Testo Libero

 

scansione0002LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE
Venerdì 3 settembre 2010 5 03 /09 /2010 05:00

DomandeQuando ci si alza?
Buongiorno, volevo chiederLe quando ci si alza dopo l'offertorio. Se alle parole "Pregate fratelli e sorelle....", se quando comincia l'orazione sulle offerte o se a "Il Signore sia con voi..." Perchè ho visto comportamenti diversi a seconda della parrocchia che frequentavo.
Volevo chiederLe poi dove poter trovare questo tipo di informazioni se volessi approfondire l'argomento.
Cordiali saluti

Alessandro Marchi (1 sett. 2010)

*** *** ***

 

Mani-in-preghiera.jpgSecondo le “Precisazioni circa la normativa liturgica” emanate dalla CEI – Commissione episcopale per la liturgia, e pubblicate il 15 agosto 1983 nel “Messale Romano”, seconda edizione italiana, LEV, Città del Vaticano 1983, pp. XLIX-LI, la norma è la seguente: “in piedi dall’orazione sulle offerte fino all’epiclesi prima della consacrazione (gesto dell’imposizione delle mani) esclusa”. Questa è la norma in vigore oggi.

In alcune parti si alzano invece al “Pregate fratelli” prima dell’orazione sulle offerte. Questa è infatti la disposizione che troviamo nel n.43 dell’Ordinamento generale della terza edizione del “Missale Romanum” non ancora tradotto all’italiano. Per la verità mi sembra più adeguata quest’ultima norma perché il “Pregate fratelli” equivale al “Preghiamo” della colletta e dell’orazione dopo la comunione. Quindi il “Pregate fratelli” fa in qualche modo un tutt’uno con la preghiera sulle offerte.

Matias Augé

 

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Mercoledì 1 settembre 2010 3 01 /09 /2010 05:00

DomandeEsimio Professore,

vorrei chiederLe parere circa l'uso di rispondere, da parte delle donne, dopo le parole del sacerdote "Beati gli invitati alla cena del Signore...Ecco l'Agnello di Dio ecc.", con "O Signore non sono (degna) di partecipare alla tua mensa...di soltanto una parola ed io sarò (salvata)".
Mi chiedo:
se formiamo un solo corpo ed un solo Spirito, che senso ha usare questa divisione "uomini-donne"?
Inoltre, è giusto che un sacerdote dica: "Ecco Gesù, l'Angello di Dio...." oppure "Ecco l'Agnello di Dio, Gesù, che toglie i peccati del mondo". Perché modificare la parola di Dio?
E' giusto che il sacerdote dica, a fine Messa: "Ci Benedice Dio onnipotente..." anziché dire "Vi Benedica Dio onnipotente...".
Altra domanda: perché molti sacerdoti cambiano le parole del messale? Davvero ci sono ragioni cosi particolari/pastorali tali da suggerire tali modifiche? Non si corre il rischio di fare e presentare una "nostra liturgia" anziché essere in linea con quello che ci dice la Chiesa?

Ritengo, che chi ha messo mano ai libri liturgici vecchi e nuovi, non sia uno sprovveduto o un fissato, come dicono e pensano alcuni.
La cosa che mi stupisce è che dietro queste aggiunte o sottrazioni alla liturgia e al messale, ci sono non i sacerdoti giovani, ma quelli con diversi anni di messa.
Ciò che è scritto nel OGMR è chiaro e semplice, cosi come negli altri libri liturgici: cosa spinge a ricercare altre formule o soluzioni?

La ringrazio come sempre per l'attenzione e la disponibilità

don Fabio d'Ecclesia

 

*** *** ***

Benedizione 

Caro don Fabio, sono d’accordo con Lei sulla necessità di attenersi al testo del libro liturgico senza introdurre dei cambiamenti. Si inizia cambiando una parola e si finisce introducendo cambiamenti di ogni genere e non di rado di cattivo gusto. Attenersi al testo del libro ufficiale non è legalismo o rubricismo, ma dimostra senso ecclesiale, consapevolezza che non siamo noi, i presbiteri, i padroni del rito. Se qualche testo o gesto causa meraviglia nei fedeli, il sacerdote ha sempre la possibilità di spiegarlo nella sede opportuna. Alcuni cambiamenti, come quello che Lei cita alla fine della sua nota secondo cui alcuni presbiteri dicono “Ci benedice Dio onnipotente …” (al posto di “Vi benedica …”) dimostrano poca consapevolezza del ruolo che esercita il “presidente” dell’assemblea.

Matias Augé

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Lunedì 30 agosto 2010 1 30 /08 /2010 05:00

DomandeGentilissimo Professore Augé,
La ringrazio per la cortese risposta.
In effetti, io mi riferivo alla situazione generale dei teologi e non solo a quelli da lei citati.
Però Le dico subito di aver letto per intero il libro di Bezançon, dato che conosco discretamente il francese.
Devo confessarLe che ne ho apprezzato la chiarezza del linguaggio (tipicamente francese) e la gioia con la quale descrive la S. Messa, però ho notato queste tre cose.
A) L’autore non mette in dubbio il valore sacrificale della S. Messa, però, è una mia impressione, lo affievolisce alquanto.
B) Parlando del fattore “sacro”, mi sembra in assoluta contraddizione con il magistero di Benedetto XVI, legando il termine addirittura al paganesimo.
C) Esaltando le lingue moderne, nega ogni (o quasi) validità al latino.
Poi, riporta un brano del “pellegrinaggio di Egeria” nel quale riferendo dell’omelia del vescovo, ha parole di ammirazione per le traduzioni (siriaco e latino) fatte da alcuni benemeriti al popolo.
Bezançon, però sorvola sul fatto che nel testo si legge che il Vescovo, pur conoscendo benissimo la lingua locale, parla solo in greco. E sempre il testo aggiunge che queste traduzioni avvengono anche per le Sacre Letture, che “devono essere lette in greco”.
A me sembra che se ne possa dedurre che già allora ci fosse una “lingua privilegiata” per il culto.
Termino dicendo che io preferisco la Celebrazione in italiano, anche se riconosco al Latino, Lingua della Chiesa, una venerazione incondizionata e mi sarebbe piaciuto se in questa lingua fosse rimasta la parte centrale della Preghiera Eucaristica, il Padre nostro e l’Ite, Missa est. Così pure non avrei tradotto il greco Kyrie Eleison.
Cordiali saluti. Gaetano De Maio (11.08.2010)

 

*** *** ***

PreghieraCaro Gaetano, le diverse opinioni dei teologi sul valore sacrificale della Messa possono produrre perplessità se non riusciamo ad entrare nella logica del loro ragionamento. Rispetto comunque la sua “impressione”.

Per quanto riguarda, il “sacro”, ne ho parlato più volte in questo blog (vedi sezione “questioni attuali”), anche recentemente. Bisognerebbe approfondire quale è la novità del cristianesimo, quale idea del sacro è specifica del cristianesimo e quali contaminazioni esso ha talvolta subito  

Mi soffermo di più, come Lei fa, sul problema della lingua liturgica in riferimento al testo di Egeria. Cito il testo in questione con un mio breve commento.

 Itinerarium Egeriae 47,3-4:

 “E, poiché in questa provincia una parte del popolo conosce sia il greco che il siriaco, un’altra parte, invece, il greco, un’altra parte solo il siriaco, così, dato che il vescovo, anche se sa il siriaco, parla però sempre in greco e mai in siriaco, c’è sempre un prete, che, mentre il vescovo parla in greco, traduce in siriaco, perché tutti capiscano quello che viene spiegato. Anche per tutte le letture che si fanno in chiesa, visto che si devono fare in greco, c’è sempre qualcuno che  traduce in siriaco per il popolo, perché possano capire sempre. Per i latini che si trovano qui, quelli cioè che non conoscono né siriaco né greco, perché non si affliggano, anche a loro si fa la spiegazione, perché ci sono altri fratelli e sorelle di lingua greco latina, che spiegano loro in latino”.

Egeria è testimone della liturgia di Gerusalemme della fine del IV secolo. Nel testo sopra citato si dice che il vescovo parla solo in greco. Perché? Semplicemente perché il greco era la lingua dominante nella città di Gerusalemme e nell’impero romano. Il siriaco invece era parlato dalla gente del popolo e nei luoghi più isolati. Non si tratta quindi di una lingua liturgica o sacra (il greco). Il criterio, come illustra bene il testo, è che tutti possano “capire”. Al riguardo, raccomando l’edizione dell’Itinerarium, in latino e italiano con note, a cura di Nicoletta Natalucci, pubblicata nella collana “Biblioteca Patristica” n. 17, Edizioni Nardini, Firenze 1991.

Matias Augé

 

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Sabato 28 agosto 2010 6 28 /08 /2010 05:00

 Insieme a tavola

Hai preparato, o Dio, una casa per il povero

 

Prima lettura: Sir 3,17-18.20.28-29

Salmo responsoriale: dal Sal 67 (68)

Seconda lettura: Eb 12,18-19.22-24a

Vangelo: Lc 14,1.7-14

 

            Il salmo responsoriale riprende alcuni versetti della prima parte del Sal 67, che qualcuno ha descritto come un “monumentale Te Deum al Signore della storia e del cosmo”. Siamo invitati ad inneggiare al nome santo di Dio, padre degli orfani, difensore delle vedove, aiuto dei derelitti e liberatore dei prigionieri. In questo modo si è rivelato Dio al suo popolo quando lo ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto e gli ha fatto dono di una nuova patria. Noi sappiamo che questa storia trova perfetto compimento nella persona e nella vita di Cristo e si rinnova nella storia della Chiesa e di ognuno di noi.

           

            L’orgoglio, l’autosufficienza, l’arroganza, la ricerca del potere sono moneta che circola regolarmente nella nostra società. La parola di Dio ci propone altri valori, altri metodi: contro l’orgoglio, l’autosufficienza, la voglia di potere, ci viene prospetta l’umiltà e lo spirito di servizio. Il breve brano sapienziale della prima lettura parla dell’umiltà nell’ambito di un contesto dedicato alle relazioni sociali. Però per il Siracide l’atteggiamento umile non è solo una virtù umana, è anche una dote autenticamente religiosa. Infatti chi è umile non solo trova il favore degli uomini, ma è anche “gradito a Dio”. Nel brano evangelico Gesù parla dell’umiltà nel contesto di una breve parabola sui posti a tavola. La regola conviviale data da Gesù (“quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto…”) è qualcosa di più che una norma di buon senso. Essa esprime una verità che si riferisce al Regno di Dio. Mi farà ottenere un posto nel Regno di Dio non la mia giustizia ma la grazia di Dio che mi dice: “Amico, vieni più avanti!”. Il modello supremo d’umiltà è Cristo. La seconda lettura ricorda che ci accostiamo a Dio attraverso il Cristo, il Mediatore della Nuova Alleanza, di colui che si presenta a noi come “mite e umile di cuore” (Mt 11,29). San Paolo nella lettera ai Filippesi ci invita ad avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo, “il quale, pur essendo nella condizione divina […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò – aggiunge l’Apostolo – e gli donò il nome, che è al di sopra di ogni nome” (Fil 2,6.8-9). 

 

            L’umiltà non consiste nel negare la verità, ma piuttosto nel riferire ogni dono a Dio, il vero autore, principio e fine di tutto. Manca di umiltà chi non riesce a vedere i positivo che Dio gli ha messo nel cuore. L’umiltà è quindi una virtù che riconosce il primato di Dio rispetto  alle proprie possibilità e alle risorse umane in genere. Dio non può trovare posto nel cuore di colui che pone se stesso al centro di tutto. Soltanto chi è umile è capace di aprirsi a Dio e alla sua grazia. Diversamente ogni uomo rischia di diventare idolatra di se stesso e dei propri vizi. L’umiltà, poi, non è masochismo o complesso di inferiorità ma è la giusta conoscenza di sé per occupare esattamente il proprio posto nel mosaico della storia offrendo il proprio contributo allo sviluppo della società e dell’uomo. 

 

            Il Regno dei cieli, che è già in noi e si realizza nella nostra vita dal battesimo all’ingresso definitivo nella casa del Padre, è presentato da Gesù come un banchetto e la storia della nostra partecipazione ad esso è possibile solo perché vi siamo invitati in mezzo a tanti altri; non possiamo pensarci gli unici, non possiamo tentare di farla da padroni. L’eucaristia domenicale, fonte e culmine della vita cristiana, è un momento forte di questo invito, che dobbiamo saper accogliere con umiltà e con spirito di fraternità, aperti sempre all’accoglienza e al servizio degli altri invitati.

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Mercoledì 25 agosto 2010 3 25 /08 /2010 05:00

misterioso.jpgNelle letture estive mi sono imbattuto più volte nel tema del “sacro”, fenomeno complesso che attraversa tutta la storia culturale dell’umanità, non esclusa la cultura cristiana. Il “sacro” viene inteso, anche da molti cristiani, come una zona in qualche modo inconscia e buia del vissuto individuale e collettivo in cui la divinità è avvertita, ad un tempo, come una minaccia e come una entità da accattivarsi perché potente e non da amare perché benevole. Il “sacro” fondato sul concetto di “separazione” anziché su quello di “comunione”, che è proprio del cristianesimo, tende a costruire delle barriere protettive tra l’uomo e la divinità.

E’ stato detto più volte che Gesù ha abolito la categoria del “sacro” come realtà separata dall’esperienza quotidiana dell’uomo, comunemente definita “profana”. Si afferma addirittura che Gesù ha operato una sorta di “desacralizzazione” della vita che comporta l’esperienza del culto cristiano come offerta di sé a Dio (cf Rm 12,1), in cui il credente non ha più la facile scappatoia di una prassi rituale in cui rifugiarsi per dissimulare la propria mancanza di amore. A questo proposito, ricordiamo le parole trasmesse dal profeta Osea: “voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6).

Forse il limite più vistoso di ogni sacralità si può configurare come ripugnanza per l’Incarnazione, come dubbio circa la possibile, concreta, vicinanza di Dio all’uomo. Non ci si libera facilmente dalle maglie del “sacro”. Dalla concezione neotestamentaria della liturgia come culto “in spirito e verità” (Gv 4,23) si è sempre più scivolato verso una sua comprensione come rito e cerimonia con cui onorare la maestà divina …

Queste poche riflessioni non esauriscono il discorso sul “sacro” che è assai complesso. Ne abbiamo parlato più volte in questo blog. Le idee qui sopra riportate però meritano la nostra attenzione perché sintetizzano in qualche modo concetti ampiamente presenti nella letteratura teologica sull’argomento.

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Lunedì 23 agosto 2010 1 23 /08 /2010 05:00

Speranza[…]

Oggi sembra mancare di speranza verso la riforma liturgica sia qualche giovane che dispera dei nuovi riti e presume che riti più vecchi garantiscano meglio la Chiesa (o almeno quello che lui ha in testa come vera Chiesa), sia qualche anziano, uomo di poca speranza e profeta di molta sventura (che magari è anche prelato di non esigua influenza). Per entrambi questi “soggetti”, sia pure a titolo diverso, è un difetto di memoria ad annebbiare la vista e a indebolire il cuore. Se i primi presumono cose che non hanno mai potuto conoscere de visu, i secondi idealizzano la loro infanzia ecclesiale, senza alcun controllo né critico né sentimentale. Si cade così in nostalgie che costituiscono una grave forma di presuntuosa disperazione o più spesso di disperata presunzione, come quando si pensa che il profondo ripensamento dell’azione liturgica, avvenuto obiettivamente a partire dal concilio Vaticano II, sia stato non la conseguenza, ma la causa delle difficoltà attuali. Ad ascoltare certe diagnosi – che cadono quasi sempre nel paralogisma del post hoc ergo propter hoc – sembra quasi che, se non si fosse fatta la riforma liturgica, tutto sarebbe andato per il meglio.

Ma in questo modo tanto i giovani come gli anziani – e questi ultimi meno giustificati sia per la maggiore esperienza, sia per la maggiore responsabilità – dimenticano che la “questione liturgica” esisteva da più di cinquant’anni quando il concilio è stato indetto. Coltivare la speranza, oggi, significa non dimenticare che la “questione liturgica” è più vecchia di noi, della nostra generazione, ma anche di quella dei nostri nonni e che risale almeno a quattro generazioni fa!

Chiunque parli oggi di questo modo immemore e particolarmente ingenuo a proposito di problemi così antichi e tanto delicati, dovrebbe sentir dire anche su di sé quello che il poeta Shelley disse una volta di un suo stretto congiunto: “Ha perso ogni arte di comunicare, ma non, purtroppo, il dono della parola”. Oppure potrebbe riferire a se stesso quella pagina mirabile in cui P. Beauchamp prende le distanze dal modo errato di leggere la Scrittura dicendo: “La Bibbia, quando si conosce male, si riduce a uno schermo dell’infanzia sul quale si proiettano delle immagini”. Esattamente così – e forse anche peggio – accade anche alla liturgia quando viene maneggiata e giudicata da queste mani maldestre e da queste teste immemori”

ANDREA GRILLO  (Oltre Pio V. La riforma liturgica nel conflitto di interpretazioni, Queriniana, Brescia 2007, 117-120).

 

 

 

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Sabato 21 agosto 2010 6 21 /08 /2010 05:00

Luce-divina.jpg 

Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore

 

Prima lettura: Is 66,18-21

Salmo responsoriale: Sal 116 (117)

Seconda lettura: Eb 12,5-7.11-13

Vangelo: Lc 13,22-30

 

            Il Sal 116, il più breve del Salterio, è un invito a lodare Dio, il Signore, che ha stabilito la sua alleanza col popolo d’Israele. L’autore del poema contempla però quest’alleanza da una prospettiva universalistica raccogliendo idealmente in una sola voce tutti i popoli della terra nella lode dell’unico Dio creatore e redentore, il cui amore grande e fedele per l’uomo non conosce confini né di spazio né di tempo. Il salmo forma parte del cosiddetto Hallel (= “canto di lode”) o gruppo di salmi (Sal 113-118) che si cantavano nella Pasqua ebraica, quasi come annuncio delle future prospettive universalistiche alle quali essa si sarebbe dischiusa. A noi questo salmo ricorda il carattere missionario della Chiesa e ci invita a cooperare affinché uomini di ogni razza e nazione lodino il Signore.

 

            Le letture bibliche di questa domenica ci invitano a dare uno sguardo al progetto di Dio sulla storia e sull’uomo, un progetto di salvezza che abbraccia gli uomini di tutti i tempi. Infatti il piano salvifico di Dio si rivolge a tutti gli uomini senza distinzioni, a tutte le nazioni della terra. Ben sei secoli prima di Cristo, la voce del profeta, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, reagendo ai primi sintomi di integralismo presenti nella comunità ebraica ricostituitasi dopo l’esilio babilonese, proclama che Dio radunerà “tutte le genti e tutte le lingue”. Le parole di Gesù che abbiamo ascoltato alla fine del brano evangelico stanno sulla stessa linea d’onda: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. La novità del messaggio evangelico sta nella dilatazione dell’orizzonte, non più etnocentrico, e nella chiamata gratuita dei popoli per prendere parte al destino di salvezza promesso a Israele. Per mezzo di Gesù Cristo, Dio offre la salvezza a tutti, singoli e popoli. L’unica condizione richiesta è la sua accoglienza umile e perseverante, accompagnata da uno stile di vita coerente. Notiamo che le parole di Gesù sono parte della risposta che egli dà alla domanda che gli è stata rivolta da un anonimo interlocutore su quanti sono coloro che si salvano. Gesù non dice né se saranno pochi, né se saranno molti “quelli che si salvano”: lancia solo un appello all’impegno personale.

 

            Il futuro di salvezza universale si costruisce attraverso un cammino che non è esente da difficoltà. Anzi, è proprio attraverso la lotta e la sofferenza che il piano di Dio si compie nella storia. Dietro queste sofferenze però non ci sta un Dio ostile, nemico dell’uomo, ma un padre che, “corregge colui che egli ama” (seconda lettura). In questo contesto, possiamo interpretare anche le parole di Gesù  quando ci invita a sforzarci “di entrare per la porta stretta”. La porta stretta è la fatica della fede: la salvezza è a portata di tutti, ma richiede impegno e sforzo personale. La piena appartenenza alla comunità dei salvati si sancisce non sulla base di una iscrizione formale ma sulla base di un’adesione etica ed esistenziale. Non basta neppure partecipare regolarmente all’eucaristia, bisogna anche lasciarsi coinvolgere dal senso del mistero celebrato ed entrare in vera comunione di vita con il Signore. Nonostante la salvezza sia dono di Dio, essere salvati dipende da noi. Siamo noi che dobbiamo decidere se passare o no attraverso la porta. Nessuno è salvato a priori, indipendentemente della grazia di Dio e del proprio sforzo personale.

 

            Nell’orazione dopo la comunione chiediamo al Signore che porti a compimento “l’opera redentrice della sua misericordia”. L’eucaristia ripresenta sacramentalmente il sacrificio di Cristo offerto una volta per sempre per la salvezza di tutto il mondo.

 

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Giovedì 19 agosto 2010 4 19 /08 /2010 05:00

 

In ginocchioPioveva copiosamente l’ultima domenica di luglio sul quartiere operario di Nowa Huta a Cracovia. Eppure, i fedeli rimasti sul sagrato per partecipare alla messa della gremita chiesa parrocchiale, non curanti della pioggia e del cemento bagnato, all’atto della consacrazione, si inginocchiarono con tutta la loro disarmante naturalezza. Forse agli occhi di qualcuno sarà potuto apparire un eccesso di devozionismo e di formalismo esasperato. Di certo, non lasciò indifferenti gli imbarazzati pellegrini e turisti convenuti da altri Paesi. Anzi, fu per loro un invito a riflettere sul quel gesto liturgico, talvolta trascurato.

A pensarci bene, oggi inginocchiarsi è considerato sconveniente, degradante, lesivo della dignità umana. Si deve sempre stare “a testa alta”. Già i Greci e i Romani rifiutavano il gesto di inginocchiarsi. Si diceva fosse una cosa indegna per un uomo libero. La Bibbia, invece, ci testimonia tutt’altro: prima i profeti, poi Gesù stesso, infine gli apostoli hanno pregato inginocchiati. Così la Chiesa, fedele all’esempio biblico, ha conservato nella liturgia l’inginocchiarsi, quale gesto simbolico, espressione dell’amore per il suo Salvatore.

Inginocchiarsi comporta indubbiamente una certa fatica, e non solo fisica: è un gesto che esprime non solo adorazione e devozione ma anche e soprattutto il riconoscersi umili di fronte alla grandezza del Mistero celebrato. Il teologo Romano Guardini parlava - tra le alte cose -  della liturgia come “scuola” di umiltà[1]. Essa ci insegna a spogliarci del nostro ingombrane “io” per lasciar spazio all’azione di Dio che ci abbraccia nella comunità. Parole difficili da accogliere in un tempo, in cui la legittima dignità viene confusa con il più banale orgoglio personale.

E non meno importante è l’invito di un altro autorevole teologo, Joseph Ratzinger, quando ebbe a dire che “chi impara a credere impara ad inginocchiarsi. Una liturgia che non conosce più l’atto di inginocchiarsi è ammalata in un punto centrale. Dove questo gesto è andato perduto, lo dobbiamo nuovamente apprendere, così da rimanere con la nostra preghiera nella comunione degli apostoli e dei martiri, nell’unità con Gesù Cristo stesso. Certamente, quando l’inginocchiarsi diventa pura esteriorità, semplice atto corporeo, diventa privo di senso, ma quando la preghiera si riduce alla sola dimensione spirituale senza incarnazione, la preghiera svanisce perché la pura spiritualità non esprime la completezza dell’uomo. Per questo, il piegare le ginocchia alla celebrazione eucaristica è irrinunciabile”[2]. Lo sapevano bene, evidentemente, quei fedeli polacchi che si inginocchiarono nonostante la pioggia, ma che seppero stare saldamente in piedi di fronte all’idolo nazista, prima, e all’ateismo materialista, poi.

 

Savio Girelli



[1] Cfr. Guardini Romano, Lo spirito della liturgia. I santi segni, Morcelliana, Brescia 1980, p. 43. 140 – 141.

[2] Cfr. Ratzinger Joseph, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Milano 2001, p. 187. 190.

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La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende presente all’uomo

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Decreti Concilii
La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)


La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

 

Origene

 

I Greci cristiani si servono di nomi greci, i Romani, di nomi romani, e allo stesso modo ciascuno nella sua lingua rivolge la preghiera a Dio e lo glorifica come gli è possibile. E il Signore di ogni lingua ascolta quelli che lo pregano in ogni lingua, come se – per così dire – ascoltasse una voce unica per il suo significato, malgrado espressa in vari dialetti. Perché il Dio supremo non è uno di quelli che hanno ricevuto in sorte un linguaggio definito, barbaro o greco, e che non conoscono affatto le altre lingue, oppure non si preoccupano affatto degli uomini che parlano in altre lingue

(Origene, Contro Celso VIII, 37)

 

Testo Libero

Sovracoperta AUGE

Matias Augé

L’Anno liturgico. E’ Cristo presente nella sua Chiesa (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 56), Libreria Editrice Vaticana 2009, pp. 320. € 19

 

Sull’Anno liturgico c’è una produzione letteraria piuttosto abbondante. Quest’opera vi si colloca con una sua originalità, in quanto che nella trattazione si intende privilegiare la dimensione teologica nonché quella spirituale.

“Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza”. Questo annuncio, fatto nel giorno dell’Epifania, indica in modo semplice e immediato il senso e il valore dell’Anno liturgico: “ricordare” e “vivere”. Come dice Sacrosanctum Concilium, al n. 102, “La santa madre Chiesa considera suo dovere celebrare con sacra memoria, in determinati giorni nel corso dell’anno, l’opera salvifica del suo Sposo divino”. Il tempo salvifico dell’Anno liturgico ha quindi un essenziale riferimento alla Chiesa, è per la Chiesa. Il mistero di Cristo celebrato deve diventare “fonte di vita per la Chiesa”.

Con parole pregnanti Pio XII nella sua Enciclica Mediator Dei, ha affermato che “l’Anno liturgico è Cristo stesso, presente nella sua Chiesa”. Le celebrazioni annuali della Chiesa si presentano organizzate come celebrazione annuale del mistero/misteri di Cristo, e delle memorie della Madonna, e dei Santi che di questo mistero sono concreta realizzazione.

(In libreria)


The Liturgical year

Is Christ himself, present in his Church

 

There is a rather abundant amount of  literature on the Liturgical year. This work stands out for its originality, since in dealing with the subject matter, it gives special attention to the theological as well as the spiritual dimension.

"In the rhythms and events of the day we remember and live the mysteries of salvation." This announcement, made on the day of Epiphany, indicates in a simple and direct manner the sense and the  value of the liturgical year: "to remember" and "to live". As stated in Sacrosanctum Concilium, n. 102, "Holy Mother Church is conscious that she must celebrate the saving work of her divine Spouse by devoutly recalling it on certain days throughout the course of the year”. The salvific time of the liturgical year has therefore an essential reference to the Church and for the Church. The mystery of Christ celebrated must become a "source of life for the Church."

In  words pregnant with meaning, Pius XII in his encyclical Mediator Dei, said that "the liturgical year is Christ himself, present in his Church." The yearly celebrations of the Church are organized as an annual celebration of the mystery / mysteries of Christ, and memorials of the Virgin Mary and of the saints who are concrete realizations of this mystery.

 

 

 

PARENTI 

 

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Lunedì 30 Agosto

P. Sartor, La prassi omiletica attuale a partire dalle analisi più recenti

 

Martedì 31 Agosto

A. M. Calapaj, Le indicazioni del Concilio di Trento circa la predicazione e la loro incidenza nella prassi

G. Orlandi, La predicazione popolare: S. Alfonso e i Redentoristi in Campania

C. Broccardo, La forma della parabola nella Predicazione di Gesù

 

Mercoledì 01 Settembre

M. Augé, Rassegna critica sulla letteratura omiletica dal Vaticano II ad oggi

C. Valenziano, L’omelia degli Amboni e degli Avori di Salerno

 

Giovedì 02 Settembre

P. A. Chiaramello, L’omelia ponte tra Parola e Gesto

P. Tomatis, L’omelia come azione: sonorità e atti linguistici

E. Genre, L’omelia nel mondo protestante: il contributo di Bonhoeffer

C. Magnoli, Presentazione del Lezionario Ambrosiano

 

Venerdì 03 Settembre

E. Bianchi, La passione del predicatore

G. Busani, Conclusioni e annuncio della XXXIX Settimana di Studio

 

Per informazioni:

info@apl-italia.org

www.apl-italia.org

 

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