Liturgia e Chiesa

 

scansione0002LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE
Thursday 15 december 2011 4 15 /12 /Dic /2011 08:00

TrentoKlaus Schatz, nella sua Storia dei Concili. La Chiesa nei suoi punti focali (Dehoniane, Bologna 1999 – ristampa 2006), dopo aver affermato che “il concilio di Trento ha senza dubbio strutturato e trasformato il volto e l’immagine della Chiesa cattolica, afferma alle pp. 201-202: 

 

“l’affermazione sul cambiamento della chiesa in profondità vale solo per la sua [di Trento] influenza a lungo termine. Solo in pochi ambienti, per esempio in alcune diocesi italiane e in Baviera, si poterono osservare timidi cambiamenti già a partire dal 1560; nella maggior parte delle altre regioni ciò avvenne solo poco prima del 1600 e in Francia anche più tardi. In genere, una più ampia influenza sul comportamento e sulla mentalità del clero e del popolo si poté registrare solo a partire dalla seconda metà del XVII secolo, a volte anzi solo nel XVIII secolo. In Germania, caratterizzata dalla presenza della chiesa imperiale con i suoi vescovi principi, l’ideale tridentino del vescovo risultò praticamente irrealizzabile e l’episcopato tedesco vi si conformò in parte solo nel XIX secolo. Da molti punti di vista, solo il crollo dell’antico ordinamento sociale causato dalla Rivoluzione francese e dalla secolarizzazione ha reso possibile una piena attuazione dell’immagine tridentina della chiesa e del sacerdote.

 

L’attuazione del concilio di Trento, già negli anni e decenni che seguirono immediatamente la sua chiusura, dipese più che dai vescovi da tre forze: anzitutto dai nuovi ordini, soprattutto i gesuiti, e poi, da un lato, dai principi secolari (in Germania, anzitutto i Wittelsbach della Baviera e, in seguito, gli Asburgo) e, dall’altro, dai nunzi papali. Senza il potere civile e senza le nunziature la riforma avrebbe avuto ben poco successo, o per lo meno non sarebbe riuscita ad imporsi su larga scala. D’altra parte, le misure di disciplinamento dall’alto, senza le nuove forze spirituali messe in campo dalle fondazioni dei nuovi ordini, non avrebbero prodotto alcun vero cambiamento. Ma la riforma tridentina dipese essenzialmente dai nunzi papali. Essi costituivano una nuova istituzione del XVI secolo e rispondevano all’usanza sempre più comune fra gli stati di scambiarsi degli ambasciatori permanenti; fino ad allora erano esistiti legati papali per missioni ad hoc, ma – a prescindere dagli apocrisiari del papa a Costantinopoli da Leone Magno in poi – non era mai esistita alcuna nunziatura permanente. A partire da Gregorio XIII (1572-1585), le nunziature ebbero come compito essenziale quello di attuare e sorvegliare l’attuazione delle decisioni del concilio di Trento; fu questo, assieme al consolidamento confessionale nei territori minacciati, a determinare, a partire dalla fine del XVI secolo, la costituzione e la moltiplicazione delle nunziature. I nunzi sono sorti con il concilio di Trento e grazie ad esso; senza di essi, e più in generale senza la politica mirata del papato, il concilio di Trento sarebbe risultato un’impresa certamente lodevole, ma senza alcuna influenza duratura e sarebbe finito per essere quel buco nell’acqua che era stato il concilio Lateranense V e prima di esso, tutto sommato, già il concilio di Basilea. Così, nonostante tutti i precedenti fallimenti papali, apparve ancora una volta chiaramente che solo attraverso il papato un concilio poteva sviluppare un’influenza duratura e in grado di modellare l’intera chiesa”

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Wednesday 14 december 2011 3 14 /12 /Dic /2011 05:00

Cristo-di-Dal-.jpgSe Gesù ha ridimensionato in se stesso la concezione rituale del culto e in particolare del sacrificio, non ha soppresso però il rito. Anzitutto perché il rito è una costante antropologica privilegiata, per cui è naturale per l’uomo ritualizzare, ma l’opera di Gesù è consistita nel ricondurre il rito al suo originale alveo, e cioè alla manifestazione più immediata della vita.

I riti del cristianesimo primitivo si riducevano essenzialmente a due azioni che Gesù aveva preso sì dalla cultura ebraica ma non dai riti templari; erano e sono di fatto due azioni culturalmente universali: un “bagno” e un “pasto”. Queste due azioni, per tutta la serie di connotazioni semiotiche di cui sono pregne, Gesù le ha rese referente simbolico della sua vita e della sua morte. Egli ha profondamente modificato il sistema di relazione dell’uomo con Dio; questo sistema non consiste più nell’esecuzione di determinati riti, che in fin dei conti sono cose e cerimonie separate dalla persona e di cui non si conosce più origine e significato, ma consiste ormai nella donazione della persona stessa. Cristo che ha offerto il suo sangue e non quello di un vitello sacrificale, ha annullato la separazione tra culto inteso come momento cerimoniale ed esistenza, tra sacro e profano, tra sacerdozio inteso come “casta separata” e popolo. Cristo mostra che il culto a Dio è la vita concreta dell’uomo offerta spontaneamente, non per forza ma per amore. Era questo, d’altra parte, il culto che Dio voleva dal già citato passo di Osea: “l’amore e non gli olocausti” (Os 6,6). C’è una inversione di tendenza religiosa nel culto reso da Gesù al Padre: la desacralizzazione è totale, e così, proporzionalmente, è al massimo l’offerta di sé. La desacralizzazione coincide anzi con un atto ignominioso, quando il sacrificio è celebrato da un sommo sacerdote privo di paludamenti pontificali e rivestito unicamente della totale nudità di Adamo; e non su un’ara sopraelevata ma su un legno infame sospeso fra il cielo e la terra. Totale però è l’amore che non è elemento rituale ma mistero di Dio racchiuso nel cuore dell’uomo Gesù; mistero nella sua interezza, perché nell’uomo Gesù di Nazareth abita la pienezza della divinità.

 

In questa offerta di sé risiede il contenuto originale del sacrificio di Cristo, quello che i teologi hanno chiamato il suo sacrificio spirituale non perché ad esso non siano seguiti effetti fisici, poiché la morte di Gesù è stata reale, ma nel senso che il desiderio dell’offerta, dettato dall’amore, essendo un sentimento tutto interiore, ha informato totalmente il suo sacrificio cruento sulla croce. Sacrificio “spirituale” perché si distingue dai tanti sacrifici materiali dell’Antico Testamento celebrati con l’utilizzo di vittime animali sostitutive. Questo sacrificio che abbiamo denominato anche come “esistenziale”, possiede, altresì, sul piano rituale, quei tratti di “originalità” che rendono ancora oggi l’Eucaristia fonte e culmine delle azioni rituali-sacramentali dell’universo cristiano; il sacramento che emblematicamente simbolizza l’originalità del culto cristiano. Dicendo che è simbolo del sacrificio esistenziale di Cristo diciamo che “mette insieme”, sul piano rituale, i diversi elementi di cui questo sacrificio si compone. Gesù ha voluto celebrare un rito del suo sacrificio che simbolizzasse i dati del suo sacrificio esistenziale, e non scelse un rito sacrificale per simbolizzarlo; nella comunità di fede di Gesù non c’è altro sangue versato se non il suo “una volta per tutte” (cfr. Eb 7,27)! Gesù, prima della sua morte, abolì il rito sacrificale e lo sostituì con un banchetto che simboleggiasse tutta la sua vita e tutta la sua morte. Qui è necessario un chiarimento! Parlando di sacrificio spirituale o esistenziale di Cristo non si deve pensare all’azione sacrificale della croce estrapolata da tutta la vita terrena di Gesù; la croce fu il momento culminante, finale, di questo sacrificio, il momento dell’immolazione!

 

Se il sacrificio che Dio gradisce risiede nell’amore, tutta la vita terrena di Gesù ne è stata colma, dal primo istante dell’incarnazione alla “resa” dello spirito sulla croce. Tutta la sua vita è stato un sacrificio santo e gradito a Dio di cui la croce è l’epifania. Il sacrificio della croce è l’ultimo atto dell’offerta interiore nella quale consiste appunto il sacrificio spirituale. Nell’istituire il rito memoriale del suo sacrificio Gesù ha voluto rendere presente, ricapitolare simbolicamente e quindi realmente, tutta la sua vita culminante con la sua morte. E questo nel rito del banchetto.

[…]

Siamo abituati a leggere il comando del memoriale quasi esclusivamente in chiave rituale; il “fate questo in memoria di me” solo come ripetizione di un rito che ripresenta il sacrificio di Cristo, e questo è vero! Ma il contenuto del rito è esistenziale; “fate questo in memoria di me”, cioè: amate Dio e i fratelli come io vi ho amati; spezzate per loro le vostre vite come questo pane spezzato che sono io; Gesù presenta il suo corpo , nel significato biblico di umanità (carne, basar) ossia la sua vita concreta di uomo.

[…]

Il sacrificio di Cristo, dunque, oltre a essere il vero sacrificio di espiazione ha anche valore di sacrificio di comunione.

 

Fonte: Leo di Simone, Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica, Edizioni Feeria, Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti (Firenze) 2003, pp. 183-188.

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Monday 12 december 2011 1 12 /12 /Dic /2011 05:00

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Benedetto XVI nell’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis definisce l’ars celebrandi come “l’arte del celebrare rettamente” e, più avanti, aggiunge: “L’ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale, nazione santa (cf. 1 Pt 2,4-5.9)” (n. 38). Osservare le prescrizioni del rito non deve confondersi col ritualismo di infelice memoria. In questa prospettiva tutto è ugualmente importante e necessario. Allora la lettera diventa in qualche modo più decisiva dello spirito, e l’esecuzione del rito prevale sul mistero che esso ripresenta. Inoltre il rubricista non valuta le diverse possibilità che il libro liturgico offre; la sua sola preoccupazione è che il rito sia osservato affinché esso sia valido ed efficace. “La vita cristiana è un punto di equilibrio tra una cultualità eccessivamente ritualizzata e una cultualità eccessivamente spiritualizzata, perché né l’eccesso di rito, la cui risultante è l’idolatria, né l’orrore rituale che comporta altri tabù e demonizzazioni, costituiscono l’originale e lo specifico dell’essenza cristiana”[1]. Qualcuno ha parlato della “rottura del protocollo” come norma pastorale. Negli ultimi decenni si sono diffuse una mentalità e una prassi allergiche ad ogni protocollo. Ciò che è stabilito e ben definito nei libri liturgici non devrebbe essere realizzato ad litteram, ma devrebbe essere rielaborato, ricostruito ed integrato a seconda della personalità del presbitero e dell’assemblea che celebrano. Questa prassi, diventata in alcuni ambienti quasi una norma, impone un atteggiamento creativo, che deve essere realizzato comunque come stile del celebrare. Si devono aggiungere parole e gesti, se ne devono omettere, o si devono all’occorrenza inventare. Non si ottengono soluzioni al problema del ritualismo trasferendosi sul limite opposto, che è quello di un riduzionismo desacralizzante non meno inibente la funzionalità simbolica del rito.

 

La liturgia ci introduce nel Mistero attraverso dei segni e dei simboli, che noi chiamiamo “sacri”. E’ stato notato che il sacro biblico è in rapporto particolare con le cose (luoghi, oggetti, funzioni). La santità, invece, riguarda il soggetto umano nei suoi rapporti con Dio. Il sacro ha come oggetto ciò che è santo e perderebbe consistenza e autenticità se non suscitasse nei credenti la crescita nella perfezione cristiana, cioè la santità. D’altra parte, il santo corre il rischio di essere privato dal suo orientamento verso Dio se il sacro non riesce ad essere veicolo, simbolizzazione della presenza di Dio e del rapporto adorante che il fedele deve intrattenere con Lui. E’ vero che la fede in Cristo opera una sovversione in rapporto ai riti religiosi e rimuove il terreno su cui si vorrebbe innalzare un muro di divisione tra il profano e il sacro. Ma ciò non significa che la fede possa fare a meno di incarnazione religiosa nel sacro. In regime cristiano il sacro si giustifica in modo particolare come simbolizzazione della santificazione del profano.

 

M. A.

 



[1] L. Di Simone, Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica, Edizioni Feeria – Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti (Firenze)  2003, 199.

[2] Cf. L. M. Chauvet, Linguaggio e simbolo. Saggio sui sacramenti, Torino 1987, 148.

 

 

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Saturday 10 december 2011 6 10 /12 /Dic /2011 05:00

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La mia anima esulta nel mio Dio

 

Prima lettura: Is 61,1-2.10-11

Salmo responsoriale: Lc 1,46-54

Seconda lettura: 1Ts 5,16-24

Vangelo: Gv 1,6-8.19-28

 

Oggi il salmo responsoriale è costituito da un brano del Magnificat. Si tratta della  preghiera per eccellenza di Maria, il canto dei tempi messianici nel quale confluiscono l’esultanza dell’antico e del nuovo Israele. Maria, nel suo cantico, è cosciente dei legami che la stringono alla comunità del popolo di Dio. La Madre di Gesù proclama che ciò che Dio ha fatto nella sua persona, lo ha fatto per se stessa e per tutto il popolo dei credenti. Pertanto, la grazia profusa in Maria deve ridondare a beneficio dell’intera Chiesa del popolo di Dio. Ogni giorno al mattino e alla sera cantando il Magnificat la Chiesa riprende le parole della Madre del Signore per manifestare la propria speranza nell’adempimento delle promesse divine in favore dell’umanità.

    

Le tre letture bibliche dell’odierna domenica contengono altrettanti messaggi, i quali sono da considerarsi complementari. Giovanni Battista annuncia che il Messia viene tra noi come uno “sconosciuto”. Isaia lo presenta come Messia dei “poveri”. Paolo ci invita a “gioire” per la venuta del Messia e ad andargli incontro. Questi temi si collocano come un prolungamento naturale del messaggio della domenica precedente: la gioia che scaturisce dal cuore dell’uomo che riconosce e accoglie Cristo che viene e che è presente nella storia esige una condivisione con i fratelli e, in particolare, un atteggiamento di servizio ai più poveri, come naturale componente della conversione e logica conseguenza dell’incontro con Cristo. Priva di questi segni, la conversione stessa si esaurisce in una sorta di velleitarismo spiritualistico, destinato a rimanere infruttuoso.

 

Il tema della gioia è presente già nell’antifona d’ingresso: “Rallegrateci sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4.5). Lo stesso tema troviamo nell’orazione colletta e in qualche antifona della Liturgia delle ore. La gioia di cui parlano i testi odierni non è una chimera e neppure un sentimento passeggero frutto di un’emozione e di una esaltazione momentanee; è invece una realtà profonda che procede dall’essere stati salvati e dal sapersi, perciò, in pace con “il Dio della pace” (1Ts 5,23), cioè inseriti in quella nuova ed eterna alleanza inaugurata nella storia umana con l’apparizione del Figlio di Dio. E’ questa presenza, questa “vicinanza”, anzi questa intimità di Dio con l’uomo, oramai liberato, a determinare la gioia autentica, a inaugurare la vera “festa” cristiana che non conosce tramonto.

 

La comunione con Cristo, che realizza in pieno la “visita” di Dio al suo popolo per salvarlo non può rimanere un fatto intimistico, che si esaurisce in una sorta di sterile soddisfazione o di appagamento interiore. Per il fatto che Dio è Padre di tutti e vuole tutti salvi, essa non può non estendersi agli altri. Gesù è mandato “per portare il lieto annuncio ai poveri”, per annunciare l’intervento di Dio che salva tutti coloro che sono nella tribolazione o nel bisogno: gli affamati, i prigionieri, coloro che hanno il cuore spezzato, per “promulgare l’anno di misericordia del Signore”.  Questo “anno di misericordia” si riferisce all’anno del giubileo (cfr. Lv 25), quell’anno cinquantesimo in cui venivano condonati i debiti e ciascuno rientrava in possesso delle proprietà che aveva dovuto alienare. Il giubileo intende ricostituire quindi la condizione originaria d’integrità delle persone cancellando tutto quello che aveva potuto guastarla. E’ una prospettiva stupenda secondo la quale comprendere la vita e la missione di Gesù: egli è venuto per liberare l’uomo da ogni malattia e infermità e riportarlo all’integrità della sua condizione iniziale, quando era stato creato a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26-27).

 

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Friday 9 december 2011 5 09 /12 /Dic /2011 05:00

Preghiera

La celebrazione è azione e deve comunicare più con i gesti  che con le parole. L’averla spesso ridotta – e continuare a ridurla !– una cascata di parole è un’altra delle cause di allontanamento di tanti fedeli. Una predica all’inizio, un’altra prima di ogni lettura, un’altra, quella tosta!, dopo il vangelo, un’altra prima della presentazione delle offerte, un’altra prima del Padre Nostro, e poi la tiritera interminabile degli avvisi prima della benedizione… Non si resiste e non rimane niente. Il nostro cervello, ormai abituato al linguaggio delle immagini, non regge più le parole se non sono brevi, cariche di senso, incisive, immaginifiche e supportate dalle immagini.

 

La celebrazione eucaristica è piena di segni: il canto, il silenzio, le posture del corpo, il tono diverso della voce per le preghiere, le esortazioni, le riflessioni; le luci, i fiori, i movimenti… Tutto deve diventare linguaggio e comunicazione.

 

Fermiamoci un attimo sulle posture del corpo: in piedi, seduti, in ginocchio. Lo stare in piedi significa accogliere qualcuno o qualcosa di importante; ma dice anche essere pronti a seguire ciò che si ascolta. Per questo il vangelo lo si ascolta in piedi. Lo stare seduto è il segno dell’ascolto e della riflessione. Mettersi in ginocchio significa: adorazione, farsi piccolo di fronte a chi è più grande. I nostri fedeli compiono questi gesti, ma perché sono abituati a farlo, perché lo vedono fare, non perché ne conoscono il significato. E infatti! Se uno della prima fila si mette seduto durante l’ascolto del Vangelo, quelli dietro si mettono seduti. Se durante la seconda lettura, uno davanti si alza per andare a prendere il libro dei canti, via via si alzano anche gli altri. Ciò accade perché i segni non sono catechizzati. La gente li compie per imitazione.

 

La stessa cosa vale per i gesti delle mani, durante la recita del Pater e per prendere l’ostia consacrata. Alzare le mani verso l’alto perché lo fanno gli altri non è la stessa cosa che alzarle coscienti di compiere il gesto del bambino quando vuole essere preso in braccio dal papà o dalla mamma; alzarle come chi si arrende a uno più forte non è la stessa cosa che farlo perché lo fa il prete; mettere le mani come quelle del povero che chiede e guardarle vuote, aiuta a sentirsi povero davanti a chi può riempirle, soltanto se il gesto è consapevole. Non prega il cervello, ma la persona. E la persona è corpo che pensa. I gesti vanno spiegati, meditati, e rimotivati, altrimenti diventano rituali, abitudinari e insignificanti. Vedi il prendersi meccanicamente per mano durante il Pater, come accade in tanto chiese. Questo vale per tutti i gesti. Andare tutte le domeniche a prendere il calice, la patena, l’acqua e il vino dal tavolinetto per portarlo al sacerdote non significa niente…

 

I segni, oltre che spiegati e motivati, vanno anche scelti in modo che abbiano la capacità di “segnalare” una realtà più grande. I fiori e la luce sono un segno efficace anche oggi. L’incenso lo è molto meno. Nessuna persona importante viene accolta all’aeroporto, o in qualsiasi posto con l’incenso… Perciò questa tendenza degli ultimi anni di riproporre continue fumate di incenso, insieme a paramenti settecenteschi luccicanti d’oro, fa scena, ma non comunica; così come la ricomparsa di cerimonieri che gironzolano per accompagnare chi sa benissimo da solo dove andare.   

 

Fonte. Don Tonino Lasconi, La celebrazione dell’eucaristia catechesi in atto, in Aa.Vv., Eucaristia e condivisione “Dacci oggi il nostro Pane quotidiano” (Mt 6,11), Edizioni Liturgiche, Roma 2011, pp. 152-153.

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Thursday 8 december 2011 4 08 /12 /Dic /2011 18:10

Missale Romanum

… dovremo lasciare davvero la parola ai riti, dovremo recuperare la competenza ecclesiale - non solo dei chierici - su tutti i linguaggi non verbali, riscoprendo la bellezza del silenzio, ma anche imparando a parlare e a cantare coralmente, riscoprendo la forza dei simboli rituali per meglio vivere la realtà quotidiana della fede…

(Fonte: Andrea Grillo in "Vita Pastorale" 11/2011, tramite Messainlatino 08.12.2011)

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Wednesday 7 december 2011 3 07 /12 /Dic /2011 05:00

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Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie

 

Prima lettura: Gn 3,9-15.20

Salmo responsoriale: dal Sal 97 (98)

Seconda lettura: Ef 1,3-6.11-12

Vangelo: Lc 1,26-38

 

            La Chiesa celebra l’immacolata concezione della vergine Maria nel Tempo di Avvento, in cui la liturgia fa memoria del progetto della salvezza secondo il quale Dio, nella sua misericordia, chiamò i Patriarchi e strinse con loro un’alleanza d’amore; diede la legge di Mosè; suscitò i Profeti; elesse Davide, dalla cui stirpe doveva nascere il Salvatore del mondo: di questa stirpe Maria è figlia eletta, quasi il punto di arrivo. Il nucleo di verità che ci è comunicata dall’immacolata concezione di Maria è quello del rapporto tra il divino e l’umano: tra questi due poli c’è un “punto” d’intersezione che è appunto Maria immacolata.

 

            La prima lettura ci ricorda che la buona novella della salvezza è antica quanto la presenza del male nel mondo. E’ attraverso una donna, Eva, che, cedendo alle lusinghe ingannevoli del serpente, il male si introduce nella storia. E’ anche una donna, Maria, che attraverso la sua discendenza, è all’origine della vittoria definitiva del bene sul male. Maria ascolta la parola di Dio che le viene portata dall’angelo e, con la sua accettazione del piano salvifico di Dio fa sì che questa parola si realizzi e che il Verbo si faccia carne “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Paolo VI nell’Esortazione apostolica Marialis cultus afferma: “la donna contemporanea, desiderosa di partecipare con potere decisionale alle scelte della comunità, contemplerà con intima gioia Maria che, assunta al dialogo con Dio, dà il suo consenso attivo e responsabile non alla soluzione di un problema contingente, ma a quell’ ‘opera dei secoli’ come è stata giustamente chiamata l’incarnazione del Verbo” (n. 37).

 

            Celebrando l’immacolata concezione di Maria, la Chiesa rende grazie a Dio, la cui potenza redentrice è senza limiti. Nella seconda lettura ascoltiamo san Paolo che benedice Dio che “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Ciò che l’Apostolo dice di ognuno di noi vale in modo eminente per la vergine Maria, “piena di grazia”, la madre, “benedetta fra tutte le donne”, di colui attraverso il quale ci viene ogni benedizione a lode del Padre.

 

            L’orazione colletta del giorno spiega bene e in poche parole perché e in che modo Maria è immacolata: il Padre nell’immacolata concezione della Vergine ha preparato una degna dimora per il suo Figlio, e in previsione della morte di lui l’ha preservata di ogni macchia di peccato. Maria può cooperare alla redenzione dell’umanità perché prima ella ha ricevuto la pienezza della grazia. La madre del Salvatore è stata oggetto di una particolare scelta da parte del Padre; in seguito a questa egli l’ha costituita punto “vertice” di tutta la storia d’Israele e punto “germinale” del nuovo Israele, la Chiesa.

 

            Alla luce del mistero dell’immacolata concezione di Maria si comprende come il peccato è fondamentalmente una ferita all’integrità della persona, una lacerazione che va curata, restaurata. E’ quello che chiediamo nella preghiera dopo la comunione: che il sacramento ricevuto “guarisca in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio” è stata preservata “la beata Vergine Maria, nella sua immacolata concezione”. Maria immacolata, la prima dei redenti, è un segno di speranza. Ciò che è avvenuto in lei è l’anticipo della vittoria di Cristo risorto sulla morte e sul peccato.

 

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Monday 5 december 2011 1 05 /12 /Dic /2011 17:39

 

 

Ite--Missa-est.jpg[…] Molto si è discusso, com’è noto, sull’origine della parola “messa”; l’opinione attualmente più accreditata la fa giustamente derivare dall’espressione latina missa est, intesa come una forma verbale passiva del verbo mittere “mandare”. Quello che è incerto è il soggetto del verbo, anche se in genere si è propensi a ritenere che la frase ite, missa est, con la quale termina il rito cristiano, volesse in origine indicare che l’eucaristia era stata mandata, per mezzo dei diaconi, ai fedeli ammalati e pertanto impossibilitati a partecipare alla cerimonia comune. Tale interpretazione appare abbastanza soddisfacente sul piano puramente linguistico, ma lo è un po’ meno se si considera l’aspetto religioso del rito. E’ infatti evidente che l’invio dell’eucaristia ai fedeli lontani resta un episodio del tutto marginale e incidentale rispetto allo svolgimento del rito stesso (potevano ben darsi dei casi in cui non vi fossero malati a cui mandare l’eucaristia), sì che desta una certa perplessità vedere una cerimonia religiosa importante come il sacrificio cristiano terminare liturgicamente con una comunicazione di carattere piuttosto banale e, tutto sommato, di nessuna importanza per i fedeli presenti. Le parole ite, missa est acquisterebbero ben altro significato se esse volessero indicare la fine della cerimonia stessa: ite, (hostia) missa est, “(la vittima) è stata offerta”, cioè “il sacrificio è finito”. Questa interpretazione della formula cristiana non soltanto appare più consona alla gravità della cerimonia compiuta, ma troverebbe anche una spiegazione linguistica pienamente soddisfacente. Gli studiosi che finora si sono rivolti a tale questione sono stati attratti dalla singolarità dell’espressione che non trova riscontro nella terminologia liturgica latina o greca; nessuno di loro poteva però immaginare che tale espressione corrisponde esattamente alla terminologia punica: missa est non è altro, infatti, che la traduzione latina della parola molk “quod missum est”. La stessa mancanza del soggetto latino sottolinea l’affinità del missa est con il punico molk: perché mentre in latino il verbo mittere ha un significato generico, che solo nell’accezione liturgica cristiana acquista una connotazione religiosa, nel punico la forma causativa ylk costituisce di per se stessa un termine tecnico del linguaggio religioso; sì che, se volessimo rendere in italiano non il significato letterale, bensì il reale valore semantico delle espressioni molk e missa est, dovremmo dire “il sacrificio è stato compiuto” […].

 

Fonte: Giovanni Garbini, Dio della terra, Dio del cielo, Paideia, Brescia 2011, pp. 300-302.

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Monday 5 december 2011 1 05 /12 /Dic /2011 05:00

Il-mondo-del-sacro.jpgIn un’epoca, come la nostra, in cui l’umanità non si fonda più su alcun principio d’ordine superiore, è importante riscoprire la traccia veritiera di una tradizione perduta, celata nel simbolismo degli antichi, che oggi è lontano dalla nostra mentalità perché rifugge da qualunque verità non contingente. I simboli sono destinati a sopravvivere a tutte le generazioni perché costituiscono le fondamenta della psiche umana. Per Mircea Eliade, infatti, essi appartengono, con il mito, alla sostanza della vita spirituale, sono connaturali all’essere umano e adempiono una funzione importante: la riscoperta di quel lontano passato che l’umanità tuttora ignora, quel paradiso perduto, quell’altra dimensione spirituale più ricca rispetto al mondo chiuso del nostro momento storico. Perciò, per prendere coscienza del suo nuovo posto nell’universo, l’uomo deve necessariamente rintracciare la verità archetipica dei simboli più antica, tramandatici nei secoli attraverso culti, miti, leggende di tutti i popoli del mondo.

 

Solas Boncompagni – Maurizio Monzali, Il mondo del Sacro. Simboli – Oggetti – Strutture, Edizioni Arkeios, Roma 2011, quarta di copertina.

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La celebrazione

 

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La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende presente all’uomo

Concili e Padri

Decreti Concilii
La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)


La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

 

     
 

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PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Libri ed eventi


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Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.

Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti.  Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.

 

 

 

 

 

Besançon La Messa per tutti

Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.

La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!

 

 

 

 

   Evangeliario

L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.

 

Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.

 

Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.

 

 

 

   

50°

“Veterum Sapientia”

Convegno

della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche

dell’Università Pontificia Salesiana

Roma, 23 febbraio 2012

 

Il 22 febbraio 1962 il beato Giovanni XXIII firmava la Costituzione apostolica

Veterum Sapientia sullo studio e l’uso del latino. In essa, tra l’altro, si auspicava l’erezione di un Academicum Latinitatis Institutum che sarà poi istituito da Paolo VI

con la Lettera apostolica Studia Latinitatis emanata il 22 febbraio 1964.

Nello stesso documento Paolo VI affidava alla Società Salesiana il compito

di «promuovere la prosperità dell’Istituto».

Nel 50° della Costituzione apostolica, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

intende ripercorrere alcuni elementi significativi di tale storia per cogliere il senso di

tale missione e soprattutto per rispondere alle sfide che oggi, a livello di impegno culturale, pone lo studio delle lingue classiche (latino e greco).

Il Convegno si colloca nella serie degli appuntamenti annuali che l’Institutum

realizza allo scopo di continuare ad evidenziare il ruolo della cultura classica

nel contesto e a servizio delle culture odierne e delle realtà ecclesiali.

 

Programma

Ore 09,00

Presiede S.E. il Card. Zenon GROCHOLEWSKI

Laudes matutinae

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Saluti

Carlo NANNI,

Rettore Magnifico dell’Università Salesiana

Card. Zenon GROCHOLEWSKI,

Patrono del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

 

INTRODUZIONE

Manlio SODI,

Preside della Facoltà

 

RELAZIONI

Il latino come arma, il latino come patrimonio.

Attorno alla Costituzione apostolica “Veterum Sapientia”

e alla vigilia del Vaticano II

Alberto MELLONI, Università di Modena

“Sapientia”: il sapore della verità

Remo BRACCHI, Università Salesiana

Dibattito – Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Il latino e la cultura cinese

Michele FERRERO, Pechino

Beijing Foreign University

La cultura latina nel contesto anglosassone

Mark CLARK, USA

Christendom College

Dibattito

 

PRESENTAZIONE dei primi volumi della collana

“Veterum et Coaevorum Sapientia” (VCS), Edizioni LAS

Penelope FILACCHIONE, Università Salesiana

Intermezzo musicale

ore 13,00 - Buffet

 

ore 15,00 - RELAZIONI

Importanza del latino nella formazione

e nella vita del clero

Mons. Celso MORGA IRUZUBIETA,

Segretario della Congregazione del Clero

Tra “sapientia veterum” e “cultura hodierna”:

il valore linguistico del patrimonio della tradizione

Tullio DE MAURO, già Ministro della Pubblica Istruzione

Dibattito - Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Metodologie di apprendimento delle lingue classiche

Luigi MIRAGLIA, Vivarium Novum, Roma

Quale impegno lessicale

per l’attuazione della “Veterum Sapientia”

Mauro PISINI, Università Salesiana

Dibattito

Intermezzo musicale

 

Ore 18,00 : CONCLUSIONI

Roberto SPATARO, Università Salesiana

Vesperum

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Università Pontificia Salesiana Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

Piazza Ateneo Salesiano 1— 00139 Roma

Tel. 06 872901 - Fax 06 87290397

www.unisal.it - segreteria.lettere@unisal.it

 

 

         


 

 
       


 
 

    

Riviste

                     RL 6,2011    

Rivista Liturgica n. 6 (2011)

            "Ars celebrandi"    

 

 

R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito

L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile

F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia

+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione

A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II

M. Augé, Quale solennità?

G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche

F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia

C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo

Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam

P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva

A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico

S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”

 

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