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Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
1. Prima di scrivere un commento leggi con attenzione il post.

2. Il tuo commento non si sposti dall’argomento del post.

3. Scrivi con sincerità, completezza e chiarezza la tua opinione.

4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

5. Controbatti le opinioni degli altri con argomenti.

6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

10. Riconosci che ci possono essere opinioni diverse delle tue.

Friday 24 may 2013 5 24 /05 /Mag /2013 06:03

 

Preti americaniUn sondaggio della Saint John’s School of Theology in Minnesota rivela il disagio

Maria Teresa Pontara pederiva

 

Roma

Ogni due preti statunitensi che preferiscono celebrare la messa con la Nuova traduzione del Messale inglese in vigore dall’autunno 2011, dopo oltre un anno di sperimentazioni, ce ne sono altri tre che affermano il contrario. E’ quanto emerge da un sondaggio condotto con la supervisione del benedettino  Godfrey Diekmann del Centro Studi patristici e liturgici della Saint John’s School of Theology a Collegeville, Minnesota.

 

Secondo i dati raccolti online (tra il 21 febbraio e il 6 maggio) da un campione di 1536 preti interpellati e incardinati in 32 diocesi del Paese, il 59% di essi ha dichiarato di non approvare la nuova traduzione. L'80% concorda su una valutazione della traduzione che viene definita “imbarazzante e preoccupante", e il 61% auspica una sua revisione "con urgenza".

 

La ricerca aveva invitato tutte le 178 diocesi cattoliche degli Stati Uniti a chiedere ai loro sacerdoti di rispondere alle domande on-line in merito alla loro esperienza con le nuove traduzioni.

 

La Nuova traduzione implica una serie di significative modifiche sia nelle espressioni pronunciate dal celebrante che nelle risposte dell’assemblea. Uno dei cambiamenti più evidenti, come scrive Joshua J. Mc Elwee questa settimana su NCR, è la risposta “E con il tuo spirito”, che per i cattolici di lingue neolatine sembra del tutto naturale, ma per quanti parlano lingue anglosassoni no. Ed è proprio questa, da molti ritenuta eccessiva, aderenza letterale al testo latino del Messale Romano,la causa dello scetticismo dei preti: una lingua che è diventata, di conseguenza, incomprensibile ai più.

 

Più di un terzo degli intervistati tuttavia si dichiara "fortemente d'accordo" che il nuovo messale rappresenti un miglioramento rispetto al precedente.
La Saint Jonhn’School  ha inoltre pubblicato una serie di risposte al sondaggio da parte di alcune persone autorevoli. Il responsabile della National Federation of Priests’ Councils ha detto che i preti con l’avvento di questa traduzione sono stati messi in una "posizione insostenibile" perché "costretti a scegliere tra la fedeltà al magistero e l’aiuto alla crescita del popolo di Dio".

"Proprio perché questa edizione è vista come progetto “top-down”, calato dall’alto dal magistero, che non ha tenuto conto delle loro opinioni, essi non si farebbero scrupoli di fedeltà”, afferma p. Anthony E. Cutcher, in rappresentanza di circa 26 mila preti statunitensi.

 

Andrew Wadsworth, alla guida dell’Icel, la commissione internazionale istituita dopo il Concilio nei paesi di lingua inglese per la traduzione del messale, ha osservato però che il numero dei sacerdoti che ha risposto al sondaggio rappresenta solo il 3,7% dei quasi 42 preti americani. "Ciononostante emergono ugualmente alcune indicazioni interessanti, anche se i commenti talvolta appaiono eccessivamente severi”. "La nuova traduzione ha chiaramente una diversa modalità espressiva e l'indagine mostra come ad alcuni preti non sia gradita. Che essi siano rappresentativi di un’opinione più vasta, questo non è possibile accertarlo”.

 

L’ICEL aveva preparato nuove traduzioni in inglese già nel 1998. Ma, una volta approvate da tutte le conferenze episcopali di lingua inglese del mondo, esse erano state poi modificate dalla Congregazione vaticana per il Culto Divino, che nel frattempo ha emanato una nuova istruzione per le traduzioni, la Liturgiam authenticam, nel 2001, dove si chiariva l’assoluta necessità di una fedeltà estrema al testo latino “senza omissioni o aggiunte per quanto riguarda il contenuto, e senza parafrasi o glossa”.

 

Il vescovo Robert Brom di San Diego in California, secondo quanto scrive il NCR, ha dato una risposta all’indagine della Saint John’s School affermando di non essere “affatto sorpreso” dai risultati. “Tuttavia, continua, non possiamo buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, perché appare chiaro che il nuovo messale ha bisogno di una chirurgia correttiva e questo deve avvenire senza ulteriore indugi, in quanto le opinioni dei preti debbono essere prese in considerazione”.

 

Già all’assemblea di novembre della Conferenza Episcopale, Brom aveva detto che per i suoi preti il Messale costituiva “più un peso che una benedizione”.

Nel frattempo continuano le prese di posizione e i commenti in Rete. Secondo il popolarissimo PrayTell, il blog del liturgista benedettino Antony Ruff, autore di una lettera ai vescovi in cui annunciava le sue dimissioni dalla Commissione Liturgica quando il Vaticano aveva modificato unilateralmente la traduzione, la Saint John’s School aveva anche inviato le risposte al questionario ad  un certo numero di vescovi e prelati che ricoprono ruoli di autorità nella commissione liturgica nazionale al fine di ottenere qualche commento.

 

Tra coloro che il blog afferma avrebbero rifiutato di commentare ci sono mons. Rick Hilgartner, direttore della Commissione episcopale per il culto divino, Gregory Aymond, vescovo di New Orleans e attuale presidente della commissione, e il vescovo di Galveston-Houston, il card. Daniel DiNardo. Mentre non avrebbero neanche risposto i cardinali Timothy Dolan, arcivescovo di New York e presidente della Conferenza episcopale, e l’australiano George Pell, a capo di Vox Clara, (e che fa parte della cerchia di cardinali nominati da papa Francesco a titolo consultivo).

Nel dicembre scorso un sondaggio di opinione effettuato dal Centro per la Ricerca Applicata all'Apostolato (CARA) presso la Georgetown University, su un campione di 1.047 adulti auto-identificati, aveva evidenziato che 7 cattolici su 10 erano d'accordo con l'affermazione: “Nel complesso, credo che la nuova traduzione della Messa sia una cosa buona”.

 

Ad un anno dall’entrata in vigore del Nuovo Messale il settimanale cattolico inglese Tablet aveva avviato un’indagine con 6 mila interviste a campione, fra Regno Unito, Irlanda e Stati Uniti dal 5 dicembre 2012 al 9 gennaio 2013.
Decisamente più critici degli americani i cattolici inglesi, ma nel complesso attestati al 70%.

 

Il linguaggio sarebbe “ricercato” e talvolta “incomprensibile”, non vanno proprio giù espressioni come “per molti” al posti di “tutti”, “consustanziale”, “calice” al posto del familiare “cup” e via dicendo.

 

Niente di nuovo, come dice il vescovo Brom, se è vero che la conferenza episcopale austriaca ha dovuto intervenire per spiegare come si continui a dire “per tutti” fino ad eventuale revisione del Messale tedesco che, come si sa, era stata richiesta da papa Benedetto XVI, ma su cui i suoi connazionali non sembravano così d’accordo.

 

Fonte: Blog Vatican Insider (23.05.2013)

 

 

 

Di Romanus - Pubblicato in : Eucaristia - Community : Riscopriamo la liturgia
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Thursday 23 may 2013 4 23 /05 /Mag /2013 05:00

Deserto

 

di Aurelio Porfiri

 

Il discepolo si era messo in cammino all’albeggiare…per raggiungere l’eremo solitario del suo Maestro necessitava di lungo tempo…durante il percorso rifletteva sulle incomprensioni che l’Eremita doveva subire, come il suo pensiero fosse spesso travisato, non capito, forse neanche veramente ascoltato…il discepolo soffriva, ma l’Eremita sembrava non curarsene…

Discepolo: Maestro, ho da dirti una cosa…

Eremita: Dimmi, non temere…

D: Quando riferisco le cose che tu mi dici, alcuni ne gioiscono, altri le trovano interessanti, altri ancora ti attaccano duramente….

E: E cosa dicono….

D: Dicono che tu vivi nel passato, che sei un tradizionalista….

E: Dicono queste cose insieme?

D: In che senso?

E: In questa affermazione c’e’ un errore di fondo…io non amo affatto il passato e sono tradizionale, non tradizionalista…

D: Non capisco…

E: Quando io parlo di cose che vengono dal passato, come tutto viene dal passato, non lo faccio per amore del passato ma per amore del futuro…

D: Capisco meno….

E: A me non interessa il passato, a me interessa l’origine, l’origine a cui tutto torna…quindi le cose di cui parlo non vivono nel passato ma nell’origine…cio’ che ci connette all’origine, questa e’ la Tradizione….il passato e’ solo una categoria temporale della memoria, l’origine e’ nell’anima….

D: Come spiegarlo a coloro che tanto ti insultano….

E: Non vedi spiegarlo, devi tacere…lascia che i morti seppelliscano i loro morti…ecco cosa devi fare, silenzio…non devi spiegare…non ascoltano….

D: Quindi vuoi dire che quando parli di cose di musica, liturgia, teologia non ti interessa il passato in quanto tale ma in quanto esso custodisce segnali dell’origine e questi segnali noi chiamiamo Tradizione?

E: Proprio cosi’….e attenzione…c’e’ tradizione e Tradizione…anche questi sono segnali messi li per confondere il nostro cammino…

D: Credo di capire…meglio tacere e non rispondere…

E come aveva promesso, il discepolo meditò quell’insegnamento nel suo cuore, come cosa unica e preziosa…

 

 

Lc 9, 60

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Monday 20 may 2013 1 20 /05 /Mag /2013 05:00

Civiltà Cattolica nuovo lookGiovanni Sale S.I., Nascita e sviluppo della simbologia papale, in “La Civiltà Cattolica” 04 maggio 2013, pp. 213-222.

L’attualità di questo interessante articolo è evidente. L’autore fa un percorso storico quanto mai istruttivo. Ecco qualche dato:

Il manto rosso ricordava quello purpureo usato dagli imperatori romani e bizantini; il pallio era una sorta di sciarpa che l’imperatore donava ai più alti dignitari; la tiara era una sorta di cappello frigio, sulla cui origine gli storici ancora discutono. A partire da Innocenzo III (1198-1216), tutti i Papi si fecero rappresentare con la tiara sul capo. In seguito, con l’aggiunta di altre due corone, si mutò nel più conosciuto triregno. La simbologia imperiale, che aveva un significato politico molto forte, fu interpretata dai teologi papali in senso religioso e biblico.

Diamo in seguito il testo delle conclusioni dell’articolo (pp. 220-222):

La nuova simbologia papale.

Questi simboli hanno un significato notevole non soltanto per la storia della Chiesa e dell’iconologia cristiano-papale, ma anche dal punto di vista spirituale, perché si radicavano in una fede allo stesso tempo espressa e vissuta. L’iconologia petrina ci racconta la storia del papato non attraverso le vicende, spesso cruente, che per secoli contrapposero il Romano Pontefice all’Imperatore per la guida dell’Occidente cristiano, ma attraverso il linguaggio eloquente e significativo dei simboli. Questi, pur esercitando un grande fascino sull’uomo contemporaneo, bisognoso di ritrovare il senso profondo delle cose, dicono poco alla sua intelligenza, anche perché il papato moderno si è poco alla volta liberato di questa simbologia  imperiale e cesarista, per diventare più evangelico e più vicino alla sensibilità dell’uomo moderno, anche se, va sottolineato, tali immagini, soprattutto quelle “cristiche”, devono essere comprese e interpretate alla luce della tradizione e della cultura cristiane che le hanno generate.

E’ stato Paolo VI, durante lo svolgimento del Concilio Vaticano II, a eliminare poco alla volta gli ultimi segni di tale tradizione cesarista, cioè il triregno e la corte papale, che aveva conservato rituali che risalivano addirittura all’epoca bizantina. Ma già Giovanni XXIII era consapevole dell’anacronismo di tale cerimoniale papale e della necessità di una sua riforma. “La Chiesa – egli confidò nell’udienza del 7 giugno 1960 al cardinale Roberto Tucci, a quel tempo direttore della Civiltà Cattolica – deve in qualche modo adattarsi ai tempi, e così anche la curia romana e la corte pontificia”. Accennando poi all’eccessivo fasto e al cerimoniale che attorniavano la sua persona, disse: “Non ho nulla contro queste buone guardie nobili, ma tanti inchini, tante formalità, tanto fasto, tanta parata mi fanno soffrire, mi creda. Quando scendo [in basilica] e mi vedo preceduto da tante guardie, mi sento come un detenuto, un malfattore; e invece vorrei essere il bonus pastor per tutti, vicino al popolo […] Il papa non è un sovrano di questo mondo” (Archivio della Civiltà Cattolica, Diario del p. Roberto Tucci). Giovanni XXIII raccontava poi “come gli dispiacesse all’inizio di essere portato in sedia gestatoria attraverso le sale, preceduto da cardinali spesso più vecchi e cadenti di lui (aggiungendo che poi questo non era neppure molto rassicurante per lui, perché, in fondo, si stava sempre un po’ in bilico)” (Ivi).

Questo invito all’ “ammodernamento” fu accolto con prontezza e determinazione da Paolo VI, ed è stato ripreso dai suoi successori. Il ministero petrino esige oggi modi di ”rappresentazione” adatti alla sensibilità dei nuovi tempi: al Papa “residente”, che aveva sviluppato una corte e un rituale molto fastosi, si è in qualche modo sostituito il Papa “pellegrino”, che ha attivato nuove forme di cerimoniale e di rappresentazione. In ogni caso il potere simbolico legato alla persona – diremmo quasi, al corpo stesso – del Papa risulta ancora molto forte ed è in continua evoluzione.

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Sunday 19 may 2013 7 19 /05 /Mag /2013 18:14

Francesco ferulaUna Chiesa non aperta ma chiusa rappresenta un pericolo per essa e per i cristiani. Papa Francesco lo sottolinea nell’omelia della messa di Pentecoste celebrata dal sagrato della basilica di San Pietro. «Lo Spirito Santo -afferma- ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e di una chiesa autoreferenziale, chiusa nel suo recinto e ci spinge ad aprire le porte per uscire, per annunciare e per testimoniare la vita buona del Vangelo, per comunicare la gioia della fede e dell’incontro con Cristo». Il Pontefice spiega che «lo Spirito Santo è l’anima di questa missione» ed esorta i fedeli a chiedersi: «Abbiamo la tendenza a chiuderci in noi stessi, nel nostro gruppo o lasciamo che lo Spirito Santo ci apra alla missione? La liturgia di Pentecoste -spiega Papa Francesco- è una grande preghiera che la Chiesa con Gesù eleva al Padre perché rinnovi l’effusione dello Spirito Santo. Ciascuno di noi, ogni gruppo, ogni movimento -conclude- si rivolga al Padre per chiedere questo dono, nell’armonia della Chiesa».

Fonte: La Stampa.it  19.05.2013

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Saturday 18 may 2013 6 18 /05 /Mag /2013 05:00

Pentecoste.jpg

Messa vespertina nella vigilia

Su tutti i popoli regna il Signore

Gn 11,1-9; Sal 32; Rm 8,22-27; Gv 7,37-39

      

La messa vespertina nella vigilia della Pentecoste, in una continuità ideale con la liturgia della veglia pasquale, ripropone una breve sintesi della storia della salvezza con nove letture a scelta. Noi prendiamo in considerazione solo le letture indicate sopra. La prima lettura presenta l’episodio della torre di Babele, racconto che intende dare una spiegazione della diversità dei popoli e delle lingue, vista come castigo di una colpa collettiva che, come quella dei progenitori, è ancora una colpa di superbia. L’unione della famiglia umana sarà restaurata solo nel Cristo salvatore e per opera dello Spirito Santo, principio di unità. L’episodio della Pentecoste fa di contrappunto a quello di Babele. Così viene interpretato dal prefazio che dice: “Oggi […] hai effuso lo Spirito Santo che […] ha riunito i linguaggi della famiglia umana nella professione dell’unica fede”. Anche la prima colletta fa riferimento allo stesso tema rilevando l’efficacia unificante dello Spirito: “… fa che i popoli dispersi si raccolgano insieme, e le diverse lingue si uniscano a proclamare la gloria del tuo nome”.

 

Le parole di Gesù riportate dal brano evangelico prendono lo spunto dal rito dell’acqua che aveva luogo durante la festa delle Capanne. In questo contesto, Gesù afferma che egli è sorgente d’acqua viva, cioè della vita eterna. Quest’acqua è lo Spirito Santo dato da Gesù in virtù della sua morte e glorificazione. Come dicevamo prima, lo Spirito, effuso dal Risorto sulla Chiesa, svolge, in seno ad essa un ruolo di unificazione nell’amore che rinvia a quello esercitato in seno alla Trinità. Ma, come afferma san Paolo nella seconda lettura, ora “possediamo (solo) le primizie dello Spirito […] poiché nella speranza noi siamo stati salvati”. Ebbene è proprio in questa situazione drammatica di sofferenza circa il nostro ultimo destino che ci viene in aiuto l’opera dello Spirito, il quale “geme” con noi, fa sua questa nostra situazione e l’assume per presentarla al Padre come oggetto della sua intercessione a favore nostro. Ecco quindi che lo Spirito continua ad agire e porterà a compimento il disegno salvifico di Dio nel cosmo, nella Chiesa e in ciascuno di noi.

 

Nell’orazione dopo la comunione chiediamo al Padre che la partecipazione al sacrificio eucaristico “accenda in noi il fuoco dello Spirito Santo […] effuso sugli apostoli nel giorno della Pentecoste”. Cristo risorto continua ad essere nell’eucaristia la sorgente dello Spirito. Sant’Efrem Siro dice che chi mangia con fede il pane eucaristico, “mangia in esso il fuoco e lo  Spirito”.

 

 

Messa del giorno

 Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra

At 2,1-11; Sal 103 (104); Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26

       

Il salmo responsoriale è uno splendido inno a Dio creatore. Su tutto il creato si stende lo spirito creatore di Dio che dà vita e sazietà e che, dall’alto del cielo, contempla pieno di gioia il suo capolavoro. Riprendendo le parole del salmo, la Chiesa proclama che abitiamo in un mondo amico, nel quale possiamo contemplare la presenza amorosa del Signore. La Pentecoste celebra la presenza dello Spirito che rinnova mondo e uomini. E’ la Pasqua comunicata, senza misura, alla Chiesa.

Le tre letture bibliche offrono una ricca riflessione sull’azione dello Spirito Santo nella vita cristiana. La prima lettura descrive l’evento della Pentecoste, in cui la Chiesa nascente riceve il dono dello Spirito. L’intreccio dei simboli assume il ruolo di presentare allusivamente lo Spirito e la sua opera. Il vento è improvviso e inarrestabile, il fuoco illumina e riscalda, la parola dà senso e comunica in tutte le lingue. Il dono delle lingue, detto “glossolalia”, significa il dono dei carismi diversi che lo Spirito elargisce; doni diversi, ma donati dallo stesso Spirito, che è sorgente di unità nella diversità. Ecco quindi che Dio irrompe nella nostra vita per ricrearla e unificarla. Ce lo ricorda san Paolo nella seconda lettura: la carne divide; lo Spirito unifica. E’ lo Spirito di Dio che, pur nella diversità di razze e di culture, rende accoglienti gli uni verso gli altri nella carità di Cristo.

Il brano evangelico continua il discorso sugli effetti della presenza dello Spirito nel cuore dei credenti. Lo Spirito è con noi per sempre. E’ la promessa di Gesù: “il Padre vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. Cristo è stato il primo Paraclito o Consolatore - Protettore dei discepoli; lo Spirito Santo è il secondo Consolatore che accompagna la comunità dei discepoli di Gesù nel loro cammino fino all’incontro definitivo con il Signore. Non abbiamo bisogno di vivere con gli occhi rivolti costantemente verso il cielo dal quale dovrà ritornare un giorno il Figlio dell’uomo, e neppure con gli occhi rivolti ad un passato, al Gesù terreno, che ormai non è più. Noi cristiani abbiamo a che fare con una forma nuova di presenza di Gesù Cristo: il Consolatore, il Protettore, il Sostegno è d’ora in poi lo Spirito Santo, la cui funzione è appunto quella di rendere comprensibile e attuale per noi il Gesù terreno.

Possiamo sintetizzare con le parole di Atenagora cosa sarebbe il cristianesimo senza o con lo Spirito: “…senza di lui, Dio è lontano, il Cristo è nel passato, il vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità dominio, la missione propaganda, il culto evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui il cosmo è innalzato e geme nella gestazione del Regno, l’uomo è in lotta contro la carne, il Cristo risorto è presente, il vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, l’autorità è al servizio liberatore, la missione una Pentecoste, la liturgia memoriale e anticipazione, l’agire umano è deificato”. Con l’effusione dello Spirito viene “portato a compimento il mistero pasquale” (prefazio). La pasqua non sarebbe completa senza il dono dello Spirito. Il disegno del Padre portato a termine dal Figlio incarnato nel mistero della sua morte e risurrezione trova compimento nel dono dello Spirito, dono di Cristo che proviene dal Padre, fonte ultima dalla quale anch’egli viene.

L’eucaristia è il “cibo spirituale che ci nutre per la vita eterna”. In questo cibo è “sempre operante in noi la potenza dello Spirito” (orazione dopo la comunione). Anzi, la comunione eucaristica fa sì che lo Spirito “abiti in noi” (cf. 1Cor 3,16) e che “il nostro corpo sia tempio dello Spirito Santo” (cf. 1Cor 6,19). 

 

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Friday 17 may 2013 5 17 /05 /Mag /2013 06:02

San Pietro Roma

Comunicato stampa del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso

 

CITTA' DEL VATICANO. Giovedì 16 maggio, presso la Domus Santa Marta, si è svolta una Consultazione sui Nuovi Movimenti Religiosi, organizzata dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Lo scopo di tale iniziativa è stato quello di offrire un’opportunità di approfondire una tematica che merita attenzione e riflessione. I partecipanti, una quarantina, rappresentavano vari Dicasteri vaticani, Università Pontificie, la Conferenza Episcopale Italiana e il Vicariato di Roma.

 

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, insieme con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ed i Pontifici Consigli per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della Cultura, si occupa da tempo dello studio del fenomeno dei Nuovi Movimenti Religiosi.

 

Dal 1986 anno nel quale fu pubblicato il breve rapporto provvisorio dal titolo “Il fenomeno delle sette e nuovi movimenti religiosi sfida pastorale”, frutto di un questionario inviato due anni prima alle Conferenze Episcopali, i Dicasteri summenzionati hanno proseguito il lavoro di riflessione pubblicando un’antologia di testi della Chiesa cattolica (1986-1994) sui Nuovi Movimenti Religiosi dal titolo “Sette e nuovi movimenti religiosi: testi della Chiesa cattolica (1986-1994)”.

 

Nel 2003 fu pubblicato il volume “Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul “New Age” a cura dei Pontifici Consigli della Cultura e per il Dialogo Interreligioso a cui fece seguito, nel 2004, una Consulta Internazionale sul New Age.La Consultazione del 16 maggio è un ulteriore passo nella via della riflessione, dello studio e della ricerca di efficaci risposte pastorali.

 

I relatori hanno affrontato diversi temi: mons. Rino Fisichella Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ha parlato su "I Nuovi Movimenti Religiosi e la nuova evangelizzazione"; il Rev. P. Michael Fuss, della Pontificia Università Gregoriana ha affrontato il tema "Le nuove frontiere del sacro. Dialogo e confronto tra fede e credulità"; il Rev.mo Mons. Juan Usma Gomez, Capo-Ufficio del Pont. Cons. per la Promozione dell’Unità dei Cristiani ha parlato di "Cattolici e Pentecostali a confronto: identità, relazioni e prospettive".

 

E' stato poi il turno di Don Alessandro Olivieri Pennesi, responsabile dell’Ufficio per i Nuovi Culti del Vicariato di Roma, che ha riflettuto su "Il fenomeno del New Age"; mentre il Rev. P. Michael P. Gallagher s.j., della Pontificia Università Gregoriana, è intervenuto su "Il fenomeno del New Age e i nuovi movimenti religiosi: analisi del contesto culturale". Sua Em.za il Card. Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha aperto e chiuso i lavori, mentre il Rev. P. Miguel Angel Ayuso Guixot, Segretario del medesimo Dicastero, ne è stato il moderatore.

 

Fonte: 16 Maggio 2013 (Zenit.org)

 

Di Romanus - Pubblicato in : Questioni attuali
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Thursday 16 may 2013 4 16 /05 /Mag /2013 22:02

 

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Di Romanus
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Wednesday 15 may 2013 3 15 /05 /Mag /2013 05:00

Campanile.jpg

E’ stato più volte affermato che ci troviamo in un contesto culturale in cui c’è una forte disaffezione verso il rito e il linguaggio simbolico in genere. D’altra parte, sappiamo che la ragione di fondo della riforma liturgica, in ossequio a quanto prescrive la Costituzione Sacrosanctum Concilium (n. 48), è la partecipazione attiva “per ritus et preces” al mistero celebrato. Il modo arbitrario con cui talvolta si celebra, i frequenti abusi o semplicemente la disaffezione verso la ritualità, pone in crisi la ragione stessa della riforma liturgica e fa emergere di nuovo in alcuni il desiderio di una partecipazione semplicemente interiore, che presuppone il rito senza assumerlo come mediazione per entrare in contatto col mistero. Ritorna così la vecchia distinzione tra partecipazione interna e partecipazione esterna, dando il primato alla prima. Infatti, partendo da questa distinzione si identifica talvolta la partecipazione attiva con la dimensione esterna e conseguentemente si rivendica l’importanza o il primato della partecipazione interna. Nell’unico caso in cui compare nella Sacrosanctum Concilium il binomio interno-esterno riferito alla partecipazione (n. 19), esso risulta essere esplicativo della partecipazione attiva: “I pastori d’anime curino con zelo e pazienza la formazione liturgica, come pure la partecipazione attiva dei fedeli, interna ed esterna, secondo la loro età …” In altri termini, è l’azione rituale, nella sua concretezza e corporeità, il luogo della partecipazione integrale al mistero, e tale azione precede (e contiene) la distinzione tra esterno e interno.

La netta distinzione tra partecipazione esterna e partecipazione interna è una dicotomia che ha caratterizzato il lungo periodo postridentino e che è presente ancora, come possibilità, nell’enciclica Mediator Dei di Pio XII. Oggi riemerge, forse inconsapevolmente, in coloro che prediligono la forma straordinaria del rito romano la quale, essi dicono, offre maggiori garanzie di raccoglimento per compenetrarsi col mistero celebrato. Si tratta di una trappola che mina alle fondamenta la ragione stessa della Costituzione liturgica promulgata dal Vaticano II. Coloro che a parole accolgono la Costituzione conciliare, ma non apprezzano la riforma liturgica e cercano rifugio nella forma straordinaria, dovrebbero considerare se il loro atteggiamento è in qualche modo “schizofrenico” (nel senso etimologico della parola).

m. a.

Di Romanus - Pubblicato in : Riforma liturgica - Community : Riscopriamo la liturgia
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Monday 13 may 2013 1 13 /05 /Mag /2013 05:00

Comunione-sulla-mano.jpg

C'è una particolarità, nelle messe celebrate da papa Francesco, che suscita degli interrogativi rimasti finora senza risposta.

Al momento della comunione, papa Jorge Mario Bergoglio non la amministra di persona ma lascia che siano altri a dare l'ostia consacrata ai fedeli. Si siede e aspetta che la distribuzione del sacramento sia completata.

Le eccezioni sono pochissime. Nelle messe solenni il papa, prima di sedersi, dà la comunione a chi lo assiste all'altare. E nella messa dello scorso Giovedì Santo, nel carcere minorile di Casal del Marmo, ha voluto dare lui la comunione ai giovani detenuti che si sono accostati a riceverla.

Una spiegazione esplicita di questo suo comportamento Bergoglio non l'ha data, da quando è papa.

Ma c'è una pagina di un suo libro del 2010 che fa intuire i motivi all'origine del gesto.

Il libro è quello che raccoglie i suoi colloqui con il rabbino di Buenos Aires Abraham Skorka.

Al termine del capitolo dedicato alla preghiera, Bergoglio dice:

"Davide era stato adultero e mandante di un omicidio, e tuttavia lo veneriamo come un santo perché ebbe il coraggio di dire: 'Ho peccato'. Si umiliò davanti a Dio. Si possono commettere errori enormi, ma si può anche riconoscerlo, cambiare vita e riparare a quello che si è fatto. È vero che tra i parrocchiani ci sono persone che hanno ucciso non solo intellettualmente o fisicamente ma indirettamente, con una cattiva gestione dei capitali, pagando stipendi ingiusti. Sono membri di organizzazioni di beneficenza, ma non pagano ai loro dipendenti quel che gli spetta, o fanno lavorare in nero. […] Di alcuni conosciamo l'intero curriculum, sappiamo che si spacciano per cattolici ma hanno comportamenti indecenti di cui non si pentono. Per questa ragione in alcune occasioni non do la comunione, rimango dietro e lascio che siano gli assistenti a farlo, perché non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto. Si potrebbe anche negare la comunione a un noto peccatore che non si è pentito, ma è molto difficile provare queste cose. Ricevere la comunione significa ricevere il corpo del Signore, con la coscienza di formare una comunità. Ma se un uomo, più che unire il popolo di Dio, ha falciato la vita di moltissime persone, non può fare la comunione, sarebbe una totale contraddizione. Simili casi di ipocrisia spirituale si presentano in molti che trovano riparo nella Chiesa e non vivono secondo la giustizia che predica Dio. E non mostrano pentimento. È ciò che comunemente chiamiamo condurre una doppia vita".

Come si può notare, Bergoglio spiegava nel 2010 il suo astenersi dal dare personalmente la comunione con un ragionamento molto pratico: "Non voglio che queste persone si avvicinino a me per la foto".

[…]

Fonte: Blog di Sandro Magister  www.chiesa.espressonline.it 09.05.2013

 

 

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Inserzioni

Concili e Padri

Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

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PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

Eventi e libri

 

 

 

 

     

 

 

 http://www.catalunyareligio.cat/articles/37349 

 

 

 

 

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