Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
1. Prima di scrivere un commento leggi con attenzione il post.

2. Il tuo commento non si sposti dall’argomento del post.

3. Scrivi con sincerità, completezza e chiarezza la tua opinione.

4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

5. Controbatti le opinioni degli altri con argomenti.

6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

10. Chi non indica la email non ha diritto di prendere la parola.

Tuesday 15 april 2014 2 15 /04 /Apr /2014 16:06

Per completare la documentazione su quanto è stato già esposto in questo blog sulle sfide pastorali sulla famiglia, propongo questa riflessione di Andrea Grillo, postata nel suo blog con data odierna:


I nemici di Kasper ricevono applausi scroscianti dal capo dei lefebvriani...

Una riflessione "esasperata e scomposta" sul prossimo Sinodo Straordinario

Abbiamo già più volte considerato le opposizioni alla "relazione Kasper", che hanno trovato eco spesso sul giornale "Il Foglio", oltre che, qua e là, in altri ambiti della espressione mediatica extra- e intra-ecclesiale. E' interessante notare quanto queste posizioni "estreme" e "viscerali" siano gradite all'estremismo tradizionalista. In questa Dichiarazione del Superiore generale Bernard Fellay si manifestano tutte le idiosincrasie verso Kasper, - ma anche verso papa Francesco - che abbiamo ascoltato da alcuni tra i principali "profeti di sventura" della attuale Chiesa cattolica. E' utile considerare  quanto del Concilio Vaticano II rimanga del tutto incompreso in queste posizioni esasperate e intolleranti. E quanto poco responsabili appaiano alcuni dei personaggi "lodati" da Fellay, per aver proposto in modo scomposto, per tutte queste settimane, una prospettiva lefebvriana in teologia del matrimonio. Nulla a che fare con quella domanda di "intelligenza" e di "coraggio" che papa Francesco ha  esigito fin dall'inizio di questo percorso e lungo la quale la relazione Kasper ha avviato la Chiesa in modo esemplare.  Del testo di Fellay mi sono permesso di evidenziare in grassetto le affermazioni più oltranziste.

Dichiarazione di Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità San Pio X, sulla nuova pastorale matrimoniale secondo il Cardinal Kasper.

Cosa accadrà all’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi che si deve riunire dal 5 al 19 ottobre 2014, dedicato alle «sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione»? Questa domanda si pone con grande inquietudine dopo che, all’occasione dell’ultimo Concistoro (20 febbraio 2014), il cardinal Walter Kasper, alla domanda di papa Francesco e con il suo insistente sostegno, ha presentato il tema del prossimo Sinodo facendo delle aperture falsamente pastorali e dottrinalmente scandalose. Questo rapporto, che inizialmente sarebbe dovuto rimanere segreto, è stato pubblicato dalla stampa e i dibattiti burrascosi che ha sollevato tra i membri del Concistoro hanno finito per essere ugualmente svelati. Un professore universitario non ha esitato a parlare di una vera «rivoluzione culturale» (Roberto de Mattei), e un giornalista ha qualificato come «cambio di paradigma» il fatto che il card. Kasper proponga che i divorziati «risposati» possano comunicarsi senza che il loro precedente matrimonio sia riconosciuto nullo, «attualmente non è il caso, stando alle parole di Gesù, molto severe ed esplicite sul divorzio» (Sandro Magister). Dei prelati si sono levati contro questo cambiamento, come il cardinal Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, chiedendosi: « Chi fa questa ipotesi, almeno finora non ha risposto a una domanda molto semplice: che ne è del primo matrimonio rato e consumato?  Se la Chiesa ammette all’eucarestia, deve dare comunque un giudizio di legittimità alla seconda unione. E’ logico. Ma allora – come chiedevo – che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, visto che la bigamia è contro la parola del Signore. E il primo?  E’ sciolto? Ma i papi hanno sempre insegnato che la potestà del Papa non arriva a questo: sul matrimonio rato e consumato il Papa non ha nessun potere. La soluzione prospettata porta a pensare che resta il primo matrimonio, ma c’è anche una seconda forma di convivenza che la Chiesa legittima. (…) La domanda di fondo è dunque semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde. » (Il Foglio, 15/03/14). Si potrebbero aggiungere le gravi obiezioni formulate dai cardinali Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Angelo Bagnasco, Robert Sarah, Giovanni Battista Re, Mauro Piacenza, Angelo Scola, Camillo Ruini… Ma queste obiezioni restano, anch’esse, senza risposta. Non possiamo aspettare, senza alzare la voce, che il prossimo ottobre si tenga il Sinodo nello spirito disastroso che gli vuol dare il cardinal Kasper. Lo studio allegato (cui rimanda il sito di MiL), intitolato «La nuova pastorale del matrimonio secondo il cardinal Kasper», mostra i gravi errori contenuti nel suo rapporto. Non denunciarlo vorrebbe dire lasciare la porta aperta ai pericoli su cui punta il dito il cardinal Caffarra: «si nega la colonna portante della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto uno potrebbe domandarsi: e perché non si approvano le libere convivenze?  E perché non i rapporti tra gli omosessuali? » (Ibidem). Quando delle famiglie numerose si sono mobilitate coraggiosamente questi ultimi mesi contro le leggi civili che ovunque minano la famiglia naturale e cristiana, è propriamente scandaloso vedere queste stesse leggi furtivamente sostenute da degli uomini di Chiesa desiderosi di allineare la dottrina e la morale cattoliche ai costumi di una società scristianizzata, anziché cercare di convertire le anime. Una pastorale che si fa beffa dell’insegnamento esplicito di Cristo sull’indissolubilità del matrimonio, non è misericordiosa, ma ingiuriosa nei riguardi di Dio che accorda a ciascuno la propria grazia in maniera proporzionata, e crudele verso le anime che, poste in delle situazioni difficili, ricevono questa grazia di cui hanno bisogno per vivere cristianamente e crescere ugualmente nella virtù, fino all’eroismo.

Menzingen, 12 aprile 2014.
+ Bernard Fellay Superiore generale della Fraternità San Pio X
Fonte: DICI (blog.messainlatino.it/2014/04/che-cosa-si decidera-nel-prossimo.html)

Come non ritrovare, in questo testo, alcuni degli spunti fondamentali che abbiamo già commentato in R. De Mattei o in J.J. Perez Soba nei post precedenti? Non è sorprendente che Fellay non citi mai il Concilio Vaticano II. E' invece del tutto sorprendente che non venga mai citato a proposito né da questi autori, né da quell'elenco di eccellenze e di eminenze che dovrebbero difenderlo dallo scherno e dalla incomprensione, così tipici della Fraternità San Pio X.  

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Monday 14 april 2014 1 14 /04 /Apr /2014 05:00

Prétot 

Patrick Prétot, L’adoration de la Croix. Triduum pascal (Lex Orandi n.s.), Du Cerf, Paris 2014. 477 pp.

Una monografia di grande interesse. Traduco alcune parole della Prefazione al volume a cura di Mgr Joseph Doré:

“Quando il cristianesimo è diventata la religione ufficiale dell’Impero, i cristiani del IV secolo hanno visto nella croce di Cristo un segno di vittoria. Vittoria della vita sulla morte nel mattino della Risurrezione, ma anche vittoria politico-religiosa, del cristianesimo dopo Costantino sugli altri culti e pensieri religiosi concorrenti.

Attraverso tre testi fondamentali dei secoli IV e V – l’Itinerarium di Egeria, il Lezionario Armeno e le Catechesi di Cirillo di Gerusalemme –, Patrick Prétot guida il lettore nella celebrazione della croce di Cristo, dei primi tempi del cristianesimo ma anche di quella d’oggi.

Questa superba riflessione sulla liturgia del Venerdì santo ci permette di comprendere meglio e  di vivere l’adorazione della croce, che i cristiani, dai primi tempi della Chiesa, onorano per dire la fede in un Dio che li salva”

(Testo in quarta di copertina)

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Saturday 12 april 2014 6 12 /04 /Apr /2014 05:00

Palme.jpg 

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

  

Is 50,4-7; Sal 21 (22); Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66  

 

Il Sal 21 è la preghiera di un giusto sofferente che si rivolge a Dio nell’angoscia. Questo salmo è stato chiamato un “grido di passione e di gloria”. Infatti, i sentimenti espressi dall’orante vanno dalla disperazione alla speranza, dalla morte alla vita, dal sepolcro alla risurrezione. La tradizione cristiana ha visto in questo testo una chiara profezia della passione di Cristo e della salvezza universale da lui compiuta. Gesù  stesso  si è appropriato del salmo quando sulla croce ne ha recitato la supplica iniziale: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).  

 

 

Questa domenica introduce nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, mistero di morte e di vita. Ecco perché la liturgia ci presenta questi due quadri: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme in cui la folla lo acclama re benedetto dal Signore e le ore tragiche del tradimento, della solitudine e della passione e morte in croce. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Al tempo stesso che noi commemoriamo questo evento, chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per partecipare della sua risurrezione (cf. colletta).

  

 

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, parla di un giusto sempre disponibile all’ascolto della parola di Dio e alla proclamazione del messaggio di salvezza a favore degli oppressi, e quindi proprio per questo perseguitato. Questo servo giusto e fedele di Dio trova il suo pieno riscontro nel Cristo che deve pagare con la morte la sua volontà di liberare l’uomo dalla oppressione che lo tiene in soggezione. Il racconto della passione, che leggiamo nel vangelo di Matteo, descrive questo dramma. Infine, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che in questo modo Cristo è giunto alla vita e ha aperto a noi le porte della vita. Il prefazio della messa proclama sinteticamente: “Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

 

 

La passione e morte di Gesù è raccontata dai quattro evangelisti con diversità di accentuazioni. Le caratteristiche fondamentali del modo con cui Matteo presenta la figura di Gesù negli eventi della passione si possono riassumere attorno a tre temi fondamentali: - Gesù subisce l’oltraggio degli uomini, ma lo fa in modo pienamente consapevole e non passivo, rimanendo pieno padrone della propria sorte. La morte non è stata per lui una fatalità ineluttabile a cui rassegnarsi, ma una scelta sofferta e consapevole di coerente fedeltà. - La passione e morte di Gesù è il compimento delle Scritture e quindi delle promesse di salvezza fatte da Dio al popolo d’Israele. Matteo, insistendo sulla realizzazione delle Scritture, ci fa capire che il progetto di Dio e l’obbedienza del Figlio a Lui vanno avanti nonostante l’incomprensione e l’ostilità dell’uomo, anzi, paradossalmente proprio attraverso di esse. - La morte di Gesù è presentata come un evento definitivo nella storia dell’umanità. Con il suo sacrificio, Gesù inaugura un nuovo periodo della storia, i cosiddetti tempi ultimi, i tempi in cui ha inizio il dominio di Dio sul mondo. Gli sconvolgimenti tellurici, la terra che trema e le rocce che si spezzano, ne sono un segno.

  

 

Nel dramma di Gesù si compie il dramma di ciascuno di noi. La sofferenza che proviene dalla coerenza e dalla fedeltà a Dio, alla verità, alla giustizia, apparentemente porta alla sconfitta, al fallimento, addirittura alla morte; in realtà però, essa conduce alla vita. Così è stato in Cristo, e così è in noi.

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Friday 11 april 2014 5 11 /04 /Apr /2014 05:00

Alfabeto dei simboli

Alfabeto dei simboli cristiani. Una guida essenziale: da Acqua a Vigna (Collana “In sintesi”), Àncora, Milano 2012. 143 pp.

Dalla quarta di copertina del volumetto:

La Bibbia, l’arte e la liturgia sono una foresta di simboli. La cultura biblica e cristiana, attraverso il linguaggio proprio del simbolo, comunica all’uomo di sempre un messaggio che va oltre, che dà a pensare, che apre al mistero.

Questo libro offre le nozioni di base (quasi un abc) per comprendere i più elementari e diffusi simboli cristiani. Ad ogni simbolo – disposto in ordine alfabetico – sono dedicate due pagine, in cui si trovano una rappresentazione grafica stilizzata, le citazioni bibliche di riferimento, una breve spiegazione.

Un piccolo strumento, utilissimo per catechisti e insegnanti, ma destinato anche e soprattutto a coloro che vogliono tornare a cogliere la bellezza e lo splendore di un linguaggio che “ci conduce verso l’altro umano e l’Altro divino, verso l’Oltre eterno e verso l’Alto infinito” (Gianfranco Ravasi).

 

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Thursday 10 april 2014 4 10 /04 /Apr /2014 05:00

Presentazione

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Wednesday 9 april 2014 3 09 /04 /Apr /2014 05:00

Francesco papa                                                

La felicità, i poveri, la preghiera di papa Francesco. Alcuni passi del colloquio con i giovani fiamminghi


I telegiornali hanno riportato soltanto la frase sul “papa comunista”, ovviamente. Nel resto della intervista il papa risponde a domande sulla felicità, sui poveri e sulla preghiera. Le risposte sono belle, inattese e molto dirette. Ne esce un ritratto molto personale, con la consueta originalità e libertà di spirito.

Un ragazzo. Ognuno, in questo mondo, cerca di essere felice. Ma noi ci siamo chiesti: lei è felice? e perché?

Assolutamente, assolutamente, sono felice. E sono felice perché... non so perché... forse perché ho un lavoro, non sono un disoccupato, ho un lavoro, un lavoro da pastore! Sono felice perché ho trovato la mia strada nella vita e fare questa strada mi fa felice. Ed è anche una felicità tranquilla, perché a questa età non è la stessa felicità di un giovane, c’è una differenza. Una certa pace interiore, una pace grande, una felicità che viene anche con l’età. E anche con un cammino che ha avuto sempre problemi; anche adesso ci sono i problemi, ma questa felicità non va via con i problemi, no: vede i problemi, li soffre e poi va avanti; fa qualcosa per risolverli e va avanti. Ma nel profondo del cuore c’è questa pace e questa felicità. È una grazia di Dio, per me, davvero. È una grazia. Non è merito proprio.

[...]

Un ragazzo. In molti modi lei ci manifesta il suo grande amore per i poveri e per le persone ferite. Perché questo è così importante per lei?

Perché questo è il cuore del Vangelo. Io sono credente, credo in Dio, credo in Gesù Cristo e nel suo Vangelo, e il cuore del Vangelo è l’annuncio ai poveri. Quando tu leggi le Beatitudini, per esempio, o tu leggi Matteo 25, tu vedi lì come Gesù è chiaro, in questo. Il cuore del Vangelo è questo. E Gesù dice di se stesso: «Sono venuto ad annunciare ai poveri la liberazione, la salute, la grazia di Dio...». Ai poveri. Quelli che hanno bisogno di salvezza, che hanno bisogno di essere accolti nella società. Poi, se tu leggi il Vangelo, vedi che Gesù aveva una certa preferenza per gli emarginati: i lebbrosi, le vedove, i bambini orfani, i ciechi... le persone emarginate. E anche i grandi peccatori... e questa è la mia consolazione! Sì, perché lui non si spaventa neppure del peccato! Quando trovò una persona come Zaccheo, che era un ladro, o come Matteo, che era un traditore della patria per i soldi, lui non si è spaventato! Li ha guardati e li ha scelti. Anche questa è una povertà: la povertà del peccato. Per me, il cuore del Vangelo è dei poveri. Ho sentito, due mesi fa, che una persona ha detto, per questo parlare dei poveri, per questa preferenza: «Questo Papa è comunista». No! Questa è una bandiera del Vangelo, non del comunismo: del Vangelo! Ma la povertà senza ideologia, la povertà... E per questo io credo che i poveri sono al centro dell’annuncio di Gesù. Basta leggerlo. Il problema è che poi questo atteggiamento verso i poveri alcune volte, nella storia, è stato ideologizzato. No, non è così: l’ideologia è un’altra cosa. È così nel Vangelo, è semplice, molto semplice. Anche nell’Antico Testamento si vede questo. E per questo io li metto al centro, sempre.

[...]

Una ragazza. Io vedo Dio negli altri. Lei dove vede Dio?

Io cerco — cerco! — di incontrarlo in tutte le circostanze della vita. Cerco... Lo trovo nella lettura della Bibbia, lo trovo nella celebrazione dei Sacramenti, nella preghiera e anche nel mio lavoro cerco di trovarlo, nelle persone, nelle diverse persone... Soprattutto lo trovo nei malati: i malati mi fanno bene, perché io mi domando, quando sto con un malato, perché questo sì e io no? E con i carcerati lo trovo: perché questo carcerato e io no? E parlo con Dio: «Fai sempre un’ingiustizia: perché a questo e a me no?». E io trovo Dio in questo, ma sempre nel dialogo. A me fa bene cercare di trovarlo durante tutta la giornata. Non riesco a farlo, ma cerco di fare questo, di essere in dialogo. Io non riesco a farlo proprio così: i santi lo facevano bene, io ancora no... Ma questa è la strada.

Una ragazza. Siccome io non credo in Dio, non riesco a comprendere come lei preghi o perché lei preghi. Mi può spiegare come prega lei, nella sua veste di Pontefice, e perché prega? Il più concretamente possibile...

Come prego... Tante volte prendo la Bibbia, leggo un po’, poi la lascio e mi lascio guardare dal Signore: quella è l’idea più comune della mia preghiera. Mi lascio guardare da lui. E io sento — ma non è sentimentalismo — sento profondamente le cose che il Signore mi dice. Alcune volte non parla... niente, vuoto, vuoto, vuoto... ma pazientemente sto lì, e così prego... Sono seduto, prego seduto, perché mi fa male inginocchiarmi, e alcune volte mi addormento nella preghiera... È anche una maniera di pregare, come un figlio con il Padre, e questo è importante: mi sento figlio con il Padre. E perché prego? “Perché” come causa o per quali persone prego?

Tutti e due ...

Prego, perché ho bisogno. Questo lo sento, che mi spinge, come se Dio mi chiamasse per parlare. La prima cosa. E prego per le persone, quando io trovo persone che mi colpiscono perché sono malate o hanno problemi, o ci sono problemi che... per esempio la guerra... Oggi sono stato con il nunzio in Siria, e mi ha fatto vedere le fotografie... e sono sicuro che oggi pomeriggio pregherò per questo, per quella gente... Mi hanno fatto vedere fotografie di morti di fame, le ossa erano così... in questo tempo — io questo non capisco — quando abbiamo il necessario per dare da mangiare a tutto il mondo, che ci sia gente che muore di fame, per me è terribile! E questo mi fa pregare, proprio per questa gente.


Dall’”Osservatore Romano” del 5 aprile 2014:
http://www.osservatoreromano.va/it/news/titolo-intervista#.U0Oa_ah_vAA

Cf. Blog di Andrea Grillo (08.04.2014)

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Tuesday 8 april 2014 2 08 /04 /Apr /2014 05:00

Credere fa bene 

Una delle accuse che molti muovono al Concilio Vaticano II è che prima di questo evento si registrava una maggiore affluenza di fedeli nelle chiese, di vocazioni nei seminari, di presenze in ordini e congregazioni religiosi. Basta guardare i dati odierni per rendersi conto del cambiamento in negativo, o basta entrare nei nostri seminari, o parlare con i superiori degli ordini e congregazioni religiosi, per rendersi conto del cambiamento.

Alcuni attribuiscono la colpa di questa situazione al Concilio che, avendo sollevato la fede da doveri e da precetti, ha incoraggiato un esodo non ancora del tutto terminato. I matrimoni civili, per esempio, in molte zone d’Italia hanno superato i matrimoni religiosi e forse la sproporzione potrebbe ulteriormente aumentare.

Tengono ancora i sacramenti del battesimo e della prima comunione ma anche questi, per lo più, sono vissuti come eventi religioso-culturali e risentono di emozioni tradizionali. Sebbene in alcuni evochino qualcosa di sacro, non sono, tuttavia, come dovrebbero essere, il culmine e la fonte di un cammino di fede.

E’ colpa del Concilio questa allarmante emorragia o il Concilio ha svelato o disvelato un vuoto religioso che già esisteva? Questo è il problema.

E’ mancata, a mio parere, nel passato un’autentica educazione alla fede, ci si è accontentati di educare alla religione intesa come assunzione di obblighi religiosi, di doveri morali. Non si è educato alla fede come l’incontro con  un Dio desiderabile, come una relazione d’amore, quale esiste tra sposo e sposa.

Ora, se vogliamo, dunque, che la gente torni a credere, dovremmo presentare un tipo di Dio diverso, costruire una diversa mentalità religiosa. Tutto questo non in vista di un consenso acritico, ma per una fedeltà al vangelo.

La svolta più importante sarà quella di passare dalla religione della paura e della Legge a quella dell’amore. Educare all’amore vuol dire arrivare a dire con s. Agostino: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Si tratta di passare dalla religione del dovere alla religione del desiderio e dell’amore.

Fonte: Battista Borsato, Credere fa bene (Prefazione di Ermes Ronchi), Dehoniane, Bologna 2013, 27-28.

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Monday 7 april 2014 1 07 /04 /Apr /2014 05:00

Focene-2.jpg

La nota ecclesiologa Cettina Militello considera le “prelature personali, veri surrogati di Chiesa, vere anomalie ecclesiali nella misura in cui viene meno l’intera gamma di pluralità dei battezzati/battezzate, in esse selettivamente accorpati a partire da una suggestione ‘ideologica’ qual è quella di un gruppo specifico a ragione della professione (ad esempio, l’Ordinariato militare) o a ragione di un’appartenenza religioso-associativa (ad esempio, l’ ‘Opus Dei’). Avverto, inoltre, che pur senza un riconoscimento giuridico in tal senso, sviluppano la loro vita, soprattutto liturgica, secondo modelli propri, anche alcuni movimenti, in qualche modo proponendosi essi stessi come ‘Chiesa’ ”

Fonte: C. Militello, Rapporto tra comunità territoriale e assemblea liturgica, in “Rivista Liturgica" 100 (2013) 519.

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Saturday 5 april 2014 6 05 /04 /Apr /2014 05:00

Lazaro-risorto.png 

Il  Signore è bontà e misericordia

 

Ez 37,12-14; Sal 129 (130); Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

 

Anche se il Sal 129 (De profundis) è stato spesso ridotto al rango di un canto funebre, esso è invece uno splendido inno alla gioia del perdono e quindi alla vita. Con le parole toccanti di questo salmo intere generazioni hanno espresso la loro fiducia e la loro speranza nell’eterna misericordia di Dio. Nell’angosciosa solitudine a cui ci riduce il peccato, questa preghiera apre uno spiraglio di luce, aiuta ad intraprendere il faticoso cammino di conversione per tornare a Dio, infonde speranza e suscita attesa di salvezza.

 

Questa domenica contiene un messaggio unitario, un messaggio di vita, di quella vita nuova che, ricevuta nel battesimo, si rinnova continuamente nel processo di conversione e nel segno sacramentale della riconciliazione. La vita promessa da Dio agli esuli a Babilonia attraverso gli oracoli del profeta Ezechiele, di cui parla la prima lettura, e concretamente offerta a Lazzaro nell’ultimo dei miracoli di Gesù narrato da san Giovanni nel vangelo d’oggi, è simbolo e profezia di questa vita nuova. Si tratta della stessa vita di cui parla san Paolo nella seconda lettura, una vita che è frutto della giustificazione. E’ questa l’interpretazione che fa il testo del prefazio della messa: Cristo, Dio  Signore della vita, che richiamò Lazzaro dal sepolcro, “oggi estende a tutta l’umanità la sua misericordia, e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.

 

Nel lungo brano del vangelo d’oggi, il centro di tutto il racconto non è tanto la descrizione del miracolo della risurrezione di Lazzaro, quanto l’autoproclamazione di Gesù che dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. La risurrezione di Lazzaro è quindi segno e garanzia di una realtà di vita più sublime: Gesù promette una vita che va aldilà della morte. Anche Lazzaro, dopo la risurrezione miracolosa operata da Gesù, rimarrà sottoposto alla legge della morte biologica. Non è questa però che ci deve spaventare. La vera morte è quella di colui che non accoglie il messaggio di Gesù e, chiudendosi nel suo peccato, rende vana l’azione di Dio che offre la salvezza attraverso suo Figlio. Oltre la morte del nostro corpo, c’è ancora la vita, c’è la risurrezione. Questa vita definitiva non è solo una realtà futura, è già inizialmente presente in noi e cresce nella misura in cui siamo fedeli agli impegni del battesimo col quale siamo stati introdotti nel regno della vita vera e definitiva.

 

La Scrittura compara il peccato alla morte. Così anche san Paolo ci ricorda oggi che il “corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Possiamo spiegare questa affermazione con altre parole: nel corpo morto a causa del peccato viene ad abitare mediante la fede e il battesimo lo Spirito che è vita, cioè un nuovo dinamismo interiore che attinge alla forza di Dio e ci libera dalla tirannide del peccato e della morte. Dobbiamo quindi interrogarci su questa “vita” che è in noi, la vita dello Spirito, la quale è già vita definitiva e risorta che culminerà alla fine nella risurrezione dei nostri corpi. Se veramente crediamo in questo mistero che è in noi, la nostra esistenza si aprirà al dono di Dio e cercherà di sintonizzare sulla sua santa volontà. La parola di Dio in questa domenica di Quaresima ci invita ad aprire il sepolcro dei nostri egoismi, delle nostre cattiverie, del nostro peccato, affinché possa irrompere in noi la vita di Cristo.

 

L’eucaristia è nutrimento e garanzia di questa vita. Ha detto Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).

 

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    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

Eventi e libri

    Bose Convegno 2014     

 

 

 

Missale Monasticum

 

 

 

 

 

 

 

Libro Lameri

 

 

A cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, questo volume del Prof. Angelo Lameri si prefigge di offrire un contributo alla serena ermeneutica della Sacrosanctum Concilium. Un testo infatti si può comprendere meglio alla luce della storia della sua redazione. Oggi, grazie alla possibilità offerta dall’Archivio Segreto Vaticano, la documentazione riguardante la fase preparatoria della Costituzione liturgica conciliare è accessibile agli studiosi. Si tratta di un materiale abbondante e ricco.

   

 

 

 

 

  Trilogia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 
 

Riviste

RL 2014,4     

 

        

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