Liturgia e Chiesa

 

scansione0002LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE
Saturday 31 december 2011 6 31 /12 /Dic /2011 05:00

Madre-di-Dio--2-.jpg 

Dio abbia pietà di noi e ci  benedica

 

Prima lettura: Nm 6,22-27

Salmo responsoriale: dal Sal 66 (67)

Seconda lettura: Gal 4,4-7

Vangelo: Lc 2, 16-21

 

            Il messaggio della liturgia del primo giorno dell’anno è molteplice. Le letture bibliche e gli altri testi della messa tratteggiano la molteplicità dei temi proposti alla nostra attenzione: la maternità divina di Maria, l’ottava del Natale, la circoncisione di Gesù con l’imposizione del nome, la ricorrenza del primo giorno dell’anno, la giornata della pace. Trattandosi della solennità della Madre di Dio, noi qui ci soffermiamo su questo mistero mariano.

 

“Madre di Dio” è il titolo che le Chiese d’oriente e d’occidente danno unanimemente a Maria, quando la ricordano nella preghiera eucaristica e nella celebrazione della nascita del Signore, quando si rivolgono a lei invocandone l’intercessione. Per aver generato colui che si è fatto nostro fratello, Maria è anche nostra madre. La preghiera dopo la comunione la invoca come “madre di Cristo e di tutta la Chiesa”.

 

Maria è anzitutto madre del Salvatore. Dio ha voluto realizzare il suo piano di salvezza mediante l’incarnazione del Verbo. Perciò, come dice san Paolo nella seconda lettura, Cristo doveva avere una madre: “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna…” Anche se non vi compare il nome proprio di “Maria”, questo testo è straordinariamente importante. Vi si trova il primo spunto della riflessione della fede cristiana su Maria, in stretta connessione con il concetto di “maternità”. La maternità divina di Maria però non si limita all’ordine biologico. La sua è una maternità nel senso più completo, si esprime cioè con l’amore specificamente materno, che è unico e irrepetibile. La sua maternità è pure intuizione profonda, assecondamento completo, disponibilità e cooperazione senza riserve. Maria poi conserva e medita nel cuore tutto ciò che ascolta dal Figlio suo (cf. vangelo). Non si tratta solo di un ricordo e neppure di una semplice meditazione, ma di una partecipazione interiore. “Meditare” significa dire e ridire al proprio cuore quello che si è visto e ascoltato finché la realtà di cui si è stato testimoni non entra a formar parte della propria vita.

 

La prima lettura riporta la formula di benedizione sacerdotale, suggerita da Dio ad Aronne, mostrandoci in Maria la “benedetta fra le donne”, diventata causa di benedizione per tutti noi. La carne di Cristo è la carne che egli trasse dal grembo di Maria, figlia come noi di Adamo; e tale carne è la premessa della nostra solidarietà con Cristo (cf. Eb 2,14). Nel grembo della Vergine si è compiuto il “meraviglioso scambio” per il quale Dio si è “fatto uomo” e l’uomo ha accolto in sé la “divinità” (cf. prefazio III di Natale). La via della divinizzazione dell’uomo è l’umanizzazione di Dio.

 

Maria è anche madre nostra. Nella seconda lettura san Paolo afferma che Dio manda il suo Figlio “per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”. Corrado di Sassonia, un teologo francescano del secolo XIII, contemplando questo mistero, esclama: “Benedetta la madre per la quale Cristo è divenuto nostro fratello. E benedetto il fratello per il quale Maria è divenuta la nostra madre”.

 

La celebrazione della divina maternità di Maria è un invito a cominciare il nuovo anno nella consapevolezza che l’amore di Dio, per mezzo di Maria, è entrato nella storia per riscattare la nostra vita dal dominio del tempo e della morte.

 

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Friday 30 december 2011 5 30 /12 /Dic /2011 00:00

Riforma-continuita.jpg“La liturgia cattolica è l’insieme delle credenze e delle pratiche rituali e cerimoniali attinenti all’amministrazione dei sacramenti. I sacramenti sono segni sacri che producono la grazia che significano. Si compongono di una materia e di una forma: la materia è costituita da persone, oggetti, elementi fisici, simboli, gesti ed eventi che esprimono la forma del sacramento e sono informati, resi significanti e resi strumento e canale della grazia dalla stessa forma, la quale dipende dalle parole del ministro del sacramento, il quale intende fare quello che fa la Chiesa.

 

Né l’essenza della liturgia né l’essenza dei sacramenti sono state dogmaticamente definite dal Magistero della Chiesa, ma sono oggetto soltanto del Magistero ordinario tradizionale. Il Concilio non né dà alcuna definizione, ma presuppone il concetto tradizionale.

 

I sacramenti in rapporto alla loro finalità si dividono in tre specie: sacramenti personali (Battesimo, Penitenza, Unzione degli infermi), sacramenti ecclesiali (Cresima, Matrimonio ed Ordine), sacramenti cultuali (Eucaristia). Quest’ultimo sacramento è espressione somma della virtù di religione, in quanto effetto di un atto di culto divino sacerdotale in rappresentanza della Chiesa, istituito da Nostro Signore Gesù Cristo: la celebrazione della Santa Messa.

 

Il sacramento dell’Ordine, in quanto istituisce il ministro del culto eucaristico per la remissione dei peccati, è principalmente sacramento ecclesiale, perché il sacerdote celebrando la Messa, edifica la Chiesa, ma è anche sacramento personale, in quanto santifica il celebrante, e sacramento cultuale, perché la Messa è atto supremo di culto alla SS. Trinità.

 

Il Concilio, nella Costituzione Sacrosanctum Concilium non dà una definizione solenne (definitiva) ma solo ordinaria e tradizionale (definitiva) della natura della Santa Messa, la quale è il rito liturgico o servizio divino col quale e nel quale il sacerdote confeziona in Persona Christi il sacramento dell’eucaristia e lo offre al Padre a nome di Cristo e della Chiesa nello Spirito, per la remissione dei peccati e per glorificare il Padre.

 

La liturgia, quindi, nel suo aspetto pratico-rituale-cerimoniale, non è materia di dogma, ma di disciplina e di norme giuridiche. Tuttavia, sarebbe certo una grave mancanza di rispetto per la liturgia non vederne il fondamento dogmatico e addirittura di teologia speculativa. Così imparai infatti tanti anni fa in un bel libro di Cipriano Vagaggini Il senso teologico della liturgia, che certamente concorse a preparare la riforma liturgica del Concilio.

[…]

 

Fonte: Giovanni Cavalcoli, Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio, Fede & Cultura, Verona 2011, pp. 118-119.

 

QUALCHE OSSERVAZIONE

 

In quarta di copertina, si afferma che “questo libro  tenta modestamente di dimostrare la continuità [del Concilio Vaticano II], senza misconoscere la novità, mediante un confronto di testi del Magistero del Concilio con alcuni testi preconciliari attorno ai punti caldi della discussione”. Naturalmente, l’Autore affronta tra “I punti controversi” anche la liturgia (pp. 118-128). Anzitutto è doveroso ringraziare P. Cavalcoli per il servizio fatto con questo libro, in modo particolare a coloro che credono invece che tra il Concilio e la tradizione della Chiesa non c’è continuità ma, in alcuni punti, vera e propria rottura. Limitandomi all’ambito delle 10 pagine dedicate alla liturgia,  di cui ho riprodotto sopra solo le prime battute, vorrei fare qualche osservazione.

 

E’ vero che il Concilio Vaticano II non dà una definizione vera e propria della liturgia, ma definirla, come fa Cavalcoli, “l’insieme delle credenze e delle pratiche rituali e cerimoniali attinenti all’amministrazione dei sacramenti”, mi sembra un approccio povero al problema. La liturgia non è un insieme di cose, ma è anzitutto azione, come l’Autore riconosce più avanti. Poi, Sacrosanctum Concilium, pur non intendendo dare una definizione “solenne”,  offre al n. 7, una bella definizione/descrizione della liturgia, ripresa sostanzialmente dalla Mediator Dei di Pio XII, che P. Cavalcoli non ignora; infatti cita questi testi più avanti a pp. 121-122.

 

Stupisce la divisione dei sacramenti proposta dall’Autore: “sacramenti personali (Battesimo, Penitenza, Unzione degli infermi), sacramenti ecclesiali (Cresima, Matrimonio ed Ordine), sacramenti cultuali (Eucaristia)”. E’ una divisione che riflette una mentalità che reputo superata. Sarebbe stato molto meglio riprendere la divisione proposta dal Catechismo della Chiesa Cattolica che, al n. 1211ss, parla di sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia), sacramenti della guarigione (penitenza e unzione degli infermi) e sacramenti del servizio della comunione (ordine e matrimonio).

 

Si avverte poi la presenza di una terminologia che, pur essendo legittima, non si manifesta sensibile al linguaggio attuale. Certamente i sacramenti sono “amministrati”, ma sarebbe meglio dire che sono “celebrati”, come dice in genere la Costituzione SC. Anche la distinzione fra riti e cerimonie non mi sembra adeguata.

 

Nelle dieci pagine dedicate alla liturgia, l’Autore parla frequentemente di culto catalogando l’Eucaristia come sacramento cultuale. La Costituzione liturgica invece, al n. 59, afferma: “I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del Corpo di Cristo, e, infine, a rendere culto a Dio”. L’azione di Dio che santifica è primaria; l’uomo santificato risponde a Dio col culto/adorazione/ringraziamento.

 

A p. 120, P. Cavalcoli afferma: “per il Concilio di Trento la Messa è l’offerta del sacrificio di Cristo fatta in modo incruento dal sacerdote in Persona di Cristo sacerdote e capo per la remissione dei peccati. Il Vaticano II aggiunge a questa nozione il concetto di Messa come memoria riattualizzante dell’Ultima Cena sotto forma sacramentale fatta dal sacerdote a nome del Popolo di Dio ed insieme col Popolo di Dio come fattore di comunione con Dio e tra i fratelli e segno escatologico della vita futura”.  Il “concetto di Messa come memoria riattualizzante dell’Ultima Cena” mi sembra estraneo alla Costituzione liturgica, la quale parla invece dell’Eucaristia come memoria o “memoriale della sua [di Cristo] morte e della sua risurrezione” (SC, n. 47).

 

M. A.

 

 

Di Romanus - Pubblicato in : Questioni attuali - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 24 commenti
Wednesday 28 december 2011 3 28 /12 /Dic /2011 05:00

Bella-adormentata.jpgNel corso dell’anno abbiamo dato notizia nel blog di una serie di pubblicazioni che hanno un certo interesse per la liturgia. Mi è stato indicato che non ho parlato del volumetto di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011). Secondo me, il libro in questione è un florilegio delle affermazioni ambigue e superficiali nonché dei luoghi comuni con cui un certo tradizionalismo critica la riforma liturgica e lo stesso Vaticano II. Un caso tipico, è quanto si afferma sul mistero pasquale e la riforma liturgica. Ecco il testo, che ha come titolo “Il culto del pubblicano e il culto del fariseo”:

 

“In opposizione a un magistero limpidissimo, nel periodo preconciliare, la nuova teologia del mistero pasquale, che ebbe nel benedettino Odon Casel uno dei più efficaci propagandisti, trovò sostenitori tra teologi e liturgisti come Henry Pinard de La Boullaye, Emile Mersch, Yves de Montcheuil, Adalbert Hamman, Edouard Schillebeeckx, Annibale Bugnini, Jean Gaillard, Cipriano Vagaggini: quasi tutti nomi che, a vario titolo, portarono il loro decisivo contributo nei lavori per la riforma liturgica.

 

Il risultato più evidente fu l’oscuramento dell’aspetto sacrificale nel messale promulgato da papa Paolo VI, vieppiù smarrito nel corso del tempo a causa della creatività dei celebranti. L’attiva partecipazione dei fedeli, auspicata dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, si è tradotta nel protagonismo dell’uomo che è andato a sostituire la centralità di Dio.

 

Così, mentre nella messa preconciliare centrata sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario, l’uomo è chiamato a partecipare alla Passione di Cristo per meritare, anche se indegno, di essere glorificato con Lui, in quella postconciliare diviene commensale di Dio al banchetto in cui celebra la propria gloria fondata sulla libertà. Nel primo caso il cristiano è chiamato a compatire con Cristo, nel secondo è invitato a collaborare con Dio. Se prima adorava, chiedeva perdono e offriva il proprio nulla davanti al Figlio di Dio sacrificato, ora si limita a rendere grazie della libertà che lo rende somigliante a Dio.

 

Non è un caso che tra le molte parti della messa antica eliminate nel nuovo messale, c’è quella in cui, prima di salire all’altare, il sacerdote si inchina a chiedere perdono come il pubblicano della parabola del Vangelo di san Luca. Alla luce del cambiamento non ve n’è più ragione. Qualsiasi uomo raggiunga la consapevolezza di non dover scontare pena alcuna per i suoi peccati può stare ritto come il fariseo e rendere grazie: ‘O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano’ ” (pp. 207-209).

 

ALCUNE POSTILLE AL TESTO:

 

La teologia del mistero pasquale, nuova? E’ una teologia che troviamo nei Padri della Chiesa. E’ una teologia, poi, fatta propria ( e ciò non viene detto dagli autori del volumetto) dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium (cf. nn. 5, 6, 61, 104, 106, 107, 109). Il risultato di questa dottrina è l’oscuramento dell’aspetto sacrificale della Messa? La Costituzione spiega cosa si intende per mistero pasquale in questo modo: Il mistero di Cristo o “opera della redenzione” si compie principalmente nel “mistero pasquale della sua passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione” (SC, n. 5). Dal mistero pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo “fluisce la grazia divina” (SC, n. 61).

 

Dire che nella Messa postconciliare si diviene commensale di Dio al banchetto in cui si celebra la propria gloria fondata sulla libertà, è una caricatura della realtà. Basta leggersi le preghiere eucaristiche del Messale di Paolo VI. Non celebriamo “la propria gloria fondata sulla libertà”, ma: “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio…” (Preghiera eucaristica II); “Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza…” (Preghiera eucaristica III); “In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo…” (Preghiera eucaristica IV).

 

Gli autori di ciò che possiamo chiamare un vero pamphlet, continuando nella loro diatriba affermano: “Non è un caso che tra le molte parti della messa antica eliminate nel nuovo messale, c’è quella in cui, prima di salire all’altare, il sacerdote si inchina a chiedere perdono come il pubblicano della parabola del Vangelo di san Luca”. Se prima era solo il sacerdote celebrante a chiedere perdono per i propri peccati, ora, nel Messale di Paolo VI, è l’intera assemblea a chiedere perdono per i propri peccati.

 

Parlando della Messa come sacrificio, i nostri autori affermano, tra l’altro, che se prima si adorava, si chiedeva perdono e si offriva il proprio nulla davanti al Figlio di Dio sacrificato, ora ci si limita a rendere grazie della libertà che rende somigliante a Dio. Credo che i nostri autori hanno un concetto della Messa come sacrificio che ha bisogno di aggiornamenti urgenti. Al riguardo, raccomando la lettura di quanto afferma il teologo Joseph Ratzinger (Introduzione al cristianesimo, 11a edizione, Queriniana, Brescia 1996, pp. 227-230), testo postato in questo blog il 12 settembre di quest’anno.

 

Matias Augé

Di Romanus - Pubblicato in : Bibliografia - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 27 commenti
Monday 26 december 2011 1 26 /12 /Dic /2011 05:00

Santo-Stefano.jpg             Tra il giorno di Natale e la celebrazione della sua ottava, troviamo una serie di feste di santi, legate in modo tale alle celebrazioni natalizie da fare quasi corpo comune con esse. Già l’antichissimo Sacramentario Veronese (VI secolo), immediatamente dopo le Messe natalizie, presenta due formulari In Natale Sancti Iohannis Evangeliste (nn.1273-1283), e altri due In Natale Innocentum (nn.1284-1293). Il Lezionario di Würzburg (VII secolo) indica le festività di santo Stefano, san Giovanni Evangelista, santi Innocenti e san Silvestro. Così anche, nel secolo IX, il Sacramentario Gregoriano Adrianeo (nn. 62-66,67-74,75-78,79-81). Nel Sacramentario Gelasiano Antico (VII/VIII secolo) manca la festa di san Silvestro. Il Medioevo vide in questi santi il corteo d’onore di Cristo bambino e li chiamò “Comites Christi”. I libri posteriori contengono un formulario di Messa anche per la domenica dopo Natale. Il Messale Romano del 1570 contempla le seguenti celebrazioni: santo Stefano, san Giovanni Evangelista, santi Innocenti, domenica fra l’ottava, san Tommaso di Canterbury, VIo giorno fra l’ottava, san Silvestro. Il Messale Romano del  1970 conserva le stesse festività, ma quelle dei santi sono collocate, più coerentemente, nel Proprio dei Santi; la domenica fra l’ottava è chiamata “Festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe”; in più i giorni feriali 29, 30 e 31 dicembre hanno dei formulari per la Messa propri di cui prima erano carenti.

           

            Il Lezionario per la Messa nella solennità del Natale e nella sua ottava offre una ricchezza e varietà di letture maggiore che in passato. Dall’insieme dei testi, eucologici e biblici, risulta chiaro che il Natale è celebrato, in fedeltà alla più antica tradizione romana che porta l’impronta di papa Leone Magno (seconda parte del secolo V), come festa della redenzione. Ciò è detto già nella colletta della Messa vespertina nella Vigilia (testo presente nel Sacramentario Gelasiano Antico, n. 1156; nel Sacramentario Gregoriano Adrianeo, n. 33; nel Messale Romano del 1570 e in quello attuale, pubblicato nel 1970): “Deus, qui nos redemptionis nostrae annua exspectatione laetificas…”

 

            Per quanto riguarda il giorno ottavo dopo Natale, il Gelasiano Antico ha un formulario proprio per la Messa: In octabas Domini (nn. 48-53). Nel Gregoriano Adrianeo (nn. 82-84) la stazione del giorno ottavo è ad Sanctam Mariam ad Martyres e la colletta della Messa è di contenuto mariano. Qui ci sarebbero le tracce della prima festa mariana della liturgia romana al 1ogennaio o Natale sanctae Mariae, in seguito scomparsa con il sorgere delle altre feste mariane. In ogni modo, l’impronta mariana della festa di Capodanno fu prevalente nella liturgia medievale. Nel Messale Romano del 1570 il titolo della festività del 1ogennaio è: In circumcisione Domini et octava Nativitatis. La riforma promossa dal Vaticano II ha ripristinato il carattere mariano di questo giorno, chiamato nel Messale Romano del 1970: In octava Nativitatis Domini, Sollemnitas Sanctae Dei Genetricis Mariae. Le Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario (n. 35) ricordano che in questo giorno si commemora anche l’imposizione del Ss.mo Nome di Gesù. In seguito, il Messale Romano, edizione tipica 2002, ha proposto questa commemorazione  come memoria facoltativa e l’ha collocata al 3 gennaio.

 

Matias Augé

Di Romanus - Pubblicato in : Anno liturgico - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Saturday 24 december 2011 6 24 /12 /Dic /2011 06:00

Presepe 3

 

Colui che è, nasce.

Colui che è incomprensibile viene compreso.

Colui che arricchisce conosce la povertà.

Colui che è pienezza diviene vuoto.

Questo mistero mi riguarda:

io ebbi parte all’immagine di Dio

però non la conservai.

Egli allora prende parte alla mia carne

Per salvare l’immagine

E rendere immortale la carne.

 

[S. Gregorio Nazianzeno (+ 390), Omelia 38]

 

 

 

 

 

HAPPY CHRISTMAS AND MEANINGFUL NEW YEAR 2012

 

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO 2012

 

FELIZ NAVIDAD Y PROSPERO AÑO NUEVO 2012

 

BON NADAL I FELIÇ ANY NOU 2012

 

கிறிஸ்துமஸ் மற்றும் புத்தாண்டு வாழ்த்துக்கள் 2012

 

HERI YA NOELI NA MWAKA MPYA 2012

Albero-Natale.jpg

Di Romanus - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 5 commenti
Friday 23 december 2011 5 23 /12 /Dic /2011 05:00

Natività Giotto

NATALE DEL SIGNORE

Messa vespertina nella Vigilia

 

Canterò per sempre l’amore del  Signore

 

Prima lettura: Is 62,1-5

Salmo responsoriale: dal Sal 88 (89)

Seconda lettura: At 13,16-17.22-25

Vangelo: Mt 1,1-25

 

            Tratto caratteristico di questa Messa vespertina nella vigilia del Natale è la lettura evangelica della genealogia di Gesù Cristo, tramandata soltanto da san Matteo. Ad un primo sguardo, si direbbe che si tratta di una pagina artificiosa, di un arido elenco di nomi. In realtà l’evangelista intende comunicare profondi insegnamenti teologici, che egli esprime con il linguaggio e gli artifici esegetici propri di una antica comunità giudeo-cristiana, alla quale egli si rivolge. Cerchiamo quindi di cogliere questi insegnamenti.

 

            Nell’uso che ne fa la Bibbia, la genealogia è molto più che un semplice attestato di stato civile. Gli autori biblici se ne servono per presentare personaggi significativi, per esempio Noè e Abramo, legandoli l’uno all’altro, così da dare l’idea della continuità della promessa di Dio e della storia della salvezza (cf. Gen 5,1-32; 11,10-32). L’intenzione delle genealogie è quindi quella di sottolineare la continuità di un progetto di salvezza. San Matteo, costruendo questa pagina evangelica intende presentare Gesù come figlio di Davide, discendenza da Davide che viene affermata ma contemporaneamente superata già nel titolo: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo”. Nominando anche Abramo viene evocata l’elezione e l’apertura universale del progetto salvifico di Dio che non è legato al sangue ma abbraccia tutti gli uomini. Da parte sua, Davide, evoca lo splendore del regno e le speranze messianiche legate ad esso. Paolo, nel discorso pronunciato nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, ribadisce che dalla discendenza di Davide, “secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù” (cf. seconda lettura).

 

            San Matteo ha diviso la genealogia di Gesù in tre sezioni seguendo uno schema numerico che contempla per ogni sezione 14 generazioni. Adoperando questo artificio numerico, l’evangelista intenderebbe affermare che il Figlio di Dio si incarna nel tempo adatto, fissato da Dio, e che con l’arrivo di Gesù la storia giunge al suo compimento. Con la presenza, poi, nell’elenco genealogico di quattro donne straniere e ricollegate in qualche modo a situazioni di peccato (Tamar, Racab, Rut, e la donna di Uria), Matteo può aver voluto sottolineare che il disegno di Dio finisce sempre col compiersi, anche se a volte, per vie sconcertanti. Secondo questa genealogia, Gesù appartiene a una razza in cui scorre sangue cananeo, moabita, ittita, ecc., ed è parte di una famiglia di peccatori. Eppure è in questa discendenza che Dio porta avanti la storia della salvezza e lo fa perché è fedele alle sue promesse. La storia della salvezza non è opera degli uomini, ma di Dio, come insinua la conclusione della genealogia: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”. In ques’ultima frase sono di scena soltanto Dio, la donna e il figlio della donna.

 

            Nella seconda parte del brano evangelico di questa vigilia natalizia, Matteo ci parla in modo più esplicito della concezione verginale di Gesù. L’origine immediata di Gesù è quindi al tempo stesso divina, poiché ciò che è generato in Maria “viene dallo Spirito Santo” e umana, poiché egli si inserisce nella discendenza di Davide, da cui è uscito Giuseppe, lo sposo di Maria. Gesù è inserito nella storia ebraica, ma la supera; è solidale con l’umanità, ma la sua origine viene dall’alto; compie le attese di salvezza, ma il suo modo di compierle è sorprendente. In Gesù, Dio e uomo, la natura divina ha sposato la natura umana (cf. prima lettura).

 

 

 

NATALE DEL SIGNORE

Messa della notte

 

Oggi è nato per noi il Salvatore

 

Prima lettura: Is 9,1-3.5-6

Salmo responsoriale: dal Sal 95 (96)

Seconda lettura: Tt 2,11-14

Vangelo: Lc 2,1-14

 

            Il brano evangelico della notte di Natale illustra con scarna e suggestiva semplicità il contesto storico e geografico della nascita di Gesù. Il Salvatore nasce in un momento ben determinato della storia umana, in un luogo povero e sconosciuto. Testimoni di questo evento sono stati alcuni umili pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo è apparso ai pastori, annunciando la portata salvifica dell’avvenimento: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. E’ un “oggi” vero spartiacque della storia. Il tempo dell’attesa è finito: il Salvatore, il promesso discendente di Davide, è nato, ed è nato oggi. La liturgia di questa notte ripete l’avverbio di tempo “oggi”, che nella sua semplicità esprime il dinamismo salvifico dell’economia sacramentale, eco e continuazione dell’economia storico-salvifica (cf. antifona d’ingresso, salmo responsoriale, canto al vangelo, antifona alla comunione). Nella notte di Natale siamo invitati a fare nostra la gioia dei tempi messianici e a ringraziare Dio “nel più alto dei cieli” per le meraviglie da lui compiute a favore degli uomini che egli ama. La gioia natalizia ha come fondamento il fatto che la salvezza si realizza nell’oggi.

 

            Notiamo i tre titoli dati dall’angelo a Gesù: Salvatore, Cristo e Signore. Il ritornello del salmo responsoriale riprende le parole dell’angelo ai pastori: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. Come sottolinea il riferimento alla città di Davide, questo Salvatore si identifica col Messia, il Cristo. Non si tratta perciò di una salvezza qualunque, ma di quella messianica in cui si verifica la salvezza definitiva. Anche il brano profetico della prima lettura preannuncia una prodigiosa liberazione e l’instaurazione di un regno di pace e di giustizia ad opera di un fanciullo della stirpe davidica. Il brano paolino della seconda lettura parla della “manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo”. Gesù riceve il nome di Signore (Kyrios), espressione che sta a significare il nome di Dio. Gesù ha applicato a se stesso il Sal 110, dove Davide chiama il Messia suo Signore.

 

            La moltitudine dell’esercito celeste loda Dio e dice: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. La nascita di Gesù è la manifestazione della gloria divina al mondo. Nelle teofanie dell’Antico Testamento l’autorivelazione di Dio agli uomini era parziale e avveniva fra spaventosi fenomeni cosmici. A Natale il mondo divino si automanifesta in modo compiuto e nella semplicità di un Bambino in un’atmosfera di gioia che coinvolge cielo e terra. Dio si manifesta sotto sembianze umane. Si tratta quindi di riconoscere il mistero della presenza di Dio nelle trame degli eventi umani, di credere in Dio a partire da una realtà che agli occhi del nostro corpo appare puramente umana. E’ in questa ottica che possiamo interpretare i piccoli segni che accompagnano il grande segno, il Bambino: le fasce, la mangiatoia… I termini “gloria” e “pace” sono intimamente collegati e si illuminano a vicenda: la “gloria” sale finalmente a Dio dalla terra, perché in Cristo si attua il suo disegno di amore e di salvezza; la “pace” esprime la pienezza dei beni messianici, fra cui anche l’effettiva rappacificazione degli uomini fra di loro.

 

            Convocati per la gioiosa celebrazione della liturgia natalizia siamo invitati a testimoniare “nella vita l’annunzio della salvezza, per giungere alla gloria del cielo” (preghiera dopo la comunione).

 

 

 

NATALE DEL SIGNORE

Messa dell’aurora

 

Oggi la luce risplende su di noi

 

Prima lettura: Is 62,11-12

Salmo responsoriale: dal Sal 96 (97)

Seconda lettura: Tt 3,4-7

Vangelo: Lc 2,15-20

 

            La Messa natalizia dell’aurora ci propone ancora un brano evangelico tratto da san Luca, che fa seguito a quello letto nella messa della notte. In questa seconda parte del racconto, i protagonisti sono i pastori e Maria. I pastori vanno a Betlemme ad adorare il Bambino e poi annunciano ciò che hanno visto. Maria appare in meditazione silenziosa davanti al bambino “che giace in una mangiatoia”.         

 

            Una volta gli angeli si sono allontanati dai pastori, essi si affrettarono a recarsi a Betlemme: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. All’annuncio segue l’ubbidienza della fede. I pastori vogliono vedere l’evento. La parola del Signore è sempre un evento. Per questo si affrettano e trovano Maria e Giuseppe e il bambino. Quanto è stato annunciato dall’angelo è vero e se lo dicono l’un l’altro e raccontano ciò che di quel bambino è stato detto loro. Luca parla di “tutti quelli che udivano…” La scena quindi si allarga: è agli abitanti di Betlemme, a tutti coloro che trovano nel loro cammino che i pastori raccontano quanto è avvenuto. I pastori se ne sono andati “glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. Il loro andare diventerà, nel corso del Vangelo e degli Atti degli Apostoli, paradigma della diffusione del Vangelo tra le genti. Il messaggio infatti è per tutti gli uomini che Dio ama (cf. Lc 2,14).

 

            L’atteggiamento di Maria, l’altra protagonista del racconto lucano, si differenzia da quello degli altri: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. La parola “meditare” merita qui una particolare attenzione. Nel Nuovo Testamento è usata soltanto da Luca nel suo vangelo e negli Atti. Il significato originario e fondamentale del termine è “raccogliere”, “collegare”, “mettere a confronto” eventi e parole, realtà e mistero. Viene da pensare, innanzitutto, che Maria mettesse le cose udite dai pastori in relazione con quello che le era già stato rivelato sul suo bambino. E’ poi probabile che ella collegasse questi fatti con quello che i padri e i profeti avevano detto nella Scrittura. Maria custodiva tutte queste cose non nella mente, ma “nel cuore”, cioè nel luogo più segreto e interiore della persona, là dove lo spirito prende contatto con le cose di Dio, le riconosce e le conserva incancellabili. Ecco quindi che Maria vive una magnifica esperienza di ascolto, rendendosi disponibile in un crescendo di fede e di comprensione del mistero della salvezza in Gesù, a tutte le mediazioni autorevoli, anche nella loro apparente irrilevanza e umiltà; fino a farsi ascoltatrice della Parola viva del suo figlio Gesù. Fin d’ora Maria è il tipo di ogni vero uditore della parola di Dio. Maria è la “vergine dell’ascolto sapienziale” perché, come il sapiente biblico, ricorda quanto Dio le ha donato di vivere, medita per riconoscere negli eventi vissuti i segni della misericordia divina, di cui ci parla san Paolo nella seconda lettura della messa.

 

            In questo mattino di Natale, anche noi siamo invitati a fare proprio come i pastori: andare, trovare, vedere, riferire sono i verbi dell’accoglienza e della testimonianza. La loro esperienza, le loro azioni altro non sono che l’immagine viva di quello che significa credere nel Signore Gesù. Come Maria, anche noi siamo invitati a contemplare il mistero del Verbo fatto carne, conoscere con la fede la profondità del mistero e viverlo con amore intenso e generoso (cf. preghiera dopo la comunione).

 

 

 

NATALE DEL SIGNORE

Messa del giorno

 

Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio

 

Prima lettura: Is 52,7-10

Salmo responsoriale: dal Sal 97 (98)

Seconda lettura: Eb 1,1-6

Vangelo: Gv 1,1-18

 

            Tra le letture bibliche della Messa del giorno di Natale, emerge lo splendido brano della prima pagina del vangelo di Giovanni, testo sobrio e solenne al tempo stesso, di profonda dottrina cristologica, vero antidoto contro ogni eventuale lettura sentimentale, fatua e consumistica del mistero natalizio. Oggetto dei 18 versetti del prologo giovanneo è Gesù Cristo, colto nelle sue diverse dimensioni.

 

            Anzitutto meritano una particolare attenzione le prime battute del prologo: “In principio era il Verbo…” Il termine “principio” è accompagnato dal verbo essere al tempo imperfetto (“era”). In questo modo, Giovanni intende affermare che una realtà sussiste indipendentemente dai condizionamenti imposti dal decorrere del tempo. Infatti quando l’evangelista vuole significare la delimitazione temporale utilizza i verbi “essere fatto” per dire che una cosa ha avuto inizio in un determinato momento, e “diventare” per alludere a qualche aspetto della mutabilità. Ecco quindi che l’espressione giovannea intende dire che il Verbo era precedentemente all’esistere del tempo, all’ “in principio” in cui l’esistente ha preso inizio, dunque da sempre, dall’eternità. In questo modo, Giovanni ci mostra che il Cristo ingloba in sé non solo l’orizzonte dell’antica Alleanza ma anche quello della creazione.

 

            Questo “Verbo” eterno “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. “Carne”, senza ulteriori specificazioni, non significa semplicemente uomo, ma l’uomo legato alla terra, debole e caduco. Si direbbe che Giovanni intenda sottolineare tutta la diversità e distanza fra il divino e l’umano. Il Verbo che era “presso Dio” ora è “fra noi”, non solo vicino a noi ma pienamente partecipe della nostra umanità. Nel linguaggio biblico “carne” non significa il corpo dell’uomo contrapposto allo spirito, ma l’uomo intero colto nella sua caducità, nella sua debolezza, nel suo essere consegnato alla morte. Possiamo quindi affermare che il cosmo e la storia, lo spazio e il tempo, le cose e l’uomo, l’essere tutto acquistano nel mistero dell’Incarnazione un senso perché in essi si inserisce il Verbo eterno di Dio.

 

            Qual’è l’atteggiamento dell’uomo dinanzi a questo mistero? Giovanni afferma che il Verbo “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio…” Dinanzi a questo mistero la reazione è duplice: il rifiuto aggressivo o l’accoglienza fedele. Giovanni qualche versetto prima usa l’espressione: “il mondo non l’ha riconosciuto”. “Riconoscere” e “accogliere” sono due verbi importanti che il seguito del vangelo di Giovanni chiarisce. Riconoscere non è solo ascoltare la parola di Gesù e neppure solo capirne il senso, ma comprendere che le sue parole provengono dal Padre (cf. anche la seconda lettura). Si tratta quindi di riconoscere, ascoltando le parole e vedendo i segni da lui compiuti, che Gesù è il Figlio che viene dal Padre: è dunque il mistero della persona di Gesù, la sua origine, che va compresa e riconosciuta. E accogliere implica apertura, disponibilità e sequela.

 

            Nella colletta della messa, riallacciandoci al v. 12 del prologo, chiediamo a Dio che “possiamo condividere la vita divina di suo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana”.

 

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 2 commenti
Wednesday 21 december 2011 3 21 /12 /Dic /2011 05:00

   Natale 5         Cos’è il Natale? Come viverne il messaggio?

 

            1. Il Natale è evento di salvezza. La liturgia del Natale mette in risalto che l’uomo si rinnova e nasce alla vita divina entrando così nell’unico mistero di salvezza che è quello pasquale, di cui il Natale segna gli inizi. Perciò la festa natalizia deve essere prospettata come un traguardo salvifico: è un tempo privilegiato per accogliere e conoscere il Salvatore e la sua opera. Non lo si può ridurre quindi a poesia e romanticismo infantile, come talvolta capita.

 

            2. Il Natale è mistero di luce. Tutta la storia dell’umanità è un faticoso cammino nelle tenebre alla ricerca di luce, di verità e di speranza. Il Natale è una festa di luce, che rischiara la notte delle nostre tenebre, la notte delle nostre incomprensioni, la notte disumana delle nostre angosce e disperazioni. A Natale è venuta tra gli uomini quella luce elevante e santificante che è  il Verbo, grazie al quale gli uomini diventano “figli di Dio” (Gv 1,12), “figli della luce” (Gv 12,36). La colletta della messa della notte di Natale parla di questa santissima notte “illuminata con lo splendore di Cristo vera luce del mondo”. Il prefazio I mette in rapporto Cristo luce, la sua rivelazione e la luce della fede.

 

3. Il Natale è mistero di debolezza. La dottrina paolina dell’autoumiliazione di Cristo che nel mistero dell’incarnazione “svuotò se stesso” (Fil 2,7) riecheggia nella 3a antifona dei Primi Vespri del Natale: “Oggi il Verbo eterno, generato dal Padre prima dei secoli, ha umiliato se stesso, per noi si è fatto uomo mortale”. La nascita di Gesù non può che sconcertare i grandi, i sapienti e i farisei di tutti i tempi, ma si rivela in tuta la sua importanza ai semplici, che come i pastori di Betlemme, riescono a discernere la voce dello Spirito per il semplice fatto di essere, nella loro debolezza, disponibili e generosi. La scoperta in noi di un bisogno di salvezza ci porta a lottare contro le nostre autosufficienze; solo Cristo può riempire i vuoti della nostra esistenza! Come dice il prefazio III del Natale: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo”.

 

 4. Il Natale è messaggio di pace. Gli angeli di Betlemme cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14). Così anche la Chiesa nell’antifona d’ingresso della messa dell’aurora di Natale canta: “Oggi su di noi splenderà la luce, perché è nato per noi il Signore; Dio onnipotente sarà il suo nome, Principe della pace, Padre dell’eternità: il suo regno non avrà fine” (cf Is 9,2.6; Lc 1,33).

 

 Gesù, “Principe della pace”, appare nella storia dell’umanità come segno di riconciliazione con Dio e con gli uomini. Con Cristo inizia il tempo della nuova ed eterna alleanza tra l’uomo e Dio, un tempo – ormai  definitivo – di pace, di intimità e familiarità dell’uomo con Dio. Una piccola iniziativa nel tempo natalizio potrebbe essere quella di rendere più gioioso il gesto della pace con il quale esprimiamo l’amore vicendevole prima di partecipare all’unico pane eucaristico.

           

5. Il Natale è invito alla gioia. La venuta del Salvatore crea un clima di gioia che san Luca, più degli altri evangelisti ha reso percepibile. Ancor prima che ci si rallegri della sua nascita, Giovanni Battista sussulta di gioia nel seno della madre (Lc 1,41.44). E nel giorno della nascita di Gesù, l’angelo rivela ai pastori: “Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,10-11).

 

Grande gioia perché si compie la lunga attesa del popolo di Israele e dell’intera umanità. Oggi riviviamo nel nostro cuore la gioia dei patriarchi, dei profeti, di Maria, di Giovanni Battista e dei pastori. La gioia natalizia esprime fiducia nella storia perché essa è stata attraversata dalla salvezza. La Parola di Dio che si fa carne è anche la Parola di Dio che si fa storia.

           

6. Il Natale è invito alla solidarietà. Cristo che nasce si fa solidale con l’uomo nel suo tempo e nel suo ambiente. La mangiatoia della grotta di Betlemme è simbolo della povertà di tutti i tempi; vertice, insieme alla croce, della carriera rovesciata di Dio, che non trova posto quaggiù. La mangiatoia però è anche simbolo del nostro rifiuto: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Nelle intercessioni dei Primi Vespri del Natale preghiamo: “Sei nato nell’umiltà del presepe, guarda ai poveri del mondo e dona a tutti prosperità e pace”. Il Natale richiede ad ognuno di noi l’impegno per una solidarietà concreta, fatta di opere e di segni visibili. Infatti la scoperta del dono di Dio ci porta ad un umile valorizzazione dei doni che ognuno di noi ha ricevuto anche per gli altri; è l’invito ad uscire da noi stessi per il superamento del proprio egoismo, del disinteresse per gli altri. Nel clima natalizio si potrebbe dare più rilievo alla processione dell’offertorio con la quale portiamo i nostri doni all’altare da condividere con i più poveri.

 

7. Il Natale è manifestazione del mistero di Cristo. Il bisogno di salvezza ci spinge ad aprirci ad una conoscenza più piena della persona di Gesù: il suo messaggio, la sua parola, le sue azioni, il suo modo di essere di fronte alla vita. La liturgia natalizia ci presenta tutta la profondità del mistero di Cristo, tutti gli aspetti della sua personalità e della sua missione e ci fa intravedere la luce gloriosa della sua Pasqua. Il mistero natalizio pone a ciascuno di noi la domanda rivolta da Gesù agli Apostoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?… Voi, chi dite che io sia?”. La parenesi dovrebbe aiutare coloro che partecipano ai santi misteri del Natale a “confessare” con convinzione e con gioia: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,13-16).

 

8. Il Natale è rivelazione del mistero dell’uomo. Come afferma il Vaticano II nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS, n. 22). Il Natale è memoria attualizzata dell’evento di salvezza per chi ha accolto e conosciuto Cristo; è perciò una storia che continua, perché Cristo vuole rinascere oggi nelle nostre case, nel nostro cuore, nella nostra vita: “Il Verbo di Dio […] desidera ardentemente di nascere secondo lo spirito in coloro che lo vogliono e diviene bambino che cresce con il crescere delle loro virtù” (brano di san Massimo il Confessore, letto nell’Ufficio delle letture del 4 gennaio).

 

Nella colletta dopo l’Epifania del martedì delle ferie del tempo natalizio, si chiede di “essere interiormente rinnovati all’immagine” del Figlio di Dio che “si è manifestato nella nostra carne mortale”. Il Natale è la festa dell’uomo nuovo, dell’uomo che rinasce e viene rinnovato, che può essere figlio ed erede di Dio e quindi partecipe del suo futuro.

 

Matias Augé

 

Di Romanus - Pubblicato in : Anno liturgico - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 3 commenti
Monday 19 december 2011 1 19 /12 /Dic /2011 05:00

Chiesa-alpina-di-Mario-Botta.jpg

                                           Chiesa alpina di Mario Botta                                               

 

Dal 29 agosto al 2 settembre 2011, è stata celebrata la 39a Settimana di studio dell’Associazione professori e cultori di liturgia, sul tema “La liturgia alla prova del sacro”. Offriamo uno stralcio della sintesi delle relazioni pubblicata da Samuele Ugo Riva nel Notiziario dell’Associazione di Novembre 2011, pp. 23-25.

 

Andrea Longhi, architetto del Politecnico di Torino, ha ricordato come la società odierna cerca e crea luoghi e spazi di sacralità, nonostante la secolarizzazione. Tale ricerca sembrava avere avuto uno stacco nell’immediata stagione postconciliare, ma, dagli anni 80, si è riscoperto un bisogno di poetica e di cultura architettonica.

 

Il cambio di pontificato da Paolo VI e Giovanni Paolo II, l’uno più propenso alla mediazione culturale, l’altro alla presenza visibile dei cattolici, ha condizionato l’architettura dei luoghi di culto, così come molto ha inciso la riflessione dell’allora card. Ratzinger.

 

Le forme che ne sono scaturite sono essenzialmente due: una legata al formale simbolico, con una focalizzazione cristologica di tipo verticale, dovuta soprattutto alla personalità dell’architetto Benedetti; l’altra, di scuola torinese, maggiormente rifacentesi alla teologia di Congar e che esprime una sorta di scetticismo verso la sacralità, per concentrarsi nell’ospitalità liturgica, su una sacralità domestica, radicata nel vissuto delle persone e dell’ambiente.

A questo ha fatto seguito, negli anni 90, una nuova irruzione di Dio, tendente a rendere sacro il semplicemente religioso. In questo quadro non mancano le originalità capaci di nova et vetera legate soprattutto alla personalità di Botta. L’articolata relazione si è avvalsa di documentazione visiva che ha consentito agli uditori di cogliere meglio, e di gustare, quanto il relatore sapientemente illustrava.

 

Jordi Agustì Piqué, docente al Pontificio Istituto di S. Anselmo nell’Urbe, benedettino catalano con un curriculum di tutto rispetto, capace di mettere perfino soggezione, ha espresso immediatamente la sua intenzione di non parlare di musica sacra, sostenendo apoditticamente che vi sono unicamente due tipi di musica: la buona musica e la cattiva. Inoltre, ha mostrato come non è concepibile una liturgia solo parlata (questo vale soprattutto per l’Oriente cristiano). La musica è costitutiva ed essenziale per la liturgia perché ogni teofania è “sonora”: il dialogo con Dio è canto e lode. Il problema sta nel come poter dire Dio! La liturgia, pertanto, ospita una musica che va al di là della musica e che rende l’orecchio pensante, perché la fede è sempre ex auditu. La musica, in tal modo, interpreta il dogma ed esprime la fede, e l’ascolto conduce ad una Weltanschauung di fede. Per suffragare le sue affermazioni, p. Piqué ha offerto un momento di ascolto di tre forme di Credo: il 1o gregoriano, la messa dell’Incoronazione di Mozart, ed una messa meno nota di Gounod.

 

 

Di Romanus - Pubblicato in : Questioni attuali - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 29 commenti
Saturday 17 december 2011 6 17 /12 /Dic /2011 05:00

Salus-Populi-Romani.jpg

Canterò per sempre l’amore del Signore

 

Prima lettura: 2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16

Salmo responsoriale: dal Sal 88 (89)

Seconda lettura: Rm 16,25-27

Vangelo: Lc 1,26-38

 

            L’odierno salmo responsoriale riprende alcuni versetti del lungo Sal 88, proprio quelli che fanno riferimento alle promesse fatte da Dio al re Davide per la sua discendenza, di cui ci parla oggi la prima lettura. L’alleanza stretta da Dio con Davide, sebbene per strade impensate, ha trovato compimento nell’incarnazione del Figlio di Dio. Il Signore è fedele e mantiene le sue promesse anche se le scadenze, a volte, sono lunghe; la sua parola, pur sconvolgendo le nostre previsioni, non verrà mai meno. Dio pone l’onnipotenza al servizio della sua fedeltà. È questa fiducia nel Dio fedele che vogliamo esprimere e ravvivare quando diciamo: “Canterò per sempre l’amore del Signore”.

 

            Le letture bibliche di quest’ultima domenica di Avvento, imminente ormai la celebrazione del Natale, mettono in evidenza due temi principali: il primo è quello della fedeltà di Dio, di cui parla il salmo responsoriale. La promessa fatta da Dio per mezzo del profeta Natan a Davide (prima lettura) si è adempiuta nella nascita di Gesù Cristo, il Messia. Egli infatti è figlio di Davide e il suo regno è stabile per sempre. Ciò viene messo in evidenza da san Luca nel brano evangelico. Infatti, le parole di Gabriele a Maria si agganciano strettamente a quelle del profeta Natan. A Davide Dio aveva assicurato un “discendente uscito dalle sue viscere”; a Maria è annunciato un figlio del suo grembo, che “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Per realizzare il suo meraviglioso disegno nascosto da secoli, Dio non ha scelto un re, bensì un’umile ragazza, una vergine dell’oscuro villaggio di Nazaret. Non le ha inviato un profeta, ma il suo angelo, messaggero dell’annuncio più straordinario della storia.

 

Il secondo tema proposto alla nostra attenzione è l’atteggiamento di fede e di obbedienza di Maria, che alle parole dell’angelo risponde: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la  tua parola” (parole riprese anche dal canto al vangelo). La bellissima pagina evangelica  dell’annunciazione si chiude con l’adesione di Maria ai piani di Dio, a lei svelati dall’angelo. Come Gesù è servo di Dio, offertosi al Padre in un atteggiamento di obbedienza per la salvezza degli uomini, così anche Maria si dichiara serva del Signore pronta a collaborare al suo disegno di salvezza. Dice a questo proposito il Vaticano II: “Dio non si è servito di Maria in modo puramente passivo, ma [...] ella ha cooperato alla salvezza umana nella libertà della sua fede e della sua obbedienza” (Costituzione Lumen Gentium, n.56).

 

Il piano divino della salvezza viene proposto anche a noi perché lo accettiamo sottomettendo ad esso i nostri progetti e la stessa nostra esistenza. La fede appare così come un atto di obbedienza, nel senso che credere significa lasciare che la propria vita sia illuminata e determinata dal piano di Dio (cf. seconda lettura). Il mistero di salvezza iniziato in Maria continua in noi. Nella Vergine di Nazaret troviamo il modello di vita d’ogni uomo che si apre al dono della salvezza. Anche noi, come Maria, siamo chiamati a prepararci a ricevere il Figlio di Dio “nel cuore e nel corpo”, con totale disponibilità, e così cooperare, con libera fede e incondizionata obbedienza, all’avvento del suo regno in noi e nel mondo intero. Sono i nostri sì quotidiani alla giustizia, alla carità, alla condivisione, alla fedeltà verso il vangelo che rendono sempre più vero ed efficace il Natale di salvezza per noi e per il mondo intero.

 

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti

Promemoria

 

Statistiche contatore attivato in data 02-06-2011 alle ore 15

 

Presentazione

Crea un Blog

Cerca

Calendario

February 2012
M T W T F S S
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29        
<< < > >>

La celebrazione

 

Bose.jpg


La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende presente all’uomo

Concili e Padri

Decreti Concilii
La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)


La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

 

     
 

    Paolo-VI.jpg

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Libri ed eventi


   scansione0001

Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.

Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti.  Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.

 

 

 

 

 

Besançon La Messa per tutti

Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.

La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!

 

 

 

 

   Evangeliario

L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.

 

Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.

 

Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.

 

 

 

   

50°

“Veterum Sapientia”

Convegno

della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche

dell’Università Pontificia Salesiana

Roma, 23 febbraio 2012

 

Il 22 febbraio 1962 il beato Giovanni XXIII firmava la Costituzione apostolica

Veterum Sapientia sullo studio e l’uso del latino. In essa, tra l’altro, si auspicava l’erezione di un Academicum Latinitatis Institutum che sarà poi istituito da Paolo VI

con la Lettera apostolica Studia Latinitatis emanata il 22 febbraio 1964.

Nello stesso documento Paolo VI affidava alla Società Salesiana il compito

di «promuovere la prosperità dell’Istituto».

Nel 50° della Costituzione apostolica, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

intende ripercorrere alcuni elementi significativi di tale storia per cogliere il senso di

tale missione e soprattutto per rispondere alle sfide che oggi, a livello di impegno culturale, pone lo studio delle lingue classiche (latino e greco).

Il Convegno si colloca nella serie degli appuntamenti annuali che l’Institutum

realizza allo scopo di continuare ad evidenziare il ruolo della cultura classica

nel contesto e a servizio delle culture odierne e delle realtà ecclesiali.

 

Programma

Ore 09,00

Presiede S.E. il Card. Zenon GROCHOLEWSKI

Laudes matutinae

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Saluti

Carlo NANNI,

Rettore Magnifico dell’Università Salesiana

Card. Zenon GROCHOLEWSKI,

Patrono del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

 

INTRODUZIONE

Manlio SODI,

Preside della Facoltà

 

RELAZIONI

Il latino come arma, il latino come patrimonio.

Attorno alla Costituzione apostolica “Veterum Sapientia”

e alla vigilia del Vaticano II

Alberto MELLONI, Università di Modena

“Sapientia”: il sapore della verità

Remo BRACCHI, Università Salesiana

Dibattito – Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Il latino e la cultura cinese

Michele FERRERO, Pechino

Beijing Foreign University

La cultura latina nel contesto anglosassone

Mark CLARK, USA

Christendom College

Dibattito

 

PRESENTAZIONE dei primi volumi della collana

“Veterum et Coaevorum Sapientia” (VCS), Edizioni LAS

Penelope FILACCHIONE, Università Salesiana

Intermezzo musicale

ore 13,00 - Buffet

 

ore 15,00 - RELAZIONI

Importanza del latino nella formazione

e nella vita del clero

Mons. Celso MORGA IRUZUBIETA,

Segretario della Congregazione del Clero

Tra “sapientia veterum” e “cultura hodierna”:

il valore linguistico del patrimonio della tradizione

Tullio DE MAURO, già Ministro della Pubblica Istruzione

Dibattito - Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Metodologie di apprendimento delle lingue classiche

Luigi MIRAGLIA, Vivarium Novum, Roma

Quale impegno lessicale

per l’attuazione della “Veterum Sapientia”

Mauro PISINI, Università Salesiana

Dibattito

Intermezzo musicale

 

Ore 18,00 : CONCLUSIONI

Roberto SPATARO, Università Salesiana

Vesperum

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Università Pontificia Salesiana Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

Piazza Ateneo Salesiano 1— 00139 Roma

Tel. 06 872901 - Fax 06 87290397

www.unisal.it - segreteria.lettere@unisal.it

 

 

         


 

 
       


 
 

    

Riviste

                     RL 6,2011    

Rivista Liturgica n. 6 (2011)

            "Ars celebrandi"    

 

 

R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito

L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile

F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia

+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione

A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II

M. Augé, Quale solennità?

G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche

F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia

C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo

Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam

P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva

A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico

S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”

 

Crea un blog gratis su over-blog.com - Contatti - C.G.U. - Remunerazione in diritti d'autore - Segnala abusi - Articoli più commentati