Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Wednesday 23 april 2014 3 23 /04 /Apr /2014 05:00

Arocena Penitencia

Félix María Arocena, Penitencia y unción de los enfermos, EUNSA, Ediciones Universidad de Navarra, Pamplona 2014. 446 pp.

La penitenza e l’unzione degli infermi, nella loro specifica differenza, conservano uno stretto rapporto perché l’uno e l’altro sono sacramenti di guarigione. Il loro carattere terapeutico e restauratore è stato messo in rilievo dalla riflessione spirituale sia orientale che occidentale. L’autore del volume si occupa preferenzialmente  di questi due sacramenti nella tradizione latina della Chiesa cattolica, senza dimenticare però la ricca riflessione spirituale dell’Oriente cristiano.

Una riflessione sistematica e completa dei due sacramenti con caratteristiche manualistiche. Uno studio serio e a portata anche dei non "eruditi" in materia.

Félix  María Arocena è professore di liturgia nella Facoltà Teologica dell’Università di Navarra. Il suo possente volume è frutto di anni di insegnamento e di riflessione.  

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Monday 21 april 2014 1 21 /04 /Apr /2014 05:00

Deserto

di Aurelio Porfiri 

L’eremita, come spesso gli capitava, era intento alla lettura. Le lunghe privazioni nel suo remoto eremo non comprendevano quella della lettura, forse un ultimo vizio od un dolore troppo grande nel farne a meno. Il Discepolo spesso e volentieri lo sorprendeva intento a seguire con scrupolo quello che le righe di questo o quel libro suggerivano alla sua immaginazione…

Discepolo: Maestro, se ti disturbo posso anche andare….

Eremita: Non è necessario che te ne vai, mi piace condividere con te i frutti delle mie riflessioni, spesso causate dai libri che vado leggendo.

D: Ogni libro aggiunge qualcosa a quello che siamo?

E: Direi che a volte sottrae qualcosa e a volte aggiunge…

D: puoi spiegare meglio….

E: Proverò….noi spesso pensiamo di leggere i libri.

D: E non è così?

E: Certamente, ma non possiamo provare anche a pensare che siamo letti dai libri?

D: Rinuncio…

E: Insomma, il libro ci cambia ed interagisce con noi in modo attivo, quando c’è l’intervento della nostra volontà, ma anche passivo quando le informazioni che il libro trasmette ci cambiano malgrado quello che la stessa volontà ci direbbe di fare….

D: Quindi la lettura non è un fenomeno univoco, ma forse anche bidirezionale.

E: E se fosse così?

D: Sarebbe interessante…ma cosa stai leggendo…

E: Leggevo un libro interessante e forse, ma dico forse, pericoloso…”Manuale per comprendere il significato simbolico delle cattedrali e delle chiese”.

D: Chi ne è l’autore?

E: Guillaume Durande de Mende, un Vescovo vissuto nel XIII secolo…

D: Questo nome non mi è nuovo…dove l’ho incontrato…

E: Dovrebbe essere sepolto a Roma…

D: Forse a Santa Maria sopra Minerva?

E: Santa Maria sopra Minerva….

Al nome di questa Chiesa, lo sguardo dell’Eremita si fece assente, come se rimembrasse anni passati in cui si raccoglieva nella mattina presto presso questa chiesa, osservando i lenti gesti di un sacerdote solitario che sull’altare sotto cui attendeva la risurrezione la grande Caterina, celebrava l’inaudito mistero della Messa.

D: C’è qualcosa che ti ha colpito in particolare in questo libro?

E: C’è un bel passaggio sul coro. Ascolta: “Il coro dei chierici è il luogo dove essi si riuniscono per cantare insieme, o la moltitudine del popolo riunito per assistere ai santi misteri. Il coro (chorus) ha preso il suo nome da chorea (danza) o da corona (corona). In effetti, un tempo i chierici rimanevano in piedi attorno agli altari, come in una corona, e cantavano così, nella stessa tonalità, i salmi; ma Flaviano e Teodoro stabilirono poi che essi cantassero o salmodiassero alternativamente e vennero istruiti a questo riguardo da Ignazio che, su questo, era stato prima istruito da Dio”.

D: Come commenti questo passo?

E: Mi piace l’idea del coro come corona…la corona della Sposa con cui avanza incontro al suo sposo…

D: Il coro liturgico come segno di regalità…

E: Esatto, come segno della Sposa che incontra il Re, suo Sposo.

D:  Mi sembra di ricordare qualcosa da un Salmo….

E: “Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo la casa di tuo padre; al re piacerà la tua bellezza…”

D: “La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d’oro è il suo vestito. E’ presentata al re in preziosi ricami…”.

E: Il coro liturgico è il diadema della Sposa…

D: Bella questa immagine….

L’eremita sorrise a questa affermazione. Negli ultimi tempi, non gli capitava spesso di poter sorridere.

 

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Wednesday 16 april 2014 3 16 /04 /Apr /2014 15:00

 

 


 

       TRIDUO PASQUALE     

 

 

 

GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI”

17 Aprile 2014

 

Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza

 

Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

 

Nel Sal 115 l’orante, dopo aver superato pericoli e insidie varie, proclama l’intervento liberatore di Dio: nel corso di una celebrazione comunitaria al tempio offre un sacrificio di ringraziamento a Dio con una coppa di vino. Il salmo era usato nella liturgia ebraica come preghiera di ringraziamento al termine della cena pasquale. In un certo modo, esso riassumeva quanto si era compiuto nella cena. La Chiesa ha ripreso questo salmo nella messa del Giovedì santo e nei vespri del Venerdì santo e del Sabato santo. Nel giovedì il ritornello del salmo responsoriale orienta l’attenzione verso il calice del Signore come dono di salvezza. Dal calice eucaristico, comune a Cristo e alla Chiesa, scaturisce la vita per l’umanità. Questo è veramente il calice della salvezza.

 

Il brano evangelico d’oggi inizia con queste parole: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  La sera del Giovedì Santo celebriamo l’ora di Gesù, l’ora in cui egli manifesta pienamente se stesso facendosi dono per noi. Nell’eucaristia facciamo memoria di Gesù, del suo dono personale in nostro favore e siamo inviati ai nostri fratelli per farli partecipi della “pienezza di carità e di vita” (cf. colletta della messa) attinta dal mistero eucaristico.  

 

Nel racconto fondatore dell’eucaristia riportato da san Paolo (cf. seconda lettura) si pone nelle labbra di Gesù per ben due volte, dopo le parole sul pane e quelle sul calice, l’ordine: “fate questo in memoria di me”. Cosa significa fare, ripetere questi gesti “in memoria” di Gesù? Per cogliere il significato di questa espressione bisogna risalire all’istituzione della Pasqua ebraica, di cui ci parla la prima lettura; dopo le prescrizioni rituali riportate dal testo, il brano conclude con queste parole: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore…” Nella cultura giudeo-cristiana, ricordare o fare memoria esprime la convinzione che l’evento salvifico si attualizza nella storia. In questo senso, l’eucaristia non è un ricordo solo interiore o un segno senza riscontro nella realtà, ma ripresentazione efficace nel sacramento del sacrificio di Cristo nell’oggi della Chiesa in tensione verso la realtà gloriosa del Cristo risorto.  

 

La memoria di Gesù è dinamica: essa proietta in avanti la Chiesa che in questo modo ha preso contatto con il suo Signore e che deve esprimere nell’esistenza ordinaria quello che Gesù ha vissuto sulla terra, vale a dire l’amore a Dio a agli uomini “sino alla fine”. Questo è il senso della lavanda dei piedi (cf. vangelo), tramandata solo da Giovani al posto dell’istituzione eucaristica. In questo modo, san Giovanni presenta l’eucaristia come il sacramento dell’abbassamento, dell’obbedienza, del sacrificio spirituale e dell’amore di Cristo, del dono totale di sé per la salvezza di noi tutti.

 

Possiamo concludere affermando che il messaggio del Giovedì Santo è tutto qui: vivere, ad esempio di Cristo, la nostra fede come dono di noi stessi al servizio dei nostri fratelli, nella obbedienza a Dio Padre. Questo è il senso dell’eucaristia, questa è la missione fondamentale del sacerdozio ministeriale nella Chiesa e questo è il nocciolo della vita cristiana sintetizzata nel comandamento nuovo dato da Gesù quando dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12).

 

 

 

VENERDI’ SANTO: PASSIONE DEL SIGNORE – 18 Aprile 2014

 

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito

 

Is 52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

 

L’autore del Sal 30, perseguitato dai suoi nemici, invoca con profonda speranza l’aiuto di Dio, di cui altre volte ha ricevuto soccorso. E’ una preghiera piena di fiducia nel Signore: l’orante è certo che mai sarà deluso e che quindi la sua preghiera sarà esaudita. Nel racconto della passione, san Luca scrive che Gesù, riprendendo il v. 6 di questo salmo, gridò a gran voce prima di spirare: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Sono le parole che ripetiamo oggi come ritornello del salmo responsoriale. 

 

Le tre letture bibliche di questo Venerdì santo accentuano la dimensione gloriosa della croce, anche se non manca il simbolismo della croce – scandalo. Nel racconto della passione secondo Giovanni e, in genere nel quarto vangelo, la croce è già la gloria di Dio anticipata. Vediamolo più in dettaglio soffermandoci su alcune caratteristiche del racconto della passione nel vangelo di san Giovanni, in particolare nell’arresto di Gesù e nel momento della sua morte.

 

Una prima caratteristica è la consapevolezza. Gesù è pienamente consapevole di tutto ciò che sta per accadere contro di lui. La consapevolezza di Gesù nei confronti della passione e morte è segnalata tre volte nel vangelo di Giovanni (13,1; 18,4; 19,28). E in tutti e tre i casi è adoperato un verbo greco (oida) che indica una consapevolezza piena, chiara e stabile. Dopo la consapevolezza, il secondo tratto è la libertà. Giovanni racconta che Gesù “uscì fuori”, andando lui stesso incontro a coloro che venivano ad arrestarlo. Gesù non è un uomo impotente nelle mani dei suoi aguzzini, ma un uomo che si consegna da sé.  Gesù si preoccupa addirittura dei suoi discepoli e dice a coloro che vengono ad arrestarlo: “se cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. E’ sempre Lui che domina e dirige tutta la scena. Quando Pietro colpisce con la spada Malco, il servo del sommo sacerdote, la risposta di Gesù al gesto di Pietro è un secco rifiuto di ogni tipo di resistenza: “Rimetti la spada nel fodero”. La ragione è la volontà del Padre, alla quale Gesù non intende in alcun modo di sottrarsi.

 

Se ora ci spostiamo alla fine del racconto, nei momenti vicini alla morte di Gesù, notiamo che anche qui Egli è pienamente consapevole degli eventi tragici di cui è protagonista, eventi che Gesù gestisce appunto come vero protagonista. In questa parte del racconto, ricorre tre volte il verbo “compiere”. Che cosa è compiuto? Dopo aver preso l’aceto, Gesù dice “E’ compiuto”, che non significa semplicemente che la fine è giunta. Bensì: l’opera che il Padre ha affidato a Gesù, è compiuta, realizzata fino in fondo; Gesù ha condotto fino al limite estremo il suo amore (“li amò sino alla fine”, leggevamo ieri nel vangelo). Le Scritture si sono compiute. La Croce non è un compimento come gli altri, ma il termine a cui tutta la Scrittura, e dunque il disegno di Dio tendeva. Subito dopo Giovanni descrive la morte di Gesù dicendo che Egli “consegnò lo spirito”. Gesù muore cosciente e consenziente: è Lui che china il capo e rende lo spirito. Gesù conclude la sua opera in un atto di serena consapevolezza e nell’atteggiamento che gli è stato abituale lungo tutta la vita: il dono.

 

Un soldato trafigge il fianco di Gesù con la lancia e “subito ne uscì sangue e acqua”, dice Giovanni. Perché il sangue e l’acqua? Il sangue è il segno del valore redentore del sacrificio di Gesù, e l’acqua è il simbolo dello Spirito Santo e della vita che di quel sacrificio sono il frutto. Dalla Croce del Venerdì santo scaturiscono per tutta l’umanità questi doni che durano per sempre.  

 

 

 

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 19/20 Aprile 2014

 

Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre

 

Gn 1,1-2,2; Gn 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14; Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-17a.18-28; Rm 6,3-11; dal Sal 117 (118); Lc24,1-12

 

La celebrazione della Veglia pasquale si divide in quattro parti: la liturgia della luce o “lucernario”, la liturgia della Parola, la liturgia battesimale e la liturgia eucaristica. I diversi momenti celebrativi della Veglia hanno un filo conduttore: l’unità del disegno salvifico di Dio che si compie nella Pasqua di Cristo per noi.

 

L’antico testo dell’Annuncio pasquale è percorso da una profonda coscienza teologica di tipo sapienziale e contemplativo, che si nutre di stupore e di adorazione, di lode e di ringraziamento e in tale linguaggio si esprime: si parte dalla contemplazione della storia delle opere salvifiche compiute da Dio, il cui primo atto è la creazione del cosmo e dell’uomo, per arrivare alla nuova creazione dell’uomo in Cristo morto e risorto: “il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti”. Ciò che l’annuncio pasquale proclama con accenti lirici, viene in seguito ripreso dalle letture bibliche, che in modo progressivo introducono i partecipanti nella contemplazione dei principali eventi della storia salvifica: la creazione (Gn 1,1-2,2); il sacrificio di Abramo (Gn 22,1-18); il passaggio del Mar Rosso (Es 14,15-15,1); la Gerusalemme nuova, ricostruita dopo l’esilio (Is 54,5-14); la chiamata ad una alleanza eterna (Is 55,1-11); la guida splendente della luce del Signore (Bar 3,9-15.32,4-4); la promessa di un’acqua pura e purificatrice (Ez 36,16-28); il battesimo, mistero pasquale (Rm 6,3-11); l’annuncio della Risurrezione (Mt 28,1-10). Più che una descrizione storica in senso moderno, la storia della salvezza, tratteggiata dalle letture bibliche, è da interpretarsi come una confessione di fede nell’azione salvifica di Dio e quindi come storia unitaria che trova in Cristo senso pieno e compimento.  

 

Le orazioni che si recitano dopo le singole letture anticotestamentarie interpretano questi brani in chiave cristologica, ecclesiale e sacramentale. Così siamo invitati a passare: dalla prima creazione alla “creazione nuova”, più mirabile ancora, che si opera nella nostra redenzione; dal gesto sacrificale di Abramo sul figlio Isacco al sacrificio di Cristo; dalla liberazione del popolo di Dio attraverso il Mar Rosso al battesimo sacramento della nostra liberazione; dalla Gerusalemme nuova, ricostruita dopo l’esilio, alla Chiesa nuovo popolo di Dio; dalla chiamata ad una alleanza eterna alla realtà di questa alleanza sigillata nella Pasqua di Cristo e partecipata nei sacramenti; dall’invito a camminare illuminati dalla Sapienza divina alla luce dello Spirito che ci è stata elargita nel battesimo; dalla promessa di un’acqua pura e purificatrice all’acqua battesimale che ci purifica e ci trasforma.  

 

Dopo le letture bibliche segue la liturgia battesimale che ci immerge nella morte di Gesù per una vita nuova nello Spirito. Finalmente, la celebrazione eucaristica, momento culminante della Veglia, che è in modo pieno il sacramento della Pasqua, cioè memoriale del sacrificio della Croce e presenza del Cristo risorto, completamento dell’iniziazione cristiana, pregustazione della Pasqua eterna. La celebrazione della Pasqua significa quindi per noi tutti la ripresa di un programma di vita che si realizza in un impegno permanente di rinnovamento mai pienamente raggiunto. Questo è il frutto della Pasqua indicato dalla colletta della messa: che “tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio”. Solo la nostra morte vissuta “in Cristo” potrà compiere il senso dell’esistenza cristiana. Nel frattempo, si tratta di rimanere fedeli a quel germe di vita nuova che abbiamo ricevuto nel battesimo e cresce e si consolida nell’eucaristia  fino al compiersi in noi della Pasqua definitiva.  

 

 

 

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO

20 Aprile 2014

 

Questo è il giorno di Cristo Signore: alleluia, alleluia

 

At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Lc 24,1-12

 

Il Sal 117 è un inno di gioia e di vittoria, proclamato in ogni eucaristia della settimana pasquale e nella liturgia delle ore di ogni domenica. Il salmo forma parte del “hallel egiziano”, così chiamato perché si cantava specialmente in occasione del memoriale della liberazione degli Israeliti dall’Egitto, durante il sacrifico dell’agnello e durante la cena pasquale. La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore.

 

 

La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il vangelo narra l’evento storico della risurrezione di Gesù, ripensato e raccontato a scopo di fede: Giovanni sottolinea che si tratta di una vera risurrezione, ma l’interesse prevalente dell’evangelista sembra essere di carattere ecclesiale; egli infatti sottolinea anzitutto l’itinerario di fede dei discepoli nel Cristo risorto. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.

 

 

Ci soffermiamo brevemente sulla seconda lettura alternativa, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, dove l’affermazione centrale del brano è: “Cristo, nostra Pasqua è stato immolato!”, parole riprese poi dall’antifona alla comunione. Il prefazio pasquale I parla di Cristo “vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo”. La sequenza adopera l’espressione: “vittima pasquale”, riferita sempre a Cristo, e aggiunge: “L’agnello ha redento il suo gregge”. Nell’Antico Testamento l’immolazione dell’agnello era l’elemento essenziale della celebrazione della Pasqua (cf. Es 12). Il Nuovo Testamento, e particolarmente il vangelo di Giovanni, hanno considerato l’agnello pasquale come figura di Gesù. Egli muore sulla croce nella Paresceve, nell’ora in cui nel tempio si immolavano gli agnelli per la celebrazione della cena pasquale. Lo stesso apostolo Giovanni nell’Apocalisse descrive la glorificazione dell’Agnello: “L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione […] A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli” (Ap 5, 12-13). L’agnello sgozzato e glorificato è la nostra Pasqua!

 

 

Giovanni Crisostomo, parlando dell’eucaristia, dice: “Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3). Compiendo il rito pasquale gli Israeliti sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore li fece uscire dall’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani siamo partecipi dell’Agnello pasquale, del “corpo donato” e del “sangue versato” di Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza del peccato e dal potere della morte.

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Tuesday 15 april 2014 2 15 /04 /Apr /2014 16:06

Per completare la documentazione su quanto è stato già esposto in questo blog sulle sfide pastorali sulla famiglia, propongo questa riflessione di Andrea Grillo, postata nel suo blog con data odierna:


I nemici di Kasper ricevono applausi scroscianti dal capo dei lefebvriani...

Una riflessione "esasperata e scomposta" sul prossimo Sinodo Straordinario

Abbiamo già più volte considerato le opposizioni alla "relazione Kasper", che hanno trovato eco spesso sul giornale "Il Foglio", oltre che, qua e là, in altri ambiti della espressione mediatica extra- e intra-ecclesiale. E' interessante notare quanto queste posizioni "estreme" e "viscerali" siano gradite all'estremismo tradizionalista. In questa Dichiarazione del Superiore generale Bernard Fellay si manifestano tutte le idiosincrasie verso Kasper, - ma anche verso papa Francesco - che abbiamo ascoltato da alcuni tra i principali "profeti di sventura" della attuale Chiesa cattolica. E' utile considerare  quanto del Concilio Vaticano II rimanga del tutto incompreso in queste posizioni esasperate e intolleranti. E quanto poco responsabili appaiano alcuni dei personaggi "lodati" da Fellay, per aver proposto in modo scomposto, per tutte queste settimane, una prospettiva lefebvriana in teologia del matrimonio. Nulla a che fare con quella domanda di "intelligenza" e di "coraggio" che papa Francesco ha  esigito fin dall'inizio di questo percorso e lungo la quale la relazione Kasper ha avviato la Chiesa in modo esemplare.  Del testo di Fellay mi sono permesso di evidenziare in grassetto le affermazioni più oltranziste.

Dichiarazione di Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità San Pio X, sulla nuova pastorale matrimoniale secondo il Cardinal Kasper.

Cosa accadrà all’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi che si deve riunire dal 5 al 19 ottobre 2014, dedicato alle «sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione»? Questa domanda si pone con grande inquietudine dopo che, all’occasione dell’ultimo Concistoro (20 febbraio 2014), il cardinal Walter Kasper, alla domanda di papa Francesco e con il suo insistente sostegno, ha presentato il tema del prossimo Sinodo facendo delle aperture falsamente pastorali e dottrinalmente scandalose. Questo rapporto, che inizialmente sarebbe dovuto rimanere segreto, è stato pubblicato dalla stampa e i dibattiti burrascosi che ha sollevato tra i membri del Concistoro hanno finito per essere ugualmente svelati. Un professore universitario non ha esitato a parlare di una vera «rivoluzione culturale» (Roberto de Mattei), e un giornalista ha qualificato come «cambio di paradigma» il fatto che il card. Kasper proponga che i divorziati «risposati» possano comunicarsi senza che il loro precedente matrimonio sia riconosciuto nullo, «attualmente non è il caso, stando alle parole di Gesù, molto severe ed esplicite sul divorzio» (Sandro Magister). Dei prelati si sono levati contro questo cambiamento, come il cardinal Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, chiedendosi: « Chi fa questa ipotesi, almeno finora non ha risposto a una domanda molto semplice: che ne è del primo matrimonio rato e consumato?  Se la Chiesa ammette all’eucarestia, deve dare comunque un giudizio di legittimità alla seconda unione. E’ logico. Ma allora – come chiedevo – che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, visto che la bigamia è contro la parola del Signore. E il primo?  E’ sciolto? Ma i papi hanno sempre insegnato che la potestà del Papa non arriva a questo: sul matrimonio rato e consumato il Papa non ha nessun potere. La soluzione prospettata porta a pensare che resta il primo matrimonio, ma c’è anche una seconda forma di convivenza che la Chiesa legittima. (…) La domanda di fondo è dunque semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde. » (Il Foglio, 15/03/14). Si potrebbero aggiungere le gravi obiezioni formulate dai cardinali Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Angelo Bagnasco, Robert Sarah, Giovanni Battista Re, Mauro Piacenza, Angelo Scola, Camillo Ruini… Ma queste obiezioni restano, anch’esse, senza risposta. Non possiamo aspettare, senza alzare la voce, che il prossimo ottobre si tenga il Sinodo nello spirito disastroso che gli vuol dare il cardinal Kasper. Lo studio allegato (cui rimanda il sito di MiL), intitolato «La nuova pastorale del matrimonio secondo il cardinal Kasper», mostra i gravi errori contenuti nel suo rapporto. Non denunciarlo vorrebbe dire lasciare la porta aperta ai pericoli su cui punta il dito il cardinal Caffarra: «si nega la colonna portante della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto uno potrebbe domandarsi: e perché non si approvano le libere convivenze?  E perché non i rapporti tra gli omosessuali? » (Ibidem). Quando delle famiglie numerose si sono mobilitate coraggiosamente questi ultimi mesi contro le leggi civili che ovunque minano la famiglia naturale e cristiana, è propriamente scandaloso vedere queste stesse leggi furtivamente sostenute da degli uomini di Chiesa desiderosi di allineare la dottrina e la morale cattoliche ai costumi di una società scristianizzata, anziché cercare di convertire le anime. Una pastorale che si fa beffa dell’insegnamento esplicito di Cristo sull’indissolubilità del matrimonio, non è misericordiosa, ma ingiuriosa nei riguardi di Dio che accorda a ciascuno la propria grazia in maniera proporzionata, e crudele verso le anime che, poste in delle situazioni difficili, ricevono questa grazia di cui hanno bisogno per vivere cristianamente e crescere ugualmente nella virtù, fino all’eroismo.

Menzingen, 12 aprile 2014.
+ Bernard Fellay Superiore generale della Fraternità San Pio X
Fonte: DICI (blog.messainlatino.it/2014/04/che-cosa-si decidera-nel-prossimo.html)

Come non ritrovare, in questo testo, alcuni degli spunti fondamentali che abbiamo già commentato in R. De Mattei o in J.J. Perez Soba nei post precedenti? Non è sorprendente che Fellay non citi mai il Concilio Vaticano II. E' invece del tutto sorprendente che non venga mai citato a proposito né da questi autori, né da quell'elenco di eccellenze e di eminenze che dovrebbero difenderlo dallo scherno e dalla incomprensione, così tipici della Fraternità San Pio X.  

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Monday 14 april 2014 1 14 /04 /Apr /2014 05:00

Prétot 

Patrick Prétot, L’adoration de la Croix. Triduum pascal (Lex Orandi n.s.), Du Cerf, Paris 2014. 477 pp.

Una monografia di grande interesse. Traduco alcune parole della Prefazione al volume a cura di Mgr Joseph Doré:

“Quando il cristianesimo è diventata la religione ufficiale dell’Impero, i cristiani del IV secolo hanno visto nella croce di Cristo un segno di vittoria. Vittoria della vita sulla morte nel mattino della Risurrezione, ma anche vittoria politico-religiosa, del cristianesimo dopo Costantino sugli altri culti e pensieri religiosi concorrenti.

Attraverso tre testi fondamentali dei secoli IV e V – l’Itinerarium di Egeria, il Lezionario Armeno e le Catechesi di Cirillo di Gerusalemme –, Patrick Prétot guida il lettore nella celebrazione della croce di Cristo, dei primi tempi del cristianesimo ma anche di quella d’oggi.

Questa superba riflessione sulla liturgia del Venerdì santo ci permette di comprendere meglio e  di vivere l’adorazione della croce, che i cristiani, dai primi tempi della Chiesa, onorano per dire la fede in un Dio che li salva”

(Testo in quarta di copertina)

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Saturday 12 april 2014 6 12 /04 /Apr /2014 05:00

Palme.jpg 

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

  

Is 50,4-7; Sal 21 (22); Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66  

 

Il Sal 21 è la preghiera di un giusto sofferente che si rivolge a Dio nell’angoscia. Questo salmo è stato chiamato un “grido di passione e di gloria”. Infatti, i sentimenti espressi dall’orante vanno dalla disperazione alla speranza, dalla morte alla vita, dal sepolcro alla risurrezione. La tradizione cristiana ha visto in questo testo una chiara profezia della passione di Cristo e della salvezza universale da lui compiuta. Gesù  stesso  si è appropriato del salmo quando sulla croce ne ha recitato la supplica iniziale: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).  

 

 

Questa domenica introduce nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, mistero di morte e di vita. Ecco perché la liturgia ci presenta questi due quadri: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme in cui la folla lo acclama re benedetto dal Signore e le ore tragiche del tradimento, della solitudine e della passione e morte in croce. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Al tempo stesso che noi commemoriamo questo evento, chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per partecipare della sua risurrezione (cf. colletta).

  

 

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, parla di un giusto sempre disponibile all’ascolto della parola di Dio e alla proclamazione del messaggio di salvezza a favore degli oppressi, e quindi proprio per questo perseguitato. Questo servo giusto e fedele di Dio trova il suo pieno riscontro nel Cristo che deve pagare con la morte la sua volontà di liberare l’uomo dalla oppressione che lo tiene in soggezione. Il racconto della passione, che leggiamo nel vangelo di Matteo, descrive questo dramma. Infine, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che in questo modo Cristo è giunto alla vita e ha aperto a noi le porte della vita. Il prefazio della messa proclama sinteticamente: “Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

 

 

La passione e morte di Gesù è raccontata dai quattro evangelisti con diversità di accentuazioni. Le caratteristiche fondamentali del modo con cui Matteo presenta la figura di Gesù negli eventi della passione si possono riassumere attorno a tre temi fondamentali: - Gesù subisce l’oltraggio degli uomini, ma lo fa in modo pienamente consapevole e non passivo, rimanendo pieno padrone della propria sorte. La morte non è stata per lui una fatalità ineluttabile a cui rassegnarsi, ma una scelta sofferta e consapevole di coerente fedeltà. - La passione e morte di Gesù è il compimento delle Scritture e quindi delle promesse di salvezza fatte da Dio al popolo d’Israele. Matteo, insistendo sulla realizzazione delle Scritture, ci fa capire che il progetto di Dio e l’obbedienza del Figlio a Lui vanno avanti nonostante l’incomprensione e l’ostilità dell’uomo, anzi, paradossalmente proprio attraverso di esse. - La morte di Gesù è presentata come un evento definitivo nella storia dell’umanità. Con il suo sacrificio, Gesù inaugura un nuovo periodo della storia, i cosiddetti tempi ultimi, i tempi in cui ha inizio il dominio di Dio sul mondo. Gli sconvolgimenti tellurici, la terra che trema e le rocce che si spezzano, ne sono un segno.

  

 

Nel dramma di Gesù si compie il dramma di ciascuno di noi. La sofferenza che proviene dalla coerenza e dalla fedeltà a Dio, alla verità, alla giustizia, apparentemente porta alla sconfitta, al fallimento, addirittura alla morte; in realtà però, essa conduce alla vita. Così è stato in Cristo, e così è in noi.

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Friday 11 april 2014 5 11 /04 /Apr /2014 05:00

Alfabeto dei simboli

Alfabeto dei simboli cristiani. Una guida essenziale: da Acqua a Vigna (Collana “In sintesi”), Àncora, Milano 2012. 143 pp.

Dalla quarta di copertina del volumetto:

La Bibbia, l’arte e la liturgia sono una foresta di simboli. La cultura biblica e cristiana, attraverso il linguaggio proprio del simbolo, comunica all’uomo di sempre un messaggio che va oltre, che dà a pensare, che apre al mistero.

Questo libro offre le nozioni di base (quasi un abc) per comprendere i più elementari e diffusi simboli cristiani. Ad ogni simbolo – disposto in ordine alfabetico – sono dedicate due pagine, in cui si trovano una rappresentazione grafica stilizzata, le citazioni bibliche di riferimento, una breve spiegazione.

Un piccolo strumento, utilissimo per catechisti e insegnanti, ma destinato anche e soprattutto a coloro che vogliono tornare a cogliere la bellezza e lo splendore di un linguaggio che “ci conduce verso l’altro umano e l’Altro divino, verso l’Oltre eterno e verso l’Alto infinito” (Gianfranco Ravasi).

 

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Thursday 10 april 2014 4 10 /04 /Apr /2014 05:00

Presentazione

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Wednesday 9 april 2014 3 09 /04 /Apr /2014 05:00

Francesco papa                                                

La felicità, i poveri, la preghiera di papa Francesco. Alcuni passi del colloquio con i giovani fiamminghi


I telegiornali hanno riportato soltanto la frase sul “papa comunista”, ovviamente. Nel resto della intervista il papa risponde a domande sulla felicità, sui poveri e sulla preghiera. Le risposte sono belle, inattese e molto dirette. Ne esce un ritratto molto personale, con la consueta originalità e libertà di spirito.

Un ragazzo. Ognuno, in questo mondo, cerca di essere felice. Ma noi ci siamo chiesti: lei è felice? e perché?

Assolutamente, assolutamente, sono felice. E sono felice perché... non so perché... forse perché ho un lavoro, non sono un disoccupato, ho un lavoro, un lavoro da pastore! Sono felice perché ho trovato la mia strada nella vita e fare questa strada mi fa felice. Ed è anche una felicità tranquilla, perché a questa età non è la stessa felicità di un giovane, c’è una differenza. Una certa pace interiore, una pace grande, una felicità che viene anche con l’età. E anche con un cammino che ha avuto sempre problemi; anche adesso ci sono i problemi, ma questa felicità non va via con i problemi, no: vede i problemi, li soffre e poi va avanti; fa qualcosa per risolverli e va avanti. Ma nel profondo del cuore c’è questa pace e questa felicità. È una grazia di Dio, per me, davvero. È una grazia. Non è merito proprio.

[...]

Un ragazzo. In molti modi lei ci manifesta il suo grande amore per i poveri e per le persone ferite. Perché questo è così importante per lei?

Perché questo è il cuore del Vangelo. Io sono credente, credo in Dio, credo in Gesù Cristo e nel suo Vangelo, e il cuore del Vangelo è l’annuncio ai poveri. Quando tu leggi le Beatitudini, per esempio, o tu leggi Matteo 25, tu vedi lì come Gesù è chiaro, in questo. Il cuore del Vangelo è questo. E Gesù dice di se stesso: «Sono venuto ad annunciare ai poveri la liberazione, la salute, la grazia di Dio...». Ai poveri. Quelli che hanno bisogno di salvezza, che hanno bisogno di essere accolti nella società. Poi, se tu leggi il Vangelo, vedi che Gesù aveva una certa preferenza per gli emarginati: i lebbrosi, le vedove, i bambini orfani, i ciechi... le persone emarginate. E anche i grandi peccatori... e questa è la mia consolazione! Sì, perché lui non si spaventa neppure del peccato! Quando trovò una persona come Zaccheo, che era un ladro, o come Matteo, che era un traditore della patria per i soldi, lui non si è spaventato! Li ha guardati e li ha scelti. Anche questa è una povertà: la povertà del peccato. Per me, il cuore del Vangelo è dei poveri. Ho sentito, due mesi fa, che una persona ha detto, per questo parlare dei poveri, per questa preferenza: «Questo Papa è comunista». No! Questa è una bandiera del Vangelo, non del comunismo: del Vangelo! Ma la povertà senza ideologia, la povertà... E per questo io credo che i poveri sono al centro dell’annuncio di Gesù. Basta leggerlo. Il problema è che poi questo atteggiamento verso i poveri alcune volte, nella storia, è stato ideologizzato. No, non è così: l’ideologia è un’altra cosa. È così nel Vangelo, è semplice, molto semplice. Anche nell’Antico Testamento si vede questo. E per questo io li metto al centro, sempre.

[...]

Una ragazza. Io vedo Dio negli altri. Lei dove vede Dio?

Io cerco — cerco! — di incontrarlo in tutte le circostanze della vita. Cerco... Lo trovo nella lettura della Bibbia, lo trovo nella celebrazione dei Sacramenti, nella preghiera e anche nel mio lavoro cerco di trovarlo, nelle persone, nelle diverse persone... Soprattutto lo trovo nei malati: i malati mi fanno bene, perché io mi domando, quando sto con un malato, perché questo sì e io no? E con i carcerati lo trovo: perché questo carcerato e io no? E parlo con Dio: «Fai sempre un’ingiustizia: perché a questo e a me no?». E io trovo Dio in questo, ma sempre nel dialogo. A me fa bene cercare di trovarlo durante tutta la giornata. Non riesco a farlo, ma cerco di fare questo, di essere in dialogo. Io non riesco a farlo proprio così: i santi lo facevano bene, io ancora no... Ma questa è la strada.

Una ragazza. Siccome io non credo in Dio, non riesco a comprendere come lei preghi o perché lei preghi. Mi può spiegare come prega lei, nella sua veste di Pontefice, e perché prega? Il più concretamente possibile...

Come prego... Tante volte prendo la Bibbia, leggo un po’, poi la lascio e mi lascio guardare dal Signore: quella è l’idea più comune della mia preghiera. Mi lascio guardare da lui. E io sento — ma non è sentimentalismo — sento profondamente le cose che il Signore mi dice. Alcune volte non parla... niente, vuoto, vuoto, vuoto... ma pazientemente sto lì, e così prego... Sono seduto, prego seduto, perché mi fa male inginocchiarmi, e alcune volte mi addormento nella preghiera... È anche una maniera di pregare, come un figlio con il Padre, e questo è importante: mi sento figlio con il Padre. E perché prego? “Perché” come causa o per quali persone prego?

Tutti e due ...

Prego, perché ho bisogno. Questo lo sento, che mi spinge, come se Dio mi chiamasse per parlare. La prima cosa. E prego per le persone, quando io trovo persone che mi colpiscono perché sono malate o hanno problemi, o ci sono problemi che... per esempio la guerra... Oggi sono stato con il nunzio in Siria, e mi ha fatto vedere le fotografie... e sono sicuro che oggi pomeriggio pregherò per questo, per quella gente... Mi hanno fatto vedere fotografie di morti di fame, le ossa erano così... in questo tempo — io questo non capisco — quando abbiamo il necessario per dare da mangiare a tutto il mondo, che ci sia gente che muore di fame, per me è terribile! E questo mi fa pregare, proprio per questa gente.


Dall’”Osservatore Romano” del 5 aprile 2014:
http://www.osservatoreromano.va/it/news/titolo-intervista#.U0Oa_ah_vAA

Cf. Blog di Andrea Grillo (08.04.2014)

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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

Eventi e libri

        Bose Convegno 2014     

 

 

Teologia liturgica

 

 

 

 

 

Missale Monasticum

 

 

 

 

 

 

 

Libro Lameri

 

 

A cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, questo volume del Prof. Angelo Lameri si prefigge di offrire un contributo alla serena ermeneutica della Sacrosanctum Concilium. Un testo infatti si può comprendere meglio alla luce della storia della sua redazione. Oggi, grazie alla possibilità offerta dall’Archivio Segreto Vaticano, la documentazione riguardante la fase preparatoria della Costituzione liturgica conciliare è accessibile agli studiosi. Si tratta di un materiale abbondante e ricco.

   

 

 

 

 

  Trilogia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 
 

Riviste

RL 2014,4     

 

        

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