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6 marzo 2015 5 06 /03 /marzo /2015 05:00
Papa Francesco nella parrocchia di Ognissanti (Roma)

Un importante e significativo appuntamento si aggiunge alla fitta agenda di Papa Francesco dei prossimi mesi. Domani sabato 7 marzo, alle ore 18, il Pontefice celebrerà la Messa nella parrocchia romana di Ognissanti sulla via Appia Nuova per commemorare la prima Messa in italiano che Papa Paolo VI celebrò 50 anni prima, nella stessa chiesa, dopo le norme liturgiche stabilite dal Concilio Vaticano II.

 

"Si inaugura, oggi, la nuova forma della Liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo, per tutte le Messe seguite dal popolo", disse Montini nella sua omelia del 7 marzo 1965, riportata in stralci da L'Osservatore Romano, "è un grande avvenimento che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale, come un impegno nuovo nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l’uomo". "Norma fondamentale - aggiunse il Pontefice - è, d’ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all’anima della comunità, che fa coro con noi".

 

Fonte: Zenit.org (30.01.2015)

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4 marzo 2015 3 04 /03 /marzo /2015 05:00
Il bacio rituale nella Messa secondo il Messale del 1962

L’ultimo fascicolo di “Rivista Liturgica” (n. 4 del 2014) è dedicato al “Bacio rituale. Tra culto, cultura e tradizioni”. In seguito offro le valutazioni e riflessioni conclusive del mio studio (I baci rituali nella celebrazione della Messa secondo la forma straordinaria del rito romano, pp. 743-755 [qui: pp.752-755]. Ometto il testo delle note).

 

4. Valutazione e riflessioni conclusive Si omettono i baci, sia quelli riverenziali sia quelli rituali (eccetto i baci dell’altare, della patena e del calice), nelle messe per i defunti e nella celebrazione del Venerdì Santo. Noto, poi, che la casistica dei baci riverenziali è particolarmente complessa, essendo regolata talvolta non solo dai libri liturgici ufficiali ma anche dai numerosi decreti o risposte dell’antica Sacra Congregazione dei Riti nonché dagli usi locali.

 

Non c’è dubbio che nel corso della celebrazione eucaristica tra i baci più significativi ci sono quelli dell’altare e dell’evangeliario, che fanno riferimento ai due poli della celebrazione della messa: la parola di Dio (l’ambone) e il sacrificio (l’altare). Abbiamo visto che da un bacio iniziale dell’altare nel secolo VII/VIII, ma probabilmente in vigore già nel secolo V, si è arrivati a dieci baci prescritti nel Missale Romanum 1570 e sparsi lungo la celebrazione. In questo modo, il bacio dell’altare ha perso gran parte della sua espressività simbolica. In particolare, il bacio di congedo, a cui fa seguito la benedizione finale e il prologo del vangelo di san Giovanni, non riesce ad esprimere bene il suo primario carattere di addio. Da parte sua, il bacio dell’evangeliario, è diventato il più delle volte nelle messe quotidiane, e non solo in esse, un bacio dato al messale plenario che contiene anche le letture bibliche.

 

Abbiamo evitato, in genere, di far leva sull’allegorismo medioevale per spiegare il significato dei molteplici baci che si succedono lungo la celebrazione della messa celebrata col Missale Romanum 1962. Infatti, il libro liturgico non illustra il significato dei frequenti baci dell’altare col metodo allegorico. In ogni modo, credo che si possa affermare che i numerosi baci dell’altare sono stati conservati nel Missale di Pio V e nelle successive edizioni di questo messale, grazie anche al significato allegorico che hanno ricevuto nel Medioevo a partire da Amalario di Metz nel secolo IX, testimone il suo Liber officialis, fino alla crisi dell’allegorismo nel secolo XIII e la sua ulteriore ripresa. Non sono mancati però personaggi illuminati che hanno capito e denunciato l’apriorismo di certe interpretazioni allegoriche. Così, ad esempio, Floro di Lione, contemporaneo di Amalario e, nel secolo XIII, Alberto Magno. Quest’ultimo condanna l’abuso delle interpretazioni allegoriche, tacciandole talvolta di essere interpretazioni profane; più ancora esorta i fedeli a considerarle qualcosa di abominevole. Nel suo De sacrificio Missae, a proposito del bacio dell’altare al Supplices del canone, in cui gli allegoristi scorgevano talvolta quello di Giuda nel tradire Gesù, il santo dottore dice in modo categorico: “Quod autem hic quidam dicunt, quod per osculum altaris quod hic facit sacerdos, significetur osculum Judae, quo tradidit Dominum… omnino profanum est et omnibus fidelibus abominandum”.

 

Alberto Magno chiama, poi, “deliramenta et hominum illiteratorum” le varie interpretazioni date ai segni di croce tracciati al Quam oblationem. In ogni modo, la letteratura allegorica ha avuto un grande esito e ha continuato ad imporsi fino alla vigilia della celebrazione del concilio Vaticano II per mezzo dei numerosi libri di devozione con cui si intendeva offrire ai fedeli un sussidio semplice per partecipare alla santa messa.

 

E’ in qualche modo più evidente nonché accettabile il rapporto che il messale stabilisce tra il bacio rituale e la sua interpretazione allegorica nel caso dei baci dei paramenti sacerdotali nel momento di indossarli in sagrestia, dato che il celebrante li assume recitando delle preghiere che propongono un significato allegorico morale o ascetico per ciascun paramento ricollegato per lo più, nel linguaggio figurato di san Paolo (cf. 1 Ts 5,8; Ef 6,14-17), al tema dell’armatura di Dio con cui ci si deve apprestare alla lotta spirituale. Così, ad esempio, nell’indossare l’amitto, il sacerdote pronuncia questa breve preghiera: “Impone, Domine, capiti meo galeam salutis, ad expugnandos diabolicos incursus”. Notiamo che i testi di queste preghiere sono diversi per il vescovo e per il presbitero.

 

Nella forma straordinaria del Rito romano, il bacio della pace si è conservato solo nelle messe cosiddette solenni, scambiato però esclusivamente tra i membri del clero, il sacerdote e i diversi ministri. I fedeli laici, o alcuni di essi (le autorità civili, ad esempio), sono al di più invitati a baciare la tavoletta per la pace o instrumentum pacis, solo quando questo utensile è a disposizione. Anche in questo caso il forte simbolismo del bacio della pace ha perso l’antico spessore; si è smarrita la “bellezza del vero”. Alla fine del Medioevo, decadendo la tradizionale separazione dei sessi nella chiesa, la circolazione dello strumento della pace tra i fedeli divenne sovente causa di disordini e di frivolezze. Perciò in alcune chiese la tavoletta per la pace fu soppressa, in altre chiese fu collocata in un luogo fisso, dove chi voleva, poteva recarsi a baciarla.

 

Possiamo concludere queste brevi riflessioni affermando che la molteplicità dei baci rituali e riverenziali: dell’altare, degli oggetti e delle persone, sedici in tutto durante la celebrazione della messa, senza mettere nel conto quelli, più numerosi, previsti nel consegnare un oggetto al sacerdote celebrante o da lui riceverlo, non giova alla forza simbolica del gesto e appesantisce lo svolgimento della celebrazione. A questo proposito, mi viene in mente quanto afferma Pierre Miquel, abate di Saint Martin di Ligugé, nel suo volumetto La liturgia un’opera d’arte, quando dice che una delle malattie della liturgia è la “ripetizione ossessiva”.

 

Non bisogna dimenticare però che il Missale di Pio V rappresenta, in ogni modo, una versione molto più sobria dell’uso del bacio rituale nell’insieme dei numerosi messali locali che nel tardo Medioevo erano in uso nelle diverse Chiese europee prima della celebrazione del concilio di Trento. In questi messali vi troviamo non di rado baci rituali in abbondanza, oltre a quelli che abbiamo analizzato in queste pagine: baci della croce, del calice, del corporale, dell’ostia consacrata, e via dicendo.

 

Come abbiamo illustrato in queste pagine, l’espressione corporea del bacio nella messa celebrata secondo la forma straordinaria del Rito romano è piuttosto abbondante. Si tratta però in genere di baci di cui è protagonista il solo sacerdote celebrante e, in alcuni casi, anche gli altri diversi ministri. […]

 

Per quanto riguarda il nostro argomento, se i fedeli nel corso della celebrazione della messa con la forma straordinaria non sono mai invitati al bacio rituale, esso lo esprimono spesso e volentieri fuori dell’ambito propriamente cultuale: infatti nella pietà popolare occidentale è frequente l’uso di baci, in particolare del crocifisso, delle immagini o medaglie della Madonna nonché delle reliquie e delle immagini o medaglie dei santi. M. A.

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2 marzo 2015 1 02 /03 /marzo /2015 05:00
Il mistero di Cristo reso presente nella liturgia

La Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce (Roma) organizza nei giorni 3 e 4 marzo 2015 un convegno dal titolo Il mistero di Cristo reso presente nella liturgia. Finalità del convegno è offrire una riflessione teologica sulla liturgia che rivolga l'attenzione a ciò che ne è il centro e la radice: il mistero di Cristo.

 

Tale mistero è da intendersi in tutte le sfaccettature presenti nel Nuovo Testamento, sia nei Vangeli che nelle Lettere paoline. Il "mistero" è identificato con Cristo: la sua Persona, la sua Pasqua, unitamente alla Chiesa quale suo corpo, mediante il dono dello Spirito Santo.

 

Questa prospettiva conduce a una comprensione storico-salvifica della liturgia. In questo contesto si muovono i temi delle relazioni: il mysterion nel Nuovo Testamento; Mysterium e sacramentum nelle fonti liturgiche; l'attualizzazione del Mistero nella celebrazione liturgica; la liturgia delle ore, in quanto celebrazione del Mistero; l'esperienza del Mistero pasquale attraverso la musica liturgica; la vita cristiana segnata dal Mistero celebrato.

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28 febbraio 2015 6 28 /02 /febbraio /2015 05:00
DOMENICA II DI QUARESIMA ( B )

Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi

Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115 (116); Rm 8,31b-34; Mc 9,2-10

 

L’autore del Sal 115 canta la sua totale fiducia nell’amore divino anche quando l’infelicità occupa l’orizzonte della sua vita. Per ringraziare il Signore della sua assistenza, l’orante offre un sacrificio di ringraziamento e s’impegna ad adempiere il volere di Dio. Ancora all’inizio della Quaresima, riaffermiamo la volontà di percorrere il nostro cammino battesimale fatto soprattutto di fede e di umile accettazione del progetto di Dio su di noi anche quando non riusciamo a comprendere sempre la logica dei percorsi che ci vengono proposti.

 

La seconda domenica di Quaresima sta sotto il segno dell’obbedienza nella fede. Ci introduce già nel tema la prima lettura, che esalta l’obbedienza estrema della fede di Abramo, in cui il dramma della fede è ricondotto al suo stadio più puro, senza appoggi umani. Ma è soprattutto il brano evangelico a guidare la nostra riflessione. In esso viene raccontato l’evento della trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor davanti ai tre discepoli prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni. San Marco colloca questo racconto tra due predizioni della passione. Morte e risurrezione costituiscono un mistero unitario da non scindere, pena la riduzione del Cristo alla sola umanità o alla sola divinità separata e lontana dall’uomo. La trasfigurazione di Gesù prefigura l’evento finale della piena vittoria sulla morte, è per così dire un’apparizione pasquale anticipata. Il cammino che Gesù ha intrapreso conduce quindi alla risurrezione. E’ alla luce di questa luminosa realtà che i discepoli sono invitati ad accettare ed interpretare i momenti bui della passione e della croce.

 

Così come il racconto evangelico mira a premunire gli apostoli di fronte allo scandalo della croce, così la nostra riflessione oggi non può prescindere dal riflettere sul senso cristiano della sofferenza e della croce. L’assurdità della croce può essere integrata nei valori dell’esistenza umana solo facendo una lettura di fede della vita e della parola di Gesù. Il momento culminante, il vertice del racconto della trasfigurazione sono le parole del Padre ascoltate dai tre discepoli presenti all’evento: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. Gesù viene rivelato ai discepoli come Figlio unico e amato da Dio, che prende il posto di tutte le altre figure mediatrici. Infatti i discepoli “guardandosi attorno, non videro più nessuno (né Elia né Mosè), se non Gesù solo, con loro”. Come commenta san Leone Magno, in Cristo “si sono compiute le promesse delle figure profetiche” (Ufficio di letture, seconda lettura). Gesù è la parola definitiva del Padre. Anche se ci viene chiesto un cammino di sofferenza e di rinuncia, siamo invitati ad ascoltare e ad aver fiducia in colui che ha “parole di vita eterna” (Gv 6,68).

 

Gesù trasfigurato sul monte e poi risorto dal sepolcro e glorificato alla destra del Padre non ha cancellato la croce, ma ci ha assicurato che attraverso l’accettazione obbediente della croce possiamo giungere anche noi al “trionfo della risurrezione” e alla pienezza della vita (cf. prefazio). San Paolo nella seconda lettura ci rassicura che “Dio è per noi”, ma lo è attraverso la croce perché Egli è colui che “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”. Il tempo nel quale viviamo è tempo di attesa nella speranza e la parola di Dio ci invita a credere che la fatica, la ricerca, i dolore di oggi fanno parte anche della felicità del domani. Qualunque cosa accada, quand’anche tutto sembrasse rimesso in discussione, una certezza, sulla quale bisogna basarsi fermamente, si impone: Dio è fedele; non ritira le sue promesse (cf. prima lettura).

Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso

Fil 3,21

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26 febbraio 2015 4 26 /02 /febbraio /2015 19:10

La riforma avviata dal Concilio Vaticano II per una liturgia capace di parlare di più e meglio all'uomo di oggi, è chiamata a cinquant'anni dalla costituzione conciliare "Sacrosanctum Concilium" a fare i conti con una società ampiamente secolarizzata. La sfida posta alla Chiesa e alla liturgia dalla cultura postmoderna è saper cogliere anche in questo tempo un "tempo favorevole" per l'annuncio della novità del Vangelo. E' questo uno dei temi affrontati nel convegno "Liturgia ed evangelizzazione" promosso dalla Conferenza episcopale italiana e dalla Pontificia Università Gregoriana e in corso a Roma con la partecipazione di circa 350 direttori e membri degli uffici per la pastorale liturgica diocesani. Aleteia ne ha parlato con Goffredo Boselli, monaco di Bose e tra i relatori del convegno. Il monastero ecumenico di Bose, tra le altre attività, ospita già da oltre dieci anni un convegno internazionale annuale, in collaborazione con l'Ufficio beni culturali della Cei, incentrato sui temi della liturgia e dell'architettura sacra (il prossimo dal 4 al 6 giugno 2015 affronterà il tema del ruolo della luce nello spazio liturgico).

 

Celebrare la liturgia in un contesto secolarizzato è diverso da celebrarla in un contesto di cristianità diffusa o fiorente? Boselli: In un contesto secolarizzato come quello occidentale il cristiano è responsabile in prima persona della scelta di fede, a differenza di quanto avveniva in tempi in cui la cristianità era diffusa. La vita di fede era allora sostenuta da una comunità civile compatta, addirittura da un regno, da un re, da un esercito. Oggi, invece, il credente deve essere personalmente motivato, deve aver "scelto" la fede e non ha un contesto sociale che lo sorregga.

 

Quale liturgia è più adatta a questo contesto? Boselli: La liturgia, in questo tipo di società secolarizzata, ha anzitutto il compito di rendere visibile la presenza di Dio nel mondo. In un mondo dove Dio è assente, la liturgia è epifania della sua presenza perché una comunità di credenti si riunisce, confessa il suo nome, lo invoca e, in questo modo, lo rende presente nella storia.

 

Come si traduce nella pratica? Boselli: Si traduce molto semplicemente in quello che i cristiani hanno sempre fatto dal giorno di Pasqua: radunarsi in assemblea liturgica ogni domenica, fare memoria del Signore risorto, celebrare l'Eucarestia e confessare la presenza del Signore vivente in mezzo a loro. La differenza è che, prima, nella società cristianizzata la presenza di Dio era un'evidenza, tutto parlava della presenza di Dio nel mondo, attraverso la cultura e la società: oggi la presenza di Dio è resa visibile dalla comunità riunita in assemblea. Inoltre oggi la liturgia evangelizza nella misura in cui è riflesso del Vangelo: nell’età secolare, infatti, solo il nudo Vangelo ha la forza di evangelizzare.

 

Quali segni possono aiutare? Boselli: L'assemblea riunita è, a livello liturgico, il segno principale. La comunità di credenti, spesso povera, numericamente inferiore – pensiamo a comunità un pò isolate, che magari non hanno più il loro prete – attraverso il fatto che si radunino nel giorno di domenica e insieme ascoltino la Parola di Dio, confessano che il Signore è presente nella società. A una società secolarizzata che sembra aver dimenticato l'esistenza di Dio, i cristiani confessano ancora la presenza di Dio radunandosi in assemblea nel giorno del Signore, facendo memoria di Lui e della sua resurrezione.

 

Quali sono gli aspetti della liturgia che, in questo contesto, possono essere, invece, un ostacolo all'evangelizzazione? Boselli: Un certo linguaggio della liturgia può diventare un ostacolo. Penso a certi testi che abbiamo ricevuto dalla tradizione, antichissimi, che per l'uomo contemporaneo risultano impenetrabili. La difficoltà di comprensione può impedire alla liturgia di tradursi in annuncio del Vangelo. Lo stesso può avvenire per certe immagini di Dio presenti all'interno della liturgia, retaggio di una civiltà cristianizzata, ma ostiche per il credente di oggi. La liturgia ha sempre bisogno di essere evangelizzata, cioè ha sempre bisogno di un rapporto costante con il Vangelo di Dio.

 

Negli ultimi anni è stata avviata una riflessione approfondita sull'edilizia di culto e la sua capacità di elaborare forme nuove per il nostro tempo: esiste un'architettura "necessaria" alla liturgia di oggi? Boselli: Di per sè non esiste "una" architettura per la liturgia nell'età secolare. Non c'è "uno" stile, così come c'è stato il romanico o il gotico in altre epoche: non esiste il "contemporaneo", quindi, ma la contemporaneità rende possibili diverse forme dell'unica realtà Chiesa. Lo stile sta nella pluralità delle forme e non in un'unica forma.

 

Papa Francesco e l'Evangelii Gaudium quale direzione indicano alla liturgia nel mondo secolarizzato? Boselli: Tutto ciò che papa Francesco afferma circa l'evangelizzazione e la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo vale anche per la liturgia della Chiesa. Una liturgia, quindi, "in uscita", aperta, attenta alle fragilità dell'uomo e della donna contemporanei, capace di misericordia, di accoglienza. Una liturgia, ancora, ospitale, capace di far spazio ai bisogni e alla fragilità della fede. Tutto ciò che il pontefice chiede all'immagine della Chiesa di oggi vale perfettamente per la liturgia.

 

Fonte: ALETEIA (26.02.2015)

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26 febbraio 2015 4 26 /02 /febbraio /2015 06:01
Congresso Liturgia ed Evangelizzazione

La Chiesa evangelizza con la bellezza della liturgia

 

L'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI, in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana, organizza il Congresso: Liturgia ed Evangelizzazione, che si svolge a Roma presso la sede della stessa Università (Piazza della Pilotta, 4) nei giorni 25-27 febbraio 2015.

 

Al Congresso sono invitati in modo particolare i Direttori degli Uffici Liturgici Diocesani con i loro collaboratori, i Membri della Consulta dell'Ufficio Liturgico Nazionale, gli studenti della Pontificia Università Gregoriana e di altre facoltà romane e italiane. Il tema proposto, sollecitato anche dalla recente Esortazione Apostolica di papa Francesco, Evangelii Gaudium, dedicata all'annuncio del Vangelo nel mondo attuale, potrà offrire validi spunti di riflessione in ordine alla preparazione del Convegno Ecclesiale che si terrà a Firenze sul tema: In Gesù Cristo, il nuovo umanesimo, e avviare qualche considerazione in vista del prossimo Congresso Eucaristico nazionale (Genova 2016) sul tema: Eucaristia e missione.

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25 febbraio 2015 3 25 /02 /febbraio /2015 05:00

“In una domenica mattina londinese insolitamente calda, faccio una cosa che non facevo da trent’anni: mi alzo e vado in chiesa. Per un’ora e mezza canto, ascolto letture, mi godo momenti di tranquilla contemplazione e getto qualche moneta nel cestino delle offerte. Alla fine c’è il tè coni biscotti, e una sensazione di calore in quella che immagino sia la mia anima. In centinaia di luoghi in tutta la città, nello stesso momento, sta succedendo la stessa cosa. Con una sola differenza: qui non c’è nessun dio. Benvenuti all’assemblea domenicale della ‘congregazione laica’, che si svolge ogni due settimane alla Conway hall” (G. Lawton, “Un mondo senza dio”, in Internazionale, n. 1059, 11 luglio 2014, 38).

 

Una tale assemblea è una delle ventotto fondate nei Paesi anglofoni dagli attori Sanderson Jones e Pippa Evans con lo scopo di offrire un servizio religioso depurato di qualsiasi aspetto soprannaturale. I suoi frequentatori si chiamano nones, parola derivata da non of the above (nessuno dei sopracitati), con riferimento ai gruppi religiosi. E’ un’assemblea formata da non credenti di ogni tipo.

 

[…]

 

Le comunità dei nones già attive sono 28. Forse, arriveranno a 100 tra non molto. Sono presenti nel Regno Unito, in Irlanda, negli Stati Uniti e in Australia. Non sono molte numericamente, ma, ove si consideri che i loro membri provengono verosimilmente da comunità cristiane, sono pur sempre l’indice di una evoluzione pseudoreligiosa verso il narcisismo e la banalità, un segno dei tempi, quasi una variante del nichilismo.

 

[…]

 

Fonte: Giandomenico Mucci, I “Nones”, in La Civiltà Cattolica, n. 3951 (7 febbraio 2015), pp. 294-299.

 

Sui Nones negli Stati Uniti, vedi anche:

http://impegno-laico.blogspot.it/2012/10/negli-usa-i-nones-diventano-sempre-piu.html

 

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23 febbraio 2015 1 23 /02 /febbraio /2015 05:00
BOSE Lo spazio dedicato alla penitenza

Nel monastero di Bose, fondato da Enzo Bianchi, per la celebrazione della penitenza vengono utilizzati luoghi studiati con molta attenzione e curati con essenzialità.

 

Lo spazio dedicato alla penitenza è dilatato e pieno di luce con arredo bello e fortemente connotato in senso simbolico.

 

Il penitente ed il ministro si possono accomodare all’interno di un arredo in legno realizzato dai monaci stessi.

 

E’ la croce che orienta il luogo alla presenza della Parola.

 

La copertura lignea e un arazzo appeso offrono un calore accogliente particolare.

 

È garantito il rapporto con la natura da una grande finestra di forma circolare che evoca la perfezione divina.

 

Fonte: P. Bedogni, Luoghi della riconciliazione. Il mestiere dell'architetto, IF Press 2014, pp. 125 e 130.

BOSE Lo spazio dedicato alla penitenza
BOSE Lo spazio dedicato alla penitenza

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21 febbraio 2015 6 21 /02 /febbraio /2015 05:00
DOMENICA I DI QUARESIMA ( B )

Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà

Gen 9,8-15; Sal 24 (25); 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

 

I sentimenti che esprime il testo del salmo responsoriale sono quelli dei “poveri di JHWH”, e cioè di coloro la cui ultima fiducia e speranza è solo Dio. In concreto, il Sal 24 è una preghiera per il perdono e per la salvezza. Ma anche se il senso del peccato è sentito come lacerante, il cuore dell’orante è pieno di pace. Nelle prospettive e nelle aspirazioni del salmo entra anche la storia del popolo eletto: incoraggiato dalla bontà di Dio, tante volte sperimentata nel corso della sua storia, Israele invoca protezione, luce e perdono. Pure noi, come Israele nel deserto, ci affidiamo al Signore che ci guida nella sua “fedeltà”.

 

Al brevissimo racconto che fa san Marco dell’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto, il brano evangelico di questa prima domenica di Quaresima aggiunge il primo annuncio pubblico del vangelo: “...Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo»”. Le tentazioni di Gesù nel deserto e il suo primo annuncio programmatico in Galilea formano un tutto coerente: la vittoria di Gesù sul tentatore è segno che il tempo messianico della salvezza è cominciato e il regno di Dio è già un fatto presente. Con Gesù la regalità di Dio, promessa dai profeti e anticipata negli eventi biblici dell’Antico Testamento, irrompe nella storia umana. Gli uomini non siamo più costretti a subire il dominio di satana, la schiavitù del peccato, la paura della morte; possiamo ormai sottometterci alla forza liberante e consolante di Dio che si manifesta in modo efficace in Gesù Cristo. “Credere al vangelo” significa rompere con le paure e le schiavitù del passato e aprirsi con fiducia al nuovo futuro offerto da Dio in Cristo. San Pietro nella seconda lettura ribadisce la stessa verità ricordandoci l’ultima vittoria di Gesù su satana nel momento decisivo della croce: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio...” Annuncio efficace e credibile del vangelo, dunque, fondato sull’obbedienza di Gesù che è diventata vittoria su satana.

 

Solo la grazia meritata da Cristo, e comunicata a noi attraverso il sacramento del battesimo, può operare quella trasformazione interiore che ci rende “uomini nuovi” in Cristo. Ma come ricorda san Paolo, questa grazia deve essere accolta e corrisposta: “Fratelli, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio...” (Primi Vespri, lettura breve: 2Cor 6,1-4ª). La tradizione cristiana ha comparato l’acqua del battesimo alle acque del diluvio, di cui parla la prima lettura: Dio ha purificato l’umanità con il diluvio per ristabilire l’alleanza con il giusto Noè e la sua famiglia, principio di una nuova umanità. Così anche il battesimo ci purifica dal peccato e, rinati a una vita nuova, ci offre la possibilità di ristabilire saldi rapporti di amicizia con Dio. Il battesimo è quindi il segno visibile dell’alleanza nuova e definitiva che Dio sancisce con gli uomini nel sangue di suo Figlio.

 

Il Tempo quaresimale che stiamo iniziando è un periodo propizio per prendere coscienza della realtà profonda del nostro battesimo e rinsaldare così la nostra alleanza con il Signore. Dio rinnova nei secoli la sua alleanza con tutte le generazioni. L’alleanza è la spina dorsale di tutta la storia della salvezza, tanto nella fase di preparazione che in quella di compimento. Si può dire anzi che tutti i rapporti fra Dio e l’umanità, fra Dio e la Chiesa e fra Dio e ciascuno di noi si fondino sull’alleanza.

Le letture bibliche del Tempo di Quaresima trovano il loro senso più profondo in relazione al mistero pasquale a cui ci dispongono

Direttorio omiletico, n. 57

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20 febbraio 2015 5 20 /02 /febbraio /2015 06:03

Aggiungo la sintesi del discorso de Papa al clerto romano offerta da Zenit (19.02.2015), che contiene alcuni elementi non presenti nella sintesi di Vatican Insider già da me postata.

 

L’intenzione del Pontefice non era infatti di tenere una lezione, ma di dialogare con "i suoi sacerdoti". E proprio per sentirsi più libero nel farlo ha espresso il desiderio che nessuna telecamera fosse presente in Aula, né che il discorso venisse trasmesso in diretta tv. Alcuni stralci del dialogo si sono tuttavia potuti ricostruire grazie a dichiarazioni rilasciate alla stampa dagli stessi sacerdoti in uscita dall’Aula Paolo VI. Qualcuno, previdente, è riuscito anche a registrare le parole del Pontefice.

 

L'incontro, dopo il saluto del cardinale vicario Agostino Vallini, è stato introdotto con un riferimento all'intervento del Pontefice alla plenaria della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti sul tema dell’Ars celebrandi, del 1° marzo 2005. Il testo era stato distribuito in precedenza ai partecipanti ed è stato ripubblicato, oggi pomeriggio, da L’Osservatore Romano. Fulcro dell’udienza sono state tuttavia le domande di alcuni sacerdoti, anche quelle non programmate, davanti alle quali il Papa non si è tirato indietro e ha risposto con la consueta prontezza. Oltre alle poche frasi riportate già in mattinata da alcune agenzie, Bergoglio nel suo colloquio ha toccato il tema, ad esempio, del “rito tradizionale” con cui Benedetto XVI concesse di celebrare la Messa. Con il Motu Proprio Summorum Pontificum, pubblicato nel 2007, Ratzinger diede infatti la possibilità di celebrare la Messa secondo i libri liturgici editi da Giovanni XXIII nel 1962, fermo restando che la forma "ordinaria" di celebrazione nelle Chiese cattoliche rimanesse sempre quella stabilita da Paolo VI nel 1970. Un gesto, questo, - ha spiegato oggi Francesco - che il suo predecessore, “uomo di comunione”, ha voluto compiere per tendere “una mano coraggiosa ai lefebvriani e ai tradizionalisti”, ovvero tutte quelle persone che avevano desiderio di celebrare la Messa secondo l’antico rituale. Tuttavia questo tipo di Messa cosiddetta “tridentina” – ha ribadito il Papa – è una “forma extraordinaria del rito romano”, quello cioè approvato dopo il Concilio Vaticano II. Quindi non è reputata un rito distinto, ma solamente una “diversa forma del medesimo rito”.

 

Tuttavia – ha aggiunto Francesco - ci sono preti e vescovi che parlano di “riforma della riforma”. Alcuni di loro sono “santi” e ne parlano “in buona fede”. Questo però “è sbagliato”, ha detto il Santo Padre. Ha quindi riferito il caso di alcuni vescovi che hanno accettato seminaristi “tradizionalisti” mandati via dalle altre diocesi, senza prendere informazioni su di essi, perché “si presentavano molto bene, molto devoti”. Li hanno ordinati, ma questi hanno poi mostrato “problemi psicologici e morali”. Non è una prassi, ma ciò "accade spesso" in questi ambienti, ha detto il Papa, e ordinare questi tipi di seminaristi è come mettere “una ipoteca sulla Chiesa”. Il problema di fondo è che alcuni vescovi a volte sono travolti “dalla necessità di avere nuovi preti in diocesi”, pertanto non viene operato un adeguato discernimento tra i candidati, tra i quali dietro alcuni si possono nascondere degli “squilibri” che poi si manifestano proprio nelle Liturgie.La Congregazione dei Vescovi – ha riferito ancora il Pontefice - è dovuta infatti intervenire con tre vescovi su tre di questi casi, sebbene non accaduti in Italia.

 

Nel discorso introduttivo, Francesco, parlando di omiletica e Ars celebrandi, ha raccomandato ai preti presenti di non cadere nella tentazione di voler essere “showman” sul pulpito, magari parlando “in modo sofisticato” o “abusando dei gesti”; nemmeno però i preti celebranti devono essere così “noiosi” da spingere le persone ad "andare fuori a fumare una sigaretta" durante l’omelia. A tal proposito, Bergoglio – nei pochi minuti mandati in onda nella Sala Stampa della Santa Sede – ha raccontato tre aneddoti personali accaduti a Buenos Aires, proprio relativi a questa “sfida” dell’omelia. Ad esempio, quando degli amici gli riferirono entusiasti di aver trovato “una Chiesa dove si fa la messa senza l’omelia”, o di quando una nipote per nulla entusiasta si lamentò con lui di aver dovuto ascoltare "una lezione di 40 minuti sulla Summa di san Tommaso" al posto dell’omelia. L’omelia insomma – ha sottolineato il Papa – va pronunciata con l’intenzione di voler fare entrare i fedeli "nel mistero della fede”. “Se io sono eccessivamente rubricista e rigido, non va bene. E se sono showman non faccio entrare nel mistero". Questo, lui stesso l’ha capito dopo alcuni anni, dopo cioè una plenaria del 2005, dove, in seguito ad una sua esposizione, fu rimproverato dal cardinale Meisner e dall’allora cardinale Ratzinger di non aver detto che nell'Ars celebrandi bisognava anzitutto “sentirsi davanti a Dio”. “E aveva ragione, di questo io non avevo parlato".

 

Al momento delle domande ‘libere’, è intervenuto don Giovanni Cereti, teologo in diversi Atenei pontifici, nonché autore, lo scorso anno, del volume “Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva”, in cui affermava che nel primo millennio gli adulteri erano riammessi nella comunità dopo un periodo di penitenza e che potevano accedere alla comunione pur restando nel nuovo matrimonio. Oggi Cereti (sacerdote dispensato dopo essersi sposato), ha domandato al Papa se in futuro potrà esserci la possibilità che i sacerdoti sposati dopo aver ottenuto la dispensa possano essere riammessi a celebrare la Messa. “È un problema di non semplice soluzione” che tuttavia la Chiesa e lui stesso hanno a cuore, ha ammesso Bergoglio. La questione è anche all’attenzione della Congregazione per il Clero, che ha concesso questa pratica solo in rarissimi casi di ex preti molti anziani che avevano chiesto di celebrare l’Eucarestia, in forma privata, prima di morire. Il problema in sé, ha tuttavia ribadito perentoriamente il Papa, “non so se possa essere risolto”.

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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