Liturgia e Chiesa

 

scansione0002LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE
Saturday 3 december 2011 6 03 /12 /Dic /2011 05:00

Cammino

Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza

 

Prima lettura: Is 40,1-5.9-11

Salmo responsoriale: dal Sal 84 (85)

Seconda lettura: 2Pt 3,8-14

Vangelo: Mc 1,1-8

 

            Il Sal 84 nella sua seconda parte, che è quella ripresa dal salmo responsoriale della liturgia odierna, dà voce al profeta che annuncia un messaggio da parte di Dio: messaggio di pace, di misericordia, di verità, di giustizia. In questo messaggio, Dio promette di riprendere il suo posto in mezzo al popolo, purificato dall’esilio e dalle sofferenze. La tradizione cristiana ha riletto questo canto del “ritorno” di Israele alla sua terra e al suo Dio, e del “ritorno” di Dio verso Israele, sua sposa, come la celebrazione dell’abbraccio perfetto in Cristo tra la natura umana e la natura divina. Di Natale in Natale, la promessa del Signore apre davanti alla Chiesa la prospettiva dell’Avvento finale di Cristo, in cui pace e giustizia, amore e verità raccoglieranno in un unico abbraccio il cielo e la terra.

 

            Alle parole del profeta Isaia riprese dalla prima lettura: “preparate la via al Signore”, fanno eco le parole di Giovanni Battista raccolte dal brano evangelico: “preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. Ogni vero incontro è frutto di un reciproco cammino. Il Signore ci viene incontro, ma ciascuno di noi deve compiere il suo tratto di strada con la propria conversione. Ce lo ricorda san Pietro nella seconda lettura: “nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”. L’insegnamento di fondo che la parola di Dio ci rivolge in questa domenica è quindi un invito alla conversione per ristabilire la comunione col Signore che viene continuamente a noi. Dio entra nella storia umana e si rivela pienamente in Gesù Cristo, per invitare ed ammettere gli uomini alla comunione con sé e fare di tutti gli uomini una comunità di fratelli, che è la Chiesa - nuova Gerusalemme. Questo fatto che interpella in prima persona ogni uomo che vive nel mondo, è un’autentica chiamata alla vera vita, alla vera felicità. La risposta all’invito divino esige l’apertura del cuore, un atteggiamento cioè di disponibilità e di accoglienza, permeato di quella semplicità e povertà che è alla base della fede; e richiede che si scavi nella propria vita una strada e la si percorra, con gioia e coerenza, fino all’incontro definitivo con il Signore.

 

            Tra le immagini con cui le letture bibliche d’oggi parlano della conversione c’è quella della “strada” o della “via”, tema biblico classico, che esprime tutto il dinamismo della fede, intesa non tanto come atteggiamento intellettuale, quanto piuttosto come uno stile di vita nel quale si traduce la fedeltà al vangelo e quindi come “sequela” di Cristo. In questa prospettiva la vita cristiana appare come un “cammino” di fede - conversione, compiuto insieme agli altri fratelli per incontrare il Signore che viene e per fare l’esperienza della sua comunione. Ostacoli sul nostro cammino non ne mancano. Vi sono, fra l’altro, le realtà terrene, quando non vengono usate “con la sapienza che viene dal cielo”, come dice la colletta. Perciò nella preghiera dopo la comunione chiediamo a Dio di saper “valutare con sapienza i beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo”.

 

            Il Signore e giudice della storia verrà e “in quel giorno tremendo e glorioso passerà il mondo presente e sorgeranno cieli nuovi e terra nuova” (II prefazio dell’Avvento). L’eucaristia facendo memoria della morte e risurrezione di Cristo pone per ciascuno di noi che vi partecipiamo un segno e una caparra di salvezza per quel giorno “tremendo e glorioso”. Infatti nell’eucaristia Cristo ci ammette alla sua comunione, segno e caparra di quella comunione piena e definitiva alla fine dei tempi.

 

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Thursday 1 december 2011 4 01 /12 /Dic /2011 19:11

Vaticano-II.jpg

Nel cinquantesimo anniversario dell'indizione

Sull'adesione
al concilio Vaticano II

 

 

FERNANDO OCÁREZ

 

Il cinquantesimo anniversario, ormai prossimo, della convocazione del concilio Vaticano II (25 dicembre 1961) è motivo di celebrazione ma anche di rinnovata riflessione sulla ricezione e applicazione dei documenti conciliari. Oltre agli aspetti più direttamente pratici di questa ricezione e applicazione, con le loro luci ed ombre, sembra opportuno ricordare anche la natura dell'adesione intellettuale dovuta agli insegnamenti del Concilio. Pur trattandosi di dottrina ben nota e sulla quale si dispone di abbondante bibliografia, non è superfluo ricordarla nei suoi tratti essenziali, tenuto conto della persistenza di perplessità manifestatesi, anche nell'opinione pubblica, riguardo alla continuità di alcuni insegnamenti conciliari rispetto ai precedenti insegnamenti del magistero della Chiesa. Innanzitutto non sembra inutile ricordare che l'intenzione pastorale del Concilio non significa che esso non sia dottrinale. Le prospettive pastorali si basano infatti, e non potrebbe essere diversamente, sulla dottrina. Ma occorre, soprattutto, ribadire che la dottrina è indirizzata alla salvezza, il suo insegnamento è parte integrante della pastorale. Inoltre, nei documenti conciliari è ovvio che ci sono molti insegnamenti di natura prettamente dottrinale: sulla divina Rivelazione, sulla Chiesa, ecc. Come scrisse il beato Giovanni Paolo II, "con l'aiuto di Dio i Padri conciliari hanno potuto elaborare, in quattro anni di lavoro, un considerevole complesso di esposizioni dottrinali e di direttive pastorali offerte a tutta la Chiesa" (costituzione apostolica Fidei depositum, 11 ottobre 1992, introduzione).

 

L'adesione dovuta al magistero

Il concilio Vaticano II non definì alcun dogma, nel senso che non propose mediante atto definitivo alcuna dottrina. Tuttavia il fatto che un atto del magistero della Chiesa non sia esercitato mediante il carisma dell'infallibilità non significa che esso possa essere considerato "fallibile" nel senso che trasmetta una "dottrina provvisoria" oppure "autorevoli opinioni". Ogni espressione di magistero autentico va recepita come è veramente: un insegnamento dato da Pastori che, nella successione apostolica, parlano con il "carisma della verità" (Dei verbum, n. 8), "rivestiti dell'autorità di Cristo" (Lumen gentium, n. 25), "alla luce dello Spirito Santo" (Ibidem).
Questo carisma, questa autorità e questa luce furono certamente presenti nel concilio Vaticano II; negare ciò all'intero episcopato cum Petro e sub Petro, radunato per insegnare alla Chiesa universale, sarebbe negare qualcosa dell'essenza stessa della Chiesa (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, dichiarazione Mysterium Ecclesiae, 24 giugno 1973, nn. 2-5).
Naturalmente non tutte le affermazioni contenute nei documenti conciliari hanno lo stesso valore dottrinale e quindi non tutte richiedono lo stesso grado di adesione. I diversi gradi di adesione alle dottrine proposte dal magistero sono stati ricordati dal Vaticano II, nel n. 25 della costituzione Lumen gentium, e poi sintetizzati nei tre commi aggiunti al simbolo niceno-costantinopolitano nella formula della Professio fidei, pubblicata nel 1989 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con l'approvazione di Giovanni Paolo II. Le affermazioni del concilio Vaticano II che ricordano verità di fede richiedono ovviamente l'adesione di fede teologale, non perché siano state insegnate da questo Concilio, ma perché già erano state insegnate infallibilmente come tali dalla Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale. Così come richiedono un pieno e definitivo assenso le altre dottrine ricordate dal Vaticano II che erano già state proposte con atto definitivo da precedenti interventi magisteriali.
Gli altri insegnamenti dottrinali del Concilio richiedono dai fedeli il grado di adesione denominato "ossequio religioso della volontà e dell'intelletto". Un assenso "religioso", quindi non fondato su motivazioni puramente razionali. Tale adesione non si configura come un atto di fede, quanto piuttosto di obbedienza, non semplicemente disciplinare, bensì radicata nella fiducia nell'assistenza divina al magistero, e perciò "nella logica e sotto la spinta dell'obbedienza della fede" (Congregazione per la Dottrina della Fede, istruzione Donum veritatis, 24 maggio 1990, n. 23). Questa obbedienza al magistero della Chiesa non costituisce un limite posto alla libertà, ma al contrario, è fonte di libertà. Le parole di Cristo "chi ascolta voi ascolta me" (Luca, 10, 16) sono indirizzate anche ai successori degli apostoli; e ascoltare Cristo significa ricevere in sé la verità che rende liberi (cfr. Giovanni, 8, 32).
Nei documenti magisteriali possono esserci - come di fatto si trovano nel concilio Vaticano II - anche elementi non propriamente dottrinali, di natura più o meno circostanziale (descrizioni dello stato delle società, suggerimenti, esortazioni, ecc.). Tali elementi vanno accolti con rispetto e gratitudine, ma non richiedono un'adesione intellettuale in senso proprio (cfr. istruzione Donum veritatis, nn. 24-31).

 

L'interpretazione degli insegnamenti

L'unità della Chiesa e l'unità nella fede sono inseparabili, e questo comporta anche l'unità del magistero della Chiesa in ogni tempo in quanto interprete autentico della Rivelazione divina trasmessa dalla sacra Scrittura e dalla tradizione. Ciò significa, tra l'altro, che una caratteristica essenziale del magistero è la sua continuità e omogeneità nel tempo. La continuità non significa assenza di sviluppo; la Chiesa lungo i secoli progredisce nella conoscenza, nell'approfondimento e nel conseguente insegnamento magisteriale della fede e della morale cattolica.
Nel concilio Vaticano II ci sono state diverse novità di ordine dottrinale: sulla sacramentalità dell'episcopato, sulla collegialità episcopale, sulla libertà religiosa, ecc. Sebbene di fronte alle novità in materie relative alla fede o alla morale non proposte con atto definitivo sia dovuto l'ossequio religioso della volontà e dell'intelletto, alcune di esse sono state e sono ancora oggetto di controversie circa la loro continuità con il magistero precedente, ovvero sulla loro compatibilità con la tradizione. Di fronte alle difficoltà che possono trovarsi per capire la continuità di alcuni insegnamenti conciliari con la tradizione, l'atteggiamento cattolico, tenuto conto dell'unità del magistero, è quello di cercare un'interpretazione unitaria, nella quale i testi del concilio Vaticano II e i documenti magisteriali precedenti s'illuminino a vicenda. Non soltanto il Vaticano II va interpretato alla luce di precedenti documenti magisteriali, ma anche alcuni di questi vengono meglio capiti alla luce del Vaticano II. Ciò non è niente di nuovo nella storia della Chiesa. Si ricordi, a esempio, che nozioni importanti nella formulazione della fede trinitaria e cristologica (hypóstasis, ousía) adoperate nel concilio I di Nicea furono molto precisate nel loro significato dai concili posteriori.
L'interpretazione delle novità insegnate dal Vaticano II deve perciò respingere, come disse Benedetto XVI, l'ermeneutica della discontinuità rispetto alla tradizione, mentre deve affermare l'ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità (discorso, 22 dicembre 2005). Si tratta di novità nel senso che esplicitano aspetti nuovi, fino a quel momento non ancora formulati dal magistero, ma che non contraddicono a livello dottrinale i documenti magisteriali precedenti, sebbene in alcuni casi - a esempio, sulla libertà religiosa - comportino anche conseguenze molto diverse al livello delle decisioni storiche sulle applicazioni giuridico-politiche, viste le mutate condizioni storiche e sociali. Un'interpretazione autentica dei testi conciliari può essere fatta soltanto dallo stesso magistero della Chiesa. Perciò nel lavoro teologico d'interpretazione dei passi che nei testi conciliari suscitino interrogativi o sembrino presentare difficoltà, è innanzitutto doveroso tener conto del senso in cui i successivi interventi magisteriali hanno inteso tali passi. Comunque, rimangono legittimi spazi di libertà teologica per spiegare in un modo o in un altro la non contraddizione con la tradizione di alcune formulazioni presenti nei testi conciliari e, perciò, di spiegare il significato stesso di alcune espressioni contenute in quei passi.
Al riguardo, non sembra infine superfluo tener presente che è passato quasi mezzo secolo dalla conclusione del concilio Vaticano II, e che in questi decenni si sono susseguiti quattro Romani Pontefici sulla cattedra di Pietro. Esaminando il magistero di questi Papi e la corrispondente adesione a esso dell'episcopato, un'eventuale situazione di difficoltà dovrebbe trasformarsi in serena e gioiosa adesione al magistero, interprete autentico della dottrina della fede. Questo dovrebbe essere possibile e auspicabile anche se rimanessero aspetti razionalmente non pienamente compresi, lasciando comunque aperti i legittimi spazi di libertà teologica per un sempre opportuno lavoro di approfondimento. Come ha scritto recentemente Benedetto XVI, "i contenuti essenziali che da secoli costituiscono il patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati, compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato" (motu proprio Porta fidei, n. 4).



(©L'Osservatore Romano 2 dicembre 2011)

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Wednesday 30 november 2011 3 30 /11 /Nov /2011 05:00

Originalita-culto-cristiano.jpg

« […] Gesù sa che demolendo le mura del tempio il mondo intero diventerà “casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,7). Gesù sa che la radice culturale dell’uomo è unica e universale e consiste nel vivere in armonia con il creatore, con il creato, con se stessi e con il prossimo; è l’antropologia dei racconti genesiaci prima della “caduta”! La religione, come abbiamo visto, è un fatto aggiunto, in cui le pratiche religiose si sono costruite come artificio innaturale, da parte dell’uomo, nella pretesa di restituirsi, egli stesso, con le sue pratiche e le sue azioni, quell’armonia originale perduta. Da qui l’ambivalenza della pratica religiosa, il divenire un fenomeno di autosoddisfacimento che, anziché portare l’uomo a Dio, lo conferma in se stesso e lo chiude rispetto a Dio. Nascono da qui “gli incanti estetici per le religioni morte” o l’entusiasmo di “certi atei per la liturgia e per il canto gregoriano”, afferma Bouyer (L. Bouyer, Il rito e l’uomo, Brescia 1964, 119). L’idea religiosa si polarizza in una sorta di dinamismo emozionale, come accadeva per “le manifestazioni hitleriane dello Sportpalatz, il mausoleo di Lenin, il singolare cimitero militare russo di Treptov, nella periferia di Berlino, con la cappella funeraria, con la sua lampada perenne… con il suo altare… tentativi raffinati o grossolani, perversi ma patetici, di un ‘Ersatz’, di un surrogato di religione senza fede” (ivi, 120).

 

L’albero religioso, come ogni albero, è ambivalente, perché ha fusto e foglie fuori della terra, ma anche radici nascoste e vitali. Una religione senza fede è un albero posticcio, senza radici, come le piante artificiali dei nostri tempi, più belle talvolta delle originali, ma prive di vita e incapaci di crescita e di frutti. Il bisogno religioso che si appaga ancora oggi di estetismo liturgico è figlio di una cultura che ha assolutizzato le stratificazioni e le cristallizzazioni che l’hanno determinato, una cultura staccata dalle sue radici e quindi morta irrimediabilmente. E’ l’immagine evangelica del “sepolcro imbiancato”, fiorita sulla bocca di Gesù; religione che si appaga solo dei suoi riti, del suo assetto formale e istituzionale, ma nel suo intimo morta e putrefatta perché senza radici. Il bisogno religioso che si appaga “non della religione nella sua sostanza” (le radici), ma “delle emozioni, dei sentimenti di esaltazione”, per cui l’uomo cerca, “sia con sforzi arcaicizzanti, sia con tecniche nuove ma la cui psicologia si ispira a quella che crede vedere in atto negli antichi riti, di ricuperare un po’ della loro atmosfera, del loro tono psicologico, senza tuttavia consentire a legarsi nuovamente a quelle credenze che li ispiravano” (ivi, 119). La nostalgia dei molti “cristiani” per la Messa di san Pio V o per i riti tridentini nasce da questo modulo psicologico, ma non si può affermare neanche che questo spirito sia del tutto scomparso anche in coloro che partecipano alla liturgia del Vaticano II; gli uni e gli altri possono vivere religiosamente ma “senza consentire a legarsi alle credenze”, che ispirano questi riti. Anche qui una religiosità senza radici e una spiritualità astratta […]».

 

Fonte: Leo Di Simone, Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica, Edizioni Feeria – Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti (Firenze) 2003, pp. 149-150.

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Monday 28 november 2011 1 28 /11 /Nov /2011 05:00

Finotti.jpgIl rifiuto della riforma liturgica ha accompagnato fin dall’inizio il cammino postconciliare di alcuni gruppi della compagine ecclesiale. Recentemente assistiamo ad una estesa recrudescenza del fenomeno che si manifesta non solo nel recupero, ma anche nell’assolutizzazione della forma liturgica precedente al Concilio. Si mettono in luce in tutti i modi possibili le ombre del novus ordo e si auspica un ritorno al Messale di san Pio V. Tale atteggiamento sembra avere come finalità la cancellazione dell’opera liturgica promulgata dal papa Paolo VI. Soprattutto è preoccupante che non si riesca a distinguere a sufficienza gli abusi che avvengono sul piano delle concrete celebrazioni dal progetto rituale codificato nelle edizioni tipiche dei libri liturgici a firma dei Sommi Pontefici. Inoltre non si riconosce l’immenso bene che la riforma liturgica ha fatto e continua ad operare dovunque essa viene applicata con intelligenza e con fedeltà alle disposizioni della Chiesa. Si rischia, dunque, di gettare la forma oggettiva prevista dalla Chiesa insieme alle applicazioni abusive. Questo errore manifesta l’insufficiente formazione liturgica di chi si accosta ai documenti liturgici riformati con spregiudicatezza e ignoranza teologica, storica e liturgica. Se non si provvede in tempo a distinguere le cose, ci si inoltra in una specie di barbarie dove regna la legge  del pregiudizio gratuito e in modo irrazionale prevale la legge del più forte.

               

In questo stato di cose sarebbe gravemente lesivo dell’itinerario liturgico della Chiesa se la miniera aurea offerta dalla riforma – costituita fondamentalmente dal corpus dei riti promulgati dai Sommi Pontefici per decreto del Concilio Vaticano II – dovesse essere abbandonata come una cava dismessa per una svolta verso lo status liturgico anteriore al Concilio. Una simile prospettiva insinuerebbe un oscuramento in una materia di essenziale importanza quale è la liturgia. Ciò incrinerebbe l’adesione religiosa e disciplinare del clero e dei fedeli ad ogni altra futura scelta della Chiesa stessa. La condizione del popolo di Dio, invece, esige inoltre che sia fermo il principio di fiducia e che il progetto liturgico stabilito legittimamente dai documenti e dai riti autentici promulgati per decreto del Concilio sia sostanzialmente affidabile.

               

Anche il senso religioso, che rapporta ogni fedele al Magistero della Chiesa e che non può essere assente in un cammino di vera crescita spirituale, domanda una sicura affidabilità, che non potrebbe reggere in disposizioni autoritative palesemente contraddittorie. E’ invece su un piano decisamente diverso di legittimità l’esigenza di coloro che promuovono una verifica sui frutti della riforma liturgica e sono aperti ad eventuali revisioni o emendamenti che si rendessero necessari o comunque arricchenti. Infatti, dopo l’esperienza celebrativa degli anni postconciliari è quanto mai credibile un processo di riflessione e di miglioramento o anche correzioni di taluni aspetti dei riti riformati. E’ questo l’intento del papa Benedetto XVI che, sensibile a questa problematica, ha consentito una serena indagine in ordine ad un migliore assestamento e definizione dei riti vigenti. Ma proprio per intraprendere con frutto questa affascinante opera è necessaria una vera formazione liturgica.

               

Sarà allora necessario aprirsi ad una visione di continuità tra la forma precedente della liturgia e quella successiva e con sguardo benevolo e onesto conoscere con competenza e amore le espressioni liturgiche della Chiesa. In tal modo, attingendo dal tesoro della Tradizione e accogliendo i doni che anche oggi lo Spirito elargisce, sarà possibile il modo migliore a noi consentito di celebrare i santi Misteri.

 

Fonte: Enrico Finotti, La liturgia romana nella sua continuità. Nova et vetera, Sugarco Edizioni, Milano 2011, pp. 78-79.

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Saturday 26 november 2011 6 26 /11 /Nov /2011 09:00

 Speranza.jpg

Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi

 

Prima lettura: Is 63,16b-17.19b; 64,2-7

Salmo responsoriale: dal Sal 79 (80)

Seconda lettura: 1Cor 1,3-9

Vangelo: Mc 13,33-37

 

 Il Sal 79 è una fiduciosa supplica a Dio perché intervenga a salvare il suo popolo. Il salmista ricorda le sollecitudini divine per il suo popolo, paragonandolo ad una vite che, trapiantata dall’Egitto, ha occupato tutto il paese. Ma oggi la sua cinta è abbattuta, ogni viandante ne fa vendemmia e il cinghiale la devasta. Ecco allora che nel cuore dell’orante affiora una speranza in un re ideale, “il figlio dell’uomo” che Dio stesso ha preparato perché ritornino il sorriso e la pace in Israele. Riprendendo questo salmo in Avvento, diamo voce alle speranze e alle preghiere di tutti gli uomini che condividono con noi l’attesa del compimento definitivo della salvezza: “Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. L’Avvento è il tempo della speranza degli uomini e di tutta la creazione.

 

 Il tempo d’Avvento collega la venuta di Cristo a Betlemme con l’attesa del suo secondo avvento glorioso alla fine dei tempi: il Natale è considerata già una festa di trionfo connessa col trionfo redentore della croce e con quello finale del ritorno di Cristo. L’Avvento si presenta quindi come un tempo di attesa del compimento della salvezza: nell’attesa gioiosa della festa della nascita del Redentore, siamo orientati verso il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi. L’Avvento intende suscitare in noi la nostalgia di Dio.

 

In questa prima domenica d’Avvento, la parola d’ordine, ripetuta per ben quattro volte nel breve brano evangelico, è “vegliate!”, siate pronti ad accogliere il Signore che viene per compiere l’opera della salvezza! Come i servi di cui parla il vangelo d’oggi, anche a noi è stato affidato un compito e abbiamo ricevuto molteplici doni di grazia per portarlo a termine. Vegliare vuol dire essere pronti a rendere conto al Padrone della gestione di quanto abbiamo ricevuto da lui. Bisogna vegliare consapevoli del peso di eternità di ogni venuta, di ogni istante che ci è donato. Gesù non dice cosa farà il padrone se, giungendo all’improvviso, troverà i servi addormentati, ma non c’è nemmeno bisogno di annunciare una qualsiasi punizione; l’essenziale in questo caso è il fallimento doloroso del proprio compito. Ci era stato affidato un incarico ed era proprio quello che dava senso alla nostra vita; averlo dimenticato significa che la nostra esistenza precipita nell’inutilità, nell’amarezza del vuoto. La vita cristiana prende inizio dalla prima venuta del Signore, si sviluppa come cammino verso la seconda e si conclude nell’effettivo incontro con il Signore. Non possiamo mancare a questo appuntamento.

 

Nella seconda lettura, san Paolo ci ricorda che, nell’imprevedibilità del momento preciso del ritorno del Signore, la vigilanza deve diventare impegno e testimonianza davanti al mondo, come tra i cristiani di Corinto a cui è indirizzata la sua lettera: “La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente, che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”. Vivere da cristiani significa assumere responsabilmente un compito che ci è stato affidato. Ma nel adempimento di questo compito non siamo soli. Nel brano della prima lettura, il profeta Isaia è consapevole della radicale incapacità dell’uomo di salvarsi da solo. E’ necessario che Dio intervenga in nostro aiuto con l’azione trasformante della sua grazia: Egli va incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle sue vie. La colletta del giorno riprende questo concetto quando si rivolge a Dio affinché “susciti in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al Cristo che viene…”

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Friday 25 november 2011 5 25 /11 /Nov /2011 05:00

Riforma-della-liturgia.jpg[…] La riforma della Chiesa, di cui il Concilio Vaticano II è stato artefice, comincia con ciò che il culto liturgico fa maturare – in quanto “fons” – nella coscienza di fede ecclesiale. Il nuovo statuto della partecipazione al sacramento – nella sua identità di mediazione simbolico-rituale – rivela la “riforma liturgica” non anzitutto come necessità di modificare i riti, ma come capacità modificatrice che la celebrazione rituale riserva alla vita della Chiesa. La riscoperta della dimensione iniziatica del rito liturgico – con tutte le sue peculiarità di parola e di sacramento – costituisce perciò una “riserva di riforma” ancora largamente inesplorata. In tal senso allora la “riforma liturgica” significa non prima di tutto la riforma che la liturgia subisce (dalla Chiesa) nei propri riti, ma la riforma (della Chiesa) che la liturgia promuove con i propri riti. Per favorire questo, tuttavia, occorre maturare una nuova coscienza della natura di “fons” della liturgia e della coscienza “iniziatica” della partecipazione che essa pretende […]

 

Fonte: A. Grillo, La recezione: A partire da “Sacrosanctum Concilium”, in A. Grillo e M. Ronconi (edd.), La  riforma della Liturgia. Introduzione a “Sacrosanctum Concilium” (Per leggere il Vaticano II), Periodici San Paolo, Milano 2009, p. 88.

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Wednesday 23 november 2011 3 23 /11 /Nov /2011 05:00

Altare 2[…] Agli occhi delle prime piccole comunità di cristiani gli altari di cui esse hanno conoscenza sono il luogo di una forma di sacrificio che non possono più condividere. Da questo punto di vista il grande altare del tempio di Gerusalemme non è più rassicurante di ogni ara dei templi pagani. Gesù infatti ha offerto una nuova trasparenza all’alleanza con Dio e al sacrificio che la sigilla. Il tema dell’alleanza è affrancato per sempre dal suo originario gergo di provenienza politico militare per risuonare in modo definitivo delle sue armoniche paterne. Il tema sacrificale viene distolto dall’oscurità di un rapporto di precariato e di sudditanza fino a illuminare le dinamiche ultime della radice libera e affettiva dei legami. Il sacrificio è adesso il prezzo dell’amore e non quello della subalternità. Questa trasparenza restituita al sacrificio si esprime nel fatto che esso con Gesù avviene nel contesto di un pasto. La convivialità si presenta come l’esperienza umana nella quale la sua evidenza è in grado di risplendere. Quando perciò i cristiani dei primi decenni sentono il bisogno di qualcosa che assomigli a un altare prima di tutto si guardano bene di chiamarlo così. I primi apologisti – scrittori cristiani impegnati ad affermare la dignità del cristianesimo contro le accuse dei pagani – insistono molto nel dire che i cristiani non hanno né templi né altare ma assemblee e mense. L’altare cristiano è quindi da subito esibito come luogo di una discontinuità teologica e religiosa senza precedenti.

 

Senza precedenti, certo, ma non senza radici e non senza presentimenti. Sappiamo bene, infatti, quanto la discontinuità che si presenta dentro lo sviluppo della pratica eucaristica abbia profondi motivi di accensione nell’universo cultuale ebraico: l’eucaristia cristiana nasce da una costola della pasqua ebraica, che non va pensata in modo isolato e in alternativa rispetto al culto del tempio, alle feste, ai grandi pellegrinaggi verso Gerusalemme. Di questa parentela, quasi proprio una filiazione, il primissimo cristianesimo cercherà sempre di non rinnegare la sostanza. La Lettera agli Ebrei cerca di innestare la specificità del sacerdozio di Cristo – non a caso inteso nella sua interpretazione sacrificale – entro le categorie cultuali e il lessico teologico del giudaismo levitico più ortodosso che vengono posti in dialettica con la novità cristologica ma che nello stesso tempo diventano il tema di una memoria molto affettuosa.

 

E’ utile anche non trascurare la profonda continuità di umori – proprio nel senso di una fragranza umana e spirituale, un odore di casa, di famiglia, di cucina – che innesta la cena di Gesù, e la pratica eucaristica, sulla religione domestica della tradizione ebraica, la quale è uno degli strumenti più forti di un addomesticamento del sacro entro il perimetro di un’alleanza vissuta e custodita nella vita quotidiana. Questa è una qualità che al nostro cristianesimo manca molto. Con la sua divaricazione dal milieu ebraico il cristianesimo ha anche perso molte cose. Una di queste è appunto la forza di una religiosità e di una liturgia della casa. Questa perdita, e la mancanza di questo elemento, è forse costata quasi subito al cristianesimo un’accentuazione ritualistica e una specializzazione clericale della liturgia. Ha però avuto il tempo di imprimere nella prassi eucaristica quel suo primitivo tratto di immediatezza domestica.

 

[…] Una svolta decisiva per il cristianesimo è offerta dalla pace religiosa con l’editto di Milano del 313 […] L’ascesa sociale del cristianesimo ha significato il declino del culto pagano come religione civile. Per questo motivo il pericolo di confusioni religiose è sempre meno probabile. La mensa di legno dei cristiani può con tranquillità diventare un altare di pietra senza per questo richiamare le ambiguità dei sacrifici antichi (Naturalmente l’amplificazione rituale legata all’incremento complessivo del fenomeno cristiano tende ad attenuare la prevalenza del fondamento conviviale dell’eucaristia come pasto fraterno, e consente la rimonta di aspetti finora tenuti sotto controllo, appunto per paura di confusioni o di interpretazioni ambigue. Il tema del sacrificio di Gesù può essere espresso liberamente. Così come l’altare torna a esprimere la funzione più arcaica di magnete cosmico). L’immagine della pietra d’angolo può quindi essere libera di nominare l’altare come figura di Cristo.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, La forma della chiesa, Qiqajon, Comunità di Bose 2005, pp. 40-43.

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Monday 21 november 2011 1 21 /11 /Nov /2011 05:00

Reyes.jpgRicardo Reyes, Unità del pensiero liturgico di Joseph Ratzinger, CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2011.

Quale fu il clima in cui nacque e si sviluppò il pensiero teologico di Joseph Ratzinger? Quali sono le basi e le linee guida di questo pensiero? Cosa spinse Ratzinger nella sua ricerca? E ancora: può un teologo parlare di liturgia? Qual è la “lettura” corretta del pensiero liturgico di Ratzinger? Queste sono alcune delle domande che affiorano considerando i suoi contributi alla scienza liturgica. C’è chi lo situa su una linea di fedele interpretazione dello spirito del Concilio Vaticano II contro molti abusi causati da un rinnovamento liturgico male interpretato; altri invece lo considerano attestato su una posizione “tridentina”.

 

Questo lavoro esplora un argomento non ancora sufficientemente studiato e approfondito, vale a dire la teologia liturgica di Joseph Ratzinger. Il suo pensiero liturgico è profondamente legato alla logica della sua riflessione teologica che, come traspare dai suoi scritti, è anzitutto motivata e guidata dal grande desiderio della salvezza delle anime: non lasciare l’uomo in balìa di se stesso.

 

La liturgia per Ratzinger è di per sé espressione di unità, ha una sua unità interna e cerca la comunione con Dio, fondamento dell’unità dell’uomo in se stesso e della Chiesa. L’intenzione principale delle sue riflessioni sulla liturgia non è dunque di proporre soluzioni e tanto meno di tornare all’antico con opere di restaurazione anticonciliari, ma di ancorare la liturgia al suo fine essenziale: portare l’uomo all’incontro con Dio.

(Testo in quarta di copertina)

Di Romanus
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Saturday 19 november 2011 6 19 /11 /Nov /2011 05:00

 Cristo Maestro

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla

 

Prima lettura: Ez 34,11-12.15-17

Salmo responsoriale: dal Sal 22 (23)

Seconda lettura: 1Cor 15,20-26.28

Vangelo: Mt 25,31-46

 

            Celebriamo Cristo “Re dell’universo”. Per comprendere correttamente questo titolo dato a Cristo bisogna riferirsi alla tradizione biblica del Dio re-pastore. L’immagine del “re” e del “pastore” nell’antichità erano interscambiabili; così come quelle del “gregge” e del “regno”. Il Sal 22 parla di Dio Pastore buono che pasce il suo popolo, lo fa riposare su pascoli erbosi e lo conduce ad acque tranquille. Nella persona di Cristo, il Dio che fu Pastore e Ospite di Israele, si è fatto incontro agli uomini con un volto umano e con amore e bontà che superano ogni intendimento. Il salmo esprime la grande fiducia nel Signore che illumina, conforta e guida i credenti nei sentieri della vita.

 

             L’anno liturgico si chiude sottolineando la centralità di Cristo nella storia e nella vita dell’uomo nonché il suo primato sull’universo. In effetti la solennità di Cristo Re dell’universo non intende riconoscere a Cristo un semplice titolo onorifico, ma il suo diritto a essere il centro della storia umana, la sua chiave di lettura. Il senso della storia del mondo e della vita dell’uomo si decide nel rapporto con Gesù Cristo e il rapporto con Gesù Cristo si decide nel rapporto coi fratelli. Questo doppio tema è quello che illustrano le letture bibliche odierne.

 

            La prima lettura contiene un annuncio di speranza che il profeta Ezechiele fa pervenire al popolo d’Israele in un momento travagliato della sua storia. Dinanzi alla incapacità dei capi politici e religiosi d’Israele di essere autentiche guide al servizio del popolo, è Dio stesso che promette di prendersi cura d’Israele. Il Signore “pascerà” direttamente il suo gregge, nella speranza che questi risponderà alle sue premure. La tenerezza infinita di Dio è l’altra faccia della sua sovrana autorità, della sua onnipotenza.

 

            La profezia di Ezechiele trova pieno compimento in Cristo. Il brano della lettera ai Corinzi della seconda lettura contempla la storia come un processo attraverso il quale il mondo deve essere sottomesso alla sovranità redentrice di Gesù. Il progetto di Dio è l’uomo liberato dalla schiavitù del peccato e ricondotto alla pienezza della verità e dell’amore e questo progetto è stato realizzato da Gesù Cristo. E quando tutto sarà stato sottomesso a Cristo, “anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”. Queste parole ci introducono nel brano evangelico d’oggi. Infatti, san Matteo ci presenta a Cristo Signore quando verrà nella sua gloria a giudicare il mondo. Il criterio con cui Cristo giudicherà “tutti i popoli” sarà quello di aver amato, servito, aiutato, consolato chi si sia trovato in situazione di miseria, di povertà, di sofferenza, di malattia, di ingiustizia. Gesù afferma che in ognuna di queste situazioni lui era presente, per cui ogni gesto compiuto in favore del fratello in realtà era diretto a lui. Chi ha amato i fratelli di fatto ha amato Cristo. Ecco perché riconoscere la regalità di Cristo significa imitarne lo spirito, incontrarlo nel fratello e impegnarsi a liberarlo dalle sue necessità. L’amore attua e dilata i confini del regno di Cristo, che non è una realtà né geografica né spaziale né temporale, ma è la sovranità del suo amore, che si attua già nel cuore di ogni uomo e nelle realizzazioni terrene e si compirà in pienezza alla fine quando “Dio sarà tutto in tutti” (cf. seconda lettura). Sintetizzando possiamo dire, riferendoci al grandioso scenario del giudizio finale che “alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce).

 

Di Romanus - Pubblicato in : Omelie - Community : Riscopriamo la liturgia
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La celebrazione

 

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La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende presente all’uomo

Concili e Padri

Decreti Concilii
La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)


La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

 

     
 

    Paolo-VI.jpg

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Libri ed eventi


   scansione0001

Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.

Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti.  Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.

 

 

 

 

 

Besançon La Messa per tutti

Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.

La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!

 

 

 

 

   Evangeliario

L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.

 

Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.

 

Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.

 

 

 

   

50°

“Veterum Sapientia”

Convegno

della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche

dell’Università Pontificia Salesiana

Roma, 23 febbraio 2012

 

Il 22 febbraio 1962 il beato Giovanni XXIII firmava la Costituzione apostolica

Veterum Sapientia sullo studio e l’uso del latino. In essa, tra l’altro, si auspicava l’erezione di un Academicum Latinitatis Institutum che sarà poi istituito da Paolo VI

con la Lettera apostolica Studia Latinitatis emanata il 22 febbraio 1964.

Nello stesso documento Paolo VI affidava alla Società Salesiana il compito

di «promuovere la prosperità dell’Istituto».

Nel 50° della Costituzione apostolica, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

intende ripercorrere alcuni elementi significativi di tale storia per cogliere il senso di

tale missione e soprattutto per rispondere alle sfide che oggi, a livello di impegno culturale, pone lo studio delle lingue classiche (latino e greco).

Il Convegno si colloca nella serie degli appuntamenti annuali che l’Institutum

realizza allo scopo di continuare ad evidenziare il ruolo della cultura classica

nel contesto e a servizio delle culture odierne e delle realtà ecclesiali.

 

Programma

Ore 09,00

Presiede S.E. il Card. Zenon GROCHOLEWSKI

Laudes matutinae

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Saluti

Carlo NANNI,

Rettore Magnifico dell’Università Salesiana

Card. Zenon GROCHOLEWSKI,

Patrono del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

 

INTRODUZIONE

Manlio SODI,

Preside della Facoltà

 

RELAZIONI

Il latino come arma, il latino come patrimonio.

Attorno alla Costituzione apostolica “Veterum Sapientia”

e alla vigilia del Vaticano II

Alberto MELLONI, Università di Modena

“Sapientia”: il sapore della verità

Remo BRACCHI, Università Salesiana

Dibattito – Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Il latino e la cultura cinese

Michele FERRERO, Pechino

Beijing Foreign University

La cultura latina nel contesto anglosassone

Mark CLARK, USA

Christendom College

Dibattito

 

PRESENTAZIONE dei primi volumi della collana

“Veterum et Coaevorum Sapientia” (VCS), Edizioni LAS

Penelope FILACCHIONE, Università Salesiana

Intermezzo musicale

ore 13,00 - Buffet

 

ore 15,00 - RELAZIONI

Importanza del latino nella formazione

e nella vita del clero

Mons. Celso MORGA IRUZUBIETA,

Segretario della Congregazione del Clero

Tra “sapientia veterum” e “cultura hodierna”:

il valore linguistico del patrimonio della tradizione

Tullio DE MAURO, già Ministro della Pubblica Istruzione

Dibattito - Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Metodologie di apprendimento delle lingue classiche

Luigi MIRAGLIA, Vivarium Novum, Roma

Quale impegno lessicale

per l’attuazione della “Veterum Sapientia”

Mauro PISINI, Università Salesiana

Dibattito

Intermezzo musicale

 

Ore 18,00 : CONCLUSIONI

Roberto SPATARO, Università Salesiana

Vesperum

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Università Pontificia Salesiana Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

Piazza Ateneo Salesiano 1— 00139 Roma

Tel. 06 872901 - Fax 06 87290397

www.unisal.it - segreteria.lettere@unisal.it

 

 

         


 

 
       


 
 

    

Riviste

                     RL 6,2011    

Rivista Liturgica n. 6 (2011)

            "Ars celebrandi"    

 

 

R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito

L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile

F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia

+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione

A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II

M. Augé, Quale solennità?

G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche

F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia

C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo

Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam

P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva

A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico

S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”

 

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