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2 settembre 2015 3 02 /09 /settembre /2015 05:50
Commissione liturgica presso la Congregazione Orientale

Città del Vaticano,

 

Questa mattina, Papa Francesco ha rinnovato la Commissione Speciale per la Liturgia presso la Congregazione per le Chiese Orientali. La Commissione risulta quindi composta dal presidente mons. Piero Marini, arcivescovo titolare di Martirano; dal segretario, don Cummings McLean; da padre Abraha Tedros, O.F.M. Cap.; padre Giraudo Cesare, S.I.; padre Pott D. Thomas, O.S.B.; padre Archim. Nin Manuel, O.S.B.; padre Iacopino Rinaldo, S.M., e da mons. Pallath Paul.

 

Questa Commissione ha lo scopo di svolgere il compito che il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali affida alla Santa Sede in materia di liturgia nelle Chiese orientali cattoliche.

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31 agosto 2015 1 31 /08 /agosto /2015 04:00

 

di Andrea Grillo

 

E’ apparsa sul blog della rivista  IHU –on line una intervista sul prossimo Sinodo sulla famiglia (http://ihu.unisinos.br/entrevistas/546208-sinodo-sobre-a-familia-entre-a-tradicao-e-a-modernidade-entrevista-especial-com-andrea-grillo) a cura di Patricia Fachin.

Qui presento la versione originale italiana della intervista rilasciata alla rivista brasiliana

 

- Sotto quali aspetti lei pensa che la Chiesa sia autoreferenziale?

Il tema della autoreferenzialità ecclesiale, come questione di fondo, è stato sollevato da papa Francesco immediatamente dopo la sua elezione. Anzi, potremmo dire che questo è il tema fondamentale che ha segnato anche il discorso che Jorge Mario Bergoglio ha pronunciato alla Congregazione dei Cardinali, durante la preparazione del Conclave. E’ forse il tratto decisivo che qualifica il suo pontificato. E indica la esigenza di superare una tendenza che potremmo riconoscere collocata alla base del rapporto della Chiesa cattolica con il mondo moderno. Sia con la “prima modernità”, nel conflitto con il protestantesimo, sia nella “seconda modernità”, nel conflitto con la società liberale. Una Chiesa antiprotestante e antimoderna, inevitabilmente, ha accresciuto largamente una “sindrome di chiusura” che le ha fatto perdere quasi ogni fiducia verso l’”altro”. In tal modo, chiudendosi progressivamente in se stessa, la Chiesa ha perso non solo la propria identità, ma anche la propria vocazione. Il rimedio alla autoreferenzialità è la “uscita”, altra parola chiave del pontificato.

 

- Il Sinodo riflette quest’immagine autoreferenziale di Chiesa?

Di per sé, il Sinodo avrebbe dovuto essere la continuazione della esperienza conciliare di “apertura all’altro”. Questa era la sua funzione originaria. Ma bisogna dire che la sua disciplina e la sua gestione, nel periodo post-conciliare, ha fatto del Sinodo dei Vescovi uno strumento di progressiva autoreferenzialità, almeno in due sensi. In primo luogo a causa di una mancanza di libertà che ha caratterizzato i lavori delle diverse Sessioni, dove quasi tutto era predeterminato in anticipo. In secondo luogo per “mancanza di autorità”: a ben vedere, infatti, oggi il Sinodo dei Vescovi è dotato di minori poteri rispetto ad un qualsiasi Consiglio Pastorale diocesano. Questa mancanza di autorità si presenta come una questione di fondo, che occorrerà affrontare con tutta la determinazione necessaria.

 

- Oggi esiste un senso comune per cui la Chiesa è autoreferenziale e che dovrebbe essere più aperta ai cambiamenti in tutto il mondo. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi per la Chiesa nel “modernizzarsi”, per così dire, ripensando anche i suoi sacramenti, come il matrimonio?

Vorrei precisare che proprio su questo piano, ossia sul modo di intendere la autoreferenzialità, si crea spesso un equivoco pericoloso. La autoreferenzialità certamente si manifesta come una “distanza dal mondo”, progressiva e grave, ma anche – e direi in modo ancora più rischioso – come una distanza da Dio, dalla sua imprevedibile autorità e dalla libertà del suo Spirito. Se una Chiesa è autoreferenziale, anzitutto si chiude a Dio e alla sua Parola. Una Chiesa chiusa in se stessa, fallisce perché non si lascia più guidare dallo Spirito, ma dai suoi codici, dalle sue regole e dalle sue abitudini. Tuttavia, proprio per poter ascoltare la parola che Dio le rivolge, la chiesa deve vivere la esperienza degli uomini e delle donne, fino in fondo e senza paura. Non esiste possibilità di comprendere gli stessi sacramenti separandosi dalla esperienza degli uomini e delle donne. Per questo la “autoreferenzialità” è un problema anzitutto per la teologia, oltre che per la pastorale.

 

- È possibile che la Chiesa ripensi i propri sacramenti e mantenga in ogni modo le sue posizioni?

E’ chiaro che la tradizione ecclesiale ha una grande urgenza di ripensare tutti i sacramenti, dal battesimo, alla eucaristia al matrimonio. Può mantenere le proprie posizioni solo se è capace di lasciarle illuminare dalla Parola di Dio e dalla esperienza degli uomini e delle donne. In altri termini, la Chiesa può restare fedele alle proprie tradizioni solo se, per certi versi, è capace di leggerle in modo diverso, più acuto e più profondo. Una mera ripetizione non salva la tradizione, ma la affossa. La Chiesa non è un museo, ma un giardino.

 

- Lei critica la Chiesa quando essa tocca vari temi, come quelli presenti nel dibattito del Sinodo, puntando a se stessa, nella forma del riferimento al Magistero e a documenti precedenti. Che ruolo il ricorso al Magistero deve avere nel dibattito?

Come è evidente, la Chiesa non può non fondarsi su una tradizione che il Magistero interpreta con la massima autorevolezza. Quindi non vi può essere nulla di strano nel fatto che, anche nel Sinodo sulla famiglia, vi sia un forte richiamo alla tradizione magisteriale, antica e recente. Il problema è piuttosto rappresentato da quelle forme di riferimento al magistero che pretenderebbero di “fossilizzare” la esperienza di fede e la vita dei soggetti nelle categorie fissate dal Magistero, ma non in modo irreformabile. Oggi, dobbiamo ammetterlo, ci sono posizioni del Magistero antico e recente, che non risolvono i problemi, ma, anzi, contribuiscono a complicarli o a renderli assolutamente privi di soluzione. Faccio solo due esempi. Il primo è quello della “identificazione di contratto e sacramento”, con cui la tradizione tardo moderna ha cercato di salvare non solo la verità del matrimonio, ma anche la competenza ecclesiale su di esso. Oggi, questa soluzione appare non solo forzata, ma come la causa di molti imbarazzi giuridici e pastorali. Altrettanto dovremmo dire per l’uso disinvolto con cui si fa ricorso alla “mistica nuziale”, utilizzando un linguaggio da profeti, ma per fare gli interessi dei re. Spesso questo riferimento “mistico” serve soltanto a dare una parvenza di argomentazione a regole o a discipline nate da mondi ormai tramontati e privi di realtà.

 

- Si può approfittare di ciò che dice il Magistero senza cadere nell’autoreferenzialità?

Io sono convinto di si. Purché si riconosca che il Magistero non parla solo al passato, ma anche al presente e al futuro. Se il Sinodo dei Vescovi fosse del tutto cosciente di “essere parola magisteriale”, avrebbe il coraggio e la fedeltà della tradizione e potrebbe assumere anche il compito di “dire cose nuove”: nella storia è stato fatto molte volte e non si capisce perché oggi non dovrebbe essere possibile! Se guardiamo anche al recente passato, la Esortazione Apostolica Familiaris Consortio ha introdotto nella Chiesa, nel 1981, alcune parole nuove. Io non capisco perché, 35 anni dopo, non dovrebbe essere possibile continuare su quella strada, anche accollandosi alcune novità necessarie rispetto a quel testo. Altrimenti dovremmo pensare che Giovanni Paolo II fosse autorizzato ad arricchire la tradizione, mentre Francesco no!

 

- Lei ha citato in un recente articolo che per capire meglio l’esperienza familiare, per quanto riguarda il Sinodo, sarebbe meglio elaborare categorie più adeguate che potrebbero essere tratte dall’esperienza liturgica. Quali categorie sono?

Le categorie con cui spesso parliamo del matrimonio hanno avuto origine da interessi e da questioni di carattere giuridico e morale. Per questo il linguaggio con cui vengono formulate spesso risente di questa origine. Oggi abbiamo bisogno di non perdere queste ricchezze, ma di riformularle secondo linguaggi diversi, forse meno chiari, ma molto più potenti e radicali. L’esperienza liturgica della “comunione” non è anzitutto una esperienza giuridica o morale, ma è esperienza di “pasto”, di “parola”, di “raduno”, di “cura per l’altro”. A mio avviso non è privo di utilità interrogarsi sulla esperienza familiare con l’aiuto di queste categorie-limite: la tavola, il talamo e la toilette (sic!) come luoghi della comunione familiare. Questo aiuta molto a non ideologizzare la famiglia, a riconoscerla come luogo di comunione elementare, nel mangiare insieme, nel dormire insieme, nel prendersi cura della pulizia altrui!

 

- Particolarmente a proposito del matrimonio, lei dice che “le categorie classiche intorno al matrimonio, non hanno più elasticità”. Perché? Quali categorie dovrebbero sostituirle per “dire” il matrimonio, allora?

In questo compito di riformulazione non dobbiamo iniziare da zero. La storia della teologia è la lunga storia di una progressiva precisazione delle categorie con cui la Parola di Dio sulla unione tra uomo e donna diventa vivibile, si fa cultura, in rapporto alla natura e al compimento in Dio. Io vorrei che si evitasse di pensare – come spesso accade – che per 2000 anni abbiamo avuto sempre le stesse parole, e ora le vorremmo cambiare. Non è affatto così. Nella storia le categorie di comprensione del matrimonio si sono evolute tante volte. Alla comprensione “romana” si è ben presto affiancata la lettura “barbarica” del matrimonio. Una prima sintesi tra queste due “culture” è avvenuta nel Medioevo. Ma poi con Trento si è riconosciuto un valore alla “forma canonica”, per poi arrivare, con il Codice del 1917, ad una formulazione complessiva e rigida del rapporto tra contratto e sacramento. Ma, parallelamente, nasceva l’esigenza di dare spazio alla “persona”, al “soggetto”, al “sentimento”, di cui è testimone il Concilio Vaticano II. Tutto questo è avvenuto nel contesto di una società che, anzitutto in Europa, prendeva nuovi stili di vita, scopriva la mobilità, i diritti dei soggetti (e delle donne) e ripensava le forme della comunione.

 

- Lei ha anche citato che la categoria del matrimonio è entrata in crisi dal XIX secolo. Questa crisi indica, in parte, che non vi è più un’adesione alla concezione cristiana del matrimonio da parte della società. Tuttavia, che cosa dice questa crisi o dovrebbe dire sul valore della verità della concezione del matrimonio in se stessa?

Credo che sia utile distinguere bene le questioni. Anzitutto vi è uno sviluppo delle forme civili del vivere che non si può mai ridurre soltanto alla “adesione a valori”. La fedeltà tra i coniugi, per moltissimi secoli, non era solo un valore, ma una necessità. Bisogna ricordare che fino al XX secolo la condizione di “separazione” tra i coniugi determinava per uno dei due – e spesso per entrambi – la impossibilità di vivere. L’idea della “autonomia finanziaria” di ogni soggetto è recentissima e condiziona strutturalmente la possibilità di “seconde unioni”. Dire la “verità del matrimonio” significa dare gli strumenti ideali, materiali, psicologici ed esperienziali per rendere possibile la fedeltà, la indissolubilità e la fecondità nelle condizioni della società “aperta” e addirittura “liquida”. D’altra parte, non tutto il mondo è uniforme. Per questo sarà inevitabile che la Chiesa differenzi la propria disciplina almeno per “grandi continenti”, o comunque per grandi regioni ecclesiastiche, dove il rapporto tra natura, cultura e fede subisce inevitabili differenze, legate alla storia e a diverse tradizioni culturali.

 

- Nel suo libro “Sinodo approssimato”, lei cita il seguente brano: “San Vincenzo di Lerino fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione di un’epoca ad altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passare del tempo”. Detto questo, quali aspetti dell’uomo sono cambiati e devono essere considerati dalla Chiesa nella realizzazione del Sinodo per quanto riguarda la famiglia e l’idea di famiglia?

Accettare ciò che dice S. Vincenzo di Lérins significa non illudersi di poter guardare alla storia “da fuori”. Questo è, in fondo, il vero pericolo della autoreferenzialità: di credere di stare a guardare la storia “dal balcone”. Come ha detto papa Francesco, abbiamo bisogno di teologi e di pastori che non stiano “al balcone”, ma che scendano in strada, che lavorino “in uscita”. Per parlare della “comunione” tra uomo e donna, che si apre alla vita e che diventa autorevole, dobbiamo oggi elaborare categorie più fini e più acute. Abbiamo una lunga tradizione che ha vissuto la “autorità paterna” o “maritale” come una evidenza talmente grande, da diventare anche motivo di sopruso e di violenza. Oggi essere “padri”, “madri”, “mariti”, e “mogli” ha bisogno di una grammatica in parte nuova, che sappia coniugare la autorità con la libertà, la differenza con la eguaglianza. Una famiglia che oggi volesse sostituire o soppiantare la libertà dei soggetti e la loro coscienza sarebbe solo una nuova forma di oscurantismo. Esattamente come lo è il tentativo di pensare il soggetto liberandolo dalla comunione originaria che deve riconoscere iscritta nella propria libertà.

 

- D’altro canto, nonostante i cambiamenti, quali aspetti dell’uomo si mantengono? Considerando questi aspetti che restano, come la Chiesa deve disporsi a proposito del Sinodo?

Proprio questo è il punto delicato: noi non dobbiamo affatto rinunciare a nulla del “vangelo della famiglia”, ma non dobbiamo confonderlo con un assetto storico particolare. La storia cambia, e nel cambiamento non c’è solo perdita, crisi, mancanza…le cose cambiano anche per migliorare, per progredire, per affinare le esperienze. Spesso mi capita di pensare al passato, ad es. a quanto avveniva nelle famiglie 100 anni fa. Potremmo essere tentati di pensare che “allora” – e non oggi – vi fosse una vera unità familiare. Ma a quale prezzo questo avveniva? Spesso i soggetti (magari le donne, o i figli non primogeniti) pagavano un prezzo altissimo a questa unità. Dovevano rinunciare ad una identità, alla formazione, alla educazione, alla scelta del partner…per il “bene comune”. Oggi non è più possibile conseguire il bene comune a questo prezzo. E qui vi è la sfida alla Chiesa e alla società. Che non si risolve solo con gli slogan o con gli irrigidimenti.

 

- In quali aspetti Lei vede la necessità di una migliore formulazione dottrinale?

Vorrei augurarmi, anzitutto, che nella formulazione dottrinale si evitasse, con grande accuratezza, quella mescolanza non controllata tra “disciplina giuridica” e “mistica nuziale” che rischia di compromettere la credibilità teologica e antropologica della tradizione. Sotto questo aspetto abbiamo molto da imparare dalla tradizione medioevale, che sapeva della complessità di questo sacramento. Tommaso, nella Summa contra Gentiles, ricordava che si è generati “per la natura”, “per la società” e “per la chiesa”, secondo logiche diverse, che non possono essere semplicemente unificate. Rispettare queste tre dimensioni del matrimonio e della famiglia – quella naturale, quella civile e quella religiosa – aiuterebbe non solo la Chiesa a recuperare queste preziose distinzioni, che hanno fatto tanto ricca e tanto accurata la sua tradizione in materia matrimoniale. D’altra parte, il superamento di una ”mentalità legale classica” può essere bene illustrato da un esempio. La tradizione ecclesiale fa fatica a comprendere che la “legge” non è solo “pedagogia del dovere”, ma anche “riconoscimento del diritto”. Vorrei fare un esempio illuminante. Nella recente legislazione civile italiana abbiamo acquisito la “piena equiparazione del figlio naturale” al “figlio legittimo”. La eguaglianza supera ogni discriminazione. Ora è possibile giudicare questo provvedimento da un punto di vista “classico”: ossia, con la equiparazione del figlio naturale al figlio legittimo viene meno uno dei motivi classici del matrimonio “riparatore”. In un certo senso, con questa legge, diminuiscono i motivi a favore del matrimonio. Una lettura solo pedagogica della legge sarebbe anche oggi contraria alla equiparazione del figlio naturale al figlio legittimo: metterebbe il “bene comune” comunque al di sopra del diritto del soggetto. E lo si potrebbe sostenere anche “per favorire la indissolubilità del matrimonio”.

 

-Vorrebbe aggiungere qualcosa?

 Una Chiesa non autoreferenziale è chiamata, anzitutto, a restituire al matrimonio e alla famiglia la sua logica “altra”. Se il matrimonio diventa “autoreferenziale” perde se stesso. Per non essere autoreferenziale il matrimonio deve restare aperto alla complessità. La sfida del matrimonio è dunque, per la Chiesa di oggi, una “prova di coraggio”. Per difendere la famiglia c’è una sola via: scoprire quanta comunione è meravigliosamente nel benedetto affidarsi di un uomo e di una donna, che si apre al terzo e che rappresenta, in questa semplice esperienza, il paradigma più alto di Dio con il suo popolo e di Cristo con la sua Chiesa. Questo paradigma può essere tradotto nella cultura tardo-moderna della società aperta e del “soggetto di diritti”. Dopo Dignitatis Humanae il matrimonio ha bisogno di un linguaggio in parte profondamente nuovo.

 

Fonte: Blog Come se non (29.08.2015)

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29 agosto 2015 6 29 /08 /agosto /2015 04:00
DOMENICA XXII DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

Chi teme il Signore abiterà nella sua tenda

 

Dt 4,1-2.6-8; Sal 14 (15); Gc 1,17-18.21b-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

Gli antichi rabbini vedevano nel breve Sal 14 un compendio dell’intera legge data da Dio al popolo mentre saliva dal deserto verso la terra promessa. Il ritornello del salmo responsoriale dà al testo il suo indirizzo specificamente cristiano: soltanto un cuore retto e trasparente, che non trama inganni verso il prossimo è in grado di accogliere con generosa semplicità la legge del Signore ed essere pertanto degno di abitare nella sua casa per sempre.

 

La parola di Dio questa domenica ci invita al discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che è periferico, ciò che è prioritario e ciò che è secondario nella nostra vita. Così, ad esempio, nella nostra relazione con Dio siamo tentati talvolta di aggrapparci a facili sicurezze, a una religiosità fondata su regole chiare e precise che dispensino da una più profonda responsabilità personale. Alla tentazione del legalismo e del formalismo, le letture bibliche odierne rispondono invitandoci ad un rapporto con Dio fondato su scelte maturate consapevolmente nel profondo della nostra coscienza, del nostro cuore, e attuate poi con piena responsabilità.

 

Nella prima lettura vediamo che Mosè, alla fine del lungo pellegrinaggio attraverso il deserto verso la terra promessa, invita il popolo d’Israele ad “ascoltare” e a mettere “in pratica” le leggi e le norme che egli stesso ha trasmesso a nome del Signore: “perché, dice, viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi”. La legge di Dio quindi va anzitutto ascoltata, recepita, personalizzata affinché la sua osservanza sia veramente sorgente di rinnovamento nella nostra vita. Il carattere immutabile della legge, che Gesù è venuto non ad abolire, ma a portare a compimento, non conduce al fondamentalismo, poiché si tratta di una legge viva, affidata ad un popolo responsabile di questo dono. Essa instaura tra Dio e gli uomini una relazione di amicizia fiduciosa, la cui osservanza rende testimonianza “agli occhi dei popoli”, come dice Mosè. In modo simile, san Giacomo nella seconda lettura, ci insegna che si tratta di accogliere “con docilità” la parola di Dio, che è stata piantata in noi. “Piantata” in noi, deve crescere  e dare frutti concreti di vita cristiana.

 

Il brano evangelico aggiunge alcuni ulteriori elementi a questo insegnamento. che hanno come valore centrale il richiamo all’essenziale, cioè alla dimensione del cuore, sede delle decisioni umane. Gesù polemizza contro le tradizioni dei farisei, che appesantiscono la legge, svuotandola del suo contenuto autentico e, riprendendo parole del profeta Isaia, il Signore afferma: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Dio ci chiede il cuore! Chi ha il cuore puro, cioè semplice, cerca sinceramente Dio, la sua volontà, il suo amore; e cerca anche sinceramente il prossimo, perché creatura amata da Dio. Chi invece ha il cuore impuro, cioè egoista, cerca se stesso al di sopra di tutto, allora questo tale pur osservando esternamente le leggi è un ipocrita perché dà a Dio non se stesso ma solo qualcosa di se, il suo cuore è lontano dal Signore. Per Gesù l’essenziale nella vita etica non è l’osservanza della norma in sé, ma il “cuore”, cioè la consapevolezza e l’amore con cui si osserva la norma. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, il cuore “è il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. E’ il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E’ il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’Alleanza” (n. 2563).

 

Certamente, Gesù non condanna l’esteriorità a favore unilateralmente di una astratta e vaga interiorità del cuore. Siamo corpo e anima, esteriorità e interiorità, due dimensioni del nostro essere non opposte, ma complementari. Possiamo applicare questo insegnamento al nostro modo di partecipare alla santa Messa: ogni nostra preghiera, ogni nostro gesto durante il rito della Messa ha senso in quanto proviene dal cuore e informa la nostra esistenza. Non sia che il Signore possa rimproverare anche noi con le parole del profeta: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. 

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24 agosto 2015 1 24 /08 /agosto /2015 04:00
L’OFFERTORIO DELLA MESSA NELLA LITURGIA ROMANA

 

Nel Messale di Pio V e nelle sue successive edizioni fino a quella del 1962, le preghiere dell’offertorio rivelano una concezione sacrificale della Messa molto accentuata (1). La soppressione della maggior parte di queste preghiere nel Messale del 1970-2002 è stata chiamata da qualcuno “il colpo basso più duro inferto alla liturgia romana” (2). E’ fondata una tale affermazione?  

 

L’Ordo Romanus I, un documento del secolo VII, descrive la Messa stazionale celebrata a S. Maria Maggiore il giorno di Pasqua. Il cerimoniale dell’offertorio è minuzioso. Ecco i principali momenti: il diacono stende il corporale sull’altare. Successivamente si ricevono le offerte (oblationes) di tutta l’assemblea, secondo la loro struttura. A riceverle sono i ministri, dal pontefice, che discende a prenderle. Il vino offerto è versato in grandi vasi. Il pontefice poi torna alla sua cattedra e si lava le mani. In seguito si reca all’altare, sul quale sono poste le sue offerte e il suo calice. A questo punto fa segno alla scola di porre fine al canto, testimonianza quindi dell’esistenza dell’antifona dell’offertorium. Il testo dell’Ordo non contiene nessuna orazione che accompagni il rito. Comunque nel secolo VIII circa, il Sacramentario Gregoriano  ha una sola preghiera come conclusione dell’offertorio, l’oratio super oblata, chiamata  secreta nel Sacramentario Gelasiano. Si tratta di un testo solitamente a tema sacrificale.

 

Nel corso dei secoli  IX e X si introducono nell’Ordinario della Messa delle “apologie” e altre orazioni, che sono numerose nel secolo XIII. Molte di queste preghiere hanno un carattere di anticipazione prolettica dell’oblazione sacrificale. L’offertorio del Messale di Pio V, ne conserva diverse: Suscipe, Sancte Pater; Deus qui humanae substantiae; Offerimus tibi, Domine; In spiritu humilitatis; Lavabo inter innocentes, Dirigatur, Domine, oratio mea; Suscipe, Sancta Trinitas. Tutte queste preghiere sono presenti anche nel Messale del 1962. Si tratta di orazioni che sono recitate in segreto, perché si configurano, in quanto apologie, come personali del sacerdote, vanno intese cioè “come espressione di pietà personale, una specie di liturgia privata del sacerdote, perché in realtà esse anticipano i concetti che verranno poi ufficialmente ripetuti e dalla Secreta e dalla Commendatio del Canone” (3).

 

Dal Messale del 1970-2002 sono scomparse la maggior parte delle orazioni che esprimevano una anticipazione prolettica dell’oblazione sacrificale, dimensione che si esprime correttamente, come detto, e in modo eminente nella preghiera eucaristica. Come si sa, tale anticipazione prolettica la si trova anche in alcune preghiere del solenne rito della Proscomidia delle liturgie orientali. Parlando della scomparsa delle preghiere dell’offertorio dell’Ordo tridentino, Joseph Ratzinger diceva: “Erano preghiere belle e profonde, ma si deve pur riconoscere che esse comportavano un certo grado di equivocabilità. Esse erano sempre formulate come anticipazione dell’evento vero e proprio del canone” (4). La soppressione di queste preghiere è stata fatta in ossequio a quanto decreta Sacrosanctum Concilium, al n. 50, quando dice: “Il rito della messa sia riveduto in modo che si manifestino più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione…” E' evidente che non è l’offertorio a realizzare il sacrificio, ma la preghiera eucaristica con il suo nucleo il racconto dell’istituzione. D’altra parte, è poco noto che già una Commissione del Concilio di Trento stabilì una serie di abusi legati alla celebrazione della Messa (abusus missae) e che, in questo contesto, si chiedeva anche “la revisione di alcuni elementi rituali ed espressioni, per esempio i nomi immaculata hostia e calix salutaris per i doni eucaristici già all’Offertorium” (5).

 

Si noti, poi, che la breve orazione Veni sanctificator omnipotens, aeterne Deus; et benedic hoc sacrificium tuo sancto Nomini praeparatum è stata talvolta interpretata come una vera invocazione epicletica. Data la difficoltà di individuare nel canone romano una  epiclesi esplicita, si può affermare che nel Messale del 1962 esercitava una sua funzione prolettica. Invece, nel Messale del 1970-2002, tutte le nuove preghiere eucaristiche hanno una, anzi due esplicite e chiare epiclesi. 

 

Nel Messale di Paolo VI è presente tuttora l’orazione In spiritu humilitatis et in animo contrito suscipiamur a Te, Domine; et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo hodie, ut placeat Tibi, Domine, Deus. La preghiera si pronuncia aliquantulum inclinatus (Messale del 1962) o profunde inclinatus (Messale del 1970-2002) (6). E’ fra le più antiche del gruppo, e trae ispirazione dal libro di Dn 3,39-40: “Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito…” Negli anni della persecuzione di Antioco IV, mentre il tempio di Gerusalemme era in mano ai pagani, nessun rito legittimo poteva essere compiuto come offerta al Dio d’Israele. Il credente offriva allora al suo Dio la propria vita, chiedendo che fosse accolta come olocausto. Questa preghiera è un richiamo al Sal 50,18-19 e troverà nuovi sviluppi in Rm 12,1-2 e Fil 2,17, in cui Paolo applica la metafora sacrificale alla vita cristiana, qualificandola come “culto”. Come dice Jungmann, la preghiera “è rimasta intatta perché esprime adeguatamente il senso di ogni offerta esteriore, cioè il sacrificium invisibile del cuore” (7).  

 

Vi è stato sempre uno stretto legame tra offertorio (preparazione dei doni), preghiera eucaristica (dimensione sacrificale) e comunione (dimensione conviviale), che sono parti di un’unica celebrazione. Questo legame è tuttora presente nel Messale del 1970-2002, con la sottolineatura della dimensione conviviale. Le due nuove preghiere di questo Messale Benedictus es, Domine, Deus universi nella presentazione del pane e del calice esprimono la dimensione conviviale dell’Eucaristia: si chiede che il pane diventi panis vitae e il calice potus spiritalis, sintagmi che nell’eucologia dei Messali li troviamo riferiti frequentemente all’Eucaristia. Non si può negare però che le suddette preghiere esprimano anche un’azione e un movimento di natura oblativa: infatti il testo latino adopera la forma verbale offerimus (il Messale italiano traduce: “presentiamo”). D’altra parte, il porre sull’altare è già da per sé un gesto oblativo. Helmut Hoping, un teologo che non risparmia critiche alla riforma della Messa promulgata da Paolo VI, afferma: “anche le nuove preghiere di presentazione dei doni sono caratterizzate inscindibilmente dal linguaggio sacrificale” (8)..

 

Nei due Messali, la dimensione sacrificale viene evocata esplicitamente anche nell’ Orate fratres e nell’oratio super oblata, preghiera quest'ultima recitata ormai a voce alta, che modulando il tema dell’offerta, allude il più delle volte all’offerta vera e propria che si compie nella preghiera eucaristica. L’Orate fratres risale al secolo VIII e nella sua formulazione attuale ci è noto dal XII secolo.

 

La preghiera Lavabo (Sal 25) del Messale tridentino è stata comprensibilmente abbreviata con l'inserimento nel Novus Ordo della preghiera Lava me. Nel MR del 1970-2002, il "canto dell'offertorio accompagna la processione con la quale si portano i doni" (IGMR, n. 74). Il Messale tridentino non prevede la processione dei doni da parte dei fedeli, "probabilmente per timore di abusi da parte di preti avidi" (9), abusi oggi chiaramente evitati dalle norme liturgiche (cf. IGMR, n. 73). 

 

Una conferma che anche nel Messale del 1970-2002 la preparazione dei doni conserva la sua dimensione di oblazione sacrificale la troviamo nella terminologia che l’Institutio Generalis Missalis Romani adopera quando parla del pane e del vino, che prima della preghiera eucaristica vengono chiamati dona (nn. 72, 74, 178, 190, ecc.), oblationes (nn. 73, 75, 77), oblatio ecclesiae (n. 75), oblatio panis et vini, sive aliorum donorum (n. 140), oblata (nn. 144, 276d), hostia (nn. 321, 331) e simili, e si domanda a Dio di accettarli e di gradirli.

 

Nel Messale del 1962 l’incensazione delle oblate, e in particolare quella dell’altare, non è solo attestazione di onore, ma si esprime anche come un rito sacrificale, con parole prese dal Sal 140,2-4, pronunciate durante l’incensazione dell’altare: Dirigatur, Domine, oratio mea, sicut incensum, in conspectu tuo: elevatio manuum mearum sacrificium vespertinum… E’ un rito riservato alle celebrazioni solenni. Nel Messale del 1970-2002, l’incensazione delle oblate e dell’altare è prevista pro opportunitate; si può quindi fare “a volontà”, ma non è più accompagnata da preghiere. In ogni modo, l’IGMR, al n. 75, afferma che questa incensazione si fa “per significare che l’offerta della Chiesa e la sua preghiera si innalzano come incenso al cospetto di Dio”. Il levarsi delle volute di fumo profumato non può che richiamare il tempio e Dio a cui si offre la vittima in olocausto, accompagnandola con soave profumo. Quindi, in continuità con la tradizione anteriore, l’incensazione viene letta in chiave offertoriale, senza dubbio in riferimento all’oblazione culminante, costituita dal sacrificio eucaristico. Sarebbe da desiderare però che fosse accompagnata da parole adeguate al gesto.

 

Alla fine di queste riflessioni sull’offertorio, possiamo parlare di sostanziale continuità tra i due Messali, nei quali l’offertorio è sempre qualcosa di più di un apparecchiare ritualmente la mensa. Come osserva Helmut Hoping, nelle nuove preghiere per la presentazione del pane e del vino durante l'offertorio, il pane e il vino sono descritti innanzitutto come dono della natura, frutti della terra e del lavoro umano. Ciò che è presentato dal sacerdote nell'offertorio dobbiamo sempre riceverlo in dono, infatti non è scontato che ci sia per noi del pane e del vino, come non  è scontato che ci sia un buon raccolto. L'invito alla preghiera Orate fratres e la preghiera sulle offerte mostrano con chiarezza come il pane e il vino siano doni che sono offerti a Dio. Nella celebrazione dell'eucaristia essi vengono trasformati nel corpo e nel sangue di Cristo. L'offertorio è quindi preparazione e offerta dei doni, non semplicemente collocazione dei doni sull'altare. Però, la nostra offerta diventa dono che Dio fa a noi. Questo si può comprendere chiaramente nella preghiera eucaristica che segue l'offertorio (10)

 

Matias Augé

 

 

(1) Cf M. Metzger, Storia della celebrazione eucaristica in Occidente, in A. J. Chupungco (ed.), Scientia Liturgica (Manuale di Liturgia III: L’Eucaristia), Piemme, Casale Monferrato 1998, 142.

(2) Così R. Spaemann, Bemerkungen eines Laien, der die alte Messe liebt, in A. Gerhards, [ed.], Ein Ritus – zwei Formen. Die Richtlinie Papst Benedikts XVI. zur Liturgie [Theologie Kontrovers], Herder, Freiburg im Breisgau 2008, 89.

(3) M. Righetti, La Messa. Commento storico-liturgico alla luce del Concilio Vaticano II (Manuale di storia liturgica III), 2a edizione anastatica, Ancora, Milano 2005, 306.

(4) J. Ratzinger, Il Dio vicino. L’eucaristia cuore della vita cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo 2003, 67-68.

(5) H. Hoping, Il mio corpo dato per voi. Storia e teologia dell’eucaristia (Biblioteca di Teologia Contemporanea 173), Queriniana, Brescia 2015, 234.

(6) J.A. Jungmann osserva che il gesto di inchinarsi profondamente indica chiaramente che si intende anticipare la supplica che Dio riceva i doni, supplica che poi si esprime nel canone (cf J.A. Jungmann, El sacrificio de la Misa. Tratado histόrico-litúrgico [BAC 68], Herder – La Editorial Catόlica, Madrid 1963, 599).

(7) J. A. Jungmann, La Messa nel popolo di Dio, Marietti, Torino 1974, 65.

(8) H. Hoping, Il mio corpo dato per voi. Storia e teologia dell’eucaristia, cit., 304.

(9) Ivi, 243.

(10) Cf. ivi, 371.

 

 

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22 agosto 2015 6 22 /08 /agosto /2015 04:00
DOMENICA XXI DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

Gustate e vedete com’è buono il Signore

 

Gs 24,1-2a.15-17.18b; Sal 33 (34); Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

 

Per la terza domenica consecutiva, il salmo responsoriale è tratto dal Sal 33, che ci ha accompagnati nella lettura del capitolo 6 di san Giovanni sul pane della vita, di cui oggi leggiamo l’ultimo brano. La liturgia odierna propone l’ultima parte del salmo, il cui testo si esprime con toni di fiduciosa certezza nella bontà del Signore, che “è vicino a chi ha il cuore spezzato”. Il Signore è a fianco a quanti lottano per essere fedeli alla sua alleanza. Egli è il nostro amico, colui che ci comprende, ci libera dalle paure, non delude mai le nostre aspettative.

 

Come dicevamo domenica scorsa, e ci ripete oggi il brano evangelico, i giudei trovano il discorso eucaristico di Gesù “duro” da “ascoltare”. Ecco quindi che “molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”, abbandonarono il Signore. Il punto maggiormente duro del discorso è quello della Croce, che l’espressione “carne” e “sangue” suggeriscono. E’ la prova di Gesù ed è la prova di ogni suo discepolo. Senza dubbio anche a noi, come ai primi discepoli, il linguaggio e le esigenze del vangelo sembrano talvolta dure e difficili da intendere, e soprattutto da mettere in pratica. La vita dell’uomo è una scelta continua: tra bene e male, tra speranza e disperazione, tra fede e incredulità. Bisogna aver il coraggio di fare delle scelte. Le letture bibliche di questa domenica ci invitano a rinnovare la nostra scelta fondamentale per il vangelo di Gesù.

 

Così la prima lettura ci parla della scelta che ha dovuto fare Israele appena arrivato alla terra promessa. Giosuè raduna il popolo e lo invita a scegliere: “Sceglietevi oggi chi servire”: se “gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume” o gli “dèi” del nuovo paese. E’ una domanda provocatoria che ha lo scopo di suscitare nel popolo d’Israele una scelta fondamentale verso il “servizio” del Signore. Ed ecco che Israele dichiara solennemente di essere pronto a servire il Signore, “poiché il Signore, nostro Dio, ha fatto salire noi e i padri nostri dal paese d’Egitto…” Si tratta del rinnovo pubblico del patto. Come ci insegna la storia successiva d’Israele, la scelta fatta va comunque rinnovata giorno dopo giorno, va rivisitata e vissuta secondo le nuove situazioni. La scelta fondamentale non è un atto formale, posto una volta per sempre, è invece un impegno da realizzare. La vita è fatta da scelte, non si può vivere sempre nell’incertezza, nell’ambiguità, e meno ancora nella contraddizione. Possiamo leggere la seconda lettura alla luce di queste riflessioni: san Paolo parla del matrimonio, e afferma che il suo valore fondamentale è l’amore e il servizio reciproco. Chi ha fatto questa scelta, è invitato a restarvi fedeli, “come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”.

 

Come gli israeliti dopo l’ingresso in Palestina, anche noi oggi siamo entrati in una nuova fase della storia, abbiamo incontrati nuovi idoli (il benessere a portata di tutti, una tecnica sempre più raffinata, ecc.). Come i discepoli del vangelo, ci troviamo di fronte a un Gesù che non corrisponde sempre agli schemi ereditati. Gesù, vedendo che molti lo abbandonavano, si rivolse ai dodici Apostoli con queste parole: “Volete andarvene anche voi?” A nome dell’intero gruppo Pietro risponde con parole che esprimono la fede di ogni discepolo, e quindi anche la nostra: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Ogni volta che ci avviciniamo alla comunione eucaristica affermiamo con questo gesto la nostra scelta decisiva in favore di Cristo e del suo vangelo.

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20 agosto 2015 4 20 /08 /agosto /2015 04:00

 

di Andrea Grillo

 

Nella bella sintesi offerta da Maria Elisabetta Gandolfi, sul n. 5 del Regno 2015, con il titolo “Fidarsi” (p.306), appaiono le conclusioni che P. Sequeri ha tratto alla fine del Convegno di Milano dello scorso maggio. Potremmo considerarle quasi come un prezioso “tetrafarmaco” in vista del prossimo Sinodo. Esaminiamole e commentiamole per ordine:

 

a) Sulla potenza del vincolo morale. Il primo punto, che assume con lucidità il dibattito sulla differenza tra “indissolubilità fisica e indissolubilità morale”, sottolinea la sfida di una riproposizione della “parola data” come “vincolo” che passi necessariamente per una coscienza e una volontà più forte di una regola esteriore o di una sanzione pubblica. Scrivere nel cuore la “saldezza familiare” non può essere delegato soltanto alle “carte bollate”. Ma senza una riflessione adeguata su questa concezione “morale” della unione matrimoniale, e senza uscire dalle strettoie di una lettura “ontologico-disciplinare”, non si potrà venire a capo della questione nel mondo di oggi e di fronte alle nuove e prossime generazioni.

 

b) Non è mai come se non fosse successo niente. Se in ogni sacramento il fallimento è parte della sua possibilità (umana). Affermare questa logica, oggi, significa rischiarare tutte le questioni sorte dalla concentrazione di ogni “soluzione” nel riconoscimento di una “nullità originaria”. Se anche si riscontrano vizi di origine, non è mai come se non fosse successo niente. Su questo la Chiesa deve darsi, gradualmente, una cultura diversa. E può imparare anche qualcosa di importante proprio dal mondo, che ha elaborato le forme concrete – e realistiche – di relazione con questi “fallimenti”. Fronteggiare il fallimento, piuttosto che rimuoverlo o negarlo, è una condizione inaggirabile di ogni pastorale credibile. Altrimenti il rischio è quello di una chiesa non solo “auto-”, ma anche “retro-referenziale”. Capace di guardare solo indietro, e non avanti.

 

c) Il ruolo della teologia. Un compito delicato spetta alla teologia, che deve elaborare una teologia del matrimonio in grado di mettere in rapporto il “duplice affidamento” – della coppia al suo interno e della coppia a Dio – secondo delicati equilibri di fede e di esperienza, che nessuna norma può semplicemente sostituire o scavalcare. Il dialogo tra teologia e diritto canonico diventa essenziale, per evitare quelle forme di “interferenza” che generano solo false sicurezze o fredde indifferenze.

 

d) Una Chiesa all’altezza. Una Chiesa che sappia percorrere le prime tre tappe indicate, saprà essere all’altezza della propria missione, sfuggendo al pericolo di cadere sia nel “casuismo cattivo”, sia nel “casuismo buono”. Offrire, in altri termini, una lettura complessiva, credibile e misericordiosa, della vita familiare, diventa una sfida più complessiva alla presenza ecclesiale oggi nel mondo. La famiglia, posta come è a cavallo tra privato e pubblico, chiede la urgente elaborazione di linguaggi capaci di mediare la “comunione”, che ogni famiglia autentica sa che è “per sempre”, senza delegarne la espressione alla privatezza autoreferenziale o alla pubblicità senza coscienza.

 

Il “tetrafarmaco” suggerito da Sequeri può condurre lontano. Coglie i punti più urgenti del dibattito e li orienta alla loro più adeguata comprensione. Nell’ “ospedale da campo” ecclesiale abbiamo bisogno di buoni farmaci. Questi 4 dovremo tenerli sempre a portata di mano.

 

Fonte: Blog di Andrea Grillo Come se non (14.08.2015)

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17 agosto 2015 1 17 /08 /agosto /2015 04:00
DOPPIO USO LITURGICO IN RUSSIA

Caro p. Matias,

 

chiedo ospitalità per segnalare brevemente un caso poco o mal conosciuto di doppia osservanza liturgica all’interno della stessa Chiesa e, in particolare, le norme che ne regolano l’applicazione. La Chiesa è quella ortodossa russa dove nel 1656 il patriarca Nikon con il Sinodo – i cambiamenti nella Liturgia sono sempre visibilmente ecclesiali e non personali – attuavano una profonda riforma liturgica. Nei secoli la Chiesa russa aveva sviluppato una tradizione propria sensibilmente diversa da quella in vigore nella Chiesa-madre di Costantinopoli da renderla per così dire “diversa” e in qualche modo tagliata fuori dalla comune tradizione ortodossa. Dal punto di vista liturgico in tutto questo non c’è niente di strano. Tutte le grandi tradizioni liturgiche nascono come riti locali che si impongono su altri riti ugualmente locali e anche nell’Ortodossia l’uniformità liturgica è tutto sommato un fenomeno tipico del XVI secolo, quindi – per usare una terminologia storica – “moderno”. Il potere politico però non la pensava così e lo Zar Alessio, che in nome dell’ideologia di Mosca-Terza Roma intendeva estendere l’influenza russa sul Commonwealth ortodosso, spingeva per allineare la pratica liturgica russa a quella greca. L’applicazione della riforma, che comportava una nuova traduzione dal greco di tutti i testi liturgici slavi, filologicamente più attendibile, e la soppressione di numerose particolarità russe (in realtà vetero-bizantine), come il segno di croce cristologico (con due dita) invece che trinitario (con tre dita) e la revisione di alcune formule sacramentali, generò malcontento e sfociò nello scisma dei Vecchio-Credenti con proprie chiese e propria gerarchia non-canonica.

 

All’inizio del XX secolo alcuni gruppi di Vecchio-Credenti ristabilirono la comunione ecclesiale con la Chiesa ufficiale in cambio della conservazione del rito anteriore alla riforma del patriarca Nikon. Il Santo Sinodo venne incontro alle loro richieste con una sola restrizione: gli ordini sacri vanno conferiti soltanto nel rito comune a tutte le Chiese ortodosse. Così nella Chiesa ortodossa russa oggi convivono due osservanze, una nikoniana ed una pre-nikoniana.

 

Ora veniamo alle norme. Per erigere chiese e celebrare secondo la tradizione pre-nikoniana bisogna essere nati da una famiglia di questa tradizione e avervi ricevuto l’Iniziazione cristiana. Un appartenente al rito “antico” normalmente frequenta la propria chiesa, non si reca in quella del rito “nuovo”, e viceversa. Infatti, appartenere ad un “rito” comporta sempre una dimensione comunitaria e culturale che insiste, appunto, sulla comunità e mai sull’individuo. Una vita liturgica secondo il rito pre-nikoniano fa parte del particolare stile di vita dei villaggi di questa tradizione. Tali coordinate escludono a priori ogni forma di proselitismo liturgico: quel tipo di liturgia è esclusiva di quel gruppo sociale. Per l’assoluta mancanza nelle Chiese ortodosse di una “messa privata”, un sacerdote della Chiesa ortodossa russa non può celebrare nel “vecchio” rito, anche perché non ne sarebbe capace e, soprattutto, perché non gli verrebbe mai in mente. In Oriente la liturgia non solo è comunitaria ma visibilmente comunitaria, perché la liturgia cristiana rende visibile, fisicamente visibile, quello che proclama.

 

Scrivo queste righe perché in più di una occasione ho sentito accreditare con molta facilità e un po' di disinvoltura la doppia osservanza liturgica nella Chiesa ortodossa russa come un precedente storico e tradizionale del doppio regime inaugurato nel 2007 nel rito romano.

 

Con l’augurio di una buona estate

 

Stefano Parenti

 

 

Ringrazio il Prof. Stefano Parenti, noto studioso di liturgie orientali ed ex collega a S. Anselmo, per questo testo. Mi sembrano illuminanti le norme che regolano il doppio uso liturgico in Russia, norme che confermano i criteri che in questo blog ho sempre indicato per una eventuale coabitazione delle due forme del Rito romano, in particolare il carattere locale/comunitario del rito e non individuale (à la carte…). Questo testo mi conferma anche nell’opinione che ho espresso più volte nel blog su un eventuale futuro “pacifico” tra le due forme rituali: Immagino che la cosiddetta “pace liturgica” sarà possibile non attraverso l’attuale “proselitismo liturgico”, ma solo attraverso un Sinodo dei vescovi che affronti la situazione creatasi dopo il 2007 nel Rito romano.

 

Matias Augé

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15 agosto 2015 6 15 /08 /agosto /2015 11:00
DOMENICA XX DEL TEMPO ORDINARIO ( B )

Gustate e vedete com’è buono il Signore

 

Prov 9,1-6; Sal 33 (34); Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

 

Anche in questa domenica, in cui proseguiamo la lettura del capitolo 6 di san Giovanni sul pane della vita, ci vengono riproposti alcuni versetti del Sal 33. Como dicevamo sopra, questo salmo è un messaggio di gioia e di speranza che un povero indirizza ad altri poveri. Ad essi egli racconta la sua meravigliosa esperienza di Dio. Il testo odierno riprende la parte centrale del salmo, in cui esso assume un tono didattico.

 

Il tema centrale d’oggi è l’eucaristia, che in questa domenica viene proposta come comunione. Le letture bibliche ci aiutano quindi ad approfondire il significato del comunicarsi.

 

Con un’immagine poetica la prima lettura presenta la sapienza di Dio come una persona che prepara un sontuoso convito di festa per tutti gli uomini disposti ad abbandonare ogni stoltezza. L’immagine del banchetto per esprimere la relazione vitale del popolo eletto con Dio attraversa tutta la Bibbia e acquista il suo pieno significato alla luce del banchetto eucaristico che raduna tutti coloro che amano Dio e la sua giustizia.

 

Nel brano evangelico ritroviamo la tematica del “pane vivo, disceso dal cielo”, presente già domenica scorsa e oggi riproposta nel suo pieno senso eucaristico. Le parole di Gesù fanno reagire i giudei che si mettono a discutere tra di loro dicendo: “come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù però non risponde più, ma insiste sul fatto che per avere la vita bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. Al tempo stesso però egli spiega che il rapporto di comunione vitale tra lui e quanti mangiano la sua carne è del medesimo tipo di quello che lega reciprocamente lui e il Padre: “come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Quindi, partecipare sacramentalmente all’eucaristia vuol dire mettersi in condizione di riprodurre tra noi e Cristo lo stesso tipo di rapporti che caratterizza la sua unione col Padre. In questo contesto, possiamo capire meglio l’affermazione di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Non si tratta di una vita qualsiasi, ma della vita eterna, che nel vocabolario di san Giovanni indica una realtà che appartiene al mondo di Dio e che, tuttavia, viene data anche a noi. Si tratta di una vita che può dirsi divina non solo perché viene da Dio come un dono, ma perché è una partecipazione alla sua stesa vita. Noi, in altri termini, siamo introdotti nel dialogo di conoscenza e di amore che unisce il Padre e il Figlio e che costituisce la vita della Trinità. E non è solo una realtà futura (“lo risusciterò nell’ultimo giorno”), ma una realtà già presente, sia pure allo stato germinale: “rimane in me e io in lui”. Rimanere o dimorare con Dio è già possibile ora se ci apriamo alla Parola di Cristo e ci sediamo con lui alla mensa eucaristica. La futura vita eterna altro non sarà se non la comunione totale nell’incontro definitivo con Dio, di cui la comunione eucaristica è anticipazione e garanzia.

 

La comunione non è una specie di distributore automatico di “vita eterna”. Non basta comunicarsi materialmente. La comunione eucaristica è un gesto di fede; è vita nella misura in cui si è disponibili a lasciarsi trasformare dalla vita stessa di Cristo. Dire che Cristo è il nostro cibo significa fare di lui il fondamento della nostra vita. La seconda lettura, riprendendo il linguaggio della prima, illustra come conservare la vita nuova che ci viene donata nella partecipazione all’eucaristia: “comportandovi non da stolti, ma da saggi”.

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13 agosto 2015 4 13 /08 /agosto /2015 04:00
ASSUNZIONE DELLA B. V. MARIA

Messa vespertina nella vigilia

 

Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza

 

1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2; Sal 131 (132); 1Cor 15,54b-57; Lc 11,27-28

 

I due versetti del Vangelo di Luca che vengono proposti come lettura evangelica di questa messa vespertina nella vigilia della solennità dell’Assunzione di Maria contengono la lode che una donna della folla mentre parlava Gesù rivolge a Maria, dichiarandola beata perché Madre di Gesù secondo la carne. Notiamo che l’orazione colletta della messa mette in rapporto l’innalzamento di Maria alla sublime dignità di madre del Figlio di Dio e il mistero della sua assunzione in cui è stata “coronata di gloria incomparabile”. Gesù nel intervento che fa seguito alle parole dell’anonima donna di cui parla Luca, non la contraddice. Infatti, quanto Egli dice non suona come opposizione a quanto quella donna ha detto prima. Anzi, Gesù raddoppia la lode e afferma che Maria è beata in un senso ancora più eccelso in quanto assidua ascoltatrice della parola di Dio e ad essa fedele.

 

Per meglio capire le parole di Gesù, bisogna aver presente anzitutto che il testo lucano è talvolta tradotto e inteso in un senso avversativo (“beati piuttosto…”), che non ha nell’originale greco. Renderebbe meglio il senso del testo originale la traduzione: “Ancor più beati…” In secondo luogo, occorre interpretare il tutto nel contesto generale del Vangelo di san Luca. Nei capitoli anteriori, l’evangelista ha parlato più volte di Maria e l’ha presentata come colei che ascolta, accoglie, custodisce, medita e vive la Parola di Dio. Maria infatti ha accolto con un generoso “sì” l’annuncio dell’angelo Gabriele e ha fatto sua quella Parola che, per opera dello Spirito Santo, si è fatta carne nel suo grembo (Lc 1,26-38). Per cinque volte si è poi detto che Maria ha osservato “la legge del Signore” (Lc 2,22.23.24.27.39) e che ha accolto la parola di Gesù dodicenne e l’ha custodita nel suo cuore (Lc 2,51), cioè ne ha fatto nutrimento per la sua vita. Notiamo che col temine “legge” nella terminologia biblica è indicata la Bibbia, in particolare i primi cinque libri dell’Antico Testamento, ossia il Pentateuco.

 

Le parole di Gesù: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” valgono in primo luogo per Maria sua Madre, ma sono dette anche per tutti coloro che ascoltano e accolgono la Parola. Qualche capitolo prima (cf. Lc 8,21), l’evangelista ci racconta che Gesù, avvertito che sua madre e i suo fratelli desideravano vederlo, risponde: “Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”. Gesù rimanda in ambedue i casi all’ascolto della Parola come segno dell’autentica nuova parentela con Lui.

 

La Chiesa, noi tutti siamo chiamati ad essere sempre discepoli della Parola che portiamo nel nostro grembo e che porgiamo all’umanità con l’evangelizzazione. Per questo abbiamo bisogno, ad imitazione di Maria, di un profondo atteggiamento di contemplazione, di preghiera, di meditazione sapienziale della Parola.

 

In Maria, che ha portato nel suo grembo il Figlio dell’eterno Padre (cf. antifona alla comunione) e ha ascoltato e messo in pratica la Parola (cf. lettura evangelica), Dio ha operato grandi cose che hanno trovato pieno compimento nel mistero della sua assunzione in corpo e anima alla gloria del cielo (cf. antifona d’ingresso). La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è immagine e inizio della Chiesa in cammino verso il traguardo del giorno del Signore.

 

 

Messa del giorno

 

Risplende la Regina, Signore, alla tua destra

 

Ap 11,19a; 12,1-6a.10°; Sal 44 (45); 1Cor 15,20-27°; Lc 1,39-56

 

La solennità dell’Assunzione della Madonna ci invita a celebrare il transito di Maria alla luce del testo evangelico che la canta quale dimora di Dio, Arca dell’alleanza recante in sé, nel proprio corpo, la presenza di Dio, e che con il Magnificat fa memoria del passaggio di Dio nella vita della sua umile serva.

 

Maria come l’Arca dell’alleanza è la vera abitazione di Dio sulla terra. San Luca, presentando Maria in cammino verso la montagna, non può non ricordare il cammino dell’Arca ai tempi di Davide. Un giorno il re decise di trasportarla da Baalà di Giuda a Gerusalemme. Durante il cammino Uzzà stese la mano verso l’Arca e la sostenne, perché i buoi vacillavano, e restò fulminato sul posto. Spaventato, il re disse: “Come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9). Nel brano evangelico odierno ascoltiamo Elisabetta che dice: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?” La somiglianza delle due frasi è evidente. Vediamo poi che Davide non volle trasferire l’Arca presso di sé, ma la fece dirottare in casa di Obed-Edom, dove rimase tre mesi e, aggiunge il testo: “Il Signore benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa” (1Sam 6,11). Anche qui troviamo un parallelismo con l’evento narrato da Luca: Maria portò Gesù e “rimase circa tre mesi” e così fu benedetta la casa di Zaccaria.

 

Elisabetta, la sterile, e Maria, la vergine, si abbracciano nello stupore del Dio che opera ciò che umanamente è impossibile. Elisabetta aveva lodato Maria. Maria, invece, riconosce che tutto è opera di Dio e come Maria, la profetessa, sorella di Mosè, dopo il passaggio del Mar Rosso (Es 15,21), come Anna, dopo il dono della maternità (1Sam 2,1-10), anche la Madre di Gesù innalza la sua lode all’Altissimo. Il Magnificat è una bellissima sintesi della storia della salvezza. Maria si colloca come punto di arrivo di tutto il cammino del popolo di Dio e come punto di partenza del nuovo popolo. Nel Magnificat si denuncia la menzogna e l’illusione di coloro che si credono signori della storia e arbitri del loro destino e si va incontro a chi, come Maria, ha il cuore carico di amore e l’anima distaccata e libera. Il Dio che si rivela nel Magnificat è il Dio degli umili, dei poveri, degli affamati, degli ultimi, tra i quali Maria si riconosce: “ha guardato l’umiltà della sua serva”.

 

"D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Maria non esalta se stessa, ma il Signore che l’ha eletta a strumento del suo amore. Questa è la più grande “vittoria” di Maria: essersi lasciata possedere tutta da Dio, perché egli manifestasse in lei “la potenza del suo braccio”. La grandezza di Maria appare nel suo celebrare e riconoscere che Dio ha fatto tutto in lei, mentre lei si è limitata a credere. Maria ha osato credere allo sguardo di amore di Dio su di lei.

 

Celebrando l’Assunzione di Maria dobbiamo collocare questo evento nella “totalità” del mistero di Maria. Allora potremo percepire che in essa ci sono i destini dell’umanità. Quello che in lei è ormai una realtà pienamente posseduta, lo sarà un giorno anche per noi. Maria assunta diventa icona escatologica della Chiesa. In Maria è anticipato il destino di gloria riservato a tutti i credenti. Paolo nella seconda lettura ci ricorda che Cristo è la primizia di questo destino. Maria è la prima di quella catena di creature che Dio vuole recuperare a sé.

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10 agosto 2015 1 10 /08 /agosto /2015 04:00

di Andrea Grillo

 

Pubblicato il 7 agosto 2015 nel blog: Come se non

 

Sono stati pubblicati gli atti del Seminario tenuto a maggio presso la Università Gregoriana, su iniziativa dei Vescovi Tedeschi, Francesi e Svizzeri. I testi si possono leggere in francese, tedesco e italiano e sono accessibili in internet, al sito indicato in nota all’articolo.  

 

Prima del Sinodo, proposte per avvicinare “la dottrina e la vita”

 

di Loup Besmond de Senneville

 

(in “La Croix” del 6 agosto 2015 – traduzione: www.finesettimana.org)

 

Gli episcopati svizzero, francese e tedesco, che avevano organizzato un convegno a porte chiuse sulla famiglia in maggio a Roma, hanno deciso di rendere pubbliche le proposte che vi sono state formulate. Un modo per alimentare il dibattito teologico voluto dal papa. Nel maggio scorso, vescovi e teologi si erano riuniti a Roma per riflettere insieme a possibili evoluzioni della dottrina della Chiesa sulla famiglia. Alcune idee presentate in quel convegno erano circolate, ma i testi degli interventi teologici non erano stati resi pubblici. Lo sono stati ora per iniziativa della Conferenza episcopale tedesca, organizzatrice del convegno con i vescovi francesi e svizzeri. Basati sulla stessa constatazione, secondo la quale la dottrina del matrimonio e la vita “hanno troppo pochi punti in comune”, i testi tradotti nelle tre lingue e messi on line all’inizio di agosto (1) presentano proposte audaci per far evolvere la dottrina della Chiesa sulla famiglia. Si parla soprattutto della situazione delle persone divorziate e risposate. “Come possono tali biografie umane essere accompagnate e incoraggiate, sul piano teologico, pastorale e giuridico, quando non possono ristabilire il loro matrimonio senza commettere nuove colpe gravi?”, chiede l’esegeta tedesco Thomas Söding. Se la separazione è segno di un fallimento, la sua compatriota Eva Maria Faver propone che la Chiesa consideri la nuova unione come “un passo verso un nuovo futuro riempito di senso, e nel corso del quale la disperazione diventa speranza”. “Non si può non tener conto della storia dei soggetti”, insiste anche il gesuita Alain Thomasset, professore al Centre Sèvres di Parigi. Ogni valutazione morale di un atto, prosegue, deve tener conto del contesto nel quale si svolge. Come un omicidio può essere definito legittima difesa, incidente, assassinio o crimine passionale, occorre fare delle distinzioni analoghe per gli atti sessuali considerati dalla Chiesa “intrinsecamente cattivi”, o per la contraccezione. Suggerisce ad esempio di considerare “soggettivamente non colpevoli” la contraccezione abortiva, gli atti sessuali di certe persone risposate, e quelli degli omosessuali “che vivono in coppia stabile e fedele”. Il mondo diventa più complesso, ritengono all’unisono, i punti di riferimento sono più fragili. Un fenomeno che la Chiesa deve ormai tenere presente: “Nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante”, afferma la francese Anne-Marie Pelletier. È sempre in nome di questa crescente complessità che alcuni, come lo svizzero François-Xavier Amherdt, dell’università di Friborgo, si esprimono a favore del riconoscimento di certe relazioni fuori dal matrimonio. I valori di “situazioni intermedie” come la convivenza “non sono insignificanti”, insiste, parlando specificamente di un “progetto reale di matrimonio futuro” o una “dimensione relazionale d’amore” espressa nelle relazioni sessuali. Da qui la necessità, sostiene, di “non gettare un discredito totale su tali situazioni”. A due mesi dal Sinodo, la pubblicazione di queste proposte audaci ha evidentemente l’ambizione di alimentare l’intenso dibattito in corso. “C’è la sensazione di grande libertà nel dibattito, si rallegra Anne-Marie Pelletier. Vi ritroviamo una dinamica che, certo, comporta necessariamente una dimensione di scontro, ma può essere costruttiva. Ad esempio, è attraverso tale dimensione che si è costruito il Concilio Vaticano II”.

 

(1)  http://www.dbk.de/fileadmin/redaktion/diverse_downloads/dossiers_2015/2015-05- 25_Dokumentation_Studientag_zur_Bischofssynode_FR_DE_IT.pdf (Gli atti sono presentati in francese, tedesco e italiano. La versione italiana va da pag. 119 a pag. 176)

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Liturgia e Chiesa

 

 LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE
E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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