Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
1. Prima di scrivere un commento leggi con attenzione il post.

2. Il tuo commento non si sposti dall’argomento del post.

3. Scrivi con sincerità, completezza e chiarezza la tua opinione.

4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

5. Controbatti le opinioni degli altri con argomenti.

6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

10. Chi non indica la email non ha diritto di prendere la parola.

Saturday 20 december 2014 6 20 /12 /Dic /2014 05:00

Angelo chitarra 

Canterò per sempre l’amore del Signore

 

2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Sal 88 (89); Rm 16,25-27; Lc 1,26-38

 

L’odierno salmo responsoriale riprende alcuni versetti del lungo Sal 88, proprio quelli che fanno riferimento alle promesse fatte da Dio al re Davide per la sua discendenza, di cui ci parla oggi la prima lettura. L’alleanza stretta da Dio con Davide, sebbene per strade impensate, ha trovato compimento nell’incarnazione del Figlio di Dio. Il Signore è fedele e mantiene le sue promesse anche se le scadenze, a volte, sono lunghe; la sua parola, pur sconvolgendo le nostre previsioni, non verrà mai meno. Dio pone l’onnipotenza al servizio della sua fedeltà. È questa fiducia nel Dio fedele che vogliamo esprimere e ravvivare quando diciamo: “Canterò per sempre l’amore del Signore”.

  

 

Le letture bibliche di quest’ultima domenica di Avvento, imminente ormai la celebrazione del Natale, mettono in evidenza due temi principali: il primo è quello della fedeltà di Dio, di cui parla il salmo responsoriale. La promessa fatta da Dio per mezzo del profeta Natan a Davide (prima lettura) si è adempiuta nella nascita di Gesù Cristo, il Messia. Egli infatti è figlio di Davide e il suo regno è stabile per sempre. Ciò viene messo in evidenza da san Luca nel brano evangelico. Infatti, le parole di Gabriele a Maria si agganciano strettamente a quelle del profeta Natan. A Davide Dio aveva assicurato un “discendente uscito dalle sue viscere”; a Maria è annunciato un figlio del suo grembo, che “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Per realizzare il suo meraviglioso disegno nascosto da secoli, Dio non ha scelto un re, bensì un’umile ragazza, una vergine dell’oscuro villaggio di Nazaret. Non le ha inviato un profeta, ma il suo angelo, messaggero dell’annuncio più straordinario della storia.

  

 

Il secondo tema proposto alla nostra attenzione è l’atteggiamento di fede e di obbedienza di Maria, che alle parole dell’angelo risponde: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la  tua parola” (parole riprese anche dal canto al vangelo). La bellissima pagina evangelica  dell’annunciazione si chiude con l’adesione di Maria ai piani di Dio, a lei svelati dall’angelo. Come Gesù è servo di Dio, offertosi al Padre in un atteggiamento di obbedienza per la salvezza degli uomini, così anche Maria si dichiara serva del Signore pronta a collaborare al suo disegno di salvezza. Dice a questo proposito il Vaticano II: “Dio non si è servito di Maria in modo puramente passivo, ma [...] ella ha cooperato alla salvezza umana nella libertà della sua fede e della sua obbedienza” (Costituzione Lumen Gentium, n.56).

  

 

Il piano divino della salvezza viene proposto anche a noi perché lo accettiamo sottomettendo ad esso i nostri progetti e la stessa nostra esistenza. La fede appare così come un atto di obbedienza, nel senso che credere significa lasciare che la propria vita sia illuminata e determinata dal piano di Dio (cf. seconda lettura). Il mistero di salvezza iniziato in Maria continua in noi. Nella Vergine di Nazaret troviamo il modello di vita d’ogni uomo che si apre al dono della salvezza. Anche noi, come Maria, siamo chiamati a prepararci a ricevere il Figlio di Dio “nel cuore e nel corpo”, con totale disponibilità, e così cooperare, con libera fede e incondizionata obbedienza, all’avvento del suo regno in noi e nel mondo intero. Sono i nostri sì quotidiani alla giustizia, alla carità, alla condivisione, alla fedeltà verso il vangelo che rendono sempre più vero ed efficace il Natale di salvezza per noi e per il mondo intero.

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
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Friday 19 december 2014 5 19 /12 /Dic /2014 05:00

Pietro-Canisio.jpgPietro Canisio [Kanijs] (Nimega, 1521 – Friburgo, Svizzera, 21 dicembre 1597), studiò a Colonia e a Lovanio, a 23 anni entrò nella Compagnia di Gesù, partecipò come teologo al concilio di Trento, e quindi appartiene alla prima generazione di riformatori tridentini. Come altri controvertisti postridentini, è stato chiamato “il martello degli eretici”. Il MR 1962 lo ricorda il 27 aprile; il MR 2002 ne fa memoria il 21 dicembre, giorno della sua morte.  

Colleta del MR 1962:

Deus, qui ad tuendam catholicam fidem beatum Petrum Confessorem tuum virtute et doctrina roborasti: concede propitious; ut, eius exemplis et monitis, errantes ad salutem resipiscant, et fideles in veritatis confessione perseverant.

Colletta del MR 2002:

Deus, qui ad tuendam catholicam fidem virtute et doctrina beatum Petrum presbyterum roborasti, eius intercession concede, ut, qui veritatem quaerunt, te Deum gaudenter inveniant, et in tua confessione populous credentium perseveret.

“O Dio, che hai suscitato in mezzo al tuo popolo san Pietro Canisio, sacerdote pieno di carità e di sapienza, per confermare i fedeli nella dottrina cattolica, concedi a quanti cercano la verità, la gioia di trovarti e a coloro che credono, la perseveranza nella fede”.

La prima parte delle due collette ricorda che san Pietro Canisio è stato pieno di carità (virtus) e di sapienza. Nella supplica, invece, le due collette si esprimono con una variante significativa: nel MR 1962 si chiede che coloro che sono nell’errore, ricuperino la salvezza; nel MR 2002 si chiede invece che quanti cercano la verità, abbiano la gioia di trovare Dio. C’è quindi un cambiamento di mentalità nei confronti dell’errante, sulla scia del Vaticano II che nella Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae (n. 11) afferma: “Dio chiama certamente gli uomini a servirlo in spirito e verità, perciò essi sono vincolati in coscienza, ma non sono coartati. Egli, infatti, ha riguardo della dignità della persona umana da lui creata, che deve essere guidata da decisione personale e godere di libertà”.

 

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Wednesday 17 december 2014 3 17 /12 /Dic /2014 05:00

 

Commento a Sacrosanctum Concilium 27

La prima conseguenza operativa che deriva dal principio indicato nel n. 26 della SC viene espressa nel numero successivo con grande chiarezza e intende incidere anzitutto sulla mentalità dei celebranti, ministri e fedeli. Se le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa, allora bisogna convincersi che è da preferire la celebrazione in forma comunitaria. Si va nella direzione contraria a un certo individualismo, che potrebbe portare a preferire la forma individuale e quasi privata delle celebrazioni, anche se supportata da motivazioni di pietà e devozione personali. La liturgia non è al servizio della pietà della persona, se non per indirizzarla ad assumere la dimensione ecclesiale.

Naturalmente non si tratta di un’indicazione da tenere in modo ideologico e fondamentalista. I riti stessi, secondo la loro natura, possono comportare la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli secondo misure diverse. In ogni caso, tale presenza e partecipazione non è da sopportare, né dev’essere pensata come una benevola concessione, bensì come uno dei valori fondamentali che la liturgia fa sperimentare e infonde in chi la celebra. La Chiesa non è riducibile a un’entità ideale con cui si entra in una comunione di spirito; essa si manifesta e si incontra anzitutto nella comunità concreta che vive la stessa celebrazione.

L’unico emendamento che il testo ha ricevuto riguarda la seconda frase, la quale è stata aggiunta ex novo: “Ciò vale soprattutto per la celebrazione della messa, salva sempre la natura pubblica e sociale di qualsiasi messa, e per l’amministrazione dei sacramenti”. La frase è stata aggiunta in ossequio alle osservazioni di tre padri che temevano che i preti fossero indotti a disprezzare la celebrazione della messa cosiddetta privata. L’aggiunta si rivela particolarmente interessante proprio per il cambio di mentalità che sottende. Essa riprende infatti un argomento presentato da Pio XII nella Mediator Dei, ma il senso del ragionamento va in direzione opposta. Nell’enciclica, Pio XII afferma che nella messa anche i fedeli che partecipano offrono a loro modo il sacrificio insieme con il sacerdote, deplora però “le esagerazioni e i travisamenti” di chi allora vorrebbe sempre la presenza del popolo, quasi fosse necessaria la sua conferma e ratifica del sacrificio. Quindi ricorda che il sacrificio eucaristico ha sempre per sua natura “una funzione pubblica e sociale”, anche quando alla messa non assiste nessun fedele (cf. Mediator Dei: EE 6/ 515-521). In sostanza, l’argomento della natura pubblica e sociale della messa viene usato per legittimare la messa senza popolo; vi aggiunge solo la volontà che il sacerdote non celebri mai senza un ministro che gli serva e risponda, a norma del can. 813 [Si tratta evidentemente del Codex Iuris Canonici del 1917; nel can. 813, oltre a prescrivere che il sacerdote non deve celebrare senza un ministro, si specifica che tale ministro inserviente non dev’essere una donna, se non in caso di mancanza di un uomo; nel quale caso, la donna deve rispondere da lontano e non deve accedere all’altare]. In un contesto completamente mutato, lo stesso argomento compare ancora come giustificazione di un caso particolare (la messa senza popolo), ma il suo contenuto non indebolisce, anzi comprova la precedenza assegnata alla celebrazione comunitaria, come a dire: proprio perché ogni eucaristia ha carattere ecclesiale (anche quella celebrata senza popolo), è da preferire la celebrazione in forma comunitaria.

Fonte: Luigi Girardi, in Serena Noceti e Roberto Repole (edd.), Sacrosanctum concilium – Inter mirifica (Commentario ai Documenti del Vaticano II, 1), EDB 2014, pp. 141-143.

Il commento mette bene in evidenza sia la continuità col magistero anteriore sia la novità in rapporto ad esso. Si evidenzia inoltre che si tratta (molte volte) di un cambio de mentalità non percepita sempre da alcuni interpreti del Concilio (M. A.)

 

Di Romanus - Pubblicato in : Eucaristia - Community : Riscopriamo la liturgia
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Monday 15 december 2014 1 15 /12 /Dic /2014 05:00

  

SIGNOR CARDINALE, HA MAI SENTITO PARLARE DEL VATICANO II?
La campagna di ostilità contro  Sinodo e “pensiero incompleto”

Il giorno stesso in cui sono stati pubblicati i Lineamenta in vista del prossimo Sinodo Ordinario del 2015, sul blog di S. Magister veniva pubblicata un relazione del card. Velasio de Paolis, duramente critica verso il documento conclusivo del Sinodo straordinario. Va ricordato che il card. De Paolis era uno dei 5 autori del famoso pamphlet pentaporporato, che fece scalpore prima del Sinodo. Nel frattempo non sembra aver mutato posizione, anzi, se possibile, il suo giudizio si è fatto ancora più duro e più severo.
Poiché De Paolis presenta alcuni luoghi comuni del rifiuto “giuridico” del Sinodo, vale la pena soffermarsi prima sugli argomenti che presenta, poi sulla loro fragilità, per poi concludere sul piano più generale. Ma inizio con una premessa.

1. Concorrenza tra dogmatiche e prospettiva pastorale.

Nella sua grande opera “Verità e Metodo”, H. G. Gadamer ricorda che due sono le discipline che hanno bisogno di una “dogmatica”: la teologia e il diritto. La tradizione ha elaborato dogmatiche teologiche e dogmatiche giuridiche, con la giusta preoccupazione di renderle armoniche, sebbene non si sia mai nascosta la differenza che tra l’una e l’altra occorre riconoscere. Questo è diventato, nel tardo mondo moderno, un vero rompicapo. E sarebbe ingenuo pensare che nel 2014 un teologo volesse imporre al diritto una dogmatica teologica o che un giurista volesse imporre alla chiesa una dogmatica giuridica. La difficile armonia tra le dogmatiche, tuttavia, trova da più di un secolo, una sfida ulteriore: è quella di un ripensamento più complessivo, sia sul piano teologico sia sul piano giuridico, della competenza della mediazione dogmatica rispetto all’approccio “positivo” e a quello “pratico”.
Anche nella Chiesa questa nuova consapevolezza è sorta già nel XIX secolo e nel XX secolo ha acquisito una luce particolarmente intensa con il Concilio Vaticano II. In quel concilio, la scelta di “non parlare direttamente il linguaggio dogmatico” (né della teologia né del diritto) ha spiazzato quasi tutti. Ma il recupero del terreno nutriente della tradizione aveva bisogno di questo gesto forte, che non è smentita o tradimento di dottrina o di giustizia, ma riscoperta di una relazione che viene prima della rappresentazione e di una misericordia che sovrabbonda e orienta la giustizia. La vita concreta della tradizione, in altri termini, non è mai semplicemente “applicazione di una dottrina già conosciuta”, ma “concretezza di relazione che permette di comprenderne la dottrina”.
In questo orizzonte conciliare si inserisce anche il cammino sinodale, che la Chiesa non ha inventato l’altro ieri, ma che ha riscoperto, subito dopo il Vaticano II, come proprio compito e come occasione per rinnovare la propria missione.
Se, avendo alle spalle tutta questa storia, un cardinale di valore, con tutta la sua cultura giuridica, ritiene di poter giudicare una proposizione del Sinodo come se fosse semplicemente un “atto di governo”,  o una “disposizione legislativa” e mette in piedi tutto l’armamentario del giurista - per mostrarne tutti i limiti, le incongruenze, i rischi, le tragedie e le scandalose contraddizioni con la “tradizione” - forse è giusto fermarsi e sollevare alcune domande, molto franche, ma in spirito di dialogo. Egli si è espresso su una proposizione sinodale come se dovesse commentare un articolo del codice. In questo modo, con questo metodo, egli ha subito negato di dover considerare un documento di lavoro con un’ottica pastorale e in vista di una mediazione di nuove condizioni di vita e di coscienza, di storia e di relazione, che l’ultimo secolo ha sperimentato e che la Chiesa deve assumere. Vi è, al fondo del suo ragionamento, una mancanza di riconoscimento. Il reale è piegato a categorie che lo deformano e lo censurano, lo rimuovono e stigmatizzano, ma senza comprenderlo.


2. Gli argomenti dogmatico-disciplinari del cardinale

In sintesi la considerazione del Sinodo proposta da De Paolis si concentra soltanto sulla proposizione n. 52, dedicata alla disciplina riguardante i divorziati risposati. Di fronte al dettato della proposizione il fuoco di fila del Cardinale giurista passa in rassegna tutti questi argomenti:

a) Il testo non dovrebbe essere considerato “testo sinodale” perché non ha raggiunto il “quorum previsto” (ma egli dimentica che il testo non è testo definitivo, ma “testo di lavoro”)
b) Il testo è non omogeneo, con parti contrapposte, con motivazioni inadeguate, inappropriate o incomplete.
c) La proposizione ha formulazione limitata, nel senso che si riferisce a una categoria limitata di persone, che non dovrebbero meritare una attenzione particolare.
d) Si riferisce duramente al Card. Kasper, la cui proposta “non è stata sostenuta da alcun argomento valido” e, d’altra parte, era già stata studiata e respinta 30 anni fa.
e) La categoria dei “divorziati risposati” non è una categoria particolare, ma si risolve nella categoria generale delle “situazioni irregolari”.
f) Una concessione della eucaristia in questi casi potrebbe apparire un premio o un invito a stabilire nuovi vincoli
g) La vita in comune “more uxorio” e la situazione permanente di peccato sono ostacolo insuperabile per la comunione sacramentale.
h) La stesura del testo genera equivoci: si parla di “disciplina attuale” come se si potesse modificare tale disciplina, mentre si tratta di una disciplina fondata sul diritto divino, che pertanto esclude che la Chiesa possa agire diversamente.
i) Si tratterebbe, in caso contrario di un “cambio dottrinale”, in contrasto con la ripetuta affermazione di non voler cambiare la dottrina.
j) Se poi si volesse cambiare dottrina, ciò avrebbe bisogno di studio e la competenza del sinodo dei vescovi può essere revocata in dubbio.
k) D’altra parte, in caso di modifica, si correrebbero rischi che una persona in stato di peccato mortale, ammessa alla comunione eucaristica, cada in una condizione di sacrilegio e di profanazione dell’eucaristia; si ribadisce la necessità dello stato di grazia santificante per accedere all’eucaristia; si vede messa in discussione la morale sessuale fondata sul VI comandamento; si da comunque rilevanza alla convivenza e ad altri vincoli, a detrimento del matrimonio indissolubile.
l) Vi è in gioco non una questione disciplinare, ma una dottrina e un magistero indisponibile, che supera le competenza del sinodo. Il divieto di accedere all’eucaristia è, dunque, insuperabile e immodificabile.


3. La debolezza di un giudizio riduttivo perché soltanto giuridico

Che cosa possiamo obiettare, di fronte al fuoco di fila di questa “pars destruens”, che manca di “pars costruens”? In primo luogo, che non può e non vuole costruire altro che distruzione. L’intento – già chiaro “a priori” prima dell’evento, nel libro dei 5 cardinali – è il rifiuto di una logica complessa. Papa Francesco, nella famosa intervista a “Civiltà cattolica”, aveva fatto l’elogio di un pensiero “incompleto e aperto”, mentre De Paolis vuole solo parole “complete e chiuse”. E’ ovvio che il Sinodo, da questo punto di vista, appaia ai suoi occhi come “pericoloso a priori”. Per il pensiero semplice del Cardinale, di fronte alla proposizione 52 non resta altro che ridicolizzarla. Come si fa? E’ sufficiente fingere che il problema non esista. Perché tutto è, deve essere, o almeno deve apparire già risolto con la sola “disciplina tradizionale”. E lo è in effetti: è sufficiente chiamare i divorziati risposati come “adulteri concubini” e il gioco è fatto. La dottrina  - quella vera - ha già previsto tutto, in anticipo, in modo generale ed astratto. Ecco, questa è l’idea di De Paolis: nulla può mutare nella disciplina del matrimonio, perché la dottrina ha già previsto tutto. Ma questa idea, De Paolis, da dove la prende? Non sarà per caso proprio l’idea – l’ideologia – del modernissimo diritto napoleonico? Non sarà forse che proprio il difensore della più stretta disciplina ecclesiastica sul matrimonio prenda a prestito i suoi argomenti maggiori da una singolare miscela di diritto medievale e diritto napoleonico?
Questo, in fondo, è solo un dettaglio tecnico. L’aspetto più preoccupante, in tutta questa difesa a spada tratta non già della dottrina e del magistero immodificabile  - che tale non è – ma della disciplina medioevale e moderna, per come si è evoluta nel XIX e XX secolo, è che si tratta di una argomentazione in sé coerente, lineare, direi quasi semplice, elementare, ma del tutto astratta, e direi estranea, rispetto alla realtà della quale vorrebbe parlare.


4. La dimenticanza della complessità e della storia.

La storia dei soggetti coniugati, la libertà di coscienza degli individui, le modificazioni delle forme della vita, delle abitazioni, dei trasporti e delle carriere lavorative, non si lasciano ridurre ad una sintesi dogmatica a priori, né sul piano teologico, né sul piano giuridico. La domanda di “realismo” che ci viene dalla storia non ci permette di chiuderci in un atteggiamento di sufficienza verso il suo sviluppo. Ed è grave che, di fronte alla proposizione sinodale, il De Paolis sollevi ogni forma di “autodifesa”: era già stato deciso diversamente, non ci sono argomenti a favore di questa proposizione, è confusa, non è pertinente, è contraddittoria...Che strana forma di difesa della tradizione! Una grande tradizione non dovrebbe aver paura della storia, non dovrebbe demonizzarne gli sviluppi, non dovrebbe condannare tutti gli irregolari senza distinzione, ma dovrebbe trovare regole più profonde e più umane, più spirituali e più persuasive per additare la fedeltà e il legame come vocazione, non invece preoccuparsi di “sbarrare ogni via di uscita”. Non è stato proprio il diritto medioevale e moderno ad averci insegnato tutte queste accuratissime distinzioni? E dove sono finite, ora, queste cattedrali di finezza se le confrontiamo con le parole generiche e  forzate del Cardinale giurista?

5. Un pensiero “incompleto e aperto” come terapia

Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato che, quanto è stato già disposto, non ha bisogno di essere ripetuto.  Mentre De Paolis continua a lavorare con le categorie medioevali, con cui tutto torna alla perfezione, ma non più in rapporto a questo mondo, ma ad un mondo irreale, nello stesso tempo idealizzato e incartapecorito. La legge è, per questa visione, essenzialmente pedagogica. Non prende atto di nulla, ma dà forma a tutto. Questa è la grande visione premoderna del diritto. Ma tale visione non regge più, almeno da due secoli. Ha ancora i suoi buoni diritti e i suoi grandi meriti, ma non può più esercitarli o vantarli da sola. Se proposta in modo esclusivo, una tale pedagogia dall’alto diventa una forma pericolosa di integrismo e di massimalismo.
E’ evidente che il testo di De Paolis è anteriore ai Lineamenta. In questo nuovo testo, che certo al Cardinale non sarà piaciuto, si trova una affermazione davvero importante: con essa si sorpassa, con un balzo, tutta questa impostazione autoreferenziale, questo autoconfermarsi tra magistero, dottrina e disciplina, che immunizza dal reale e permette solo di consultare lungamente il codice, di sollevare lo sguardo sotto l’occhiale, e di dettare sentenze.
Ecco ciò che leggiamo, invece, nel testo dei “Lineamenta”. Si tratta di un invito che mira alla buona comprensione delle domande del questionario e che orienta ad uno stile autenticamente pastorale, che presenta i seguenti tratti:

Le domande che si propongono di seguito, con riferimento espresso agli aspetti della prima parte della Relatio Synodi, intendono facilitare il dovuto realismo nella riflessione dei singoli episcopati, evitando che le loro risposte possano essere fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina, che non rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal cammino ormai tracciato.”

Il testo è di una chiarezza quasi impressionante. E’ figlio del linguaggio complesso e profondo dell’ultimo secolo. Non parla con le evidenze intellettualistiche classiche. Ed è, per usare un eufemismo, alquanto distante da tutto ciò che abbiamo letto in De Paolis. In esso si afferma che una visione della pastorale come meramente applicativa della dottrina non rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal cammino ormai tracciato. In questa espressione parla la sapienza ermeneutica che la Chiesa ha sempre esercitato nei secoli, con ponderazione e lungimiranza, e che ora De Paolis sembra ridurre ad una casamatta della resistenza contro la modernità, con mitraglia spianata ed elmetto in testa. Quanta distanza, in questa presunta difesa della tradizione, dalla grande tradizione ecclesiale!
Ma qui si apre un problema fondamentale, soprattutto per il giurista, ma anche per il Cardinale. Come fa un Cardinale, il giorno stesso in cui viene pubblicato un testo ufficiale che imposta il lavoro intersinodale del prossimo semestre, a contraddire apertamente l’indicazione vincolante che orienta il metodo di lavoro e lo spirito con cui si dovrà lavorare? Non avrebbe dovuto mostrare quanto meno maggiore prudenza?

6. V. De Paolis come G. Siri: il fascino della conservazione “iuris causa”

Ho l’impressione che questo atteggiamento oltranzista di De Paolis assomigli a quello che tante volte abbiamo visto alzarsi nella Chiesa, al momento in cui le cose si avviavano ad una svolta, subivano una mutazione, trovavano la forza di darsi forme nuove e contenuti più vivi e più veri. Voglio solo ricordare ciò che disse l’Arcivescovo Giuseppe Siri, nel 1951, al momento in cui Pio XII propose ad experimentum la rinnovata “veglia pasquale”. Siri oppose alla novità ancora in rodaggio due argomenti che egli traeva dalla tradizione e che a suo avviso avrebbero sconsigliato questa novità di una “veglia” da tenersi non “in mane” – come si faceva da secoli in occidente - ma “in nocte”. Egli diceva che da un lato ne sarebbe derivato un problema “disciplinare”: i preti, anziché confessare per tutto il sabato santo, sarebbero stati distratti dalla veglia ancora da preparare. Ma aggiungeva anche un argomento molto più “tranchant”. La veglia notturna appariva “contraria al diritto naturale”, che stabilisce che la notte è fatta non per celebrare, ma per dormire. A onor del vero, bisogna ricordare che G. Siri aggiunse che si permetteva di  sollevare queste obiezioni contro la “lex condenda” e soltanto finché fosse stata tale. Di fronte ad una approvazione ufficiale e definitiva, si sarebbe immediatamente adeguato. E – mutatis mutandis - è certo questa stessa l’intenzione, per quanto non espressa, che lo stesso De Paolis farebbe propria al momento opportuno.
Dunque, non di rado la resistenza alle riforme indossa il mantello largo e tutto pieghettato del diritto. Dovremmo trarne un duplice insegnamento. Da un lato, per una vera traduzione efficace della proposizione 52, ancora da articolare e da approfondire con coraggio, occorrerà tutta l’acribia e la precisione di bravi giuristi e una vera disponibilità a tradurre l’anelito verso la misericordia in forme giuridiche sostenibili, affidabili, serene e fedeli. Se non lo si farà, non ci sarà riforma vera. Il teologo dovrà imparare dal giurista e il giurista avrà sempre molto da insegnare. Ma, d’altro canto, è certo che se il giurista vorrà sostituire il teologo, se pretenderà di usare come criteri sistematici dei luoghi comuni tradizionalistici, se vorrà innalzare il “diritto divino” a criterio di giudizio anche delle marche da bollo o dei termini delle notifiche, se inclinerà senza pudore verso una Chiesa non solo autoreferenziale, ma addirittura retroreferenziale, tutta “oculata” verso il “retro” e dichiaratamente cieca verso l’”ante”, se vorrà ridurre il rapporto con il reale ad un sillogismo, quando non ad un sofisma, allora sarà inevitabile che al giurista intemperante, dimentico dell’ultimo secolo di storia e memore solo dei 19 secoli precedenti, si dovrà chiedere, con un sorriso: “Signor Cardinale, ha mai sentito parlare del Vaticano II?”

Fonte: Blog di Andrea Grillo (13.12.2014)

Di Romanus - Pubblicato in : Questioni attuali
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Saturday 13 december 2014 6 13 /12 /Dic /2014 05:00

 Fiori rossi

La mia anima esulta nel mio Dio

  

Is 61,1-2.10-11; Lc 1,46-54; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

 

Oggi il salmo responsoriale è costituito da un brano del Magnificat. Si tratta della  preghiera per eccellenza di Maria, il canto dei tempi messianici nel quale confluiscono l’esultanza dell’antico e del nuovo Israele. Maria, nel suo cantico, è cosciente dei legami che la stringono alla comunità del popolo di Dio. La Madre di Gesù proclama che ciò che Dio ha fatto nella sua persona, lo ha fatto per se stessa e per tutto il popolo dei credenti. Pertanto, la grazia profusa in Maria deve ridondare a beneficio dell’intera Chiesa del popolo di Dio. Ogni giorno alla sera cantando il Magnificatla Chiesa riprende le parole della Madre del Signore per manifestare la propria speranza nell’adempimento delle promesse divine in favore dell’umanità.

 

Le tre letture bibliche dell’odierna domenica contengono altrettanti messaggi, i quali sono da considerarsi complementari. Giovanni Battista annuncia che il Messia viene tra noi come uno “sconosciuto”. Isaia lo presenta come Messia dei “poveri”. Paolo ci invita a “gioire” per la venuta del Messia e ad andargli incontro. Questi temi si collocano come un prolungamento naturale del messaggio della domenica precedente: la gioia che scaturisce dal cuore dell’uomo che riconosce e accoglie Cristo che viene e che è presente nella storia esige una condivisione con i fratelli e, in particolare, un atteggiamento di servizio ai più poveri, come naturale componente della conversione e logica conseguenza dell’incontro con Cristo. Priva di questi segni, la conversione stessa si esaurisce in una sorta di velleitarismo spiritualistico, destinato a rimanere infruttuoso.

 

Il tema della gioia è presente già nell’antifona d’ingresso: “Rallegrateci sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4.5). Lo stesso tema troviamo nell’orazione colletta e in qualche antifona della Liturgia delle ore. La gioia di cui parlano i testi odierni non è una chimera e neppure un sentimento passeggero frutto di un’emozione e di una esaltazione momentanee; è invece una realtà profonda che procede dall’essere stati salvati e dal sapersi, perciò, in pace con “il Dio della pace” (1Ts 5,23), cioè inseriti in quella nuova ed eterna alleanza inaugurata nella storia umana con l’apparizione del Figlio di Dio. E’ questa presenza, questa “vicinanza”, anzi questa intimità di Dio con l’uomo, oramai liberato, a determinare la gioia autentica, a inaugurare la vera “festa” cristiana che non conosce tramonto.

 

La comunione con Cristo, che realizza in pieno la “visita” di Dio al suo popolo per salvarlo non può rimanere un fatto intimistico, che si esaurisce in una sorta di sterile soddisfazione o di appagamento interiore. Per il fatto che Dio è Padre di tutti e vuole tutti salvi, essa non può non estendersi agli altri. Gesù è mandato “per portare il lieto annuncio ai poveri”, per annunciare l’intervento di Dio che salva tutti coloro che sono nella tribolazione o nel bisogno: gli affamati, i prigionieri, coloro che hanno il cuore spezzato, per “promulgare l’anno di misericordia del Signore”.  Questo “anno di misericordia” si riferisce all’anno del giubileo (cfr. Lv 25), quell’anno cinquantesimo in cui venivano condonati i debiti e ciascuno rientrava in possesso delle proprietà che aveva dovuto alienare. Il giubileo intende ricostituire quindi la condizione originaria d’integrità delle persone cancellando tutto quello che aveva potuto guastarla. E’ una prospettiva stupenda secondo la quale comprendere la vita e la missione di Gesù: egli è venuto per liberare l’uomo da ogni malattia e infermità e riportarlo all’integrità della sua condizione iniziale, quando era stato creato a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26-27).

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
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Thursday 11 december 2014 4 11 /12 /Dic /2014 12:00

Zizioulas.jpgIoannis di Pergamo: al Fanar un «anticipo» della piena comunione

 

Il Metropolita-teologo ortodosso: la teologia ha diviso la Chiesa. Adesso deve contribuire a superare gli ostacoli che impediscono la piena comunione tra cattolici e ortodossi

 

Gianni Valente
roma

 

Di lui Papa Francesco dice pubblicamente che è il più grande teologo cristiano in circolazione. Ma ha sempre goduto di alta considerazione anche da parte di Joseph Ratzinger, che gli ha manifestato la sua stima anche quando era Papa. Ioannis Zizioulas, Metropolita di Pergamo, già membro del Sinodo del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, domenica 30 novembre ha assistito alla Divina Liturgia per la festa di Sant'Andrea accanto a Papa Francesco e al cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin. Sotto le volte della cattedrale di San Giorgio, nella Sede patriarcale del Fanar affacciata sul Corno d’Oro, il metropolita Ioannis  - che co-presiede la Commissione internazionale  per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa - è rimasto anche lui colpito dalle parole pronunciate in quell'occasione dal Vescovo di Roma. Soprattutto quando il Papa ha detto che per giungere alla meta della piena unità coi cristiani ortodossi la Chiesa cattolica «non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune».

 

Parole forti, Eminenza, quelle che il Papa ha detto al Fanar.

 

«Quelle parole, pronunciate da un Papa, sono molto forti e rappresentano certo un grande passo avanti,  che gli ortodossi apprezzeranno. Perché da molti secoli gli ortodossi hanno creduto che il Papa volesse sottometterli. E vediamo che questo certamente adesso non è vero. Poi è importante anche l'accenno a confessare e condividere la stessa fede. L'unico fondamento della nostra unità consiste nel confessare la stessa fede. La questione è riconoscere qual è la stessa fede che occorre confessare insieme per poter vivere la comunione piena».

 

 Quale criterio conviene seguire?

 

«Per noi ortodossi, la fede comune che consente la piena comunione sacramentale è quella dei 7 Concili ecumenici del primo millennio. Occorre chiarire se, dal punto di vista cattolico, la fede comune che può consentire la comunione sacramentale debba includere anche certe dottrine e definizioni dogmatiche che la parte cattolica ha formulato unilateralmente. Su questo punto occorrerà avere un chiarimento, per riconoscere quali sono le conseguenze concrete che possono derivare dalle parole usate dal Papa al Fanar».

 

Tale chiarimento coinvolge anche il ruolo del Papa e il suo ministero?

 

«Certamente. Se il criterio di riferimento a cui guardare fosse la comprensione condivisa del ruolo del vescovo di Roma che prevaleva nel  primo millennio, allora non ci sarebbero problemi. Sappiamo che poi, nel secondo millennio, si sono accentuate comprensioni differenti del papato. E questo argomento è da anni al centro del lavoro della Commissione di dialogo teologico tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa. Nel primo millennio, il primato stesso del vescovo di Roma non riconosciuto a lui non come persona isolata, ma come capo della sua Chiesa. Quando parliamo del primato noi ci riferiamo al primato della Chiesa di Roma, che è esercitato dal Papa in quanto vescovo in quella sede».

 

L’unità dei cristiani interessa solo i cristiani?

 

«Nel suo discorso alla fine della liturgia per la festa di sant’Andrea, il Patriarca Bartolomeo ha ripetuto che la Chiesa non esiste per se stessa, ma per il mondo. Per la salvezza degli uomini e delle donne che vivono nel mondo. L’unità serve anche a dare una testimonianza comune più forte davanti ai problemi he affliggono il mondo e le società di oggi, come i problemi dell’ambiente e della protezione della creazione. Questo è un altro importante messaggio venuto dalla visita del Papa al Fanar».

 

C’è chi dice che i cristiani devono collaborare sulle questioni concrete, lasciando da parte l’intento di sanare le divisioni sul piano teologico e sacramentale. Lei cosa ne pensa?

 

«Siamo soliti separare la cooperazione e l’aspirazione all’unità. Io credo che non possiamo accontentarci della sola “collaborazione”. Il nostro desiderio più grande rimane quello di ritrovare la piena comunione nell’eucaristia e anche nelle strutture della Chiesa. Questo ora non è ancora possibile. Ma rimane qualcosa che non possiamo dimenticare o mettere da parte».

 

Il Patriarca ecumenico ha detto anche che Papa Francesco ha riacceso tra gli ortodossi la fiducia che entro il suo tempo si potrà tornare alla piena comunione.

 

«Ci sono segni molto importanti nel Papa attuale che ci fanno sperare di poter procedere a passi veloci verso la piena comunione. Il modo in cui lui esercita il suo ministero ci fa sentire liberati da tante apprensioni e paure del passato. Con lui stiamo avvertendo il ministero del vescovo di Roma come un ministero di carità e servizio. E questo è veramente un grande passo. Inoltre, in molte aree del mondo, come in Medio Oriente, ai cristiani vengono inflitte sofferenze, e chi li perseguita non chiede loro se sono cattolici o ortodossi. È sufficiente che siano cristiani. Questo vuol dire che da fuori ci vedono come una sola famiglia, non danno nessun peso alle divisioni a cui noi stessi a volte sembriamo esserci abituati. Anche questo suggerisce che, lo si voglia o meno, con questo Papa e con le circostanze presenti, stiamo vivendo un tempo pieno di occasioni, da punto di vista ecumenico».

 

Papa Francesco, tornando da Istanbul, ha citato il Patriarca Atenagora, che per procedere sul cammino verso la piena unità suggeriva di mettere i teologi su un'isola a discutere, e andare avanti. «Se dobbiamo aspettare che i teologi si mettono d'accordo» ha detto il Papa «mai arriverà quel giorno».

 

«Sì, questo può essere vero. Ma allo stesso tempo, noi sappiamo dalla storia che la teologia ha diviso la Chiesa. E così ora la teologia deve contribuire a riparare e a unire la Chiesa. Non possiamo ignorare le discordie teologiche che hanno provocato la divisione della Chiesa».

 

Il Sinodo pan-ortodosso, convocato per il 2016,  tratterà dell’unità con la Chiesa cattolica?

 

«Può darsi, ma solo in termini generali. Potrà essere l’occasione per apprezzare i grandi passi in avanti che si sono realizzati. Ma non credo che si andrà oltre questo. L’attenzione si concentrerà principalmente sui problemi interni dell’Ortodossia».

 

Le ultime sessioni del dialogo teologico tra cattolici e ortodossi hanno avuto scarsi risultati, soprattutto per le divisioni emerse tra le Chiese ortodosse. Come lo spiega?

 

«È importante che gli ortodossi siano uniti tra di loro. Purtroppo, vedo che alcuni ortodossi tornano a proporre la vecchia posizione polemica contro la Chiesa cattolica e contro il papato. E questo certo non aiuta».

 

Fonte: Vaticaninsider (10.12.2014)

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Wednesday 10 december 2014 3 10 /12 /Dic /2014 08:46

 

Lineamenta: una metadomanda e 3 criteri generali


Una domanda precede le altre domande. Il miglior modo per non “tornare indietro” è stato quello di aprire i Lineamenta del Sinodo 2015 alla integrazione più radicale. La non autosufficienza della Chiesa istituzionale rispetto alla Chiesa vivente e alla società aperta non poteva essere detta meglio che con questa “domanda delle domande”. Una “metadomanda” apre il lavoro intersinodale ad una interrogazione più radicale più pudica. Eccone il testo:

“La descrizione della realtà della famiglia presente nella Relatio Synodi corrisponde a quanto si rileva nella Chiesa e nella società di oggi? Quali aspetti mancanti si possono integrare?”

Una domanda previa così formulata non chiude, ma apre. E’ quasi la carta di identità di una “chiesa in uscita”, anche nella sua espressione più alta. Così la chiesa non rinuncia ad uscire, anche quando è nella intimità della sua casa. Per evitare di tornare indietro,  essa deve lasciare aperta la domanda delle domande.

La svolta pastorale del Sinodo e i tre criteri per le risposte  

Ma non basta. La struttura di questi Lineamenta appare innovativa anche per un altro “dato”: non solo vi è una domanda “previa” che apre una discussione generale sulla coerenza tra risultati del Sinodo straordinario e realtà familiare, ma la struttura degli stessi Lineamenta si muove in questa stessa direzione. Essi infatti, dopo aver riproposto il testo integrale che chiudeva il Sinodo 2014, propongono non soltanto una serie di questioni che riguardano le tre parti del documento finale del primo Sinodo, ma anche una “ermeneutica” determinata e appassionata di questo documento.
Le domande, in altri termini, sono incastonate in una struttura di affermazioni vincolanti, che mirano ad orientare la lettura delle domande e la formulazione delle stesse risposte.
SI deve notare, in primo luogo, la lunga premessa che apre le domande sulla prima parte della Relatio e che, dopo aver richiamato con forza l’inserimento del Sinodo nella logica proposta dal testo di Evangelii Gaudium e dalle sue caratteristiche di primato delle “periferie esistenziali” e della “chiesa in uscita”, si indica, con molta forza, la prospettiva di una pastorale “non meramente applicativa della dottrina”. Eccone il testo:

“Le domande che si propongono di seguito, con riferimento espresso agli aspetti della prima parte della Relatio Synodi, intendono facilitare il dovuto realismo nella riflessione dei singoli episcopati, evitando che le loro risposte possano essere fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina, che non rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal cammino ormai tracciato.”

Mi sembra che vi si possa leggere la fedeltà al progetto di continuità con il Vaticano II e con il suo approccio pastorale “alto” e “coraggioso”. Questo primo criterio potremmo chiamarlo “pastorale”: esso orienta il senso di tutto questo domandare e rispondere.

Cristologia, contesto e possibilità impensate

DI pari intensità appare la introduzione alla seconda parte delle questioni, che riguardano il “vangelo della famiglia” e che ruotano intorno allo sguardo rivolto a Cristo, che rende la Chiesa capace di grandi novità e di cose prima impensabili, proprio a causa della inesauribilità del mistero che contempla. Proprio l’orientamento a Cristo apre la Chiesa a possibilità impensate. Questo principio di rilettura della tradizione biblica e dogmatica potremmo chiamarlo “criterio cristologico”. Esso informa di sé tutte le domande formulate intorno alla II parte.  Di esso fa parte la scelta di una “arte dell’accompagnamento” come compimento della cura pastorale:

“i Padri hanno assunto positivamente la prospettiva indicata da Papa
Francesco, secondo la quale «senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna
accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone
che si vanno costruendo giorno per giorno» (Evangelii Gaudium, 44).”

Infine, un terzo criterio guida la lettura delle domande sulla terza parte. Inserito nella “svolta pastorale” già delineata nelle prime due parti, il terzo criterio – che potremmo chiamare “criterio contestuale” – richiama ogni Conferenza Episcopale a elaborare strategie di accompagnamento e di discernimento adeguate, in relazione ai temi fondamentali della pastorale familiare. Ogni singolo punto di tale pastorale viene riletto alla luce di queste acquisizioni di fondo, che non possono essere smentite: “È necessario far di tutto perché non si ricominci da zero, ma si assuma il cammino già fatto nel Sinodo Straordinario come punto di partenza”.

La qualità delle domande e i tempi delle risposte.

Bisogna segnalare, da ultimo, un duplice aspetto positivo di questi Lineamenta. Da un lato la formulazione della domande appare molto più stringente, pertinente e coerente rispetto al pur importante questionario precedente. Questo è già il frutto del lavoro sinodale, del dissodamento del terreno e della semina che già è avvenuta nel primo anno di lavoro.
Ma vi è anche un altro aspetto qualificante: i tempi per la risposta. Se le risposte dovranno pervenire entro il 15 aprile, ciò significa che la lunga parabola di 5 mesi – dal tempo di avvento al tempo pasquale – potrà ospitare un ricco confronto ecclesiale, a livello locale e universale. Anche questo tempo disteso e ospitale potrà favorire risposte ponderate, analisi profonde e contributi di qualità.
E’ stata scritta una bella pagina. E’ piena di punti interrogativi. Era inevitabile. In questo anno di cammino la Chiesa potrà formulare una serie di risposte ponderate, fedeli e coraggiose. In questa speranza è tracciato il cammino da fare insieme, senza timore delle diversità.  

 

Fonte: Blog di Andrea Grillo (10.12.2014)

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Tuesday 9 december 2014 2 09 /12 /Dic /2014 05:00

Commento a Sacrosanctum Concilium 114

Si ritorna sul patrimonio della musica sacra, già esaltato al n. 112, per raccomandarne la conservazione e l’incremento. La conservazione dovrebbe tradursi nella possibilità di fruire ancora, seppure in diversi modi e occasioni (non solo liturgiche), dei canti che nel corso dei secoli sono stati prodotti e che sono giunti fino al tempo attuale. L’incremento dovrebbe prodursi sia con la composizione di nuovi canti o la loro assunzione da altre tradizioni (cf. SC 119 y 121), sia con lo studio ulteriore sulle fonti antiche.

Si capisce allora l’importanza data alle scholae cantorum, le quali svolgono “un vero ministero liturgico” (SC 29). Esse non solo arricchiscono la solennità delle celebrazioni, ma possono garantire l’esecuzione di alcune parti proprie previste dalla celebrazione e sono in grado anche di valorizzare i repertori della tradizione (quelli polifonici in particolare, ma anche il repertorio gregoriano più specifico). Ciò non significa però che si possono attribuire esclusivamente alle scholae cantorum la competenza e il compito del canto. Il coro, in quanto svolge un ministero, è all’interno dell’assemblea e ne è parte; anche per esso vale la regola richiamata in SC 28: “Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza”. La stessa collocazione del coro all’intero della chiesa deve mostrare questa integrazione del coro all’assemblea; lo chiarirà l’Istruzione Inter oecumenici al n. 97, dicendo: “La posizione della schola e dell’organo deve fare chiaramente risaltare che i cantori e l’organista fanno parte dell’assemblea dei fedeli; e sia tale che essi possano svolgere il loro ufficio liturgico nel modo più idoneo”.

Appare quindi decisivo anche l’appello finale di questo numero: curare diligentemente che in ogni celebrazione in canto “tutta l’assemblea dei fedeli possa dare la sua partecipazione attiva”. Si tratta di un principio fondamentale della costituzione, che, anche in relazione all’aspetto specifico del canto, era già stato indicato in SC 30: “Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni del popolo, le risposte, la salmodia, le antifone, i canti come pure le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo”.

Rileggendo questo numero può rimanere l’impressione che gli estensori, con un certo prudente equilibrio, abbiano voluto contenere tutto l’esistente e lasciare aperto lo spazio in tutte le direzioni: occorre conservare il patrimonio, ma anche incrementarlo; occorre promuovere le scholae cantorum, ma anche favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Le singole affermazioni sono certo plausibili, ma prese nel loro insieme possono sembrare, se non contraddittorie, almeno non facili da comporre tra loro. Sul problema del repertorio, la costituzione tornerà più avanti (nn. 116-119). In ogni caso, non sarebbe corretto semplicemente enfatizzare una sola di queste affermazioni (dato che la costituzione non la esclude) e farla diventare un criterio unico e assoluto, per legittimare una prassi che si disinteressa dagli altri criteri: ad esempio, legittimare un repertorio polifonico eseguito dalla schola in modo da escludere sistematicamente l’assemblea; o, il contrario, decidere una completa esclusione delle scholae in nome del canto assembleare. L’ermeneutica corretta del numero, per quanto difficile, deve risultare proprio dall’insieme delle parti e dalla tensione che esse producono. Così l’assemblea non è da intendere come un soggetto monolite che fagocita ogni altra ministerialità; nello stesso tempo, quello della schola è da intendere come un ministero dell’assemblea: può guidarla e sostenerla, può dialogare e alternarsi con essa, può accompagnare le sue azioni con esecuzioni appropriate.

In ogni caso, se si tiene presente l’intera costituzione, queste indicazioni non producono un equilibrio statico e paralizzato da istanze contrarie l’una all’altra. Vi è infatti un modello globale di celebrazione liturgica che SC delinea, tanto a livello di principi generali (c. I) quanto a livello di riforma concrete (cc. II-VII). A questo devono commisurarsi i singoli criteri contenuti in questo numero. Lo stesso patrimonio della tradizione musicale potrebbe contenere opere di grande valore, ma non rispondenti al modello celebrativo che si ispira ed è normato dalla riforma liturgica del Vaticano II. La sua custodia quindi non deve darsi necessariamente tramite l’uso liturgico.   

Fonte: Luigi Girardi, in Serena Noceti e Roberto Repole (edd.), Sacrosanctum concilium – Inter mirifica (Commentario ai Documenti del Vaticano II, 1), EDB 2014, pp. 266-268.

 

 

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Sunday 7 december 2014 7 07 /12 /Dic /2014 12:00

Madre di Dio (2)

Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie

  

Gn 3,9-15.20; Sal 97 (98); Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38  

  

La Chiesa celebra l’immacolata concezione della vergine Maria nel Tempo di Avvento, in cui la liturgia fa memoria del progetto della salvezza secondo il quale Dio, nella sua misericordia, chiamò i Patriarchi e strinse con loro un’alleanza d’amore; diede la legge di Mosè; suscitò i Profeti; elesse Davide, dalla cui stirpe doveva nascere il Salvatore del mondo: di questa stirpe Maria è figlia eletta, quasi il punto di arrivo. Il nucleo di verità che ci è comunicata dall’immacolata concezione di Maria è quello del rapporto tra il divino e l’umano: tra questi due poli c’è un “punto” d’intersezione che è appunto Maria immacolata.  

  

La prima lettura ci ricorda che la buona novella della salvezza è antica quanto la presenza del male nel mondo. E’ attraverso una donna, Eva, che, cedendo alle lusinghe ingannevoli del serpente, il male si introduce nella storia. E’ anche una donna, Maria, che attraverso la sua discendenza, è all’origine della vittoria definitiva del bene sul male. Maria ascolta la parola di Dio che le viene portata dall’angelo e, con la sua accettazione del piano salvifico di Dio fa sì che questa parola si realizzi e che il Verbo si faccia carne “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Paolo VI nell’Esortazione apostolica Marialis cultus afferma: “la donna contemporanea, desiderosa di partecipare con potere decisionale alle scelte della comunità, contemplerà con intima gioia Maria che, assunta al dialogo con Dio, dà il suo consenso attivo e responsabile non alla soluzione di un problema contingente, ma a quell’ ‘opera dei secoli’ come è stata giustamente chiamata l’incarnazione del Verbo” (n. 37).  

  

Celebrando l’immacolata concezione di Maria, la Chiesa rende grazie a Dio, la cui potenza redentrice è senza limiti. Nella seconda lettura ascoltiamo san Paolo che benedice Dio che “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Ciò che l’Apostolo dice di ognuno di noi vale in modo eminente per la vergine Maria, “piena di grazia”, la madre, “benedetta fra tutte le donne”, di colui attraverso il quale ci viene ogni benedizione a lode del Padre.  

  

L’orazione colletta del giorno spiega bene e in poche parole perché e in che modo Maria è immacolata: il Padre nell’immacolata concezione della Vergine ha preparato una degna dimora per il suo Figlio, e in previsione della morte di lui l’ha preservata di ogni macchia di peccato. Maria può cooperare alla redenzione dell’umanità perché prima ella ha ricevuto la pienezza della grazia. La madre del Salvatore è stata oggetto di una particolare scelta da parte del Padre; in seguito a questa egli l’ha costituita punto “vertice” di tutta la storia d’Israele e punto “germinale” del nuovo Israele, la Chiesa.  

 

Alla luce del mistero dell’immacolata concezione di Maria si comprende come il peccato è fondamentalmente una ferita all’integrità della persona, una lacerazione che va curata, restaurata. E’ quello che chiediamo nella preghiera dopo la comunione: che il sacramento ricevuto “guarisca in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio” è stata preservata “la beata Vergine Maria, nella sua immacolata concezione”. Maria immacolata, la prima dei redenti, è un segno di speranza. Ciò che è avvenuto in lei è l’anticipo della vittoria di Cristo risorto sulla morte e sul peccato.

 

 

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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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