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5 luglio 2015 7 05 /07 /luglio /2015 16:10

Il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino, risponde a due post del Prof. Andrea Grillo, ospitati in questo blog..

 

Per la seconda volta in pochi mesi, il Prof. Andrea Grillo ha scritto sul suo blog dei commenti non troppo lusinghieri sul mio conto. In un post del 6 marzo scorso[1], sin dal titolo mi accusava di «sfigurare il Vaticano II». Nel testo, poi, commentava un passaggio di una mia intervista, parlando di «“monstruum” logico e pastorale» e dicendo che, con le mie parole, mi esponevo al «ridicolo», operavo una «mistificazione» e commettevo «un errore irrimediabile», per tacere del resto. Verso la fine, egli mi accusa di quell’autoreferenzialità giustamente stigmatizzata da Papa Francesco, equiparandomi a quegli «esponenti di Curia privi di senso della realtà e di vero contatto con le comunità vive», i quali «vivendo sempre negli uffici di curia [...] si immaginano una Chiesa che non c’è e trascurano quella che c’è». Non commenterò le precedenti espressioni, ma circa queste ultime voglio ricordare che sono stato ordinato sacerdote nel 1969 e, dieci anni dopo, vescovo. Dal 1979 al 2001 sono stato vescovo nella mia Guinea, affrontando la vita pastorale ordinaria e tante situazioni “straordinarie”. Solo nel 2001 sono arrivato in Curia. Credo di poter dire di avere un po’ di conoscenza della Chiesa «che c’è». Non posso garantire lo stesso per tutti e singoli gli accademici, anche se la maggior parte di loro riesce ad unire in modo armonico lo studio e la vita ecclesiale.

 

Un secondo post il Prof. Grillo me lo ha dedicato lo scorso 16 giugno. Esso reca lo strabiliante titolo: «L’analfabetismo conciliare del Cardinal Sarah»[2]. In esso, il liturgista mi critica duramente per un articolo da me pubblicato su L’Osservatore Romano il 12 giugno 2015, dal titolo: «Silenziosa azione del cuore». 

 

Leggendo il titolo del post del Prof. Grillo, avrei dovuto preoccuparmi: sono davvero analfabeta riguardo al Concilio, o almeno circa il suo insegnamento liturgico? Se così fosse, sarebbe grave e dovrei porre immediatamente rimedio, magari andando a «scuola di Concilio» da qualche specialista che dà lezioni private!

 

Ma sono rimasto confortato da due riflessioni. La prima, su cui tornerò subito, è che le accuse che mi vengono rivolte dal Prof. Grillo non si giustificano in base al vero contenuto del mio articolo. La seconda è che, se sono analfabeta, sono in buona compagnia, dato che la mia interpretazione di Sacrosanctum Concilium coincide con quella di numerosi altri autori, non di scarso rilievo, e alcuni di essi importantissimi. Cosa ancor più importante, la mia interpretazione legge il Concilio alla luce del Magistero post-conciliare.

 

Ma consideriamo, seppur molto brevemente e senza entrare nei dettagli, ciò che il Prof. Grillo scrive circa il mio articolo, anche se – a dire il vero – dovrei dire: ciò che scrive su di me. L’autore afferma di volermi rivolgere quattro domande, mentre in realtà vengo messo sul banco degli imputati, dovendo sopportare una requisitoria al termine della quale la condanna è, come era prevedibile sin dall’inizio, dura e certa.

 

Inoltre, anche le accuse in fondo si riducono ad una sola, che ricorre più volte lungo tutto il testo: per il Prof. Grillo, sarebbe una mia grave colpa aver citato Redemptionis Sacramentum n. 42, con quel suo richiamo ad utilizzare con cautela l’espressione «comunità celebrante». Evito di documentare di nuovo l’inopportunità del linguaggio che viene utilizzato nei miei confronti, come e ancor più che nel primo dei due post. Mi soffermo sull’essenziale e faccio notare al Prof. Grillo che Redemptionis Sacramentum viene citata una sola volta, mentre Sacrosanctum Concilium tredici.

 

E non parlano solo i numeri: anche il tema dell’espressione «comunità celebrante» viene toccato una sola volta e non rappresenta affatto il punto centrale del mio articolo, bensì un’applicazione all’interno di un discorso di ben più ampio respiro. D’altro canto, è chiaro che io sono d’accordo con quella precisazione offerta dall’Istruzione, mentre è ugualmente evidente che il Prof. Grillo non lo è.

 

Ma questa differenza di vedute giustifica il tipo di intervento che egli ha pubblicato? Il Professore dice che la mia ermeneutica del Concilio è completamente errata e che, più che la Costituzione del Vaticano II, sembra che io abbia letto la Mediator Dei di Pio XII (tra l’altro, mai citata nel mio articolo).

 

Il Prof. Grillo rivendica la libertà del teologo di criticare la mia «leggerezza di analisi e di giudizio» e di «portare alla luce tutte le lacune».

 

La conclusione del suo post conferma in termini ancora più drastici questa rivendicazione. Il Professore scrive: «Un Prefetto che voglia davvero servire un’autentica attuazione del Vaticano II, non scriverebbe mai neppure una riga di quanto è apparso con la sua firma. Questo è un fatto grave. Su cui un teologo, che voglia servire la Chiesa, non potrà mai tacere, in nessun caso».

 

Su questo voglio dire che non dubito della sincerità dei sentimenti del Prof. Grillo nel voler servire la Chiesa. Neanche contesto che, in linea di principio, uno dei compiti della teologia sia quello di criticare rappresentazioni parziali (quali non lo sono?), allo scopo di favorire una migliore comprensione e presentazione della verità rivelata. Obietto però sulle modalità con cui ciò è stato fatto.

 

Orazio insegna: est modus in rebus. E san Pietro rincara la dose quando, con parole che si riferiscono particolarmente bene al ministero dei teologi, dice: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1Pt 3,15-16).

 

Il Prof. Grillo è naturalmente libero di criticarmi, se ritiene che io – come privato autore – sbagli. Egli però deve cambiare lo stile delle sue critiche, deve renderle davvero costruttive, vorrei dire persino edificanti, se ciò è concesso. Inoltre, quando critica, deve sforzarsi di cogliere nel segno: ossia di criticare un vero errore, se c’è; non di creare un discorso che non è stato fatto, per poi scagliarsi a capofitto contro la sua stessa creatura, la cui paternità egli però attribuisce al suo accusato.

 

Una parola conclusiva sul motivo di questo mio intervento. In Italia si dice: “non c’è due, senza tre”. Siccome il Prof. Grillo mi ha già dedicato due post, probabilmente devo aspettarmene altri. Forse devo aspettarmi un post ogni volta che apro bocca o scrivo qualcosa. Voglio dire chiaramente che, sebbene possano dispiacere, questo genere di interventi non mi intimidisce.

 

Continuerò a riflettere e a parlare, o scrivere, sulla sacra liturgia secondo ciò che la mia intelligenza e coscienza mi fanno comprendere essere vero e degno di essere trasmesso agli altri. Continuerò ad obbedire al Santo Padre, come ho sempre fatto. E il Papa Francesco, come ho avuto modo di dire altrove, nel nominarmi Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, mi ha conferito mandato di continuare l’attuazione del Concilio, seguendo la strada aperta da Papa Benedetto XVI. Questo intendo fare, con l’aiuto di Dio, degli officiali e consultori della Congregazione e dei liturgisti che desiderano dare un contributo positivo.

 

Scrivendo questo testo, non ho inteso difendermi, anche se sono stato attaccato. Ho invece voluto difendere il diritto di avere una visione giusta e fedele al Magistero della Chiesa, nonostante sia diversa da quella di uno o più liturgisti.

 

Non voglio proteggere o «regolarizzare», come afferma il Prof. Grillo, «chi non vuole stare al gioco del Concilio Vaticano II». Voglio invece dire che non è affatto sicuro che ciò che il Professore chiama «Concilio Vaticano II» coincida davvero con ciò che il Concilio ha insegnato.

 

Tanti nella Chiesa si ritrovano nella visione liturgica che ho solo brevemente abbozzato nel mio articolo apparso su L’Osservatore Romano. Non è vero che sono pochi, come spesso si sente dire! È la libertà di espressione mia e di queste persone che ho ritenuto soprattutto di dover contribuire a garantire. Il dibattito è cosa buona.

 

Perché ci sia dibattito, bisogna avere la capacità di confrontarsi serenamente con idee diverse dalle proprie. Io sarò sempre aperto ad ascoltare e a ragionare pacatamente con tutti. Ma è necessario difendere la libertà di leggere il Concilio come un fenomeno nuovo e al tempo stesso pienamente inserito nella continuità dell’unico Soggetto Chiesa.

 

Bisogna garantire la libertà di pensare ed esprimersi in questo senso, sapendo ovviamente argomentare ciò che si dice (argomentare e attaccare non sono la stessa cosa). È oggi divenuto un dovere difendere questa libertà di pensiero e di parola da chi vuole negarla, affermando che l’unica lettura adeguata del Vaticano II è quella da lui proposta.

 

È per contribuire a garantire la possibilità di essere, di pensare e di parlare oggi, come uomini e donne della Chiesa del Vaticano II, che è la stessa Chiesa di sempre voluta dal Signore, che ho deciso di scrivere e che continuerò a farlo. Ringrazio chi vorrà leggere questa mia risposta e annuncio sin d’ora che non ve ne saranno altre, anche se dovessero continuare critiche scomposte nei miei riguardi. Sarà sufficiente questo testo e quanto continuerò a pubblicare in futuro, in spirito positivo e propositivo.

 

NOTE [1] Cf. http://www.cittadellaeditrice.com/munera/signor-cardinale-che-bisogno-ha-di-sfigurare-il-vaticano-ii-il-prefetto-sarah-e-la-pace-liturgica/

[2] Cf. http://www.cittadellaeditrice.com/munera/lanalfabetismo-conciliare-del-cardinal-sarah-quattro-domande-di-un-teologo-ad-un-prefetto/

 

Fonte: http://www.zenit.org/it/articles/53858

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4 luglio 2015 6 04 /07 /luglio /2015 04:00
DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

I nostri occhi sono rivolti al Signore

 

Ez 2,2-5; Sal 122 (123); 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

 

Il Sal 122, composto probabilmente negli anni dell’esilio, è una preghiera in cui il popolo d’Israele leva a Dio i suoi occhi. Egli è completamente nelle sue mani e attento al minimo cenno della sua volontà. La forza di questo breve salmo è tutta in questi occhi e in queste mani. Gli occhi sono gli occhi di un povero, di un servo, gli occhi di ciascuno di noi che ha bisogno di pietà. Le mani del padrone sono invece le mani di Dio, mani che creano, che cercano, che sollevano, che redimono.

 

La prima lettura ci parla di Ezechiele; essendo membro di una famiglia influente, fu deportato assieme ad altri numerosi compagni di sventura a Babilonia. Qui, nella solitudine dell’esilio sulle rive del fiume Chebàr, Dio gli si manifesta e lo manda a parlare al suo popolo che, nonostante l’elezione divina, è “una razza di ribelli”. Ezechiele è chiamato a denunciare il peccato di Israele come violazione dell’alleanza con Dio, che si radica nel “cuore indurito”. Da qui derivano la resistenza e il rifiuto da parte dei destinatari della sua missione. La difficile missione del profeta Ezechiele tra i suoi connazionali viene proposta come lo sfondo adatto per capire la disastrosa esperienza di Gesù nel proprio paese, di cui ci parla il brano evangelico. A Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù al sabato predica nella sinagoga suscitando un certo stupore e incontrando alla stesso tempo un ostile rifiuto. Di fronte a questa reazione, Gesù non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Gesù si predispone a percorrere la sorte dei profeti, che nella tradizione biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono inviati. L’esperienza di san Paolo non è stata molto diversa. Ce ne parla egli stesso nel brano della seconda lettura, in cui ci ricorda le difficoltà di ogni genere incontrate nella sua attività di evangelizzatore: oltraggi, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo. 

 

Volendo trarre da questi passaggi un insegnamento valido per tutti noi, possiamo rivolgere la nostra attenzione in modo particolare al racconto evangelico. Uno dei motivi della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non era stato e non sembrava essere che uno di loro. I concittadini di Gesù si erano costruita un’idea del Messia che non combaciava con quella offerta dal “falegname, il figlio di Maria”. Essi non volevano mettere in discussione i loro schemi mentali. Ecco perché passano rapidamente dallo stupore, allo scandalo e poi alla incredulità. Uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi di pensiero, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Il nostro orgoglio ci impedisce talvolta di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio salvifico che ci invita a cambiare di condotta. L’antifona al Magnificat dei Secondi vespri di questa domenica riprende un versetto del vangelo di san Giovanni (1,11) che parla del prezioso dono che viene offerto a coloro che accolgono il Signore: “Gesù venne tra la sua gente, e i suoi non l’accolsero. A chi l’accoglie, dà il potere di diventare figli di Dio”.

 

Dio vuole che la verità si imponga per sé stessa, non per i condizionamenti esterni. Egli inoltre si propone come un Dio imprevedibile, che si rivela mediante strumenti e nei momenti più impensati. La sua offerta di salvezza non è legata a formule fisse, e se schemi preferiti ci sono, sono quelli umanamente più fragili, perché si manifesti pienamente la sua potenza (cf. seconda lettura).

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30 giugno 2015 2 30 /06 /giugno /2015 04:00
USO E ABUSO DEI DITTICI NELLE CHIESE ANTICHE

di MATIAS AUGÉ

 

Il termine “dittico” deriva dalle parole greche δίς (= due volte) e πτύσσειν (= piegare), con le quali originariamente era indicato qualsiasi oggetto piegato appunto in due parti. Nella tarda antichità la parola assunse un significato più ristretto e indicò un oggetto usato per la scrittura, consistente di due valve uguali e chiudibili. Il primitivo uso dei dittici risale al VI sec. a. C. Furono utilizzati per esercizi di scrittura a scuola, per abbozzi, disegni e minute nonché per la corrispondenza. Erano usati anche per protocolli e per la redazione di liste nelle quali dovevano facilmente intervenire dei cambiamenti. Dal IV sec. d. C. in poi i dittici acquistarono una grande importanza nella vita politica e sociale. 

 

In conformità all’uso originario di dittici per le registrazioni documentate e per le liste di nomi, anche la Chiesa primitiva impiegava i dittici per gli atti ufficiali. Qui ci interessa l’uso che se ne faceva nella liturgia . I termini con cui sono nominati nell’Occidente latino sono vari: tabellae, codices, e soprattutto dyptica. Si trattava generalmente di copie di tavolette congiunte a cerniera, in legno o anche in avorio e altri materiali, talvolta riccamente decorate, sulle quali venivano scritti i nomi degli offerenti, ma in seguito anche dei fondatori delle Chiese, dei vescovi che si erano avvicendati nella sede vescovile, così come il nome di altri vescovi della provincia o altri con cui si era in comunione, in particolare del papa, e anche il nome dell’imperatore, dei notabili, dei benefattori, dei fedeli vivi o defunti nonché dei santi di cui si voleva ottenere l’intercessione. Questo elenco di persone ricordava lo stretto legame di comunione che univa i membri della Chiesa militante, sofferente e trionfante. I nomi erano letti nel corso della celebrazione liturgica, in particolare durante la Messa. Nei primi tempi, la lettura ad alta voce dei dittici era fatta non dal celebrante ma dal diacono o da qualche altro chierico. Il posto primitivo per la lettura dei dittici era probabilmente all’offertorio; in seguito saranno letti nel corso della preghiera eucaristica al momento delle intercessioni.

 

I dittici andarono acquisendo una crescente sacralità, fino ad essere considerati talvolta equivalenti alle reliquie. Essere incluso nei dittici ovvero cancellato da essi, fu equivalente a venire considerato in comunione con la Chiesa (e quindi degno di preghiere) oppure estromesso dalla medesima come eretico, scismatico o macchiato di qualche delitto: abbiamo testimonianze in merito di Cipriano, Giovanni Crisostomo, Agostino, e altri . 

 

Ecco quindi che avere il nomen in sacris dypticis scriptum era segno di comunione con le persone nominate e giudizio sulla loro ortodossia e santità. Perciò a volte i dittici si chiamavano liber vitae (con allusione a Fil 4,3; Ap 13,8; 21,27) o anche sacrus catalogus, sacrum album, sacrae tabulae, mysticae tabulae, ecc. Tra i secoli V e VI, Lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita può affermare: “Sacrarum porro tabularum quae post pacen adhibetur recitatio, depraedicat eos qui sancte vixerunt, atque ad probae vitae perfectionem constanter pervenerunt”. Quando si entrava in comunione con i vescovi di un’altra sede vescovile si realizzava l’atto del nomen in dyptica recipere. Al contrario, cancellare il nome nei dittici era un segno di condanna.

 

Durante le lotte cristologiche dei secoli V e VI, l’inclusione o l’esclusione dei nomi nei dittici diede occasione a non poche controversie e abusi. Tra il secolo VIII e il secolo IX, le Chiese sostituirono un po’ alla volta la lettura dei dittici con brevi commemorazioni, che furono inserite nei testi fissi delle preghiere eucaristiche.

 

Anche se nell’uso e nell’abuso dei dittici Occidente e Oriente si intrecciano, vorrei organizzare queste brevi riflessioni distinguendo le due aree geografiche nonché ecclesiali. Mi soffermo su alcuni casi più significativi, senza pretendere di essere esauriente.

 

I dittici in Occidente

L’uso di ricordare i nomi degli offerenti nonché quelli dei defunti nel corso della celebrazione eucaristica è molto antico. Nel secolo II/III abbiamo delle testimonianze più o meno chiare negli scritti di Tertulliano e di san Cipriano. Nel secolo IV/V abbiamo diverse testimonianze di sant’Agostino, dalle quale si ricava che “… mai si debbono trascurare le suppliche per le anime dei defunti. Cosa che la Chiesa, in una comune commemorazione, ha fatto da sempre per tutti coloro che sono morti nella comunione cristiana e cattolica, anche senza dirne i nomi…” Nel libro delle Confessioni, Agostino racconta la morte ad Ostia si sua madre Monica. E alla fine di questo commovente racconto, il santo afferma rivolgendosi in preghiera al Signore: “quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita” . Dei defunti quindi si fa memoria e si prega per loro. Non così dei martiri, che sono nominati ma non si prega per loro: “… E per questo si ha la disciplina ecclesiastica, che i fedeli conoscono, per cui i martiri sono nominati all’altare di Dio in un momento nel quale non si debba pregare in loro favore; si prega, invece, in suffragio degli altri defunti, dei quali si fa memoria…” Durante la celebrazione dei divini misteri, oltre ai nomi dei martiri, vengano menzionati anche quelli delle sacre vergini defunte. 

 

All’inizio del secolo V, Innocenzo I nella sua lettera a Decenzio, vescovo di Gubbio, ordina che i nomi degli offerenti siano letti non nell’offertorio ma nel corso della preghiera eucaristica o canone romano: “De nominibus vero recitandis, antequam precem sacerdos faciat atque eorum oblationes, quorum nomina recitanda sunt, sua oratione commendat, quam superfluum sit, et ipse per tuam prudentiam recognoscis, ut cuius hostiam, nec dum Deo offeras, eius ante nomen insinues, quamvis illi incognitum nihil sit. Prima ergo oblationes sunt commendandae ac tunc eorum nomina, quorum sunt edicenda, ut inter sacra mysteria nominentur, non inter alia, quae ante praemittimus, ut ipsis mysteriis viam futuri precibus aperiamus”. Non è facile dire con precisione come si faceva questa raccomandazione degli offerenti nella liturgia che celebrava papa Innocenzo, dato che non abbiamo nessun testo completo del canone romano anteriore a Gregorio Magno e ciò che ci ha trasmesso sant’Ambrogio nel De Sacramentis inizia al Quam oblationem. In ogni modo, secondo Paul Cagin, a cui fanno seguito Bernard Capelle, Robert Cabié e altri ancora, il testo della lettera dimostrerebbe che nel 416 circa i dittici erano letti nel corso di una sorta di Memento, come si trova in seguito nel canone postgregoriano, e non prima del canone come si faceva nella liturgia gallicana e proponeva il vescovo Decenzio . Ecco dunque che da parecchi anni i dittici erano già stati introdotti a Roma nel canone della messa. 

 

Naturalmente, la lettura dei nomi in pubblico poteva lusingare la vanità degli offerenti in modo particolare se altolocati, o anche prestarsi a giudizi malevoli. Ciò risulta da un’osservazione un po’ brusca di san Girolamo, il quale riferendosi probabilmente all’uso occidentale, afferma nel suo Commento al profeta Ezechiele, scritto nell’anno 411: “… ut de multis parva pauperibus tribuant, et in suis sceleribus glorientur. Publiceque diaconus in Ecclesiis recitet offerentium nomina: tantum offert illa, tantum ille pollicitus est, placentque sibi ad plausum populi, torquente eos conscientia”.

 

Nel sec. VI nominare il papa nella preghiera di intercessione del canone va assumendo sempre più il carattere di regola fissa nelle Chiese occidentali. Nel 500 riscontriamo tale uso a Milano e a Ravenna. Nel 519 ne riferiscono due vescovi dell’Epiro. Nel 529 questa usanza viene prescritta, su domanda di san Cesareo di Arles, dal Concilio di Vaison per il relativo territorio.

 

Nella complessa questione dei “Tre Capitoli”, alcune chiese occidentali cancellarono il nome di papa Pelagio I dai dittici. L’imperatore Giustiniano, sperando di ottenere il favore dei monofisiti, con un editto del 545 giudicò eretici tutti gli scritti di Teodoro di Mopsuestia (+ 428), alcuni di Teodoreto di Ciro (+ 458) nonché una lettera del teologo, scrittore e vescovo siro Iba di Edessa (+ 457). Questi scritti, raccolti appunto in “Tre Capitoli”, venivano considerati di tendenza nestoriana. Papa Vigilio (537-555) si oppose al provvedimento imperiale, però poi mutò opinione col protrarsi delle pressioni dell’imperatore. Il suo successore Pelagio I (556-561), che era stato sempre contrario alla condanna dei “Tre Capitoli”, cambiò improvvisamente atteggiamento quando Giustiniano gli fece capire che avrebbe appoggiato la sua candidatura al soglio pontificio. Pelagio fu costretto a condannare i Tre Capitoli e ad approvare il concilio di Costantinopoli.

 

In seguito, Pelagio I si trovò a dover contrastare e appianare l’opposizione dell’episcopato occidentale, ostile alle dottrine imposte dall’Oriente. I metropoliti di Aquilea e Milano disdissero la comunione ecclesiale con lui. Nella Toscana (Tuscia Annonaria) parecchi vescovi si rifiutarono di fare menzione del nome del nuovo papa nella celebrazione eucaristica. Il defensor romano inviato da papa Pelagio ne risentì, ma otto vescovi gli consegnarono una relazione in cui spiegavano la posizione assunta: non intendevano interrompere la comunione col vescovo di Roma, ma chiedevano garanzie in merito all’ortodossia di Pelagio. Il papa rispose con una lettera dal tono particolarmente benevolo indirizzata ai dilectissimis fratribus, ma in cui esigeva dai vescovi della Toscana che fosse fatto il suo nome nei dittici della messa: “quomodo vos ab universi orbis communione separatos esse non creditis, si mei inter sacra mysteria secundum consuetudinem nominis memoriam reticetis?”. Solo nel seguito della lettera, il papa, per evitare ogni sospetto sulla sua fede, formulava la professione di fede nei quattro concili ecumenici, tacendo del concilio di Costantinopoli del 553 . Lo scisma prodottosi nell’Italia settentrionale riuscì a ridimensionarlo solo il successore di Pelagio, Giovanni III (561-574).

 

Ancora nel secolo IX i dittici erano d’uso comune in Occidente. Il pontificato di papa Nicolò I (858-867) è stato un periodo di affermazione del primato papale sulle Chiese e sulle monarchie carolingie. Nel suo pontificato, Nicolò I ha agito con energia e fermezza. Nei suoi rapporti con i vescovi metropoliti, spesso in omaggio ai principi ha sacrificato la giustizia della causa . Non c’è da meravigliarsi che si sia procurato dei nemici. Il suo successore Adriano II (867-872) ha dovuto ingiungere ai vescovi radunati nel sinodo di Troyes del 867 di rimettere il nome del suo predecessore nei dittici .

 

I dittici in Oriente 

Sull’uso e abuso dei dittici in Oriente, in particolare a Costantinopoli, ricordo alcuni dei fatti più rilevanti seguendo anche qui un ordine cronologico. 

 

Sono note le vicende di san Giovanni Crisostomo, diventato vescovo di Costantinopoli nel 398. Lo zelo coraggioso, la moralità severa, l’avversione al lusso procurarono a Giovanni molti nemici, specie negli alti ranghi della società compreso l’alto clero. E ostile gli diventò anche la corte, ove l’imperatrice Eudossia, che aveva nelle mani le redini del governo, mal sopportava le poco velate allusioni del patriarca alla lussuria e alla depravazione, allusioni che diventavano sempre più aspre. Ma implacabile fu soprattutto Teofilo, il patriarca di Alessandria, che fu al centro di tutti gli intrighi contro il Crisostomo. Un Sinodo di trentasei vescovi convocato dall’imperatore Arcadio e presieduto da Teofilo, il cosiddetto “Sinodo della Quercia”, dal luogo presso Calcedonia dove si riunì alla fine di settembre del 403, depose Giovanni. Il suo nome fu cancellato dai dittici, malgrado l’energica protesta del papa Innocenzo I, e Arcadio lo condannò all’esilio in Armenia. Le energiche proteste del popolo, ottennero il suo richiamo; ma su pressione dell’imperatrice, Giovanni fu nuovamente esiliato nel Ponto fino alla sua morte nel 407. 

 

Nelle vicende del Crisostomo ebbe un ruolo importante anche Acacio di Berea, l’odierna Aleppo in Siria. All’inizio dell’episcopato di Giovanni Crisostomo, nel 398, Acacio giunse a Costantinopoli, dove si sentì trattato con meno rispetto di quello che sperava, se ne risentì grandemente e divenne un nemico accanito e irriducibile di Giovanni non perdendo occasione per attaccarlo. Presente nel Sinodo della Quercia, si mostrò fieramente avversario del Crisostomo. Non solo, ma in ogni sinodo convenuto per riabilitarlo, si dimostrò suo infaticabile denigratore. Sembra che la sua inimicizia restò tale anche dopo la morte del suo antagonista, al punto che nel 421 scrisse ad Attico di Costantinopoli lagnandosi del fatto che Teodoto di Antiochia aveva inserito il nome di Giovanni Crisostomo nei dittici. Attico succedette nel 406 al deposto Giovanni Crisostomo, dopo aver testimoniato contro di lui nel Sinodo della Quercia. La deposizione di Giovanni, disapprovata da Innocenzo I, provocò una forte tensione fra Roma e Costantinopoli durata fino a quando Attico ripristinò nei dittici il nome del deposto. Infatti, il Papa separò dalla sua comunione Teofilo e gli altri vescovi orientali e mise come condizione per la riconciliazione la riabilitazione di Giovanni, ossia la reposizione del suo nome nei dittici.

 

Qualche parola sul cosiddetto Latrocinium Ephesinum. Il cinque legati pontifici al Concilio di Calcedonia del 451, dichiararono espunti dai dittici i nomi di Dioscoro vescovo di Alessandria, Giovenale vescovo di Gerusalemme ed Eustazio vescovo di Beirut. Questi tre vescovi erano stati i promotori qualche anno prima del Latrocinium Ephesinum. Papa Leone Magno per fugare ogni dubbio del patriarca di Costantinopoli Anatolio, che presiedeva il Concilio, confermò in una lettera al patriarca il giudizio espresso dai suoi legati. 

 

Alla fine del V secolo, emersero con rinnovata asprezza le controversie cristologiche, mai spente in Oriente. Nel 482 l’imperatore Zenone, d’accordo col patriarca di Costantinopoli Acacio, promulgò l’Henotikon, la cui dottrina si rifaceva a Nicea e Costantinopoli ma trascurava Calcedonia. L’Henotikon non fu accettato da Roma. Lo scisma acaciano durò trentaquattro anni ed ebbe fine con l’ascesa al trono imperiale di Giustino I. 

 

L’imperatore Giustino I (518-527), nella cerimonia di incoronazione professò la sua ortodossia e contrariamente a quello che era stato l’atteggiamento dei suoi antecessori, perseguitò i monofisiti e riprese i rapporti con Roma, anche per influenza del nipote Giustiniano, da lui associato al trono poco prima di morire. A furore di popolo, furono iscritti nei dittici i nomi di Papa Leone Magno e di altri vescovi che erano stati perseguitati per la loro fedeltà all’ortodossia. Inoltre per la prima volta si iscrissero nei dittici non solo il nome delle persone, ma anche quelli dei Concili (i primi quattro ecumenici). Invece il nome di Acacio, patriarca di Costantinopoli (471-489), come quelli degli imperatori Zenone (474-491) e Anastasio (491-518), furono eliminati dai sacri dittici. Ecco quindi che, dopo un periodo di tensione con Roma, nel VI secolo si recitava il nome del papa nei dittici, e dal tempo di Giustiniano al primo posto.

 

Conclusione

Mario Righetti colloca i dittici nella serie dei “libri liturgici di lettura” . In ogni modo, se non si tratta di un libro liturgico vero e proprio, i dittici hanno avuto nella Chiesa antica un ruolo importante nel bene come nel male. La lettura dei nomi nel corso della celebrazione eucaristica è stata certamente segno di comunione ecclesiale. Anzi l’iscrizione nei dittici dei vescovi che si erano distinti in vita per la loro santità equivaleva ad una sorta di canonizzazione. Di qui proviene, secondo il Du Cange, il verbo canonizare (introdurre nel canone) . E quindi essere esclusi dai dittici è stato segno di una sorta di scomunica. Non sempre però l’inclusione o l’esclusione dal liber vitae è stata fatta secondo i criteri dettati dall’ortodossia. D’altra parte, come ci ricorda san Girolamo, la lettura dei nomi in pubblico poteva lusingare la vanità degli offerenti, in modo particolare se altolocati. Abbiamo visto che l’ambiguità con cui Pelagio I affrontò la complessa questione dei “Tre Capitoli”, fu strumentalizzata da alcuni vescovi del centro-nord della penisola italiana, ostili alle dottrine imposte dall’Oriente, creando una situazione di forte tensione con il vescovo di Roma cancellato dai dittici. 

 

Ho illustrato alcuni casi in cui i rancori personali hanno avuto un ruolo importante nell’esclusione dai dittici, come nelle vicende del grande vescovo e dottore della Chiesa san Giovanni Crisostomo, vicende in cui oltre ai rancori personali si sono mescolati anche inconfessabili interessi politici. Infatti, le tensioni tra le Chiese di Oriente e quelle di Occidente non sono state sempre provocate da divergenze dottrinali; la politica imperiale ha avuto non di rado la sua parte includendo o escludendo dalla lista dei vescovi nominati nei dittici quelli graditi o non graditi secondo i casi.

 

Relazione letta nel XLIII Incontro di studiosi dell'antichità cristiana (Institutum Patristicum Augustinianum - Roma - 7-8 maggio 2015). Le note non vengono riprodotte.

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28 giugno 2015 7 28 /06 /giugno /2015 04:00
SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI

Messa del giorno

 

Il Signore mi ha liberato da ogni paura

 

At 12,1-11; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

 

La Chiesa celebra e onora assieme nello stesso giorno i due santi apostoli Pietro e Paolo, che “Dio ha voluto unire in gioiosa fraternità” (prefazio della messa). Si tratta di due personaggi molto diversi, ma ambedue spinti dallo stesso amore per Cristo e la sua Chiesa. Secondo sant’Agostino, il loro martirio è segno di unità della Chiesa: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Discorso letto nell’Ufficio delle letture). Celebriamo il mistero della Chiesa, fondata sul sangue e sull’insegnamento degli apostoli (cf. l’orazione colletta).

 

Il brano degli Atti degli Apostoli riportato dalla prima lettura racconta che re Erode fece mettere in prigione Pietro per poi ucciderlo appena passata la Pasqua. Ma Dio lo liberò prodigiosamente in virtù della preghiera incessante della comunità di Gerusalemme. Nella seconda lettura Paolo, ormai al tramonto, fa il bilancio della sua vita e anche lui, nonostante le difficoltà trovate e le prove subite nell’adempimento della sua missione apostolica, dichiara che il Signore gli è stato vicino e, guardando al futuro, conclude: “il Signore mi libererà da ogni male…” Perciò nel salmo responsoriale proclamiamo: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura”. La lettura evangelica riporta la confessione di fede che Pietro fa a nome di tutti gli apostoli: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e la risposta di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” Il prefazio fa riferimento a questo passaggio quando dice che “Pietro per primo confessò la fede nel Cristo”, ma subito dopo aggiunge: “Paolo illuminò le profondità del mistero”. La fede di Pietro è illuminata dal mirabile magistero di Paolo. Pietro e Paolo sono le colonne della Tradizione cristiana. Pietro, la roccia sulla quale Cristo ha fondato la sua Chiesa; Paolo, “il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti” (prefazio).

 

Il prefazio e le orazioni della messa delineano il significato ecclesiologico dei due apostoli. Il prefazio afferma che i santi Pietro e Paolo “con diversi doni hanno edificato l’unica Chiesa”. E l’orazione dopo la comunione contempla questa unica Chiesa alla luce delle note che hanno caratterizzato l’ideale della primitiva Chiesa gerosolimitana: perseveranza nella frazione del pane, nella dottrina degli apostoli, per formare nel vincolo della carità un cuor solo e un’anima sola. Il testo fa riferimento a At 2,42 (e paralleli), che descrive la vita della comunità primitiva come comunione fraterna o koinonia, termine greco che definisce la comunione di fede con Dio o con Cristo e l’unione profonda tra i credenti che si esprime e si attua nella fede comune, nell’esperienza eucaristica e nella partecipazione spontanea dei beni. Questa comunione dei beni esprime tuttavia una realtà più profonda: la comunione dei cuori e delle anime.

 

La festa degli apostoli Pietro e Paolo ci ricorda che la Chiesa è un mistero di comunione. Possiamo quindi affermare che la missione primaria della Chiesa è quella di essere segno di comunione nel mondo. Il cristiano deve avere un cuore grande, sgombro di pregiudizi, un cuore pulito e trasparente, pronto all’incontro e al servizio. “La Chiesa è famiglia dei figli di Dio, nella quale siamo tutti fratelli […] essa si accresce nel mistico scambio di tutto ciò che ciascuno è e compie nella Chiesa” (CEI, Comunione e Comunità, n. 19).

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27 giugno 2015 6 27 /06 /giugno /2015 04:00
DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato

Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29 (30); 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

 

Il Sal 29 è una preghiera di ringraziamento di un uomo scampato dalla morte, che si esprime con sentimenti di traboccante gioia dopo che ha provato il sapore amaro del dolore e della morte. Infatti, anche se il testo sembra oscillare continuamente tra due estremi antitetici, l’accento finale è posto sulla vita, sulla gioia, sulla stabilità, come esprime bene il ritornello del salmo responsoriale: “Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato”. La tradizione patristica ha applicato il salmo a Cristo che dall’esperienza della morte è passato alla pienezza della vita pasquale. Anche noi, riscattati in Cristo dalla morte, vediamo il nostro pianto mutato in gioia e la nostra tristezza cambiata in canto di ringraziamento.

 

Nei racconti mitologici dell’antica Mesopotamia troviamo un personaggio, l’eroe nazionale Gilgamesh, il quale, sconvolto dall’esperienza della morte di un suo amico, va in cerca instancabile dell’immortalità. A questo scopo affronta pericoli, ostacoli, difficoltà di ogni genere. Ma tutto si rivela inutile. E alla fine Gilgamesh si sente dire da coloro che conoscono la sapienza: “Quando gli dei hanno creato l’uomo, hanno tenuto per sé l’immortalità, e a lui hanno dato come eredità la morte”. Diverso è il messaggio della nostra fede. Il libro della Sapienza, da cui è presa la prima lettura, afferma: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano”. In questo contesto, possiamo cogliere l’insegnamento del brano evangelico odierno, che riporta due dei miracoli compiuti da Gesù: la guarigione dell’emorroissa e la risurrezione della figlia dodicenne di Giàiro, uno dei capi della sinagoga. Con questi segni Gesù ci si manifesta come Signore della vita, come colui che vuole la vita e non la morte. Ai nostri occhi, secondo la nostra esperienza, la vita si presenta come provvisoria e la morte come definitiva. Ma davanti a Gesù i rapporti si capovolgono: la morte diventa provvisoria e alla vita viene promesso un futuro. Davanti a Gesù la morte diventa sonno; perde quindi il suo carattere di annientamento per assumere quello di trasformazione. Con il Cristo la morte ha cessato di essere una condanna senza appello, un evento senza speranza: la vita continua anche dopo, come dono di Dio. Nelle icone orientali della risurrezione, il Signore viene rappresentato con ai piedi le porte degli inferi spezzate mentre solleva con le mani Adamo ed Eva: solo lui può calpestare la morte con la morte.

 

Quando la Bibbia parla di vita e di morte dell’uomo, non si riferisce solo a fenomeni di natura biologica. Essa illustra un concetto anche spirituale e religioso di vita e di morte che ha una fase terrena e un’altra al di là. Il Nuovo Testamento ci insegna ad accogliere come via della vita anche quella che passa attraverso la morte e la morte di croce. Vi è sempre un di più in Dio che può creare vita perfino nella morte. Per accedere alla vita piena e definitiva il Signore chiede la fede: “Non temere, soltanto abbi fede!”, dice Gesù a Giàiro all’annuncio della morte della figlia. E all’emorroissa: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Le guarigioni e le risurrezioni operate da Gesù significano quindi che la salvezza è giunta al mondo. L’uomo muore nel momento in cui cessa di credere e di sperare.

 

Della fede parla anche san Paolo nella seconda lettura: i cristiani di Corinto che sono ricchi “in ogni cosa, nella fede, nella parola…”, sono invitati ad essere generosi e a condividere i loro beni con i cristiani bisognosi della Chiesa di Gerusalemme.

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25 giugno 2015 4 25 /06 /giugno /2015 04:00
I CERTOSINI IMPEGNATI NELLA REVISIONE DELLA LORO LITURGIA

“… La revisione dei nostri libri liturgici è stata iniziata poco dopo la conclusione del Concilio Vaticano II. Il lavoro è ancora in corso, a causa delle difficoltà di vari generi che si sono presentate. Si deve dire che, visto il piccolo numero di certosini, non è facile incontrare dei monaci che siano disponibili con un minimo di competenze in merito. Peraltro non si può nascondere che la sensibilità liturgica e il “sensus fidelium” sono cambiati durante gli ultimi decenni dentro la Chiesa e nell’ordine.

 

Grazie alla totale disponibilità del Cardinale Prefetto e del Sotto-Segretario Mons. Ferrer, una nuova tappa si è aperta e siamo fiduciosi di arrivare in tempi ragionevoli alla “recognitio” dei nostri libri liturgici, revisionati secondo lo spirito della Costituzione Sacrosanctum Concilium.

 

Nell’iter della revisione dei nostri libri, siamo consapevoli di dover ad un tempo salvaguardare il carisma certosino e l’unità della Chiesa. Perciò due principi fondamentali guidano il nostro lavoro:

*apparteniamo alla tradizione romana

*però abbiamo delle particolarità legate al nostro carisma…”

 

Fonte: Dom Jacques Dupont, “Situazione attuale della Liturgia Certosina”, in J.M. Ferrer Grenesche (ed.), Sacrosanctum Concilium. Gratitudine e impegno per un grande movimento di comunione ecclesiale, Libreria Editrice Vaticana 2015, p. 290.

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24 giugno 2015 3 24 /06 /giugno /2015 04:00

Il primo fascicolo di "Rivista Liturgica" del 2015 contiene una serie di articoli su “Liturgia e povertà evangelica”. Una Nota di Goffredo Boselli è dedicata a “Chiesa, povertà e liturgia. Antologia di testi patristici”. Offro in seguito il primo di questi testi.

 

Didascalia degli Apostoli 2,58 (III secolo)

 

[Vescovo] se mentre sei seduto qualcuno dovesse entrare, sia esso un uomo o una donna, un persona investita di un qualche onore del mondo o proveniente dallo stesso distretto oppure da un’altra comunità, tu, o vescovo, se stai parlando, ascoltando o leggendo la parola di Dio, non devi inchinarti davanti a lui. Non devi sospendere il ministero della Parola per trovare un posto per lui; resta dove sei, indisturbato, e non interrompere quello che stai dicendo; saranno i fratelli a prendersi cura di lui […] Se invece dovesse entrare un povero, sia esso uomo o donna, di quel luogo o di un’altra comunità, soprattutto se esso è anziano e non c’è posto per lui, allora tu, o vescovo, con tutto il tuo cuore dovrai provvedere che si trovi un posto per lui, anche qualora tu dovessi sederti per terra

 

Fonte: Didascalia et Constitutiones Apostolorum, a cura di F. X. Funk, Paderbotnae 1905 (rist. anast. Torino 1979), pp. 168-170.

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22 giugno 2015 1 22 /06 /giugno /2015 04:00
Guerra e pace (liturgica)

Guerra e pace (liturgica). Pius Parsch nel 1915 iniziò a capire tutto…

 

di Andrea Grillo

 

 

Durante questo anno 2015 siamo nel centenario della prima guerra mondiale. Tra le molte cose significative legate a quel grande evento vorrei far memoria di una singolare coincidenza. Proprio in seguito a quel conflitto bellico, il Movimento Liturgico, che aveva mosso i primi passi ai primi del secolo, trovò la forza e la determinazione per incidere a fondo sulla cultura ecclesiale europea e mondiale. Alla “guerra mondiale” corrispose l’inizio di una “riscoperta mondiale” della liturgia.

 

E’ stato Cipriano Vagaggini a ricordare l’importanza della “grande guerra” per comprendere gli inizi del Movimento Liturgico. Ma è stato soprattutto Pius Parsch a lasciarci una testimonianza indimenticabile di tutto ciò, quando raccontò a tutti come la sua vocazione alla riscoperta della liturgia fosse nata nelle trincee della prima guerra mondiale, dove si trovava come “ufficiale medico”, e dove era costretto, drammaticamente, a sparare, come cattolico austriaco, contro i cattolici italiani. Questa amarissima esperienza consentì a Parsch di riconsiderare la tradizione spirituale cristiana. Per questo, quando tornò dal fronte, si adoperò per una grande svolta: fondò la rivista “Bibbia e Liturgia” e iniziò una attività di ripensamento della liturgia, che prese forma nel suo capolavoro “Volksliurgie”, “Liturgia del popolo”.

 

Quale fu la grande intuizione che caratterizzò la profezia di Pius Parsch tra gli anni 20 e gli anni 50? Possiamo riconoscerla, molto facilmente, nel superamento di una “visione clericale della liturgia”: la liturgia non è per i preti, ma per i battezzati. Di qui, in modo essenziale, scaturì naturalmente la grande idea della “partecipazione attiva”, che grazie a Parsch è poi entrata nel DNA europeo, diffondendosi da Klosterneuburg per tutta la Chiesa universale fino al Concilio Vaticano II. La liturgia, riscoperta come “linguaggio comune a tutti i battezzati”, poteva solo allora tornare a dar forma a tutti i cristiani cattolici, insieme alla riscoperta della Parola biblica.

 

Per uscire dalla logica della “guerra”, per accedere ad una vera “pace”, la liturgia come azione di Cristo e della Chiesa, di Dio e del suo popolo, doveva tornare ad essere lingua popolare e azione accessibile a tutti. La Riforma scaturì, necessariamente, da questa acuta intuizione.

 

E’ evidente come questa storia, che risale a quasi un secolo fa, risulti anche oggi assai istruttiva per discernere la funzione della liturgia nel nostro contesto ecclesiale e culturale. Se oggi volessimo parlare di “pace liturgica” per restaurare le forme di separazione, di emarginazione e di discriminazione clericale contro cui Parsch iniziò a lottare 100 anni fa, cadremmo in un errore irrimediabile: la “pace liturgica” deve essere basata sulla più ampia condivisione della “partecipazione attiva”. Abbiamo sentito, negli ultimi decenni, autorità ecclesiali, Prefetti e Monsignori, deplorare che “i laici si avvicinassero agli altari”, che “i presbiteri scendessero dal presbiterio al segno della pace”, che le assemblee pretendessero di pensarsi come “celebranti”…

 

La liturgia non è fatta per un “corpo separato”, per una “casta gerarchica”, ma è linguaggio destinato a tutti i battezzati, che di essa hanno costitutivamente bisogno. Di questo ha bisogno non una esigenza democratica moderna, non una semplicistica istanza di “aggiornamento” ma il “corpo di Cristo” stesso, come verità della Chiesa.

 

La “mistica liturgica” cristiana non passa attraverso una “separazione”, una “divisione”, ma attraverso una comunione, una integrazione.

 

Il tentativo di “far pace” in liturgia semplicemente “permettendo a ciascuno di celebrare secondo il proprio attaccamento” è un modo contraddittorio e pericoloso di ricevere l’eredità del Movimento Liturgico. E’ una via semplicistica – e spesso ipocrita – con cui non ci si assume il compito di continuare nell’opera di riforma, anzi se ne ha paura, e ci si consola vagheggiando il sogno di una “riforma della riforma”. Non è questo ciò di cui ha bisogno la Chiesa. La Riforma liturgica chiede, oggi, un lavoro di “iniziazione e di formazione”, che dovrebbe essere guidata verso la realizzazione di “comunità celebranti”. Chi ha paura della assemblea celebrante si pone obiettivamente al di fuori della tradizione del Movimento Liturgico e del Concilio Vaticano II. Chi parla di “pace liturgica” in modo semplicistico, alza soltanto i pericoli di guerra, aumenta in modo irresponsabile le forme conflittuali e diminuisce drammaticamente la comunione ecclesiale.

 

Chi vorrà dilapidare in questo modo il lavoro profetico di Pius Parsch e di tutto il Movimento Liturgico, che ha preso forma nella Costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium” e poi nell’accurato processo di Riforma, di cui siamo solo all’inizio? Chi vorrà chiamare “pace liturgica” una “guerra alla Riforma”?

 

Fonte: Blog di Andrea Grillo Come se non (21.06.2015)

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20 giugno 2015 6 20 /06 /giugno /2015 04:00
DOMENICA XII DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre

Gb 38,1.8-11; Sal 106 (107); 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-41

 

Il salmo responsoriale d’oggi viene preso dalla seconda parte del lungo Sal 106, in cui dei marinai narrano la loro avventura durante una violenta tempesta e l’intervento di Dio che li ha liberati dalle loro angustie, un’esperienza indimenticabile ed eccezionale per un popolo come Israele che non aveva tradizioni marinare. Tutta l’assemblea si associa nel ringraziamento al Signore per lo scampato pericolo. La drammatica descrizione della tempesta ci ricorda il racconto della tempesta sul lago di cui parla il Vangelo oggi.

 

Il tema del mare unifica il contenuto della prima lettura e quello della lettura evangelica. Con le sue tempeste improvvise e la sua forza invincibile, il mare ha sempre colpito l’immaginazione degli antichi, che lo consideravano un simbolo delle potenze demoniache, perché incontrollabile. Nella Bibbia il mare e l’oscurità sono simbolo del caos iniziale, dominato e vinto dalla potenza creatrice di Dio (cf. Gn 1). Il mare è la sede di tutte le forze ostili a Dio, destinato a scomparire per sempre quando la creazione sarà totalmente rinnovata (cf. Ap 21,1). La vittoria sulle malefiche potenze del mare non è in potere dell’uomo; è solo di Dio, l’unico che riduce la tempesta al silenzio (cf. salmo responsoriale). Su questo scenario, il gesto di Gesù che calma la tempesta sul lago e salva i discepoli dal naufragio acquista tutto il suo significato. Notiamo che si tratta di un miracolo che Gesù non compie per la folla, che è assente; protagonisti del racconto sono Gesù e i discepoli. Si tratta quindi di un evento del quale i discepoli sono chiamati a cogliere il segreto. Quale segreto?

 

Possiamo affermare che il racconto di san Marco ha una doppia finalità: farci conoscere meglio la persona di Gesù e illustrare poi quale dev’essere il nostro rapporto con lui. Infatti, il passo evangelico descrive uno degli eventi più dimostrativi della vera identità di Cristo. E’ l’unico testo in cui si parla del sonno di Gesù, il quale essendo soggetto a questo bisogno umano appare come vero uomo. Al tempo stesso però Gesù agisce da assoluto e incontrastato padrone delle forze della natura e, in questo modo, si manifesta ai discepoli come vero Dio.

 

Quale dev’essere il nostro rapporto con Gesù, il Cristo, uomo e Dio? San Marco nei versetti anteriori dello stesso capitolo ha raccontato la parabola del seme gettato in terra. Ecco quindi che dopo la lezione del seme che germoglia e cresce, indipendentemente dal seminatore, che egli “dorma o vegli, di notte o di giorno”, Gesù si poteva attendere dai suoi discepoli un atteggiamento fiducioso, un atto di fede in colui che aveva preso l’iniziativa della traversata, anche se ora era sprofondato nel sonno. Gesù deve costatare invece che i suoi discepoli non hanno ancora una fede compiuta. D’altra parte, il sonno di Gesù, lo sgomento dei discepoli e la loro mancanza di fede fanno pensare agli avvenimenti raccontati alla fine del Vangelo secondo Marco (Mc 16,10-14). Coloro che erano stati con Gesù hanno rischiato di sprofondare, travolti dal dubbio, al momento della sepoltura del loro Maestro. Non hanno creduto coloro che annunciavano il suo risveglio da morte. Manifestandoci agli Undici, gli ha rimproverati, come in questo caso, per la loro incredulità e la loro inquietudine si è subito calmata. La fede ci insegna a non esaltarci nel successo e a non abbatterci nelle tempeste, ma a riconoscere sempre in ogni evento che il Signore è presente e ci accompagna nel cammino della storia. Come dice la colletta della Messa, il Signore non priva mai della sua guida coloro che ha stabilito sulla roccia del suo amore.

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17 giugno 2015 3 17 /06 /giugno /2015 04:00

di Andrea Grillo

 

Dopo l'infelice intervista del marzo scorso – che aveva suscitato più di qualche sconcerto e alla quale avevo già dedicato un post su questo blog (http://www.cittadellaeditrice.com/munera/signor-cardinale-che-bisogno-ha-di-sfigurare-il-vaticano-ii-il-prefetto-sarah-e-la-pace-liturgica/) - ecco che il Prefetto Sarah interviene nuovamente sul tema delicato del rapporto tra Vaticano II e liturgia. E, purtroppo, conferma una disarmante leggerezza di analisi e di giudizio, di fronte alla quale il teologo deve accuratamente portare alla luce tutte le lacune, esercitando la critica come richiesto dalla sua stessa funzione professionale, così preziosa per una Chiesa che voglia evitare di essere “autoreferenziale”. Qualche anno fa mi era capitato di sollevare cinque domande all'allora Maestro delle Cerimonie Pontificie, Guido Marini, che si era avventurato sul terreno scivoloso della "riforma della riforma', con argomenti troppo deboli e contraddittori. Oggi rinnovo le mie domande al Prefetto Sarah, per le sue affermazioni troppo frettolose e imprecise. Per favorire una riflessione ecclesiale sulla liturgia che non ripeta ingenuamente – e con il crisma della “autorità” - luoghi comuni tradizionalistici, tanto falsi quanto infondati. Ecco le mie quattro domande, che corrispondono a quattro “stecche” del testo comparso sull'Osservatore Romano il 12 giugno u.s.:

 

1) La paura della comunità celebrante

 

Mi chiedo, innanzitutto: può essere mai che un Prefetto della Congregazione per il culto divino abbia paura di una “comunità celebrante”? Ma non dovrebbe essere primario compito di un servitore della Chiesa come il Prefetto del culto di incentivare quanto più possibile comunità “finalmente celebranti”, capaci di celebrare, con il gusto del celebrare, animate e vivificate dalle loro celebrazioni?

 

Invece no: secondo il vezzo assunto negli ultimi due decenni, sembra che un Prefetto del culto, per essere tale, debba mettere in guardia, se stesso e gli altri, da comunità che celebrano. Ma ciò che più deve essere apertamente censurato, è che un Prefetto, che voglia cedere a questa tentazione, si permetta di indicare nel Concilio Vaticano II la sua “fonte”. E no, signor Cardinale, questo non le è permesso: anche se porta il vestito rosso, lei non può permettersi di interpretare Sacrasanctum Concilium mediante Redemptionis Sacramentum. Piuttosto, dovrebbe provare a fare il contrario: provare a giustificare le parole timorose che vorrebbero limitare la “celebrazione comunitaria” alla luce del grande testo conciliare. E vedrebbe subito il divario incolmabile tra la altezza del testo della Costituzione del 1963 e la meschinità del testo della Istruzione del 2004. Il passaggio incauto con cui lei affida a questo testo minore la “vera” ermeneutica del Concilio assomiglia molto al tentativo di coloro che pensavano di affidare al CCC la ermeneutica più autorevole del Concilio, nell'anno della fede. Sono questi i piccoli tentativi con cui i burocrati cercano di far diventare il mondo (e la Chiesa) una sorta di schedario da museo. Per favore, signor Prefetto, resista alla tentazione di omologarsi, fin dai suoi primi mesi di servizio, alla pedanteria sterile di questi burocrati, che hanno paura di veri “segni di pace” o si oppongono a “traduzioni finalmente sensate”.

 

2) Mediator Dei o Sacrosanctum Concilium?

 

Dal suo discorso, sembrerebbe che al centro vi sia un genuino interesse per il “testo conciliare”. Ma mi e le chiedo: è sicuro di avere in mano il libro giusto? Ha guardato la copertina? C'è davvero scritto “Sacrosanctum Concilium”, o, piuttosto, lei sta leggendo da “Mediator Dei”? Certo, molte cose sono simili. Ma proprio su un punto – quello decisivo – il testo nuovo apre una nuova via, mentre il testo vecchio resta in un orizzonte “chiuso”, irrimediabilmente. Non a caso, ancora quel documento che lei cita con tanta ingenuità, ossia “Redemptionis Sacramentum”, è apertamente un “rilancio” di Mediator Dei a scapito delle grandi intuizioni nuove di SC. Come può, un Prefetto di Congregazione, commettere una “svista” tanto grave? La “novità” di SC è proprio nel concetto di “partecipazione attiva” e nell'orientare la riscoperta della “liturgia” a questa idea decisiva, che Mediator Dei non ha ancora elaborato. Detto in altri termini: per SC i “riti e le preghiere” sono il linguaggio di tutta la Chiesa. Per questo auspica che, mediante una “riforma dei riti” si possa pervenire a “comunità celebranti”. Un Prefetto che tema queste comunità, inevitabilmente si rifugia nei limiti di Mediator Dei, e non riesce ad apprezzare il vero significato di SC. Come è possibile che questa “negazione di SC” venga proprio dal Prefetto della congregazione? E che essa raggiunga il suo apice quando – in modo tanto ingenuo quanto provocatorio - il Prefetto propone di “allegare” al Messale Romano post-conciliare i riti di penitenza e di offertorio secondo il VO: a quale livello di incomprensione e di inutile provocazione vuole dimostrare di essere arrivato il nostro Cardinale? Pensa di avere a che fare con un mondo di ignavi, pronti a filtrare ogni moscerino, ma ad ingoiare il loro bravo cammello, se a proporglielo è un Cardinale? Crede che le “comunità non celebranti” sarebbero meglio disposte a questo?

 

3) La pace liturgica come pretesto per dar fiato a chi fa la guerra

 

Trapela di nuovo, anche in questo ultimo testo del Prefetto Sarah, un finto ragionamento, tratto dal “cappello a cilindro” dei diplomatici. “Bisogna fare la pace, non la guerra”. Certo, siamo d'accordo. Ma che cosa si intende, qui, per “pace liturgica”? Si intende “anarchia” protetta dall'alto. Forse, sembra adombrare il Prefetto, se riesco a far capire che da “questa mia altezza” - che nella Chiesa non è il massimo, ma neppure il minimo – io comunque “proteggo”, si potrà ancora “fare la pace”. In realtà qui non si tratta di pace, ma di “protezione” di chi non vuole stare al gioco. Dall'alto, dopo il 2007, si è deciso che la “pace” corrispondesse a “regolarizzare” chi non vuol stare al gioco del Concilio Vaticano II. Questo forse può avere un senso nella Curia romana, dove si trova più di uno di questi “resistenti”. E forse, proprio nella curia, una tale “indulgenza” può essere fonte di pace. Ma di pace “da curia”, intendiamoci, ossia della massima indifferenza! Ma “altrove”, Signor Prefetto, lei che è uomo di esperienza internazionale, come fa a pensare che “consentire la impunità a chi non vuol stare al gioco” possa generare pace? Questa scelta, forse lungimirante nella Curia romana, è del tutto cieca se applicata alle Chiese nazionali e alla Chiesa universale. Genera solo anarchia, insieme al sopruso del cardinale, che gira in Mercedes, col suo bravo codazzo, con tanto di carabinieri col pennacchio e celebra, a richiesta, rigorosamente in Vetus Ordo. Non faceva così anche il “piccolo Ratzinger”, suo predecessore? E non faceva così anche l'ex grande Burke? E lei, proprio lei, vorrebbe forse che questi abusi valessero come modelli? Certo, capisco che queste forme liturgiche le diano ampia garanzia di non suscitare mai “comunità celebranti”, ma non le sembra un po' pochino, come risultato, per edificare la “pace liturgica”? Io penso che, venendo lei da un continente tanto segnato dalla guerra, dovrebbe usare la parola “pace” in contesti e con significati decisamente meno “da salotto”. A meno che non voglia ridurre anche la sua carica ad un elemento del salotto.

 

4) Perché citare Francesco a sproposito?

 

Ad un certo punto del suo testo, ho avuto un soprassalto. Lei cita papa Francesco. E ho dovuto rallegrarmi per il coraggio con cui lei si è avventurato tra i testi di Francesco, per trovare un punto di appoggio al suo discorso liturgico. Mi sembra che proprio papa Francesco abbia esortato i diversi vescovi e cardinali a non abusare delle sue parole e a “pensare parole proprie”. Lei ha citato Francesco quando mette in guardia dalla liturgia “ridotta a spettacolo”. Ma lei, con un passaggio quanto meno poco chiaro, sembra ritenere che Francesco volesse mettere sotto accusa il “protagonismo presbiterale” e la “spettacolarizzazione del culto” come se fosse il frutto di una errata interpretazione del Vaticano II. Io le chiedo, invece: non ha mai pensato che il “protagonismo presbiterale/episcopale” sia soltanto il frutto di una sopravvivenza, nella nuova Chiesa inaugurata dal Concilio, di una lettura della liturgia come semplice “azione del prete”? Non sarebbe facile riconoscere che, alla radice di questa distorsione, non sta affatto la pretesa di una comunità celebrante, quanto piuttosto una lettura non equilibrata dell'unico soggetto che agisce “in persona Christi”?

 

Non è la “comunità celebrante”, il problema, ma l'idea che sia “uno solo” a celebrare che altera irrimediabilmente le cose e distorce tutto.

 

Per questo, signor Cardinale, il suo articolo sull'Osservatore Romano del 12 giugno mi sembra una ulteriore grave caduta di stile, non per lei, ma per la carica del Prefetto della Congregazione del Culto divino. Un Prefetto che voglia davvero servire un'autentica attuazione del Vaticano II, non scriverebbe mai neppure una riga di quanto è apparso con la sua firma. Questo è un fatto grave. Su cui un teologo, che voglia servire la Chiesa, non potrà mai tacere, in nessun caso.

 

Fonte: Blog Come se non (16.06.2015)

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    Messa del giorno Il Signore mi ha liberato da ogni paura At 12,1-11; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19 La Chiesa celebra e onora assieme nello stesso giorno i due santi apostoli Pietro e Paolo, che “Dio ha voluto unire in gioiosa fraternità” (prefazio...
  • DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B )
    Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29 (30); 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43 Il Sal 29 è una preghiera di ringraziamento di un uomo scampato dalla morte, che si esprime con sentimenti di traboccante gioia dopo che ha...
  • I CERTOSINI IMPEGNATI NELLA REVISIONE DELLA LORO LITURGIA
    “… La revisione dei nostri libri liturgici è stata iniziata poco dopo la conclusione del Concilio Vaticano II. Il lavoro è ancora in corso, a causa delle difficoltà di vari generi che si sono presentate. Si deve dire che, visto il piccolo numero di certosini,...
  • Liturgia e povertà evangelica
    Il primo fascicolo di "Rivista Liturgica" del 2015 contiene una serie di articoli su “Liturgia e povertà evangelica”. Una Nota di Goffredo Boselli è dedicata a “Chiesa, povertà e liturgia. Antologia di testi patristici”. Offro in seguito il primo di questi...
  • Guerra e pace (liturgica)
    Guerra e pace (liturgica). Pius Parsch nel 1915 iniziò a capire tutto… di Andrea Grillo Durante questo anno 2015 siamo nel centenario della prima guerra mondiale. Tra le molte cose significative legate a quel grande evento vorrei far memoria di una singolare...
  • DOMENICA XII DEL TEMPO ORDINARIO ( B )
    Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre Gb 38,1.8-11; Sal 106 (107); 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-41 Il salmo responsoriale d’oggi viene preso dalla seconda parte del lungo Sal 106, in cui dei marinai narrano la loro avventura durante una violenta...
  • Quattro domande di un teologo ad un Prefetto
    di Andrea Grillo Dopo l'infelice intervista del marzo scorso – che aveva suscitato più di qualche sconcerto e alla quale avevo già dedicato un post su questo blog (http://www.cittadellaeditrice.com/munera/signor-cardinale-che-bisogno-ha-di-sfigurare-il-vaticano-ii-il-prefetto-sarah-e-la-pace-liturgica/)...

Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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