclasti Ussiti contro le immagini del Crocifisso e di sua Madre. Nel 1727, fu iscritta da Benedetto XIII nel Calendario Romano, soprattutto grazie agli sforzi dei Servi di Maria. Questa festa veniva celebrata il venerdì prima della Domenica delle Palme (nel MR 1962, come commemoratio). Con la riforma del Calendario Romano promulgato da Paolo VI nel 1969, è stata soppressa. In questo modo, è stato notato da alcuni critici, nel periodo Quaresima-Triduo pasquale-Tempo pasquale è venuto a mancare ogni accenno alla partecipazione di Maria al mistero di Cristo.

 

Nel MR 2002 si è tenuto conto in qualche modo di queste critiche  introducendo nella feria VI della quinta settimana di Quaresima una colletta alternativa di nuova composizione a quella già esistente, in cui si chiede a Dio che ci conceda “di imitare la beata Vergine Maria nella devota contemplazione della Passione di Cristo”, forti della sua intercessione, per essere conformati pienamente a lui. Si deve osservare, poi, che la Collectio Missarum de Beata Maria Virgine (1986; edizione italiana 1987) dispone di due formulari (i nn. 11 e 12) per il tempo quaresimale, intitolati “Maria Vergine presso la croce del Signore”; ambedue i formulari sono tratti dal Proprio delle Messe dell’Ordine dei Servi di Maria .

 

Anche coloro che auspicavano che nella liturgia dello stesso Triduo pasquale fosse esplicitato, in modo discreto e sapiente, la partecipazione della Madre alla Passione del Figlio, hanno avuto una risposta nella terza edizione del Missale Romanum che, senza intaccare la struttura rituale della celebrazione della Passione del Signore, ha introdotto al termine dell’adorazione della croce la possibilità di cantare l’antica sequenza dello Stabat Mater o un altro canto adatto a far memoria della compassione della beata Vergine Maria.

 

Colletta del MR 1962:

Deus, in cuius passione, secundum Simeonem prophetiam, dulcissimam animam gloriosae Virginis et Matris Mariae doloris gladius pertransivit: concede propitius; ut, qui dolores eius venerando recolimus, passionis tuae effectum felicem consequamur.

Colletta del MR 2002:

Deus, qui Filio tuo in cruce exaltato compatientem Matrem astare voluisti, da Ecclesiae tuae, ut, Christi passionis cum ipsa consors effecta, eiusdem resurrectionis particeps esse mereamur.

“O Padre, che accanto al tuo Figlio, innalzato sulla croce, hai voluto presente la sua Madre Addolorata: fa’ che la santa Chiesa, associata con lei alla passione del Cristo, partecipi alla gloria della risurrezione”. 

Nella colletta del MR 2002 si chiede la partecipazione della Chiesa non solo alla passione ma anche alla gloria della risurrezione del Signore. La Costituzione Sacrosanctum Concilium considera la liturgia in stretto legame con la storia della salvezza, anzi la liturgia è descritta come la continuazione di questa storia, l’applicazione nel tempo dell’opera di redenzione umana e di perfetta glorificazione di Dio annunciata nell’Antico Testamento e compiuta da Cristo, “specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione” (SC, n. 5). Questa visione del mistero pasquale è stato uno dei temi conciliari che ha permesso di favorire un sottile cambiamento nella mentalità cattolica che, dopo il Medioevo, situava la redenzione in modo praticamente esclusivo nella passione e morte di Cristo.

M.A.

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Saturday 13 september 2014 6 13 /09 /Set /2014 05:00

Cristo-di-Dal-.jpg 

Non dimenticate le opere del Signore!

 

Nm 21,4b-9; Sal 77; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17

 

Icona del Crocifisso e simbolo del mistero pasquale di morte e risurrezione, la Croce riassume l’intero mistero della salvezza in Cristo. E’ segno di un Dio che ha voluto vincere il male con il proprio dolore; un Cristo che è Giudice e Signore, ma anche Servo, che si è voluto spingere fino a la totale donazione di se stesso, come immagine concreta dell’amore  e della condiscendenza di Dio. Le tre letture bibliche della festività dell’esaltazione della santa Croce sono strettamente collegate e esprimono questo mistero di salvezza seguendo uno schema binario di: morte e vita, abbassamento ed esaltazione.

 

La prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, ci racconta le peripezie degli israeliti nel viaggio verso Canaan: essi, obbligati ad aggirare la Palestina, sono costretti a fare un lungo cammino nel deserto. Di qui il loro lamentarsi, che è segno anche di una crisi di fede in Dio e nel suo progetto. Colpiti nel corpo dai serpenti velenosi, possono guarire guardando confidenti il serpente di rame fatto innalzare da Mosè per ordine di Dio. Il libro della Sapienza commentando l’episodio, vede in esso il segno di una salvezza che Dio offre a tutti, cosa che non risulta dal testo del libro dei Numeri: “Per correzione furono spaventati per breve tempo, avendo già avuto un pegno (o “segno”) di salvezza a ricordare loro i decreti della tua legge. Infatti chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti” (Sap 16,7-7). 

 

Nel vangelo di Giovanni l’intera vita di Gesù è contrassegnata dal simbolo dell’agnello immolato: “ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29). Giovanni considera la crocifissione un innalzamento e le associa il termine “gloria” (cf. Gv 3,14; 8,28; 12,32; 13,31). Gesù depone liberamente la sua vita e nessuno gliela toglie (cf. Gv 10,18; 19,11). L’offerta che Gesù fa di se stesso testimonia dell’amore del Padre. Solo quando “viene elevato da terra” il Figlio di Dio è in grado di “attirare” tutti a sé (cf. Gv 12,32): perché solo quando viene inchiodato alla croce egli diventa in modo definitivo Parola e Immagine di Dio che è Amore.

 

Nella letteratura paolina l’accento alla morte di Gesù compare 65 volte e quello alla risurrezione 24 volte. Paolo può prendere tanto l’una quanto l’altra come sigla per indicare tout-court il vangelo che egli predica. Nella seconda lettura di questa festività, l’Apostolo afferma che i “sentimenti” che hanno dato l’impronta alla missione di Cristo, fanno riferimento all’obbedienza incondizionata, alla dedizione totale, alla fiducia illimitata: sono le caratteristiche essenziali, e, allo stesso tempo, le forme di attuazione di un amore che è costato a Gesù tutta una vita messa a disposizione della volontà del Padre e offerta per la salvezza del mondo. Espropriatosi radicalmente di sé, egli, una volta giunto ad affrontare la prova cruciale della passione, ha fatto della propria morte, accettata in piena libertà e per amore, l’avvenimento con il quale ha portato a termine l’opera della Rivelazione di Dio e di Salvatore del mondo.

 

Il prefazio della  Messa riassume bene il mistero che celebriamo oggi: “Nell’albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dall’albero traeva la vittoria, dall’albero venisse sconfitto”. Tutta la storia della salvezza si svolge tra due alberi: l’albero del frutto proibito, che reca la morte, e l’albero della Croce di Cristo, che dona la vita.

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Friday 12 september 2014 5 12 /09 /Set /2014 05:00

Giovanni-Crisostomo.jpg

 

Giovanni nacque ad Antiochia nell’anno 349 circa. Morì nel viaggio verso l’esilio a Comana, sulle rive del Mar Nero, il 14 settembre 407. E’ chiamato “Crisostomo” (“Bocca d’oro”), appellativo con cui, a partire dal secolo VI è stato conosciuto. Fu annunziatore fedele della parola di Dio, come presbitero ad Antiochia (386-397) e come vescovo a Costantinopoli (397-404). La sua predicazione contro i vizi e il lusso della corte imperiale  gli procurò più volte l’esilio.  Giovanni Crisostomo è celebrato nel MR 1962 il 27 gennaio, giorno del trasferimento dei resti mortali del santo nell’anno 438 dal sepolcro di Comana a Costantinopoli. Il MR 2002 ne fa memoria la vigilia del suo dies natalis, impedito dalla festa successiva.

  

Colletta del MR 1962:  

Ecclesiam tuam, quaesumus, Domine, gratia caelestis amplificet: quam beati Ioannis Chrysostomi Confessoris tui atque Pontificis illustrare voluisti gloriosis meritis et doctrinis.

Colletta del MR 2002:

Deus, in te sperantium fortitudo, qui beatum Ioannem Chrysostomum apiscopum mira eloquentia et tribulationis experimento clarescere voluisti, da nobis, quaesumus, ut, eius doctrinis eruditi, invictae patientiae roboremur exemplo.

“O Dio, sostegno e forza di chi spera in te, che ci hai dato in san Giovanni Crisostomo un vescovo mirabile per l’eloquenza e per l’invitta costanza nelle persecuzioni, fa’ che il popolo cristiano, illuminato dalla sua dottrina, sappia imitare la sua fortezza evangelica”.

Le collette dei due Messali parlano dei meriti e dottrina del santo vescovo. Il MR 2002 esplicita i meriti del Crisostomo quando fa riferimento alla sua fortezza e costanza nelle persecuzioni. Di questa fortezza è prova l’omelia pronunciata dal santo prima di partire per il primo esilio e riportata dall’Ufficio delle letture: “… Non temo la povertà, non bramo ricchezze, non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene […] Cristo è con me, di chi avrò paura?...”

 

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Wednesday 10 september 2014 3 10 /09 /Set /2014 05:00

Magrassi.jpgPasquale Zecchini, “Vivere la Liturgia”. Il contributo di Mariano Magrassi al rinnovamento liturgico in Italia, CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2014. 262 pp.

Cap. I. Mariano Magrassi: profilo biografico e formazione

Cap. II. Celebrare “l’oggi della salvezza”

Cap. III. Bibbia e Liturgia

Cap. IV. Una luce mistagogica

Cap. V. Celebrare: Ars artium et amoris officium

Conclusione: Bibliografia essenziale

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Monday 8 september 2014 1 08 /09 /Set /2014 05:00

Carlo-Monaco.jpg 

Carlo Monaco, I cristiani di oggi. Identità e differenze, Pendragon, Bologna 2014, 205 pp. Da questo libro, per certi versi originale, proponiamo due pagine sulla riforma liturgica (pp. 93-94). L’autore è un docente di filosofia e di storia.

[Dopo il Vaticano II] ciò che ha colpito maggiormente per la sua portata innovativa è stata la revisione di tutta la materia liturgica e l’avviamento di una riforma organica e generale che si è sviluppata negli anni immediatamente successivi.

Da tante parti la riforma liturgica è stata definita il frutto più appariscente di tutta l’opera conciliare. Ciò può far storcere il naso a molti teologi, ma corrisponde sicuramente al modo più diffuso e popolare di intendere e di praticare la vita religiosa.

In effetti la riforma liturgica era già da decenni oggetto di discussione e di nuove proposte nei movimenti liturgici internazionali, ma fu anche il primo oggetto di discussione tra i padri conciliari. Tale scelta apparve sgradita a coloro che avevano preparato il concilio e i suoi documenti preliminari, ma proprio per questo si rivelò come il terreno di maggiore conflitto tra il fervore degli innovatori e le resistenze dei tradizionalisti.

C’è chi dice che il risultato finale fu carente e contraddittorio e ci sono buone ragioni per sostenerlo. Ma neppure è accettabile la sottovalutazione del nuovo che venne introdotto. Se vi fu una certa incompletezza rimase però aperta una strada per ulteriori passi avanti.

Non sono novità di poco conto: il passaggio dall’esclusivismo della lingua latina all’uso delle lingue volgari, l’estensione nei riti e nella messa della parte riservata alla parola di Dio, lo sforzo di promozione di tutti i fedeli a una più attiva partecipazione comunitaria, in coerenza col significato stesso della parola chiesa, che è quello di “assemblea”.

Sono ammessi ulteriori progressi e sviluppi nell’adattamento delle forme liturgiche alle culture dei vari popoli. Si è cercato di depurare la liturgia delle peggiori stratificazioni devozionali e barocche. Sono stati eliminati tutti i riferimenti testuali che erano stati alla base dell’antisemitismo. Insomma, si è data una spinta a una situazione liturgica immobile da secoli, che non potrà essere arrestata per il futuro.

Alcune innovazioni liturgiche essenziali non erano meramente esteriori, anzi ponevano le premesse per un cambio di orizzonte nel concetto stesso di chiesa. Mi riferisco al “mistero pasquale”, espressione quasi sconosciuta prima del concilio e che ora diventa di uso comune per esprimere l’identità della Chiesa, tutt’uno con il Cristo che morendo ha distrutto la morte e risorgendo a ridonato agli uomini la vita.

Insomma, se la liturgia non esaurisce completamente l’azione della Chiesa, essa è tuttavia il culmine verso cui la Chiesa tende e la fonte da cui promana tutta la sua virtù. Ed è giusto che alla vita liturgica sia chiamato a partecipare il popolo santo di Dio, attorno, e non dietro, ai suoi sacerdoti e vescovi.  

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Saturday 6 september 2014 6 06 /09 /Set /2014 05:00

Perafort.jpg

Ascoltate oggi la voce del Signore

 

Ez 33,1.7-9; Sal 94 (95); Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

 

La prima parte del Sal 94 è un invito a lodare e rendere grazie al Signore. Nella seconda parte è Dio stesso a parlare al suo popolo evocando l’evento centrale della fede d’Israele, la sua nascita come popolo eletto nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Ebbene, in quegli inizi Israele ha sfoderato tutta la gamma delle sue ribellioni. Il nostro testo ricorda in particolare l’episodio di Massa a Meriba (cf. Es 17,1-7; Nm 20,2-13) ed esorta i figli d’Israele ad ascoltare la voce di Dio e a non indurire il cuore. Riprendendo il testo salmico, anche noi siamo esortati ad ascoltare la voce del Signore evitando che il nostro cuore si indurisca e ci renda sordi alla sua voce, al suo amore: “Ascoltate oggi la voce del Signore”. 

 

Nelle nostre riflessioni, partiamo dalla seconda lettura, in cui abbiamo ascoltato un pressante appello di san Paolo all’amore vicendevole, “perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”. Con queste parole, l’Apostolo riconduce tutti gli obblighi e tutti i rapporti con i propri simili all’amore (cf. anche 1Cor 13,1-8; Gal 5,14). Il messaggio è chiaro: alla base di ogni rapporto personale, famigliare, ecclesiale o sociale ci deve essere una logica di amore. La morale cristiana non è fondata su una serie di precetti, più o meno negativi, ma sulla responsabilità di ognuno per l’altro.

 

Questo amore per il prossimo si manifesta anche con la correzione fraterna. Un amore permissivo, incapace di denunciare il male che affligge i nostri fratelli, è un falso amore. Ce lo ricordano le altre due letture bibliche. Il profeta Ezechiele, viene affermato nella prima lettura, è stato costituito dal Signore “sentinella per la casa d’Israele”: egli ha il compito di denunciare la mancanza di fede del popolo, di smascherare gli ingiusti, di richiamare il peccatore perché si converta. Se non lo facesse sarebbe corresponsabile della sua perversione. Sappiamo bene che la presenza del male non riguarda soltanto la società di altri tempi; è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Esso ci coinvolge sempre personalmente.

 

Il brano evangelico riprende le stesse idee della prima lettura ed espone in modo dettagliato le tappe del processo di ricupero dell’errante, l’atteggiamento di avere nei confronti del fratello che ha sbagliato. Non si tratta di norme disciplinari in senso proprio, ma di una pressante esortazione a fare tutto il possibile per riportare il colpevole sul giusto cammino. Assumendo una posizione passiva davanti agli errori del nostro prossimo noi non perseguiamo la via dell’amore, della solidarietà e della corresponsabilità. La correzione fraterna raccomandata da Gesù comporta un atteggiamento di comprensione e di coraggio al fine di consentire al fratello che è in errore di ravvedersi. Una tale correzione non ha il carattere di azione punitiva ma è volta alla conversione del fratello. Possiamo ben dire che la correzione fraterna è anzitutto un grande esercizio di amicizia e perciò suppone che si ami l’altro come un “altro me stesso” nella consapevolezza di essere assieme fragili ma anche forti, se e in quanto uniti nella carità. Il brano evangelico d’oggi riporta alla fine le parole di Gesù sull’efficacia della preghiera comune: la comunità riunita nella carità gode della presenza di Cristo e, in lui, ottiene dal Padre che progredisca la riconciliazione universale. Il Signore è presente là dove c’è un’autentica concordia nella preghiera.

 

La partecipazione all’eucaristia ha come frutto il rafforzamento della “fedeltà e della concordia” dei figli di Dio (cf. preghiera sulle offerte).

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie
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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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A cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, questo volume del Prof. Angelo Lameri si prefigge di offrire un contributo alla serena ermeneutica della Sacrosanctum Concilium. Un testo infatti si può comprendere meglio alla luce della storia della sua redazione. Oggi, grazie alla possibilità offerta dall’Archivio Segreto Vaticano, la documentazione riguardante la fase preparatoria della Costituzione liturgica conciliare è accessibile agli studiosi. Si tratta di un materiale abbondante e ricco.

   

 

 

 

 

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