LITURGIA
OPUS
TRINITATIS
La liturgia romana, riformata dopo il Vaticano II, nella prima domenica dopo l’Epifania, in coincidenza con l’inizio del Tempo Ordinario, celebra il Battesimo del Signore e, nella domenica seguente, nell’anno C, si legge il brano delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). In questo contesto, l’epifania ai Magi appare come il primo atto di una sequenza di epifanie-manifestazioni che sono il tessuto dell’intera esistenza terrena di Cristo. La Pasqua è il realizzarsi della totale epifania di Dio finalmente attuata. Tutta la storia della Chiesa si trova perciò nella luce dell’epifania: nella luce della costante manifestazione del Cristo Signore che la rende partecipe della sua Pasqua e le rivela, in questo modo, il Volto di Dio, il suo amore e la sua tenerezza, la sua misericordia e la sua grazia, che, come dice san Paolo, “ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù” (2Tim 1,9-10: testo ripreso come lettura breve dei Primi Vespri dell’Epifania). Nella solennità dell’Epifania il Messale Romano italiano ha introdotto un elemento particolarmente significativo al riguardo, che ha dei precedenti nel Pontificale Romanum 1596 (Pars Tertia, 1): dopo la lettura del Vangelo, il diacono o il sacerdote, o anche un cantore, può dare l’annuncio del giorno della Pasqua e delle altre feste mobili; il testo offerto dal Messale inizia con queste parole: “Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno. Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza,…” Tutti i misteri del Signore celebrati nel corso dell’Anno liturgico sono quindi collocati in un’ampia cornice epifanica ed escatologica.
M.A.
Una delle cause del senso di malessere e di povertà che in alcuni
ambienti ha prodotto la liturgia rinnovata, nonostante il suo evidente arricchimento eucologico, biblico ed anche espressivo, si deve ad una
mentalità pratica ed efficientistica che induce molti sacerdoti presidenti della celebrazione:
a scegliere sistematicamente la prima indicazione del libro liturgico, il primo testo proposto oppure quello più breve o che sembra richiedere meno impegno;
ad eliminare alcuni segni che la normativa liturgica lascia facoltativi (come l’incenso e l’acqua benedetta);
a far scomparire alcuni elementi per i quali si raccomanda soltanto la sobrietà affinché non sia oscurato il segno principale (fiori, vesti, luci, ornamenti);
a ridurre i silenzi ad una pausa insignificante o semplicemente sopprimerli;
a non valutare sufficientemente la qualità del canto e la loro attinenza con le diverse parti della celebrazione;
a confondere la partecipazione attiva con la recita corale di formule trascurandone il contenuto e la dovuta interiorizzazione;
a introdurre testi e segni di propria iniziativa pensando di poter in questo modo coinvolgere maggiormente i partecipanti;
a usare la lingua del popolo senza curarsi della corretta dizione;
a dimenticare che i riti devono risultare evocativi di ciò che Dio ha fatto per la nostra salvezza e ancora oggi opera nella celebrazione;
a trascurare la formazione liturgica propria e quella dei fedeli di cui hanno cura.
Queste ricadute di stile celebrativo dimostrano che i principi ispiratori della riforma liturgica non hanno sviluppato ancora tutta la loro potenzialità. I tempi di assimilazione di una riforma di queste dimensioni sono tempi lunghi. D’altra parte, però, bisogna pur dire che la riforma liturgica compiuta dopo il Vaticano II è certamente perfettibile. Essa è stata attuata in un decennio di fermenti e ricerche suscitati dal Vaticano II e, pur nella sostanziale fedeltà alla tradizione, è nel bene e nel male, come ogni altra riforma, frutto del suo tempo. Non bisogna chiudersi a possibili nuovi ritocchi in base all’esperienza dei quattro decenni che ci separano dalla pubblicazione dei principali libri liturgici rinnovati, purché ciò sia fatto in conformità ai principi della Costituzione Sacrosanctum Concilium e in un clima di comunione ecclesiale.
M. A.
Introdotte dall’ufficio delle Celebrazioni Liturgiche e approvate dal Pontefice
Novità
nel rito
per la creazione di nuovi cardinali
Novità nei concistori ordinari pubblici per la creazione di nuovi cardinali. Il rito in vigore fino a oggi viene rivisto e semplificato, con l’approvazione del Santo Padre Benedetto XVI: in sostanza si unificano i tre momenti dell’imposizione della berretta, della consegna dell’anello cardinalizio e dell’assegnazione del titolo o della diaconia; cambiano le orazioni colletta e conclusiva; e assume una forma più breve la proclamazione della Parola di Dio.
Va premesso — come spiega l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice — che la riforma liturgica avviata dal concilio Vaticano II ha riguardato anche i riti concistoriali di imposizione della berretta e di assegnazione del titolo ai nuovi porporati, e che il testo rinnovato della celebrazione, pubblicato in «Notitiae» 5, 1969, pp. 289-291, è stato usato per la prima volta da Paolo VI nell’aprile 1969.
Il criterio principale che guidò la redazione del nuovo rituale fu l’inserimento in un ambito liturgico di ciò che di per sé non ne faceva parte in senso proprio: la creazione di nuovi cardinali doveva essere collocata in un contesto di preghiera, evitando però al contempo ogni elemento che potesse dare l’idea di un «sacramento del cardinalato». Il concistoro, infatti, storicamente non era mai stato considerato un rito liturgico, bensì una riunione del Papa con i cardinali in relazione al governo della Chiesa e, pertanto, espressione del munus regendi, non del munus sanctificandi.
Tenendo presenti tali aspetti della storia passata e recente, in una linea di continuità con l’attuale forma del concistoro e dei suoi elementi principali, si è quindi rivista e semplificata la prassi vigente. Anzitutto vengono riprese dal rito del 1969 l’orazione colletta e l’orazione conclusiva, perché molto ricche nel contenuto e provenienti dalla grande tradizione eucologica romana. Le due preghiere, infatti, parlano esplicitamente dei poteri affidati dal Signore alla Chiesa, in particolare di quello di Pietro: il Pontefice prega anche in modo diretto per se stesso, per svolgere bene il suo ufficio. Nell’orazione colletta che viene dal Veronense, il cosiddetto Sacramentarium Leonianum, una delle fonti più antiche dell’eucologia romana — si tratta della colletta per l’anniversario dell’ordinazione episcopale del Vescovo di Roma (Mense Septembris, in natale episcoporum, v alia missa. nn. 989 e 993; Corpus Orationum, n. 2301) — il Santo Padre dice: «Oremus. Domine Deus, Pater gloriae fons honorum, qui licet Ecclesiam tuam toto orbe diffusam largitate munerum ditare non desinis, sedem tamen beati Apostoli tui Petri tanto propensius intueris, quanto sublimius esse voluisti: da mihi famulo tuo providentiae tuae dispositionibus exhibere congruenter officium; certus te universis Ecclesiis collaturum quidquid illi praestiteris, quam cuncta respiciunt. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum».
Nell’orazione conclusiva, anch’essa scelta nel 1969 dal Veronense — in questo caso si tratta però di un’altra colletta per l’anniversario dell’ordinazione episcopale del Vescovo di Roma (Mense septembris, in natale episcoporum, v alia missa, «alia collecta», nn. 992; Corpus Orationum, n. 1198) — il Papa prega così: «Deus cuius universae viae misericordia est semper et veritas, operis tui dona prosequere; et quod possibilitas non habet fragilitatis humanae, tuis beneficiis miseratus impende; ut hi famuli tui, Ecclesiae tuae iugiter servientes et fidei integritate fundati, et mentis luceant puritate conspicui. Per Christum Dominum nostrum».
Anche la proclamazione della Parola di Dio assume di nuovo la forma più breve, propria del rito del 1969, con la sola pericope evangelica (Marco 10, 32-45), che è la stessa nei due rituali. Infine, si integra la consegna dell’anello cardinalizio nello stesso rito, mentre prima della riforma del 1969 l’imposizione del cappello rosso avveniva nel concistoro pubblico, seguito da quello segreto, nel quale si svolgevano anche la consegna dell’anello e l’assegnazione della chiesa titolare o della diaconia. Oggi tale distinzione fra concistoro pubblico e segreto di fatto non viene più osservata e di conseguenza appare più coerente includere i tre momenti significativi della creazione dei nuovi cardinali nel medesimo rito.
Si conserva invece la concelebrazione del Papa con i nuovi cardinali nella Messa del giorno seguente, che si apre con l’indirizzo di omaggio e di gratitudine che il primo dei porporati rivolge al Pontefice a nome di tutti gli altri.
(©L'Osservatore Romano 7-8 gennaio 2012)
In quest’anno si celebra il 50o dall’inizio del Concilio
Vaticano II (11.10.1962). Il blog presterà un’attenzione particolare all’evento per quanto riguarda il settore specifico della liturgia. Oggi offriamo una breve valutazione della Costituzione
sulla liturgia "Sacrosanctum Concilium" fatta da un noto storico della Chiesa:
«Le sue [della Costituzione Sacrosanctum Concilium] affermazioni dottrinali più importanti sono: la concezione teologica della centralità del mistero pasquale, cioè dell’intima unione della morte e risurrezione di Cristo, che si rende presente nella liturgia; il significato centrale della liturgia, quale “culmine verso cui tende l’azione della chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (n. 10); la rivalutazione della parola; la multiforme presenza di Cristo, non solo nelle forme sacramentali, ma anche nella comunità che celebra, nella parola, ecc. Sul piano delle disposizioni pratiche, la costituzione ristabilisce la forma originaria della celebrazione eucaristica, dell’anno liturgico, nonché dei sacramenti e della preghiera delle ore. Essa prescrive una rielaborazione dell’ordinario della messa e una nuova più ampia scelta delle letture. Circa il problema della lingua volgare nella liturgia la costituzione porta ancora le tracce dell’unico compromesso allora possibile fra lo schieramento progressista e quello conservatore, un compromesso che restava comunque aperto alla possibilità di nuovi sviluppi. Essa stabilisce (nn. 36 e 54) che venga “conservato” nel rito latino l’uso della lingua latina, ma accetta che alla lingua volgare si faccia uno spazio “più ampio” (o “conveniente”), “specialmente” nelle letture, nei canti e nelle preghiere da recitarsi insieme al popolo; se oltre a questo, si deve fare alla lingua volgare uno spazio ancora maggiore, lo si deve fare d’intesa con la competente autorità ecclesiastica, cioè attraverso le conferenze episcopali con approvazione della Sede apostolica.
Su questo punto, comunque si voglia valutare la cosa, l’evoluzione post-conciliare, anche riguardo all’ordinario romano ufficiale della messa, è andata oltre ciò che sanciva la costituzione della liturgia; le possibilità offerte dalla formulazione aperta del n. 54 (possibilità di estendere l’uso della lingua volgare) sono state sfruttate a tal punto che la precisazione del n. 36,1 (conservazione dell’uso della lingua latina) è stata di fatto, a parte poche eccezioni, svuotata del suo significato e oggi è del resto del tutto illusoria. Il passaggio alla messa celebrata interamente (compreso il canone) in lingua volgare non è avvenuto subito, ma si è progressivamente imposto; in Germania solo a partire dal 1967. I nuovi canoni, il nuovo ordinario della messa e il nuovo lezionario erano disponibili già a partire dall’anno liturgico 1968-1969 e furono resi obbligatori da Roma, dopo una lunga fase sperimentale, nel 1976. Per quanto riguarda l’Italia, già nel 1965 si era diffuso un Messale in traduzione italiana ad experimentum; l’edizione ufficiale obbligatoria risale al 1973».
Fonte: Klaus Schatz, Storia dei Concili. La Chiesa nei suoi punti focali, Dehoniane, Bologna 1999 (ristampa 2006), pp. 295-296.
Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza
Prima lettura: Is 55,1-11
Salmo responsoriale: da Is 12,2-6
Seconda lettura: 1Gv 5,1-9
Vangelo: Mc 1,7-11
Il testo del salmo responsoriale è un cantico che si trova nel libro del profeta Isaia a conclusione degli oracoli del cosiddetto libro dell’Emmanuele. Si tratta di un inno di ringraziamento al Signore per le “opere grandi” da lui compiute nella storia del popolo eletto. Se il cantico inneggia alla liberazione pasquale antica, noi riprendendolo lodiamo il Signore per la salvezza pasquale attuata da Cristo, il vero Emmanuele, e donata a noi dallo Spirito nel battesimo. I brani della Scrittura che sono proposti oggi alla nostra attenzione ci aiutano a riscoprire il senso del nostro battesimo alla luce del battesimo di Cristo. Sulla stessa linea, il prefazio afferma: “Nel battesimo di Cristo al Giordano tu hai operato segni prodigiosi per manifestare il mistero del nuovo lavacro...”
Gesù si sottomette al battesimo penitenziale proposto dal Battista non certo perché avesse bisogno di purificarsi, ma per esprimere la sua piena solidarietà con gli uomini alla ricerca di Dio e per anticipare il nuovo battesimo nello Spirito che avrebbe sostituito quello di Giovanni. Il battesimo di Gesù è da leggersi quindi nel contesto del mistero dell’Incarnazione che abbiamo celebrato nel periodo appena trascorso. Il battesimo di Gesù esprime la piena immersione del Figlio di Dio nella nostra condizione umana, affinché noi tutti possiamo essere rinnovati a sua immagine. Nelle acque del Giordano si rivela in pienezza il senso ultimo della realtà e della missione di Gesù, della sua persona e della sua vocazione. Non si tratta soltanto dell’inizio del suo ministero; è anche la rivelazione della sua presenza trascendente incarnata nella trama della storia umana, mistero che si è consumato nell’evento della morte e risurrezione del Signore.
Il battesimo d’acqua al quale Cristo si sottomette si riallaccia al suo dovere essenziale: quello della morte e della risurrezione, di cui è un primo abbozzo. Gesù sperimenta la sua morte e risurrezione con l’immersione e l’emersione battesimale. “Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba”. Al tempo stesso si sentì la voce del Padre: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. La riflessione susseguente collegherà la benevolenza del Padre e l’effusione dello Spirito alla glorificazione di Gesù. Perciò il racconto del battesimo di Gesù rievoca anticipatamente tutto il dramma della redenzione e ci permette di vedere nel sacramento dell’acqua l’estensione su di noi dell’avvenimento decisivo della morte e risurrezione di Gesù. Ciò è confermato dal testo denso e profondo della seconda lettura, in cui Giovanni ricorda che Gesù “è venuto con acqua e sangue”, e cioè con l’acqua del suo battesimo e col sangue della sua morte in croce. Ma l’apostolo aggiunge che ora, nel tempo presente, sono “tre quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue”. In parole più semplice, possiamo dire che il dono dello Spirito che riceviamo nel battesimo fa riferimento sia all’acqua del battesimo di Cristo che al sangue della sua morte in croce. La prima lettura, interpretata alla luce del salmo responsoriale, è un invito ad attingere acqua a questa sorgente della salvezza.
Gesù è stato al tempo stesso servo e figlio. Servo fino al punto di dare la sua vita per noi; figlio che ha compiuto con immenso amore ogni suo gesto di servizio. Nel Figlio, anche noi siamo diventati per mezzo del battesimo figli per adozione. Perciò pure la nostra vita dev’essere contrassegnata dall’atteggiamento di servizio o, come dice Giovanni nella seconda lettura odierna, dalla pratica della legge dell’amore come legge autentica di libertà.
Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra
Prima lettura: Is 60,1-6
Salmo responsoriale: dal Sal 71 (72)
Seconda lettura: Ef 3,2-3a.5-6
Vangelo: Mt 2,1-12
Possiamo stabilire un raffronto tra il racconto di san Luca (2,8-20), che abbiamo letto nella notte di Natale e nella Messa dell’aurora, in cui l’evangelista parla dei pastori che si recano a Betlemme perché un angelo è apparso loro e ha detto che nella città di Davide è nato il Cristo Salvatore, e il racconto di san Matteo sui Magi proposto come brano evangelico del giorno dell’Epifania. Dal confronto, è facile capire che la stella apparsa ai Magi ha lo stesso compito dell’angelo apparso ai pastori. Non soltanto la gente povera e semplice è invitata dal cielo ad incontrare il Signore, ma anche i Magi, cioè i sapienti dell’epoca e per di più stranieri; anzi, anche ai sacerdoti e agli scribi di Gerusalemme, e persino allo stesso Erode viene dato l’annunzio. San Leone Magno in una delle sue omelie per l’Epifania, riportata dall’Ufficio delle letture d’oggi, afferma che “celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti”. E’ questo il messaggio dell’Epifania.
La prima lettura è tutta incentrata sulla città di Gerusalemme, non tanto come realtà urbana, quanto come comunità dell’alleanza. Da essa sorgerà la luce che splenderà agli occhi di tutti i popoli e li attirerà a sé. Ancora segnato dal particolarismo religioso, il testo d’Isaia, accostato a quello della lettera agli Efesini, proposto dalla seconda lettura, acquista tutto il suo significato profetico: tutte “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. L’Epifania del Signore è fondamento ed esigenza dell’annuncio del vangelo a tutti i popoli, ai quali ormai è aperto l’accesso al Regno.
I Magi che vengono dall’Oriente accolgono l’annuncio. I sacerdoti e gli scribi di Gerusalemme restano distratti. Il re Erode trama segretamente di sopprimere il bambino. Il contrasto è violento e chiaramente intenzionale: con esso l’evangelista vuole mostrare come anticipato fin dalla nascita di Gesù il rifiuto dei giudei, e quindi la necessità di affidare ad altri, ai gentili, il Regno. L’Epifania è già un primo squarcio di luce che lacera il velo del tempio che separava e nascondeva il “Santo dei santi”. La lacerazione di quel velo sarà totale e definitiva nell’evento pasquale, quando l’urto dell’onda luminosa del Risorto romperà le anguste barriere di separazione tra cielo e terra, tra vita e morte, tra uomo e uomo. L’Epifania, come il Natale, è il primo bagliore di una Pasqua ormai annunciata.
Dio continua a manifestarsi per la salvezza di tutti. Solo chi vive nella disponibilità della fede e nell’attenzione ai segni dei tempi, riesce a superare i momenti bui della vita e giunge a incontrare il Signore. I Magi sono il simbolo di tutti coloro che affrontano un lungo percorso ad ostacoli senza cedere ai tentativi di depistaggio o disorientamento, senza lasciarsi catturare dagli ambigui sorrisi del potere.
I doni che i Magi offrono a Gesù bambino sono simbolo della nostra offerta eucaristica. Nella messa non offriamo più oro, incenso e mirra, ma “colui che in questi santi doni è significato, immolato e ricevuto: Gesù Cristo nostro Signore” (preghiera sulle offerte). La celebrazione eucaristica fa parte della nostra risposta fondamentale alla manifestazione di Dio nel Cristo, e postula ancora, di natura sua, la risposta di tutta la vita vissuta.
Maria Grazia Colucci, Abitazione di Dio. Conservazione dell’Eucaristia e culto eucaristico “extra Missam”: percorso
storico-giuridico, aspetti critici e nuove prospettive, EDI, Napoli 2011.
Questo possente volume, di 380 pagine, è uno studio originale e scientifico (giuridico, liturgico, pastorale e catechetico) sulla conservazione dell’Eucaristia e sul culto eucaristico fuori della celebrazione eucaristica.
L’Autrice è laureata in Giurisprudenza, diplomata in Scienze Religiose, e ha conseguito anche il dottorato in Diritto canonico. Analizzando la normativa canonica sviluppatasi nel corso dei secoli, la Colucci mostra l’evolversi della comprensione di questo mistero e registra l’evoluzione del rapporto dei fedeli (clero, laici, membri di istituti di vita consacrata) con l’Eucaristia.
Lo studio poggia soprattutto sulle fonti normative, sia della Chiesa latina che delle Chiese orientali, a partire dalle disposizioni del Concilio di Nicea, fino al recente Magistero della Chiesa, attraverso le tappe dell’istituzione della festa del Corpus Domini, del Concilio di Trento, della disciplina di Benedetto XIV, delle varie decisioni delle Congregazioni romane e della prima disciplina organica contenuta nel codice del 1917, per soffermarsi sull’analisi dei canoni in materia contenuti nel codice vigente per la Chiesa latina all’interno del Libro IV e nel Codice dei Canoni delle Chiese orientali.
Dopo il concilio
“Tristesse d’un beau jour”. Fu questa l’espressione con cui Veulliot, che era presente a Roma, intitolò la sua relazione del 18 luglio. “Una grande gioia si mescola con una grande tristezza. Questo giorno non sarà così bello come doveva essere” (Rome pendant le Concile, Paris 1927, 535). Il riferimento era all’imminente guerra franco-tedesca. Essa sarebbe scoppiata proprio l’indomani. Le sue conseguenze per il concilio, sia per la sua conclusione che per la sua continuazione, furono molteplici.
In genere, i vescovi della minoranza non erano inizialmente disposti a sottomettersi alla definizione del concilio. La loro partenza prima della solenne seduta finale non aveva il senso di un’astensione del voto, ma di una vera e propria protesta; solo pochi, come ad esempio Ketteler, dichiararono a priori di accettare la definizione. Gli altri volevano aspettare, tenersi in contatto e vedere se si poteva ottenere una revisione o almeno una qualche aggiunta. Tanto più che il concilio non era chiuso e c’era da aspettarsi che, al momento della discussione sull’ufficio episcopale nello schema della chiesa si sarebbe ancora potuto aggiungere qualcosa in grado di completare ed equilibrare le cose.
Ma diversi fattori costrinsero in seguito la minoranza a prendere una decisione. La guerra franco-tedesca aveva interrotto il collegamento fra i suoi due maggiori gruppi. I vescovi francesi della minoranza, rientrati nelle loro sedi, si ritrovarono di colpo ripiombati nell’ambiente estremamente ultramontano del loro clero. Alla fine del 1870, quasi tutti avevano accettato il dogma. I vescovi tedeschi si trovarono presi fra due fuochi: da una parte, gli avversari dell’infallibilità e, dall’altra, i suoi sostenitori, accanitamente in lotta fra di loro. La pubblica protesta di professori e sacerdoti contro la definizione, che portò gradualmente alla formazione della Chiesa vecchiocattolica, li costrinse prematuramente a scoprire le carte e ad abbandonare il loro atteggiamento attendista. Il 26 agosto, su iniziativa di Döllinger, quattordici professori avevano sottoscritto a Norimberga una dichiarazione pubblica, redatta dallo stesso Döllinger, contro i dogmi papali. Sotto l’impressione prodotta da quell’evento, si tenne a Fulda, dal 30 agosto all’1 settembre, l’assemblea della conferenza episcopale. In una lettera pastorale, redatta da Ketteler, la conferenza dichiarò la propria accettazione e la normatività del dogma dell’infallibilità; all’appello mancavano solo sei vescovi tedeschi della minoranza. Alla fine, svanì anche la speranza di una continuazione del concilio: a causa della guerra, le truppe di protezione francesi erano partite e lo stato della chiesa era rimasto senza copertura militare. Il 20 settembre, gli italiani presero Roma e liquidarono lo stato pontificio. Un mese dopo, Pio IX rinviò il concilio sine die. A tutto questo venne ad aggiungersi l’esperienza di una possibile interpretazione moderata del dogma nelle lettere pastorali e negli scritti, interpretazione che non venne contestata da Roma; ciò avvenne soprattutto ad opera dell’allora segretario del concilio Feßler, del vescovo di St. Pölten, di Ketteler e di Krementz (Ermland). Quindi il dogma dell’infallibilità non stava e cadeva con l’interpretazione di teste calde come Senestrey e Manning. Lo si poteva interpretare anche nel senso della minoranza.
Nella primavera del 1871, praticamente tutti i vescovi avevano accettato la decisione conciliare. A parte singoli casi, mancava all’appello solo l’episcopato ungherese. Lì, infatti, non esisteva alcuna contrapposizione pubblica in grado di costringere i vescovi a scoprire le carte; inoltre, lo stato ungherese aveva nuovamente introdotto come misura costrittiva il placet e la maggior parte dei vescovi ungheresi, preoccupata di mantenere buone relazioni con lo stato, voleva evitare un conflitto. Su pressioni della curia e della nunziatura anche in Ungheria si giunse lentamente e con molte resistenze alla “sottomissione” dei vescovi, anche se in certi casi il processo di sottomissione si protrasse per anni. L’ultimo a sottomettersi fu Stroßmayer, che accettò l’infallibilità solo nel 1881 al tempo di Leone XIII.
In definitiva nessun vescovo della minoranza del concilio Vaticano I si separò da Roma.
Esistono senza dubbio alcuni vescovi ungheresi e orientali a proposito dei quali non è nota alcuna accettazione esplicita. Nel caso di altri, fra cui anche Hefele, si può considerare certa la loro accettazione puramente esteriore e non convinta della definizione. Altri ancora, come Maret per quanto riguarda l’infallibilità, il patriarca melchita Jussuf e il patriarca caldeo Audu per quanto riguarda il primato di giurisdizione, legarono la loro accettazione a condizioni e interpretazioni restrittive, che non furono approvate da Roma, ma che alla fine furono comunque tollerate.
In Germania e in Svizzera la persistente resistenza pubblica soprattutto negli ambienti colti e vicini allo stato, contro i quali i vescovi procedettero con scomuniche, portò alla formazione della Chiesa vecchiocattolica o “cristiano-cattolica”. Döllinger venne ufficialmente scomunicato il 17 aprile 1871, dopo che una settimana prima anche Hefele, uno degli ultimi fra i vescovi tedeschi, aveva accettato ufficialmente il dogma. La sua scomunica segna la frattura definitiva. Egli non entrò a fare parte organica dell’incipiente movimento vecchiocattolico e della rispettiva Chiesa, ma ne assunse spiritualmente la direzione. A partire dalla primavera del 1871, cominciò a formarsi la comunità vecchiocattolica , la quale si costituì ufficialmente come Chiesa a metà del 1873, in seguito all’elezione e alla consacrazione episcopale di Reinkens, professore a Breslavia. Fu consacrato dal vescovo Heykamp di Deventer, membro della Chiesa “giansenista” di Utrecht.
Fonte: Klaus Schatz, Storia dei Concili. La Chiesa nei suoi punti focali, Dehoniane, Bologna, ristampa giugno 2006, pp. 245-247.
In queste ultime ore del 2011vogliamo ringraziare il Signore per tutto quanto abbiamo ricevuto da lui nel corso di quest’anno che sta per finire, anzi nel corso della nostra intera vita. Mi vengono in mente due grandi motivi per ringraziare il Signore o, meglio, due grandi doni ricevuti da lui che meritano il nostro grazie: la vita e la fede.
Ringraziamo il Signore per il dono della vita, di questa vita certamente fragile, nel corpo di carne, di quella carne che – come ci ricorda il Natale – ha assunto anche il Figlio di Dio incarnandosi, ridonando in questo modo ad essa una dignità perduta. Nei suoi limiti, riconosciamo in questo corpo di carne il dono di Dio, un dono da gestire con saggezza e con rispetto. Ringraziamo il Signore per il dono della vita, una vita che ci viene data per gestirla in condivisione con gli altri, una vita chiamata a svilupparsi in comunione con i nostri simili, una vita da spendere, come Gesù, nel servizio degli altri. Ringraziamo il Signore per il dono della vita, una vita certamente breve, che, proprio nel passaggio da un anno all’altro ci sembra ancora più breve, più fuggevole, più effimera. Una vita però che è chiamata a trasformarsi, ad aprirsi alla vita senza fine dell’eternità di Dio.
Ringraziamo poi il Signore per il dono della fede, perché, nella sua bontà, ci ha fatto conoscere la luce che illumina ogni uomo che viene a questo mondo. Questa luce che è il Cristo e che, se accolta, come dice san Giovanni, ci dà il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Una fede poi che come dice san Paolo, è operante per mezzo della carità (Gal 5,6). Vogliamo ringraziare con gioia il Signore per il dono della fede in un’epoca in cui non pochi cristiani ne fanno a meno o la ridimensionano fino a farne qualcosa di periferico nella loro vita. Vogliamo ringraziare il Signore perché ha avuto fiducia in noi, perché ci ha fatto strumento della sua presenza in mezzo agli uomini. Ognuno di noi avrà poi i suoi motivi personalissimi per ringraziare il Signore. Gioie e dolori, certezze e dubbi, entusiasmi e tristezze, salute e malattia. Tutto, anche la sofferenza, nel disegno misterioso di Dio può diventare dono per la nostra crescita ad immagine del Cristo. Finalmente, per poter ancora ringraziare, chiediamo, come fa la Chiesa nella liturgia del primo giorno dell’anno, che il Signore “abbia pietà di noi e ci benedica, e su di noi faccia splendere il suo volto” (Sal 66,2).
M. A.
La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende
presente all’uomo

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più
utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)
La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)
PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:
“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.
E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"
Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.
Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti. Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.
Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.
La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!
L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.
Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.
Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.
50°
“Veterum Sapientia”
Convegno
della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche
dell’Università Pontificia Salesiana
Roma, 23 febbraio 2012
Il 22 febbraio 1962 il beato Giovanni XXIII firmava la Costituzione apostolica
Veterum Sapientia sullo studio e l’uso del latino. In essa, tra l’altro, si auspicava l’erezione di un Academicum Latinitatis Institutum che sarà poi istituito da Paolo VI
con la Lettera apostolica Studia Latinitatis emanata il 22 febbraio 1964.
Nello stesso documento Paolo VI affidava alla Società Salesiana il compito
di «promuovere la prosperità dell’Istituto».
Nel 50° della Costituzione apostolica, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
intende ripercorrere alcuni elementi significativi di tale storia per cogliere il senso di
tale missione e soprattutto per rispondere alle sfide che oggi, a livello di impegno culturale, pone lo studio delle lingue classiche (latino e greco).
Il Convegno si colloca nella serie degli appuntamenti annuali che l’Institutum
realizza allo scopo di continuare ad evidenziare il ruolo della cultura classica
nel contesto e a servizio delle culture odierne e delle realtà ecclesiali.
Programma
Ore 09,00
Presiede S.E. il Card. Zenon GROCHOLEWSKI
Laudes matutinae
Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana
Saluti
Carlo NANNI,
Rettore Magnifico dell’Università Salesiana
Card. Zenon GROCHOLEWSKI,
Patrono del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
INTRODUZIONE
Manlio SODI,
Preside della Facoltà
RELAZIONI
Il latino come arma, il latino come patrimonio.
Attorno alla Costituzione apostolica “Veterum Sapientia”
e alla vigilia del Vaticano II
Alberto MELLONI, Università di Modena
“Sapientia”: il sapore della verità
Remo BRACCHI, Università Salesiana
Dibattito – Intervallo
COMUNICAZIONI
Il latino e la cultura cinese
Michele FERRERO, Pechino
Beijing Foreign University
La cultura latina nel contesto anglosassone
Mark CLARK, USA
Christendom College
Dibattito
PRESENTAZIONE dei primi volumi della collana
“Veterum et Coaevorum Sapientia” (VCS), Edizioni LAS
Penelope FILACCHIONE, Università Salesiana
Intermezzo musicale
ore 13,00 - Buffet
ore 15,00 - RELAZIONI
Importanza del latino nella formazione
e nella vita del clero
Mons. Celso MORGA IRUZUBIETA,
Segretario della Congregazione del Clero
Tra “sapientia veterum” e “cultura hodierna”:
il valore linguistico del patrimonio della tradizione
Tullio DE MAURO, già Ministro della Pubblica Istruzione
Dibattito - Intervallo
COMUNICAZIONI
Metodologie di apprendimento delle lingue classiche
Luigi MIRAGLIA, Vivarium Novum, Roma
Quale impegno lessicale
per l’attuazione della “Veterum Sapientia”
Mauro PISINI, Università Salesiana
Dibattito
Intermezzo musicale
Ore 18,00 : CONCLUSIONI
Roberto SPATARO, Università Salesiana
Vesperum
Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana
Università Pontificia Salesiana Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
Piazza Ateneo Salesiano 1— 00139 Roma
Tel. 06 872901 - Fax 06 87290397
www.unisal.it - segreteria.lettere@unisal.it
Rivista Liturgica n. 6 (2011)
"Ars celebrandi"
R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito
L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile
F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia
+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione
A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II
M. Augé, Quale solennità?
G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche
F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia
C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo
Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam
P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva
A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico
S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”