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26 marzo 2015 4 26 /03 /marzo /2015 05:00

Offro in anteprima il Sommario degli “studi”, “note” ed “orizzonti” del primo fascicolo di Rivista Liturgica di quest’anno 2015. Il tema centrale è "Liturgia e povertà avangelica".

 

STUDI

 

E. BIANCHI L’Eucaristia come condivisione

“Eucaristia come condivisione”: l’articolo sviluppa tale rapporto essenziale mediante tre itinerari. Dopo un’analisi sommaria dell’istanza della condivisione secondo l’Antico Testamento, si procede a una rilettura del gesto eloquente e performativo di Gesù, che costituì uno dei titoli più antichi del sacramento eucaristico: la frazione del pane. Infine, mediante una reinterpretazione di 1Cor 11,17-34, si mette in luce una verità troppo spesso rimossa: “discernere il corpo del Signore” significa discernere sia il suo corpo sacramentale nel pane e nel vino, sia il suo corpo ecclesiale nei corpi dei fratelli e delle sorelle, soprattutto gli ultimi, i più poveri. Si comprende dunque come non possa esservi separazione tra culto e vita: l’etica dell’amore fraterno, cioè della condivisione e del servizio reciproco (si veda il parallelo giovanneo della lavanda dei piedi rispetto all’istituzione eucaristica dei sinottici e dell’Apostolo Paolo), ha realmente un valore “sacramentale”.

 

E. GALAVOTTI Liturgia e povertà al Concilio Vaticano II

Con il radiomessaggio dell’11 settembre 1962 Giovanni XXIII inserì un punto cruciale per l’ordine del giorno del Vaticano II, presentando la Chiesa cattolica come una Chiesa senza confini ideologici, ma che soprattutto si metteva al servizio dei poveri. In seno al Vaticano II iniziarono così a prendere forma iniziative di vario genere per dare piena attuazione a questo invito del papa e il tema della povertà della Chiesa entrò a pieno titolo nei dibattimenti dei documenti conciliari, particolarmente nel De liturgia e nel De ecclesia. C’era chi intendeva anzi far ruotare tutto il corpus del Vaticano II attorno alla questione della povertà della Chiesa. Il Concilio ha recepito solo in parte questo invito di Giovanni XXIII, che attende ancora di essere pienamente valorizzato a livello liturgico e catechetico.

 

P. TOMATIS Liturgia e mondanità spirituale

Dopo aver chiarito il concetto di mondanità spirituale in Evangelii gaudium (1), lo studio si propone di evidenziare la possibile manifestazione liturgica di tale mondanità. Essa apparirà come una tentazione connaturale alla liturgia, là dove il necessario “apparire” delle forme sensibili è continuamente esposto al pericolo della “apparenza” (2). Da qui la ricerca di quei criteri, interni alla liturgia stessa, ritenuti capaci di scongiurarne la deriva mondana: tali criteri saranno individuati nei principi dell’ordinamento e dell’orientazione, dell’adattamento e della carità, della “nobile semplicità” (3), capaci di rendere la liturgia stessa un antidoto alla mondanità spirituale (4).

 

M. DI BENEDETTO Admirabile commercium. La celebrazione eucaristica tra reconnaissance e condivisione: per una configurazione liturgica dello scambio etico dei beni

La partecipazione attiva all’eucaristia mette in contatto con una serie di dati testuali e rituali che manifestano la natura simbolica del “meraviglioso scambio” realizzato dalla celebrazione. In un’epoca caratterizzata dalla pervasività dei dati economici e degli scambi commerciali, nonché da drammatiche disuguaglianze e precarietà sociali, il recupero filosofico di una fenomenologia del dono e del riconoscimento in ambito scientifico-liturgico può attivare alcuni percorsi di ermeneutica mistagogica dell’eucaristia che meglio favoriscono il processo di configurazione dello scambio cerimoniale dei doni quale fondamento liturgico di una rifigurazione secolare dello scambio etico dei beni.

 

G. ZANCHI Bellezza e povertà si incontreranno: splendore della verità e grazia dell’essenziale

La prima questione che viene in mente correlando il tema della bellezza con quello della povertà, nel contesto dell’ordine liturgico, riguarda l’opportunità di investire risorse economiche nella costruzione di una chiesa o nella qualità artistica degli oggetti che le sono necessari. Il tema naturalmente non è senza fondamento. Ma la necessaria presenza di una autentica povertà che sia a servizio di una vera bellezza, chiama in causa anche dinamiche più sottili che attengono agli atteggiamenti e ai modi, a quelle sottili differenze qualitative nelle quali prende corpo la forma giusta dell’azione liturgica. Bellezza e povertà sono gli ingredienti della verità del gesto rituale. La povertà è anzitutto atteggiamento di fondo del rito, senza il quale la bellezza che ne nasce non sa persuadere. Prende forma così quell’etica della misura divenuta il canone estetico della riforma liturgica sotto l’espressione di «nobile semplicità». Questo criterio riguarda l’intero dispositivo rituale per via della sua originaria e fondamentale natura «estetica». Ma proprio questo complica il tema del suo discernimento. La natura sfuggente di questi criteri, che chiamano in causa una sapienza pratica più che distinzioni logiche, rendono assai articolato un discernimento in merito. In ogni caso sembra essere tornato il kairos della domesticità. Non significa ideologia dello scioglimento. Significa possedere il senso di quella sobrietà che testimonia.

 

NOTE

 

G. BOSELLI Chiesa, povertà e liturgia. Antologia di testi patristici

Breve antologia di testi dei santi padri – dalla Didascalia degli apostoli a Bernardo di Clairvaux – che ha come tema la povertà e sobrietà nella vita del singolo cristiano come in quella della Chiesa intera. Gli autori ricordano, agli altri oltre che a se stessi, quale deve essere lo stile dell’uomo e della donna battezzati e tra di essi, in particolare, dei pastori. Il biasimo per l’ostentazione della ricchezza, l’eccesso di onori e lo sfarzo delle vesti non è sempre e immediatamente riferito alla liturgia, tuttavia non è difficile cogliere come lo spirito che muove i santi padri abbia delle ovvie implicanze anche nei confronti dei riti liturgici.

 

C.U. CORTONI Liturgia e povertà nella Chiesa medievale

Il rapporto tra povertà e liturgia nella Chiesa medievale è caratterizzato da un ritorno alla ecclesiae primitivae forma delle prime comunità cristiane, come abbozzate nel libro degli Atti, in un tempo compreso tra XI e XIII sec., durante il quale la rinascita del monachesimo è segnata dal recupero della vita apostolica, attraverso un richiamo al valore cristiano del lavoro manuale come primo segno di quella povertà che portò alla spoliazione degli spazi liturgici, e la comparsa degli Ordini mendicanti, che ispirandosi alla grande riforma in chiave pauperistica dei Cistercensi, adottarono una liturgia consona alla propria missione nelle città, di cui il breviario, rivisitato da Francesco di Assisi per tradurre in liturgia il mistero dell’imitatio Christi, rappresentò uno dei più efficaci strumenti. Il recupero del modello comunitario degli Apostoli nel processo di rinnovamento della vita monastica tra XI e XIII sec., e lo sviluppo successivo dei movimenti pauperistici del Basso Medioevo, rappresentano una risposta della Chiesa al duplice processo di trasformazione della società civile con la rinascita della città e con la ricezione della nuova ecclesiologia portata dalle riforme gregoriane.

 

E. GENRE Sempre con noi…

La relazione liturgia-poveri costituisce un dossier aperto sin dalla Chiesa primitiva. La riforma protestante del XVI secolo ha accolto questa sfida in un tempo in cui la chiesa aveva abdicato al suo mandato diaconale. L'A. pone all'attenzione dei lettori due diversi contesti in cui i riformatori si sono impegnati: la Zurigo di H. Zwingli e la Ginevra di G. Calvino. Mentre Zwingli ha assunto i concetti di semplicità e di povertà per riformulare la liturgia di Zurigo, affidando al Magistrato cristiano il compito di provvedere alla diaconia, Calvino ha cercato, al seguito di At 2,42, di risalire alle fonti bibliche per restituire alla chiesa cristiana il suo volto diaconale smarrito nel corso dei secoli. Per Calvino il culto cristiano non si esaurisce nella relazione parola-sacramento; esso ha bisogno anche di preghiera e di solidarietà (koinonia); la caritas non può essere affidata unilateralmente all'autorità civile: resta compito specifico della chiesa.

 

I. SCHINELLA La pietà popolare e la socialità del popolo di Dio

L’articolo parte dalla valorizzazione della pietà popolare in Evangelii gaudium, delinea l’identità “liturgica” delle manifestazioni della pietà popolare proprie della Chiesa quale comunità della memoria (EG 13), fa emergere il soggetto dei poveri, di cui fa parte la creazione, sprigiona la forza sociale e politica delle diverse forme popolari, individua la città alta e altra del Vangelo, frutto proprio dei protagonisti della pietà popolare, a cominciare dalle Confraternite. Conclude una riflessione sulla capacità della pietà popolare di generare una cultura amante della vita, bioetica, ecumenica, meticcia, globale e potamica.

 

ORIZZONTI

 

M. GONZÁLEZ LÓPEZ-CORPS Alcune fonti per lo studio dell’antica liturgia ispanica

La selezione è forzatamente incompleta; lo studio si concentra in alcune fonti che permettono di conoscere la celebrazione dei sacri misteri nell’area europea più occidentale, che a partire dal sec. V si è soliti chiamare «area gotica». L’obiettivo è di soffermarsi sulla presentazione delle fonti circa l’Eucaristia, essendo questo il sacramento che continua a essere celebrato secondo il modo occidentale antico nel Rito Ispano-mozarabico. Il contributo offre in cinque sezioni tematiche la bibliografia su ciascuna di esse. La celebrazione dell’Eucaristia in Rito Mozarabico davanti ai Padri del Concilio Vaticano II (15 ottobre 1963) suscitò l’interesse per la vecchia liturgia, che risuonava ancora sotto le volte di Toledo e di Salamanca. Una testimonianza viva dell’antica liturgia occidentale che meriterebbe il rispetto e la considerazione di tutta la Chiesa (cf. SC 4). Lo studio delle sue fonti sta dando luogo a una interessante rinascita di questa antica liturgia in terra di Spagna.

 

J.-M. FERRER GRENESCHE La celebrazione nel rito ispano-mozarabico

Lo studio offre un primo approccio all’ars celebrandi nella liturgia ispana. In primo luogo cerca di chiarire la cornice normativa di questo rito. Dopo si percorrono i Praenotanda del nuovo Messale, per considerare gli aspetti generali della celebrazione e, finalmente, si attua un percorso lungo l’Ordinario della Messa ispana, seguendo pian piano il Liber Offerencium. Da questo studio emergono due proposte: a) non conviene riempire arbitrariamente i vuoti normativi dei nuovi libri con ricerche storiche «personali»; b) piuttosto bisognerebbe essere fedeli a quanto scritto nelle nuove norme e dove possa esserci una vera e propria mancanza, riempire il vuoto con la norma immediatamente precedente alla riforma. Finalmente si propone una struttura di supporto dell’Ordo Missae ispano che può aiutare a capire il senso liturgico dei diversi elementi celebrativi all’interno di questa antica forma liturgica.

 

A. IVORRA La teologia eucaristica del rito mozarabico

Parlare di teologia eucaristica significa trattare non pochi aspetti. Lo studio si concentra su questioni più classiche, come la consacrazione dei doni e la teologia del memoriale. La teologia del memoriale, oltre ad essere un luogo comune dopo la riflessione di Odo Casel, permette di scoprire alcune intenzionalità proprie del rito mozarabico. Ne scaturisce una pagina preziosa per cogliere ulteriori aspetti circa la teologia eucaristica che in ordine al mozarabico può essere così sintetizzata: a) l’epiclesi sopra le oblate occupa un posto di preferenza nella riflessione teologica, nell’espressione rituale ed eucologica; b) la teologia del memoriale, più primitiva nel rito visigotico mira all’adempimento del mandato di Cristo nell’Ultima Cena; c) questo desiderio di adempiere il mandato di Cristo dà motivo di esistere alla narratio institutionis. – A questi tre aspetti, si deve aggiungere che non esiste nell’ordo missae nessun gesto epicletico sopra i doni. L’unico segno di croce nell’embolismo susseguente al Post Pridie è la sola espressione rituale dell’epiclesi. Non si osserva neppure alcun gesto speciale nella narratio institutionis: solo si ascolta l’amen dopo le parole sul pane e sul vino, come nelle liturgie orientali. Queste assenze cerimoniali mostrano l’importanza che la liturgia ispanica dà all’epiclesi che segue al racconto dell’istituzione.

 

A. IVORRA ROBLA Il Lezionario ispano-mozarabico

La parola di Dio nella celebrazione liturgica, soprattutto in quella eucaristica, si presenta come un dialogo di Dio con il suo popolo e testimonia i mirabilia da lui compiuti nel corso della storia. Questo dialogo si realizza nella Liturgia della Parola secondo lo schema dei Praenotanda del messale: Prophetia, Apostolus ed Evangelium. Durante la Quaresima le letture sono quattro: quella dei profeti è sostituita da una tratta dai libri sapienziali e una dai libri storici dell’A.T. Durante il Tempo pasquale, la lettura profetica può essere sostituita da pericopi dell’Apocalisse. La seconda lettura viene presa dagli Atti degli apostoli. La risposta dell’assemblea viene effettuata tramite il Psallendum o i Threni. A questi due elementi si uniscono le Benedictiones nelle festività dei martiri, e il canto delle Laudes dopo il Vangelo.

 

F.M. AROCENA Le collette salmiche dell’Ufficio ispanico

Lo studio introduce nelle orationes super psalmos, conosciute come «collette salmiche» del rito ispanico, con la specifica attenzione rivolta alla specificità di questo genere eucologico in ambito mozarabico, e al suo contributo alla spiritualità liturgica. I testi suscitano un’attesa speciale dopo che la Institutio Generalis de Liturgia Horarum promise un Supplementum ai quattro volumi tipici dell’Ufficio divino, che avrebbe contenuto le collette per ciascuno dei salmi. Sfortunatamente questo quinto volume dopo quasi mezzo secolo non ha ancora visto la luce. Se l’edizione del nuovo Lezionario biennale patristico dell’Ufficio divino sarà di prossima uscita, forse la Congregazione del Culto divino potrà offrire alla Chiesa questo Supplemento già annunciato dalla Institutio, In ogni caso, le collette salmiche sono destinate a occupare un posto significativo nella celebrazione della Liturgia delle Ore.

 

RECENSIONI E SEGNALAZIONI

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24 marzo 2015 2 24 /03 /marzo /2015 15:00
ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà

Is 7,10-14; 8,10c; Sal 39 (40); Eb 10,4-10; Lc 1,26-38

 

La Chiesa, ha stabilito la celebrazione della nascita di Gesù al 25 dicembre, e festeggia, nove mesi prima, il suo divino concepimento nel seno della Vergine Maria. La celebrazione, che cade generalmente nel Tempo quaresimale, potrebbe creare qualche difficoltà psicologica. Bisogna ricordare però che nell’ottica dei Padri della Chiesa l’incarnazione del Figlio di Dio dice rapporto indissolubile con la redenzione e quindi col mistero pasquale. E’ in questo senso che dovrebbe essere celebrata questa solennità del Signore, come sottolineano alcuni testi della messa odierna: la colletta che parla di Cristo “Redentore”, la preghiera dopo la comunione che ricorda “la potenza della sua risurrezione”, e specialmente la seconda lettura tratta dalla lettera agli Ebrei con pieno riferimento all’oblazione sacrificale di Cristo: per libera decisione Dio ha scelto la strada dell’incarnazione e Gesù ha aderito al progetto del Padre offrendo la sua vita al compimento di questa missione.

 

E’ in questa cornice pasquale che possiamo capire pienamente il fiat di Maria, di cui ci parla il racconto evangelico. Al fiat salvifico del Verbo Incarnato che entrando nel mondo disse: “Ecco, io vengo per compiere, o Dio, la tua volontà” (seconda lettura e canto d’ingresso), corrisponde ora il fiat generoso di Maria con cui la Vergine dà il suo concorso al piano della nostra redenzione. Maria ha appena ascoltato un annuncio colmo di gioia per tutto il suo popolo. Dio vuole dare inizio ai tempi messianici e, per le scelte divine, il suo sì è fondamentale. Come Giuditta sentì un giorno il dovere di salvare il suo popolo, così ora Maria, la Figlia di Sion, capisce che l’annuncio che le è stato rivolto dall’angelo investe il destino di Israele, suo popolo, e con grande gioia si rende disponibile a collaborare al progetto salvifico di Dio. Colei che l’Onnipotente ha fatto “piena di grazia”, risponde con l’offerta di tutto il proprio essere: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Così Maria, per opera dello Spirito Santo, diventa Madre di colui che “doveva compiere le promesse di Israele e rivelarsi al mondo come il Salvatore atteso delle genti” (prefazio).

 

La maternità di Maria è divina perché il termine di tale maternità è Gesù, vero Dio, per cui il concilio di Efeso (431) riconobbe la legittimità del titolo “Theotokos” – “Madre di Dio”. La maternità di Maria è verginale; in essa si avverano le parole profetiche di Isaia che propone la prima lettura della messa d’oggi: “la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, cioè Dio-con-noi”. La maternità di Maria è messianica perché in essa si compiono le profezie sulla stirpe del Messia (cf. 2Sam 7,8-16), “figlio di Davide” (Mc 10,44.48). La maternità di Maria è salvifica perché è intrinsecamente ordinata alla salvezza del genere umano.

 

Ogni volta che celebriamo l’eucaristia, per opera dello Spirito Santo invocato sul pane e sul vino, ma anche sui nostri corpi mortali, si rinnova il mistero della presenza reale di Dio in noi. Possiamo ben dire quindi che ogni celebrazione eucaristica ripropone in qualche modo il mistero dell’incarnazione di Dio non in una singola persona, ma nella comunità dei credenti riunita attorno al Risorto. Nella colletta della messa chiediamo a Dio la condivisione alla “vita immortale” del Verbo di Dio fatto uomo. E’ lo scambio misterioso reso possibile dal mistero dell’Incarnazione. Questa comunione umano – divina ha inizio nel battesimo, si nutre nella comunione eucaristica e culminerà un giorno nella visione beatifica.

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23 marzo 2015 1 23 /03 /marzo /2015 09:00

Ogni arte è in un certo modo “religiosa”, ma non ogni arte è “sacra”?

 

Prof. Rodolfo Papa

 

Di fatto ogni forma d’arte può essere intesa nel suo senso profondo come una risposta “religiosa” alle domande fondamentali della vita. Ma il religioso non è certamente il sacro, né tantomeno il sacro cristiano. Senza dubbio, una poesia di Giacomo Leopardi o di Georg Trakl come un romanzo di Robert Musil o di Franz Kafka possiedono un contenuto religioso, esprimono la ricerca di una risposta ai quesiti umanissimi ed ineludibili del vivere. Non solo la poesia e la letteratura, ma ogni forma artistica ha in sé la possibilità di esprimere un sentimento religioso. Nella scultura, nella pittura, come anche nell’architettura, o ancora nella danza, nel teatro, nella fotografia, fino ad ogni nuova disciplina artistica inventata negli ultimi decenni, in tutte può essere espresso in qualche modo l’humanum, ciò che intimamente riguarda l’essere umano, e così anche nelle opere di arte astratta. Anzi possiamo dire che tutte le arti siano riconducibili ad una tensione che può senz’altro essere definita “religiosa”.

 

Nell’espressione artistica contemporanea, prevale l’espressione dell’elemento soggettivo ed individualistico. La religiosità dell’opera artistica è intimamente connessa alla espressione della soggettività, dell’“io”. In particolare, la dimensione prevalente della pittura astratta è l’espressione soggettiva del sentimento, dei moti dell’anima, del tonfo assordante nel buio del cuore o della brezza leggera della serenità, della gioia squillante di un cuore che saltella o del delirio della follia. È proprio questa condizione di espressione soggettiva dei sentimenti ad inserire di diritto la pittura astratta tra le possibili variazioni del religioso artistico, ma proprio questa condizione di fatto la palesa anche come incapace di esprimere il sacro cristiano. L’arte sacra cristiana, infatti, esiste per proclamare le verità del Vangelo, per lodare il Signore, per servire la sacra liturgia. Queste finalità non possono essere veicolate dalle forme astratte, ma richiedono – come tutta la lunga tradizione dell’arte cristiana mostra – un’arte bella, universale, figurativa e narrativa. Infatti, nelle arti non può esserci contraddizione o dissonanza tra le forme espressive e il contenuto espresso.

 
 

E' il nuovo Blog del Maestro AURELIO PORFIRI

 Arte "religiosa" e arte "sacra"

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21 marzo 2015 6 21 /03 /marzo /2015 05:00
DOMENICA V DI QUARESIMA ( B )

Crea in me, o Dio, un cuore puro

Ger 31,31-34; Sal 50 (51); Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

 

Il salmo responsoriale è formato da alcuni versetti del Sal 50 o Miserere, salmo che viene recitato tutti i venerdì dell’anno nella preghiera delle Lodi mattutine. Si tratta di un testo per metà tenebroso (quando dipinge l’oscurità del peccato) e per l’altra metà luminoso (quando esalta la luce della grazia). Se il senso della colpa è vivissimo, più intensa è, però, l’esperienza del perdono, la certezza di avere un cuore ricreato puro, dono della misericordia di Dio. Si può affermare che il nostro salmo più che un canto penitenziale, sia la celebrazione della risurrezione alla vita nello spirito così come è descritta dalla parabola del figlio prodigo (cf. Lc 15).

 

Vicini ormai alla celebrazione della Pasqua, la tematica di questa domenica quaresimale ci propone il mistero di Cristo che, morendo sulla croce, diventa principio di salvezza per tutti. E’ Gesù stesso a rivelare il senso salvifico della sua morte (cf. vangelo). Alcuni greci venuti a Gerusalemme per la festa della Pasqua, esprimono il desiderio di vedere Gesù. Si tratta di uomini che, pur non appartenendo al popolo d’Israele, sono timorati di Dio e cercatori sinceri della verità. Il loro desiderio non è una semplice curiosità, non si esaurisce in un semplice vedere, ma è un desiderio di conoscere e di credere. Questi greci vengono presentati dall’evangelista come personaggi emblematici, che rappresentano in qualche modo tutti coloro che cercano Gesù. Così viene interpretato dallo stesso Gesù che, vedendo in questi greci il primo frutto della sua passione, si dilunga in un discorso sulla sua imminente morte concluso con queste parole: “Io quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. E l’evangelista aggiunge: “Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire”.

 

Per mezzo di Gesù, l’uomo che si era allontanato da Dio ritorna a lui. All’antica alleanza ristretta al popolo d’Israele, succede la nuova e definitiva alleanza aperta a tutti i popoli. Questa “alleanza nuova” è annunciata nel secolo VI a.C. dal profeta Geremia in una pagina che è uno dei vertici dell’Antico Testamento, proposta oggi come prima lettura. E’ la sola ed unica volta che una tale espressione ricorre nelle pagine dell’Antico Testamento. Tre sono i tratti caratteristici di questa nuova alleanza: l’interiorità (“porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore”); poi la spontaneità della relazione con Dio (“tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”). Infine il perdono del peccato che ha reso precaria l’antica alleanza (“perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”). La nuova alleanza è scritta nel cuore. La morte di Gesù in croce ci insegna che Dio scrive la sua legge nel cuore dell’uomo amandolo fino all’estremo. L’amore infatti si impone non con la minaccia della punizione ma con la dolcezza del desiderio.

 

Il breve brano della lettera agli Ebrei, proposto come seconda lettura, illustra la stessa dottrina riscontrata nelle altre letture bibliche. Il dono della nuova alleanza è fatto persona in Gesù. Nella solidarietà e fedeltà, vissute nella forma estrema in un contesto di sofferenza mortale, Cristo diventa “causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”. In altre parole, nel dono totale di sé al Padre Gesù sancisce la nuova ed eterna alleanza, diventa quindi il perfetto mediatore tra Dio e gli uomini. La croce ci insegna che l’efficacia della nostra vita è direttamente proporzionale alla capacità di dimenticare noi stessi. Nel mistero pasquale di morte e risurrezione si manifesta l’amore i Dio e si stabilisce l’alleanza nuova, che l’eucaristia continuamente ripresenta e realizza per noi.

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20 marzo 2015 5 20 /03 /marzo /2015 05:00

3a GIORNATA DI STUDIO: “IL TEMPIO CRISTIANO ASPETTI TEOLOGICI – STILI ARTISTICI

 

Fin dalle prime elaborazioni architettoniche degli edifici di culto cristiani si ebbe cura di ordinare gli elementi essenziali - spazio esterno, porta, navata, presbiterio, altare, trono episcopale, abside, catino - sulla traiettoria simbolica del cammino del popolo di Dio pellegrino nella storia umana verso la salvezza. Di tali elementi si intuisce un significato religioso che li trascende: quello della “dimora di Dio con gli uomini”, cioè la Gerusalemme celeste, il Paradiso meta del cammino. I significati simbolici dei segni architettonici e delle opere d’arte sacra devono essere spiegati, secondo il detto “saxa ipsa loquuntur” - le stesse pietre parlano - con riferimenti biblico-teologici per essere gustati appieno. Ciò forma oggetto della 3a Giornata di studio sul tempio cristiano, alla quale sono invitati sia gli estimatori dell’arte, sia, specialmente, le guide turistiche.

 

Chiesa Santa Caterina da Siena

Via Giulia 151/b ROMA

Lunedì 23 marzo 2015

 

ORE 9,30 Introduzione e saluto

Mons. Antonio Interguglielmi

Direttore Ufficio Aggregazioni laicali e

Confraternite della Diocesi di Roma

 

Lo spazio sacro a Roma

al tempo di Costantino

Dott.ssa Raffaella Giuliani

 

Il Tempio come messaggio

Dott.ssa Anna Di Benedetto

 

Lettura architettonico – teologica

del Tempio

Arch. Cinzia Batani

 

Lettura artistico – teologica

delle immagini sacre

 

- L'immagine nel luogo possibile

della teofania

Prof.ssa Grazia Maria Fachechi

 

- Simbolismo del colore nell'arte sacra

Prof.ssa Roberta Filippi

 

ORE 13,00 Chiusura dei lavori

Buffet nella Sala Capitolare

dell’Arciconfraternita

La partecipazione è libera e gratuita

 

http://www.vicariatusurbis.org/UfficioConfraternite/wp-content/uploads/2015/03/3a-Giornata-di-Studio.pdf

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18 marzo 2015 3 18 /03 /marzo /2015 05:00
SAN GIUSEPPE, SPOSO DELLA BEATA VERGINE MARIA

Tu sei fedele, Signore, alle tue promesse

2Sam 7,4-5a.12-14a.16; Sal 88 (89); Rm 4,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24a

 

Nella seconda lettura san Paolo ci presenta la figura di Abramo, uomo di grande fede, che gli fu accreditata come giustizia. Abramo non è diventato “padre di molti popoli” per la sua capacità generativa ma “in virtù della giustizia che viene dalla fede”. Sulla scia di Abramo, nel brano evangelico san Matteo ci presenta san Giuseppe che è chiamato anch’egli ad una scelta impegnativa di fede: dinanzi alla maternità misteriosa di Maria, Giuseppe “che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto”. Ci domandiamo in che senso Giuseppe è definito “giusto”.

 

Secondo un’antica interpretazione, Giuseppe è giusto perché, da una parte, osserva la legge (che obbligava il marito a sciogliere il matrimonio in caso di adulterio) e, dall’altra, mitiga con un gesto di magnanimità il rigore della legge stessa, non espone cioè Maria sua sposa al pubblico scredito. Secondo un’altra antica interpretazione, che risalerebbe a san Girolamo, Giuseppe è giusto perché, conoscendo la l’onestà di Maria e stupito di quanto si era in lei manifestato, nasconde col suo silenzio ciò di cui ignorava il mistero. Se però guardiamo ora cosa intende san Matteo per giustizia, allora possiamo affermare che Giuseppe è giusto perché, avendo costatato una presenza misteriosa di Dio, un fenomeno soprannaturale, si ritira di fronte ad esso senza particolari pretese, accetta cioè il piano di Dio anche là dove esso sconcerta il proprio: se Dio è intervenuto, se Dio sta operando in Maria, che diritto ha lui di interferire? Secondo quest’ultima interpretazione, cara ai commentatori moderni, l’annuncio dell’angelo a Giuseppe non avrebbe come oggetto la concezione verginale di Maria, che Giuseppe già conosceva e rispettava; l’oggetto dell’annuncio sarebbe invece di fargli conoscere il compito che lo attendeva, cioè quello di imporre il nome al bambino e assumerne la paternità legale. Giuseppe conosce ora la missione a cui Dio lo chiama e poiché è “giusto”, compirà la volontà di Dio. Ora però conosce anche la missione del Figlio di Maria e perciò sa che Gesù è il Salvatore promesso a Israele suo popolo. Perciò quello che Giuseppe deciderà di fare liberamente non lo riguarderà soltanto come sposo di Maria, ma lo riguarderà anche come membro di un popolo.

 

Uno dei temi fondamentali della liturgia odierna, in connessione intima con quanto abbiamo già detto, è la parte attribuita dal disegno eterno di Dio a Giuseppe nella discendenza del Messia. Risalta così una delle prerogative caratteristiche di Giuseppe nella storia della salvezza. La discendenza davidica del Salvatore rispondeva a una linea profetica (cf. prima lettura) che aveva attraversato per una decina di secoli, tutta la storia di Israele. L’angelo chiama Giuseppe “figlio di Davide”. La missione di Giuseppe è quindi quella di inserire Gesù nella linea davidica, non però rigidamente secondo la linea del sangue. E’ lui quale discendente di Davide, il detentore delle promesse; è lui che rende Gesù portatore di esse a beneficio di tutto il popolo. Giuseppe diventa quindi il segno della fedeltà di Dio alle sue promesse (cf. salmo responsoriale).

 

La figura di Giuseppe nei vangeli appare solo ed esclusivamente in funzione di Gesù e di Maria. Non ha altro ruolo. Tutto il resto che riguarda la sua vita, la sua persona e la sua attività viene passato sotto silenzio. La festa del santo Patriarca ci invita a sentirci custodi della salvezza portata da Cristo, nella fede e nella speranza con la stessa disponibilità che accompagnò il giusto Giuseppe nel suo ruolo di custode di Cristo e sposo di Maria.

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16 marzo 2015 1 16 /03 /marzo /2015 05:02

7 celebrazioni rimangono nello stesso giorno del mese nei due Messali: s. Casimiro; s. Giovanni di Dio; s. Francesca Romana; s. Patrizio; s. Cirillo di Gerusalemme; s. Giuseppe Sposo di Maria; Annunciazione del Signore (nel MR 1962 ha come titolo “Annunciazione di Maria”; il MR 2002 riprende il titolo più antico di questa celebrazione considerata solennità del Signore).

 

1 celebrazione rimane nello stesso mese, ma in un giorno diverso nei due Messali: ss. Perpetua e Felicita nel MR 2002 sono celebrate nel giorno del loro martirio, il 7 marzo.

 

6 celebrazioni che il MR 1962 propone nel mese di marzo, le troviamo in altri mesi nel MR 2002: s. Tommaso d’Aquino (28 gennaio; ne abbiamo parlato a gennaio); s. Gregorio Magno (trasferito al 3 settembre, giorno dell’ordinazione episcopale del santo, per evitare di celebrarlo in quaresima); s. Benedetto (assegnato al 11 luglio, data della pretesa traslazione delle reliquie nel secolo VII da Montecassino a Fleury, e così evitare di celebrarlo in quaresima); s. Gabriele Arcangelo (29 settembre, celebrato insieme agli altri due Arcangeli Michele e Raffaele); s. Giovanni Damasceno (per evitare di celebrarlo in quaresima, è stato trasferito al 4 dicembre, giorno in cui avvenne probabilmente la deposizione del corpo del santo nella laura di San Saba); s. Giovanni da Capestrano (23 ottobre, data del “dies natalis” del santo).

 

1 celebrazione nuova ed esclusiva del MR 2002 è a marzo: il grande apostolo dell’America Latina s. Turibio de Mogrovejo, sebbene sia stato canonizzato nel 1726, non è celebrato nel MR 1962.

 

3 celebrazioni che il MR 1962 assegna a marzo sono scomparse dal MR 2002. In questo modo, la presenza massiccia del Santorale che caratterizza il MR 1962 è allentata. Le celebrazioni soppresse possono trovare sempre posto nei Calendari particolari.

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14 marzo 2015 6 14 /03 /marzo /2015 05:00
DOMENICA IV DI QUARESIMA ( B )

Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia

2Cr 36,14-16.19-23; Sal 136 (137); Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

 

Nei testi biblici di questa domenica si contrappongono il peccato dell’uomo e l’amore di Dio. Il Sal 136 è una meravigliosa e drammatica preghiera di lamentazione innalzata dagli ebrei esuli lungo i canali di Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme alla fine del VI secolo a.C. Questo testo esprime il dramma di tutto un popolo sradicato dalla sua terra e strappato ai suoi affetti più cari. La disperazione dell’esilio è controbilanciata dalla speranza del ritorno a Gerusalemme. Così come Babilonia è la personificazione della potenza del male, Gerusalemme rappresenta la patria definitiva in cui ogni lacrima sarà asciugata. Quella che fu esperienza d’Israele diventa drammaticamente esperienza di ciascuno di noi. Ma Cristo non ci ha abbandonato in balia del nostro peccato; con la sua vittoria sulla morte ha dato a tutti noi la possibilità di ritrovare il paradiso perduto. Il ricordo di questo evento è la nostra gioia.

 

La Pasqua ormai vicina (cf. colletta), la Chiesa ci invita alla gioia (cf. antifona d’ingresso). Infatti, il Figlio dell’uomo è stato innalzato in croce, dice il brano evangelico, affinché chiunque crede in lui, abbia la vita eterna. Per far capire che cosa vuol dire credere nel Figlio dell’uomo, l’odierno brano del vangelo di Giovanni rimanda alla storia del popolo d’Israele che nel cammino del deserto si era ribellato contro Mosè e contro lo stesso Dio, per cui molti furono puniti con i morsi di serpenti velenosi e morirono. Avendo però gli israeliti riconosciuto il loro peccato, Dio promette che chiunque, morso dai serpenti, guarderà il serpente di rame collocato sopra un’asta, resterà in vita. La storia di Israele va interpretata come un messaggio profetico nel suo aspetto di severo giudizio sull’infedeltà del popolo e nel suo aspetto di accorato invito al pentimento fondato sulla fedeltà incondizionata di Dio. Il serpente innalzato da Mosè nel deserto è una prefigurazione di Gesù innalzato sulla croce. Il serpente di rame salvava perché presupponeva la fede nella parola di Dio che promette la salvezza. In modo analogo Gesù morto in croce è fonte di salvezza per chiunque vi riconosce la rivelazione dell’amore di Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito; chiunque crede in lui ha la vita eterna” (canto al vangelo).

 

Alla nostra infedeltà e al nostro peccato si contrappongono la fedeltà e l’amore misericordioso di Dio. Al peccato che conduce l’uomo alla schiavitù e alla morte si contrappone l’amore di Dio che dona liberazione e salvezza. La prima lettura illustra lo stesso concetto: al peccato d’Israele che gli ha meritato la punizione della deportazione in Babilonia, si contrappone l’amore di Dio che, fedele alla sua parola, libera il suo popolo dall’oppressione e lo riconduce a Gerusalemme. La nostra salvezza non è fondata sui nostri meriti, ma sull’infinita ricchezza della misericordia di Dio. E’ ciò che ricorda san Paolo ai primi cristiani di Efeso: la salvezza “non viene da voi, ma è dono di Dio” (cf. seconda lettura). E tutto ciò, aggiunge l’Apostolo, trova pieno compimento in Cristo Gesù: “da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo”. L’ultima parola di Dio non è la morte ma la vita.

 

Quando si parla di “colpa” o di peccato si ha a che fare con il compimento o il fallimento di una esistenza: solo chi ha forte il senso della dignità dell’uomo davanti a Dio, del suo destino eterno, è capace di percepire quanto grande sia la tragedia del peccato. Paradossalmente però il peccato rivela chi è Dio: quanto più profondo è il rifiuto dell’uomo, tanto più grande appare l’abisso dell’amore divino, che la croce mostra in tutta la sua concretezza e veracità.

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13 marzo 2015 5 13 /03 /marzo /2015 05:00
La Prefazione di Alexander Lesley al Messale Mozarabico di Cisneros

Félix María Arocena, El Prefacio de Alexander Lesley al Misal Mozárabe de Cisneros. Introducción – Texto – Traducción – Notas, CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2014. 401 pp.

 

Questo volume del Prof. Arocena offre parte dell’opera di quel erudito del secolo XVIII che è stato Alexander Lesley, gesuita scozzese, ottimo conoscitore del Rito Gotho-Ispanico. Lesley curò a Roma, nel 1755, una edizione scientifica del Messale Mozarabico, che il Cardinale Jiménez de Cisneros aveva pubblicato a Todelo nel 1500. Questa edizione, oltre a trascrivere la ricca eucologia di questo Messale, contiene abbondanti note e una lunga Prefazione. Questo ultimo testo è un tesoro relativamente poco studiato ed è di grande valore per coloro che desiderano investigare sulle origini del Rito Mozarabico e le sue complesse vicissitudini. Il Prof. Arocena offre in questo volume una introduzione, il testo latino originale della Prefazione e la sua traduzione castigliana, accompagnata da alcune note e da due Appendici. La lettura di queste pagine mostra la pertinenza di una riflessione più approfondita sull’opera di Lesley, nonché mette in rilievo molteplici questioni del Rito Ispanico che sono ancora non pienamente dilucidate dalla scienza liturgica.

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11 marzo 2015 3 11 /03 /marzo /2015 05:00

Merita la nostra attenzione la lettera inviata da papa Francesco all’arcivescovo di Buenos Aires, Mario Aurelio Poli, per celebrare il centenario della Facoltà Teologica dell’Università Cattolica Argentina. Quanto il papa dice sul far teologia ha i suoi risvolti anche nel “far” liturgia. Offro ai lettori del blog una mia versione italiana dall’originale in spagnolo. M. A.

 

Allo stimato Fratello Card. MARIO AURELIO POLI

Grande Cancelliere della Università Cattolica Argentina

 

Caro Fratello: La celebrazione dei 100 anni della Facoltà di Teologia della Università Cattolica è un momento importante per la Chiesa in Argentina. L’anniversario coincide con quello dei cinquant’anni della chiusura del Concilio Vaticano II, che è stato un aggiornamento, una rilettura del Vangelo nella prospettiva della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento irreversibile del rinnovamento che viene dal Vangelo. E ora occorre continuare. Però, come? Insegnare e studiare teologia significa vivere in una frontiera, quella in cui il Vangelo incontra i bisogni delle persone alle quali viene annunciato, in modo comprensibile e significativo. Dobbiamo guardarci da una teologia che si esaurisce nella disputa accademica o che contempla l’umanità da un castello di cristallo. Si impara per vivere: teologia e santità sono un binomio inseparabile.

 

Quindi la teologia che sviluppate dev’essere fondata sulla Rivelazione, sulla Tradizione, però deve anche accompagnare i processi culturali e sociali, in particolare le transizioni difficili. In questo tempo, la teologia deve farsi carico anche dei conflitti: non solo di quelli che sperimentiamo nell’ambito ecclesiale, ma anche di quelli che riguardano il mondo intero e che si vivono sulle strade di America Latina. Non vi accontentate di una teologia di ufficio. Il luogo delle vostre riflessioni siano le frontiere. E non cadete nella tentazione di dipingerle, profumarle, accomodarle un po’ e addomesticarle. Pure i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini.

 

Che la teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale di campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo. La misericordia non è solo un atteggiamento pastorale, ma la sostanza stessa del Vangelo di Gesù. Vi incoraggio a studiare come, nelle diverse discipline – dogmatica, morale, spiritualità, diritto, ecc. – si possa riflettere la centralità della misericordia. Senza misericordia, la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale, corrono il rischio di cadere nella meschinità burocratica o nella ideologia, che per sua propria natura intende addomesticare il mistero. Comprendere la teologia è comprendere Dio, che è Amore.

 

Chi è allora lo studente di teologia che la U.C.A. è chiamata a formare? Certamente non un teologo “da museo”, che accumula dati e informazioni sulla Rivelazione, ma senza capire bene cosa se ne debba fare. E neppure un “balconero” della storia. Il teologo formato nella U.C.A. dev’essere una persona capace di costruire attorno a sé l’umanità, di trasmettere la divina verità cristiana in una dimensione veramente umana, e non un intellettuale senza talento, un “eticista” senza bontà o un burocrate del sacro.

 

Chiedo alla Vergine Maria, Sede della Sapienza e Madre della Divina Grazia, che ci accompagni nella celebrazione di questo centenario. Ti chiedo di salutare gli alunni, gli impiegati, professori e autorità della Facoltà e, per favore, non vi dimenticate di pregare per me. Che Gesù ti benedica e la Vergine Santa abbia cura di te. Fraternamente.

 

Francesco

Vaticano, 3 marzo 2015

 

Fonte: Testo in spagnolo e commento nel blog di Andrea Grillo, Come se non

 

http://www.cittadellaeditrice.com/munera/anche-i-buoni-teologi-odorano-di-popolo-e-di-strada/

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Liturgia e Chiesa

 

 LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE
E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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