Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
1. Prima di scrivere un commento leggi con attenzione il post.

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4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

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6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

10. Chi non indica la email non ha diritto di prendere la parola.

Wednesday 26 november 2014 3 26 /11 /Nov /2014 05:00

Sorci-Mysterium-P-jpgPietro Sorci, Paschale Mysterium. Studi di liturgia (ho theológos. Collana della Facoltà Teologica di Sicilia 4), Città Nuova – Facoltà Teologica di Sicilia, Roma 2014. 989 pp.

“Merita gratitudine e attenzione l’iniziativa di armonizzare insieme in un corpo unitario alcuni tra i più significativi studi condotti da Pietro Sorci in ambito liturgico. Il guadagno che ne deriva può interessare sicuramente chi apprezza la lunga e assidua riflessione dell’autore, ormai consolidata e ampiamente stimata nel mondo degli studi liturgici, ma principalmente serve a tratteggiare gli sviluppi e ad afferrare sinteticamente il sofferto quanto scrupoloso compito che si sono dati studiosi come lui, di far fruttificare i semi di quella stagione post-conciliare alla essi hanno dato un impulso e un contributo insostituibile.

La preoccupazione che attraversa questi studi non è certamente quella di offrire un commento, tantomeno una sistemazione teoretica all’immane lascito del Concilio, quanto invece quella di mantenere vivi un atteggiamento vigile e una intenzionalità euristica nei confronti di una dimensione costitutiva dell’essere ecclesiale, come solo la liturgia può identificare e connotare. È come se questi studi idealmente ci presentassero il diario, narrato nella forma di sviluppi e di approfondimenti dei maggiori luoghi della liturgia, del cammino che la teologia, in quanto scienza della fede, ha condotto fino a questo punto. Si tratta dunque di preziosi documenti che attestano l’autocomprensione ecclesiale di cui si fanno carico, senza una pretesa fissista e definitoria, ma con l’intento di porgere un servizio al maggiore progresso della nostra comprensione dei temi trattati…”

(I due primi paragrafi della Prefazione di Rosario La Delfa, p. 9)

Parte I. La liturgia celebrazione del Mistero pasquale.

Parte II. Iniziazione cristiana.

Parte III. L’Eucaristia.

Parte IV. I Sacramenti della guarigione.

Parte V. I Sacramenti del servizio alla comunione.

Parte VI. L’Anno liturgico e la Liturgia delle ore.

Parte VII. Le Benedizioni.

Il grosso volume del Prof. Sorci è una vera enciclopedia in cui il lettore troverà trattati con profondità ed equilibrio i principali temi liturgici. M. A.

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Tuesday 25 november 2014 2 25 /11 /Nov /2014 05:00

 

 


 
Un nuovo libro di Aurelio Porfiri, "Pulpitazioni" (Dialoghi intorno alla liturgia), Marcianum Press, novembre 2014.
Si tratta di un libro/intervista sulla liturgia e la sua riforma.
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Monday 24 november 2014 1 24 /11 /Nov /2014 14:27

Robert-Sarah.pngNomina del Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
In data 23 novembre 2014, il Santo Padre ha nominato Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti l’Em.mo Card. Robert Sarah, finora Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum".

Fonte: Bollettino Sala Stampa della Santa Sede (24.11.2014).

Robert Sarah è nato a Ourous, in Guinea, il 15 giugno 1945. Ordinato sacerdote il 20 luglio 1969. A Roma, ha ottenuto la licenza in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Ha arricchito, poi, la sua formazione culturale presso il Pontificio Istituto Biblico, approfondendola, successivamente, allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. Tornato in patria, è stato parroco, e poi rettore del seminario minore di Kindia. Nominato arcivescovo di Conakry il 13 agosto 1979. In seguito è stato presidente della Conferenza episcopale della Guinea e presidente della Conferenza episcopale regionale per l’Africa occidentale francofona. Nell’ottobre del 2001 è stato nominato segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, ufficio che ha svolto per nove anni, fino al 7 ottobre 2010, quando Benedetto XVI lo ha designato presidente del Pontificio Consiglio «Cor Unum». È stato creato cardinale da Benedetto XVI nel concistoro del 20 novembre 2010.

I migliori auguri di buon lavoro al nuovo Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

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Monday 24 november 2014 1 24 /11 /Nov /2014 05:00

 

I tradizionalisti invocano un ritorno almeno parziale del latino, riservando l’uso della lingua viva solo alla liturgia della Parola sia nella Messa sia negli altri Sacramenti.

Già durante il dibattito conciliare, mons. Pietro Parente sosteneva che il latino, precisamente in quanto trascendente il volgare, è adatto a garantire il “sensus mysterii”, soprattutto nella celebrazione della Messa. Il card. Valerian Gracias, arcivescovo di Bombay, gli rispose decisamente: “Questa concezione è pagana, perché tende a nascondere il mondo divino. Al contrario, la religione cristiana non nasconde Dio, ma lo rivela: Cristo è il rivelatore del Padre, suo volto incarnato”.

Oggi ritorna il rischio di sopravvalutare il latino come segno più adeguato del divino. Addirittura si parla del latino come “lingua sacra per eccellenza” (M. Gagliardi, Liturgia fonte di vita, p.167), il cui uso non solo non mette in pericolo la partecipazione dei fedeli al culto divino, ma anzi “aiuta a elevare la mente a Dio, perché comunica la maestà dei misteri di Dio a nome di tutta la Chiesa” e “fa parte di quei segni che la Chiesa deve dare ai propri fedeli per manifestare e al contempo far crescere la percezione della presenza di Dio nella liturgia”. Per cui, “la disaffezione attuale per il latino non è un segno di buona salute dello spirito liturgico di sacerdoti e fedeli” (ivi, pp. 169.181).

Don Mauro Gagliardi, da un lato sostiene che “la lingua utilizzata nella celebrazione è un aspetto di secondo ordine, un mezzo e non un fine”, dall’altro afferma che “l’uso della lingua latina, che non deve essere mai ostacolato, contribuisce a far percepire il senso del mistero eucaristico, che è il ‘sacrum essenziale della celebrazione’ […]. La lingua latina, con la sua bellezza e il suo rigore espressivo, è un veicolo potente, capace di comunicare il senso del mistero anche a chi non riesce a percepire le singole parole” (M. Gagliardi, Introduzione al mistero eucaristico, pp. 130.186.232).

A dire il vero, sorprende questa “sacralizzazione” del latino. Se da un lato “sacro” è tutto ciò che orienta al “mistero”, separandosi dal mondo e contrapponendosi al “profano” (ciò che è “fuori del tempio”), dall’altro il cristianesimo è “epifania del mistero”, inteso in senso biblico. Ne consegue che è sacro non ciò che occulta e distanzia, ma ciò che favorisce la comprensione e il dialogo. Al limite, se una lingua sconosciuta fosse un mezzo più idoneo a sottolineare la trascendenza, dovremmo preferire il greco (che è la lingua del Nuovo Testamento) o addirittura l’ebraico oppure l’aramaico, lingue parlate da Gesù.

Sembra quanto mai pertinente il ragionamento fatto da Cipriano Vagaggini nel suo testo Il senso teologico della liturgia (che è ormai un classico fondamentale in campo liturgico), quando scrive: “La sacralità del mistero celebrato non scompare, anzi è maggiormente accentuata dinanzi a chi, comprendendo la lingua liturgica, intuisce più facilmente la realtà spirituale di cui è portatrice. Altrimenti, bisognerebbe dire che il carattere sacro, venerando, misterioso della liturgia non esisteva per i primi cristiani e non esiste oggi per il clero che comprende il latino” (C. Vagaggini, Il senso teologico della liturgia, Roma 19654, p. 713).

Del resto, già Sant’Agostino osservava: “Dove non c’è senso intelligibile, ciò che rimane è semplicemente un vago suono” (Agostino, Sermo 93,3).

Non esiste una lingua “sacra” a priori, come ad esempio l’arabo per i musulmani. La lingua è solo  uno strumento di comunicazione. Già gli ebrei della diaspora sentirono la necessità di tradurre la Bibbia al greco e i cristiani di Roma vollero da Papa Damaso una Bibbia in latino (tradotta da San Girolamo) e celebrarono dapprima in ebraico e greco e poi, da metà secolo III, cominciarono a celebrare in latino.

Se ben presto si sentì il bisogno di passare da lingue, ormai diventate elitarie, a lingue vive e intelligibili dal popolo (greco, latino, siriaco, aramaico, copto, ecc.), evidentemente si sentì l’urgenza di non uccidere il valore tipico della lingua, che è quello di comunicare, di trasmettere un messaggio. Non renderlo intelligibile significa renderlo monco, chiuso in se stesso, senza approdo. Una lingua che non comunica, contraddice se stessa. I Padri del Vaticano II, consentendo di celebrare anche in lingua viva, hanno recuperato questa grande tradizione antica, superando l’uniformità monolitica linguistica, imposta da Roma nell’epoca moderna, per salvaguardare l’ortodossia teologica e l’unità della Chiesa, che si temeva fossero minacciate da forme celebrative diversificate.

Chi scrive è cresciuto in un contesto di cultura classica: fin dalla terza elementare il parroco mi mise tra mano un Messalino bilingue, in modo che già potevo orecchiare parole e ritmi della lingua latina. Ho studiato filosofia scolastica e teologia su testi latini, sono stato ordinato con il rito tridentino e, quale cerimoniere al Pontificio Seminario regionale di Salerno, lo insegnai pazientemente agli ordinandi; ancora oggi recito la liturgia delle Ore parte in italiano e parte in latino. Ma, pur gustandone la musicalità e la pregnanza della lingua latina, non oserei mai in una Messa parrocchiale, per mia preferenza culturale o gusto estetico, recitare in latino il canone romano oppure, per mia soddisfazione personale, farmi una bella cantata in gregoriano. Mi sembrerebbe un cedimento alla vanità canora e al godimento estetico e una mancanza di rispetto nei confronti di Dio e dell’assemblea, perché anziché favorire il dialogo, lo renderei più difficile, o addirittura potrei interromperlo.

Papa Francesco invita a “rifuggire da una cura ostentata della liturgia, senza concreta attenzione al popolo di Dio. In tal modo si trasforma la vita della Chiesa in un pezzo di museo o in un possesso di pochi” (Evangelii gaudium, n. 95).

Del resto, lo stesso card. Ratzinger già nel 2001, pur dichiarandosi a favore di una maggiore apertura al latino, riconosceva con realismo che il suo recupero nella liturgia oggi e quasi impossibile e forse non è nemmeno auspicabile, almeno per la liturgia della Parola, perché non solo i nostri fedeli e anche molti sacerdoti (e alcuni vescovi) non lo conoscono più, ma anche perché – scriveva – “occorre rifarsi al mutamento culturale dell’istruzione pubblica in Occidente, per cui le giovani generazioni non intendono più il latino e il loro senso acustico è stato corrotto, degenerato a partire dagli anni Sessanta” (J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, 127.133).

Invece, la lingua parlata rende comprensibile e familiare il nostro dialogo con Dio. Molte nazioni bilingui vivono in pace. Anche la Chiesa è plurilingue e noi ci rivolgiamo a Dio in tutte le lingue. La Chiesa è madre e parla ai suoi figli in lingua comprensibile. Oggi le lingue autorizzate in liturgia sono più di 400. Se il latino è segno di unità, le lingue vive sono segno di cattolicità.

Il ricupero di alcune preghiere e formule in latino è indubbiamente un segno di unità della Chiesa cattolica romana, può ricollegarsi a un glorioso patrimonio di fede e di liturgia e consente anche di ritrovarsi lietamente insieme a lodare Dio con una voce sola, perché, come giustamente nota Ratzinger, “il venir meno di alcuni elementi comuni può determinare un depauperamento culturale” (J. Ratzinger, Dio e il mondo, p. 381). Ma la liturgia è celebrata da persone vive, che non devono trovare ostacoli nel dialogo con Dio e all’interno dell’assemblea.

Fonte: A. Sorrentino, Riforma della riforma?, Edizioni Dottrinari  2014, pp. 92-96.

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Saturday 22 november 2014 6 22 /11 /Nov /2014 05:00

Cristo-Re-2.jpg 

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla

 

Ez 34,11-12.15-17; Sal 22 (23); 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

 

Celebriamo Cristo “Re dell’universo”. Per comprendere correttamente questo titolo dato a Cristo bisogna riferirsi alla tradizione biblica del Dio re-pastore. L’immagine del “re” e del “pastore” nell’antichità erano interscambiabili; così come quelle del “gregge” e del “regno”. Il Sal 22 parla di Dio Pastore buono che pasce il suo popolo, lo fa riposare su pascoli erbosi e lo conduce ad acque tranquille. Nella persona di Cristo, il Dio che fu Pastore e Ospite di Israele, si è fatto incontro agli uomini con un volto umano e con amore e bontà che superano ogni intendimento. Il salmo esprime la grande fiducia nel Signore che illumina, conforta e guida i credenti nei sentieri della vita.

 

L’anno liturgico si chiude sottolineando la centralità di Cristo nella storia e nella vita dell’uomo nonché il suo primato sull’universo. In effetti la solennità di Cristo Re dell’universo non intende riconoscere a Cristo un semplice titolo onorifico, ma il suo diritto a essere il centro della storia umana, la sua chiave di lettura. Il senso della storia del mondo e della vita dell’uomo si decide nel rapporto con Gesù Cristo e il rapporto con Gesù Cristo si decide nel rapporto coi fratelli. Questo doppio tema è quello che illustrano le letture bibliche odierne.

 

La prima lettura contiene un annuncio di speranza che il profeta Ezechiele fa pervenire al popolo d’Israele in un momento travagliato della sua storia. Dinanzi alla incapacità dei capi politici e religiosi d’Israele di essere autentiche guide al servizio del popolo, è Dio stesso che promette di prendersi cura d’Israele. Il Signore “pascerà” direttamente il suo gregge, nella speranza che questi risponderà alle sue premure. La tenerezza infinita di Dio è l’altra faccia della sua sovrana autorità, della sua onnipotenza.  

 

La profezia di Ezechiele trova pieno compimento in Cristo. Il brano della lettera ai Corinzi della seconda lettura contempla la storia come un processo attraverso il quale il mondo deve essere sottomesso alla sovranità redentrice di Gesù. Il progetto di Dio è l’uomo liberato dalla schiavitù del peccato e ricondotto alla pienezza della verità e dell’amore e questo progetto è stato realizzato da Gesù Cristo. E quando tutto sarà stato sottomesso a Cristo, “anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”. Queste parole ci introducono nel brano evangelico d’oggi. Infatti, san Matteo ci presenta a Cristo Signore quando verrà nella sua gloria a giudicare il mondo. Il criterio con cui Cristo giudicherà “tutti i popoli” sarà quello di aver amato, servito, aiutato, consolato chi si sia trovato in situazione di miseria, di povertà, di sofferenza, di malattia, di ingiustizia. Gesù afferma che in ognuna di queste situazioni lui era presente, per cui ogni gesto compiuto in favore del fratello in realtà era diretto a lui. Chi ha amato i fratelli di fatto ha amato Cristo. Ecco perché riconoscere la regalità di Cristo significa imitarne lo spirito, incontrarlo nel fratello e impegnarsi a liberarlo dalle sue necessità. L’amore attua e dilata i confini del regno di Cristo, che non è una realtà né geografica né spaziale né temporale, ma è la sovranità del suo amore, che si attua già nel cuore di ogni uomo e nelle realizzazioni terrene e si compirà in pienezza alla fine quando “Dio sarà tutto in tutti” (cf. seconda lettura). Sintetizzando possiamo dire, riferendoci al grandioso scenario del giudizio finale che “alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce).

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Wednesday 19 november 2014 3 19 /11 /Nov /2014 05:00

Perafort.jpgNelle vicinanze dell’Avvento, propongo alla considerazione e alla libera discussione dei frequentatori del blog, quanto un autorevole liturgista, Gianni Cavagnoli, propone per rendere più “omogeneo” questo periodo dell’anno liturgico:

“Il periodo dell’Avvento avrebbe bisogno ancora di qualche ritocco, per risultare più omogeneo. Così l’attesa escatologica, caratteristica essenziale della Parola della prima Domenica, potrebbe essere benissimo legata alla 33a del Tempo Ordinario, in modo da costituire organicamente un’unica tematica. Lo spostamento della solennità di Cristo Re a una Domenica addietro permetterebbe di presentare il Cristo come Alfa e Omega della storia, come Colui che è, che era e che viene (cf. Ap 1,8), saldando in tal modo la fine con il principio dell’anno liturgico nella persona che ne costituisce il simbolo, ed evitando quegli sfasati “cambi di scena” a cui le assemblee sono indotte da tanta predicazione. Inoltre il periodo dell’Avvento risulterebbe più disteso nel tempo e meglio organizzato, dato che in certi anni è ridotto a tre settimane (seppur scandite da quattro Domeniche), interrotte, tra l’altro, da feste e memorie di santi (s. Andrea, s. Francesco Saverio, s. Ambrogio, s. Luca, s. Giovanni della Croce), oltre che dalla solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. Anche le cosiddette “ferie maggiori” (17-24 dicembre) apparirebbero come il periodo “intensivo” di preparazione al Natale…”

Fonte: G. Cavagnoli, L’Anno liturgico, in AA.VV., Celebrare il mistero di Cristo, col. III: La celebrazione e i suoi linguaggi, Edizioni Liturgiche, Roma 2012, p. 218.

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Monday 17 november 2014 1 17 /11 /Nov /2014 05:00

Elisabetta-d-Ungheria.pngElisabetta, figlia di Andrea II, re d’Ungheria,  ebbe una vita molto breve. Nacque nel 1207 è morì a Marburg il 17 novembre 1231. Sposò a 14 anni Ludovico IV, a cui diede tre figli.  Rimasta vedova nel 1227, si consacrò interamente alla penitenza, alla preghiera e alla carità. Vestito l’abito delle terziarie dell’Ordine francescano, fondò un ospedale a Marburg in onore di san Francesco d’Assisi, suo contemporaneo. In questa istituzione Elisabetta trascorse il resto della sua vita nel servizio degli infermi. Nel MR 1962 la sua festa si celebra il 19 novembre, giorno della sua sepoltura; nel MR 2002 la sua memoria si celebra il 17 novembre, giorno della sua morte.

Colletta del MR 1962:

Tuorum corda fidelium, Deus miserator illustra: et, beatae Elisabeth precibus gloriosis; fac nos prospera mundi despicere, et caelesti semper consolatione gaudere.

Colletta del MR 1970:

Deus, qui beatae Elisabeth tribuisti in pauperibus Christum cognoscere ac venerari, da nobis, eius intercessione, egenis et tribulatis iugi caritate serviere.

“O Dio, che a sant’Elisabetta hai dato la grazia di riconoscere e onorare Cristo nei poveri, concedi anche a noi, per sua intercessione, di servire con instancabile carità coloro che si trovano nella sofferenza e nel bisogno”.

La colletta del MR 2002 evidenza, in luogo di quella precedente incentrata sul disprezzo del mondo, la caratteristica principale di questa giovane santa che consacrò la sua vita al servizio dei poveri. Come dice Corrado di Marburg, direttore spirituale della santa, nella “Lettera” riportata dall’Ufficio delle letture della Liturgia delle Ore, Elisabetta “aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire un ospedale presso il suo castello, e vi raccolse malati di ogni genere, da allora si dedicò interamente alla cura dei bisognosi”.

 

 

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Saturday 15 november 2014 6 15 /11 /Nov /2014 05:00

Cristo benedicente

Beato chi teme il  Signore

 

Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127 (128); 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

 

In una atmosfera piena di pace, di serenità e di felicità il Sal 127 celebra la vita piena dell’uomo giusto. Dio lo benedice nel suo lavoro, dandogli la possibilità di coglierne e di goderne i frutti. Il salmo inizia con le parole “Beato chi teme il Signore”, e termina con un augurio che si estende sull’intero popolo d’Israele: “Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!”. In questa cornice, le letture bibliche odierne sono un forte richiamo ad una fede feconda; ci viene ricordato che le più sacrosante aspirazioni dell’uomo saranno appagate in pieno solo nella “città futura”, quando nell’intimità della casa del Padre la sposa dell’Agnello radunerà tutti i suoi figli “intorno alla sua mensa”. Raggiunge però questo traguardo colui che “cammina nelle vie del Signore”.

 

Alla fine ormai dell’anno liturgico, anche questa domenica è dominata dal pensiero delle ultime realtà, ma con una particolare sottolineatura: il rimando alla responsabilità personale nel presente come fatto decisivo in ordine al giudizio del futuro. L’uomo è libero di scegliere come spendere la propria esistenza terrena, ma solo chi segue fedelmente le vie indicate dal Signore raggiungerà un traguardo luminoso. La prima lettura fa l’elogio della donna perfetta, di cui si loda sia la sua integrità morale sia la sua capacità di gestire con fermezza, intelligenza ed amabilità la sua casa. La parabola dei talenti riportata dal vangelo si muove su una linea simile: i servi che hanno fatto fruttificare i talenti ricevuti sono lodali e premiati con generosità dal loro padrone. L’unico che sotterra il talento ricevuto viene castigato. Notiamo che un talento costituiva la paga di circa seimila giornate di lavoro. Anche al servo che ne viene affidato uno solo riceve quindi un capitale enorme.

 

Il nostro rapporto col futuro, precisato nella domenica scorsa come un “vegliare”, diventa oggi un “operare” nel concreto quotidiano, in base alle responsabilità avute. Non si tratta solo di attendere il ritorno di Cristo, ma di orientare la storia verso di lui. Dobbiamo vivere quindi non solo in un’attesa vigile ma anche fattiva. Il nostro futuro eterno è legato all’impegno nel quotidiano. Notiamo che il terzo servo di cui parla la parabola evangelica non viene punito perché ha fatto del male, ma perché non ha fatto del bene. Un dono, anche se piccolo, è pur sempre un dono: in quanto tale è un gesto di amore e di fiducia, a cui bisogna corrispondere con altrettanta generosità. Tutti abbiamo ricevuto dei doni; bisogna farli fruttificare. Alla fine della nostra vita ci incontreremo solo con ciò che avremo costruito, ma anche con tutto ciò che avremo avuto il coraggio di aspettarci da Dio. La venuta dell’ultimo giorno, del giorno del Signore, sarà un’amara sorpresa solo per chi avrà sistematicamente ignorato le proprie responsabilità e avrà chiuso il suo cuore alla speranza. Perché il Signore viene già ora, nella fedeltà agli impegni di ogni giorno. Nella seconda lettura, san Paolo ribadisce la stessa dottrina: conoscendo le ultime realtà a cui andiamo incontro, non possiamo comportarci come se non esistessero, ignorandole o adagiandoci in una passiva e inattiva attesa. Ciò che Dio ci chiede è ben poca cosa: la fedeltà alla sua grazia di ogni giorno nel compimento dei doveri quotidiani.

 

Possiamo ben dire che la santa eucaristia a cui partecipiamo costituisce la sintesi massima dei talenti datici da Dio. Perciò la partecipazione fruttuosa ad essa è pegno della gloria futura: ci ottiene la grazia di servire il Signore fedelmente e ci prepara il frutto di un’eternità beata (cf. orazione sulle offerte).

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Thursday 13 november 2014 4 13 /11 /Nov /2014 05:00

Alberto-Magno.jpgAlberto nacque a Baviera nel 1206. A 16 anni si recò a Bologna, dove diventerà, in seguito, domenicano. E’ stato filosofo e teologo, assiduo ricercatore del rapporto tra scienza e fede. Insegnò in diversi centri della Germania, e infine a Parigi, dove ebbe come discepolo san Tommaso d’Aquino. Ordinato vescovo di Ratisbona (1260), dopo due anni diede le dimissioni e ritornò ai suoi prediletti studi. Morì a Colonia il 15 novembre del 1280. Sia nel MR 1962 che nel MR 2002, è celebrato nel suo dies natalis.

Colletta del MR 1962:

Deus, qui beatum Albertum, Pontificem tuum atque Doctorem, in humana sapientia divinae fidei subicienda magnum effecisti: da nobis, quaesumus; ita eius magisterii inhaerere vestigiis, ut luce perfecta fruamur in caelis.

Colletta del MR 2002:

Deus, qui beatum Albertum episcopum in humana sapientia cum divina fide componenda magnum effecisti, da nobis, quaesumus, ita eius magisterii inhaerere doctrinis, ut per scientiarum progressus ad profundiorem tui cognitionem et amorem perveniamus.

“O Dio, che hai reso grande il vescovo sant’Alberto nel ricercare l’armonia tra la sapienza umana e la verità rivelata, fa’ che illuminati dal suo insegnamento, attraverso il progresso scientifico possiamo crescere nella tua conoscenza e nel tuo amore”

Notiamo che nella colletta del MR 2002 si invoca Dio che ha reso grande sant’Alberto nel ricercare l’armonia tra la sapienza umana e la verità rivelata (…humana sapientia cum divina fide componenda…). Invece, il testo del MR 1962 invoca Dio che ha reso grande sant’Alberto nel “sottomettere” la sapienza umana alla verità rivelata (…humana sapientia divinae fidei subicienda…).  E’ evidente l’influsso che ha avuto il Vaticano II nella riforma del testo: la Costituzione Gaudium et Spes riconosce “la legittima autonomia della cultura e specialmente delle scienze” (n. 59); non si tratta quindi di contrapporre o di sottomettere, ma di armonizzare.

 

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    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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