Liturgia e Chiesa

 

scansione0002LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE
Friday 18 november 2011 5 18 /11 /Nov /2011 05:00

Domande e risposteDomanda (04.11.2011): “Le chiedo se il pane che viene talvolta - impropriamente? - presentato all'offertorio accanto a quello usato per la consacrazione e depositato in un angolo dell'altare e poi magari alla fine distribuito ai fedeli o finito sul tavolo della canonica o della comunità religiosa a cui appartiene chi ha presieduto l'eucaristia, diventi anch'esso parte eucaristica o conservi le caratteristiche di pane comune come prima? Grazie e saluti” (firmato).

 

Risposta: Il pane di cui si parla nella domanda rimane pane comune come prima. Al riguardo ricordiamo quanto prescrive l’Istruzione Redemptionis Sacramentum, dell’anno 2004: “In nessun modo si combini la celebrazione della santa Messa con il contesto di una comune cena, né la si metta in rapporto con analogo tipo di convivio. Salvo che in casi di grave necessità, non si celebri la Messa su di un tavolo da pranzo o in un refettorio o luogo utilizzato per tale finalità conviviale, né in qualunque aula in cui sia presente del cibo, né coloro che partecipano alla Messa siedano a mensa nel corso stesso della celebrazione. Se per grave necessità si dovesse celebrare la Messa nello stesso luogo in cui dopo si deve cenare, si interponga un chiaro spazio di tempo tra la conclusione della Messa e l’inizio della cena e non si esibisca ai fedeli nel corso della Messa del cibo ordinario” (n. 77). Sul caso specifico proposto dalla domanda, la stessa Istruzione dice più avanti: “… Se in alcuni luoghi vige, per concessione, la consuetudine particolare di benedire il pane e distribuirlo dopo la Messa, si fornisca con grande cura una corretta catechesi di questo gesto. Non si introducano, invece, altre usanze similari, né si utilizzino mai a tale scopo ostie non consacrate” (n. 96).

 

M. A.

 

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Thursday 17 november 2011 4 17 /11 /Nov /2011 05:00

Cristina-Campo.jpg“Al termine del Concilio Ecumenico Vaticano II (concluso l’8 dicembre 1965, dopo tre anni di lavoro), la Campo, profondamente innamorata della Missa Romana e del canto gregoriano, mostra disappunto e sconcerto di fronte ai repentini e radicali mutamenti introdotti dalla riforma liturgica, che rischiano di alterare l’austera bellezza del rito e il significato simbolico delle sue secolari forme canoniche. Animata da questa convinzione, s’impegna attivamente per la loro salvaguardia con molteplici iniziative e documenti: il manifesto del 5 febbraio 1966 (per il mantenimento della liturgia latina nei conventi) firmato da trentasette artisti e intellettuali di tutto il mondo; l’adesione a “Una Voce”, associazione internazionale per la difesa del rito latino; inoltre contribuisce alla stesura del Breve esame critico del “Novus Ordo Missae”, firmato dai cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci e presentato al papa il 25 settembre 1969.

               

Ma Cristina Campo abbandona presto la militanza attiva, risucchiata dalla stessa dimensione spirituale e liturgica che intende preservare più di ogni altra cosa.

 

Con sapiente equilibrio rifugge il rischio di chiudersi in un asfittico tradizionalismo, continuando ad essere ciò che era, creatura liturgica e filocalica, obbediente all’originaria pienezza della cattolicità. L’amore per la liturgia, splendore dell’unico e santo mistero eucaristico, viene ribadito e amplificato dalla scoperta della Divina liturgia di san Giovanni Crisostomo, che frequentava nella chiesa di Sant’Antonio Abate, presso il Pontificio Collegio Russicum di Roma, dal 1966-1967 fino alla morte”.

 

Fonte: Giovanna Scarca, Nell’oro e nell’azzurro. Poesia della liturgia in Cristina Campo, Ancora, Milano 2010, pp. 12-13.

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Wednesday 16 november 2011 3 16 /11 /Nov /2011 05:00

Morieris.jpg

Non è senza significato che le metafore più usate per nominare il tempo siano l’acqua e il vento o, più semplicemente, l’aria. C’è in ambedue un’acuta sensazione di fluidità che sconfina pericolosamente nella percezione di una fondamentale inconsistenza: questo apparire e sparire delle cose lascia invero il dubbio atroce che siano alla fine illusorie, sogni e visioni più che non esperienze reali. Una bella lirica medievale inglese del XIV secolo lo dice con immagine icastiche:

 

 

 

 

 

L’inverno sveglia tutte le paure:

ora che il ramo è nudo, senza foglie,

spesso sospiro e cedo al pianto amaro

quando mi viene in mente

che la gioia del mondo se ne va tutta in niente.

Ora c’è, ora non c’è,

come se non ci fosse stata mai.

Molti spesso lo dicono, ed è vero:

tutto sen va tranne il voler di Dio,

ci piaccia o no, tutti morir dovremo.

 

Di liriche sulla mortalità è piena la letteratura di quel tempo. Non è un caso che in una cultura ancora tutta legata alla terra, le immagini chiave vengono dalla natura vegetale, che quindi si aggiunge all’acqua e al vento come luogo che visualizza la precarietà e la transitorietà dell’esistenza.

 

Fonte: Domenico Pezzini, Nel fluire del tempo, Ancora, Milano 2009, pp. 12-13.

 

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Monday 14 november 2011 1 14 /11 /Nov /2011 05:00

Miccoli.jpgGiovanni Miccoli, La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, Roma-Bari 2011. 420 pagine.

 

L’autore di questo volume, apparso appena un mese fa, è Professore emerito di Storia della Chiesa nell’Università di Trieste. Si tratta di un’opera, abbondantemente documentata, che affronta una questione in cui la liturgia ha un ruolo importante. Riportiamo alcune pagine, che trattano la questione dell’abrogazione o meno del Messale di san Pio V. La novità del testo sta soprattutto nel giudizio che della vicenda dà lo storico. Abbiamo sottolineato in neretto ciò che ci sembra più originale nella valutazione della faccenda.

 

“[…] con il nuovo Ordo Missae l’uso del Messale antico, salvo poche e limitate eccezioni, era stato da un certo momento in poi vietato. Così del resto lo aveva inteso lo stesso cardinale Ratzinger nella sua autobiografia: ‘il secondo grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del Messale  di Paolo VI, con il divieto quasi completo del Messale precedente […] Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del Messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale […] La promulgazione del divieto del Messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del Messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico […] Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte del crollo della liturgia’.

 

Al di là delle considerazioni e delle obiezioni storiche che l’accompagnano (e che non ho interesse in questa sede discutere), il riconoscimento di Ratzinger è esplicito: il Messale antico era stato vietato. La Summorum Pontificum, lo si è visto, afferma invece che il Messale antico ‘non fu mai giuridicamente abrogato, e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso’. Ci si riallacciava così a quanto una commissione di nove cardinali, istituita da Giovanni Paolo II nell’estate del 1986, avrebbe affermato, che cioè ‘la Messa latina tridentina non è stata mai ufficialmente proibita’. La contraddizione sembra evidente. Certo, da una parte si parla di ‘divieto’, rispettivamente di ‘obbligo’ (‘obbligatorio’), mentre il motu proprio parla di ‘abrogato’ (‘abrogazione’). Ma si tratta di concetti diversi? Pur lasciando la questione specifica ai canonisti e ai giuristi, non sembra lo si possa affermare per ciò che attiene al linguaggio corrente, cui tutti i testi che ho citato per parte loro ricorrono. Al lemma ‘abrogato’ il Grande Dizionario della lingua italiana del Battaglia scrive così: ‘che non vige più, la cui autorità giuridica non è più riconosciuta’. Ci si chiede: una tale condizione non è di fatto l’inevitabile conseguenza di un divieto? E non era questa la condizione del Messale di san Pio V, resa ancor più evidente dalla disposizione che ne concedeva ancora l’uso, ma solo con il permesso dell’Ordinario e in una celebrazione sine populo, esclusivamente a sacerdoti anziani o malati? E a questo proposito merita notare che si tratta con tutta evidenza di una norma transitoria (relativa appunto all’ ‘uso possibile del Messale anteriore’), la cui esistenza viene a torto negata nella Summorum Pontificum.

 

La questione che a questo riguardo interessa, sia chiaro, non sta nel cogliere Benedetto XVI in contraddizione con se stesso. La faccenda piuttosto ha il suo interesse perché, se le cose stanno come i testi sembrano chiaramente mostrare, ci troveremmo di fronte all’ennesima dimostrazione della ‘disinvoltura’ con cui i ‘fatti’ della storia vengono trattati nei documenti curiali. Non è un fatto marginale: è un aspetto della difficoltà da parte delle gerarchie vaticane di rapportarsi alle vicende della storia in termini che non siano deformati da preoccupazioni variamente apologetiche. Da questo punto di vista si tratta di un problema che coinvolge profondamente i caratteri della presenza della Chiesa e del suo magistero nella vita sociale. Per questo andrà ulteriormente ripreso in sede di conclusione […]” (pp. 315-317).

 

E più avanti:   

 

“[…] Richiamarsi alla ‘Chiesa di sempre’ o alla ‘Messa di sempre’ non è molto diverso dal rivendicare la ‘bimillenaria tradizione’ della Chiesa o il suo ‘bimillenario insegnamento’: corrisponde ad un impianto mentale che, per poter affermare l’inconcussa immutabilità delle proprie posizioni o del proprio magistero, rifiuta di prendere realmente la storia come ambito su cui misurare i percorsi, le acquisizioni e le deformazioni del messaggio di cui si rivendica il possesso” (p. 356).

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Saturday 12 november 2011 6 12 /11 /Nov /2011 05:00

Sagrada Familia 3

                                                      Beato chi teme il  Signore

  

Prima lettura: Pr 31,10-13.19-20.30-31

Salmo responsoriale: dal Sal 127 (128)

Seconda lettura: 1Ts 5,1-6

Vangelo: Mt 25,14-30

 

            In una atmosfera piena di pace, di serenità e di felicità il Sal 127 celebra la vita piena dell’uomo giusto. Dio lo benedice nel suo lavoro, dandogli la possibilità di coglierne e di goderne i frutti. Il salmo inizia con le parole “Beato chi teme il Signore”, e termina con un augurio che si estende sull’intero popolo d’Israele: “Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!”. In questa cornice, le letture bibliche odierne sono un forte richiamo ad una fede feconda; ci viene ricordato che le più sacrosante aspirazioni dell’uomo saranno appagate in pieno solo nella “città futura”, quando nell’intimità della casa del Padre la sposa dell’Agnello radunerà tutti i suoi figli “intorno alla sua mensa”. Raggiunge però questo traguardo colui che “cammina nelle vie del Signore”.

 

            Alla fine ormai dell’anno liturgico, anche questa domenica è dominata dal pensiero delle ultime realtà, ma con una particolare sottolineatura: il rimando alla responsabilità personale nel presente come fatto decisivo in ordine al giudizio del futuro. L’uomo è libero di scegliere come spendere la propria esistenza terrena, ma solo chi segue fedelmente le vie indicate dal Signore raggiungerà un traguardo luminoso. La prima lettura fa l’elogio della donna perfetta, di cui si loda sia la sua integrità morale sia la sua capacità di gestire con fermezza, intelligenza ed amabilità la sua casa. La parabola dei talenti riportata dal vangelo si muove su una linea simile: i servi che hanno fatto fruttificare i talenti ricevuti sono lodali e premiati con generosità dal loro padrone. L’unico che sotterra il talento ricevuto viene castigato. Notiamo che un talento costituiva la paga di circa seimila giornate di lavoro. Anche al servo che ne viene affidato uno solo riceve quindi un capitale enorme.

 

            Il nostro rapporto col futuro, precisato nella domenica scorsa come un “vegliare”, diventa oggi un “operare” nel concreto quotidiano, in base alle responsabilità avute. Non si tratta solo di attendere il ritorno di Cristo, ma di orientare la storia verso di lui. Dobbiamo vivere quindi non solo in un’attesa vigile ma anche fattiva. Il nostro futuro eterno è legato all’impegno nel quotidiano. Notiamo che il terzo servo di cui parla la parabola evangelica non viene punito perché ha fatto del male, ma perché non ha fatto del bene. Un dono, anche se piccolo, è pur sempre un dono: in quanto tale è un gesto di amore e di fiducia, a cui bisogna corrispondere con altrettanta generosità. Tutti abbiamo ricevuto dei doni; bisogna farli fruttificare. Alla fine della nostra vita ci incontreremo solo con ciò che avremo costruito, ma anche con tutto ciò che avremo avuto il coraggio di aspettarci da Dio. La venuta dell’ultimo giorno, del giorno del Signore, sarà un’amara sorpresa solo per chi avrà sistematicamente ignorato le proprie responsabilità e avrà chiuso il suo cuore alla speranza. Perché il Signore viene già ora, nella fedeltà agli impegni di ogni giorno. Nella seconda lettura, san Paolo ribadisce la stessa dottrina: conoscendo le ultime realtà a cui andiamo incontro, non possiamo comportarci come se non esistessero, ignorandole o adagiandoci in una passiva e inattiva attesa. Ciò che Dio ci chiede è ben poca cosa: la fedeltà alla sua grazia di ogni giorno nel compimento dei doveri quotidiani.

  

            Possiamo ben dire che la santa eucaristia a cui partecipiamo costituisce la sintesi massima dei talenti datici da Dio. Perciò la partecipazione fruttuosa ad essa è pegno della gloria futura: ci ottiene la grazia di servire il Signore fedelmente e ci prepara il frutto di un’eternità beata (cf. orazione sulle offerte).

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Thursday 10 november 2011 4 10 /11 /Nov /2011 05:00

Acquasantiera.jpg

ANTICO E MODERNO

di SAVIO GIRELLI

 

 

Ogni cambiamento, piccolo o grande, che si registra nella storia della liturgia e dei luoghi di culto genera spesso reazioni opposte: perplessità, entusiasmo, contrarietà ma in fondo assimilazione. Pensiamo solo al cambio epocale della lingua liturgica nel sec. IV che vede la comparsa in Occidente del latino, portando all’estinzione il classico greco. Pensiamo all’ingresso in chiesa dell’organo nell’VIII secolo, strumento fino ad all’ora impiegato per accompagnare feste civili e profane. Oppure, alla più recente entrata nella liturgia del suono della chitarra. Stesso discorso per le chiese: passiamo dalle più antiche “chiese titolari“ che si confondevano nel tessuto urbano, per attraversare il romanico, il gotico e il tridentino, fino alle più odierne chiese, dove il minimalismo definisce le sue linee essenziali. Ad ogni modo, per segnalare ai fedeli che l’area di una chiesa è uno spazio sacro, (i termini “templum”, in latino e “temenos” in greco, derivano da una radice comune che significa "tagliare", "separare") l’uomo deve lasciarsi mondare dal battesimo e simbolicamente ogni volta che entra in chiesa è invitato a riattualizzare e ritualizzare questa purificazione con l’acqua. Perciò nelle vicinanze delle chiese antiche vi erano delle fontane destinate a questo uso. Le acquasantiere poi sostituirono le fontane, di cui sono un ricordo e vennero poste in un primo momento all’esterno, davanti la porta; poi nell'atrio e, infine, all'interno, vicino all’entrata. L’acquasantiera e il fonte battesimale sono costituiti essenzialmente da una vasca d’acqua. Nel simbolismo tradizionale la vasca rituale rappresenta l’Oceano primordiale, le "acque" della Genesi sulle quali lo Spirito di Dio planò per operare la creazione. Ed è anche in riferimento a queste acque che il fonte battesimale e l’acquasantiera sono il segno di questa rigenerazione, ri-creazione. Ora, si sta diffondendo nelle nostre chiese, non credo per questioni igieniche dato che  siamo una società non tanto pulita ma addirittura sterilizzata, ma forse per sfavorire profanazioni dell’acqua benedetta, “acquasantiere elettroniche” che, collocate all’interno della vasca vuota, rilasciano alcune gocce di acqua sulla mano del fedele. In questa maniera, tuttavia, anche se non si pratica più il battesimo per immersione, viene meno simbolicamente il riferimento al fonte battesimale, ma è sempre meglio trovare un’acquasantiera che evoca le fontane sopra ricordate, piuttosto che una indecorosa se non indegna bacinella di vetro o peggio di plastica dentro l’acquasantiera stessa, per contenere un poco di quell’acqua che per il cristiano è segno della Grazia battesimale.

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Tuesday 8 november 2011 2 08 /11 /Nov /2011 05:00

La-Croix.jpg

 

L'antico rito liturgico romano e quello attuale possono coesistere senza

conseguenze?

di Joris Geldhof e Arnaud Join-Lambert, professori di liturgia all'Università cattolica di Lovanio.

 

Apparso il 10 settembre 2011 su "La Croix". Ora ripreso dall'autorevole "Documentation Catholique" (traduzione: www.finesettimana.org).

 

L'istruzione Universae Ecclesiae del 13 maggio sull'antico rito romano tridentino è stata talvolta accolta come una “pacificazione” in Francia, il solo paese in cui di fatto costituisce un problema pastorale non marginale. I problemi legati alla coesistenza di due forme di uno stesso rito sono risolti? I liturgisti professori di facoltà di lingua francese, tedesca, olandese e italiana hanno tutti rilevato nel 2007 le difficoltà inedite poste dal motu proprio che facilitava l'antico rito. Eppure nessuno di loro è un iconoclasta anticlericale, al contrario. Insistevano sulle conseguenze di una dissociazione tra la lex orandi (la regola della preghiera) e la lex credendi (la regola della fede). La liturgia attuale è l'espressione di una teologia in parte diversa dall'antica. Evidentemente questo non riguarda il cuore della fede cristiana. Tuttavia, le differenze teologiche non sono trascurabili. Per evidenziare le poste in gioco teologiche, cominciamo con le tre contro-verità presenti negli ambienti tradizionalisti.  

 

 

1 ) La riforma liturgica sarebbe stata fatta da un gruppetto di intellettuali, andando al di là del mandato affidato da Paolo VI. Qualsiasi studio imparziale stabilisce senza difficoltà la continuità tra il movimento liturgico nato all'inizio del XX secolo, la sua crescita fino al Concilio, ai lavori conciliari e all'attuazione delle decisioni. Nel 1956, Pio XII definiva già il movimento liturgico “passaggio dello Spirito Santo nella sua Chiesa”. La riforma decisa nel 1963 non è sorta dal nulla. E la composizione dei libri liturgici attuali è stata un lavoro gigantesco e minuzioso realizzato da molti vescovi e teologi di tutti i continenti.

 

2) L'attuazione della riforma liturgica sarebbe stata caratterizzata da molteplici errori ed abusi. Non esiste a tutt'oggi alcuno studio scientifico su quel periodo e su quegli abusi. E che cos'è un abuso in questo ambito? Come c'erano molti preti disarmati per mettere in atto questa riforma, così è infondato presentare gli anni 1969-1975 come un vasto periodo di confusione. La crisi sociale a partire dal 1968 ha provocato nella Chiesa un profondo sisma ed una grave crisi di identità. Attribuirne la responsabilità alla riforma liturgica è una semplicistica scorciatoia. Il rinnovamento liturgico è stato e resta fonte di progresso per la vita della grande maggioranza dei cattolici.

 

3) La restaurazione della forma antica della liturgia sarebbe un adattamento liturgico e nient'altro. Anche se certi non contestano il Vaticano II partecipando a delle celebrazioni secondo l'antico rito, non si possono però trascurare le incidenze teologiche, come se l'arricchimento teologico del Messale attuale fosse negato. Significa dimenticare l'accento posto ad esempio sulla partecipazione attiva e consapevole di tutti, la proclamazione biblica arricchita, l'invocazione dello Spirito Santo nella preghiera eucaristica, ecc. Andiamo ancora più in là con l'antico Rituale romano, anch'esso autorizzato. Ricorrervi equivale a minimizzare, se non a rigettare dei progressi teologici e pastorali.

Per il matrimonio, si mantiene un'antropologia medioevale accanto ad una interpretazione moderna delle relazioni uomo-donna nel nuovo rituale. Che dire allora dell'estrema unzione, che torna nella pratica dei tradizionalisti, mentre il Vaticano II l'aveva modificata in unzione degli infermi per allargare la celebrazione ai malati non in situazione di agonia? Molti altri esempi mostrano quanto la riforma sia stata un progetto sistematico e teologico, supportato da un aggiornamento ai bisogni degli uomini e delle donne del nostro tempo.

 

Che fare allora? La cosa più urgente è la formazione dei preti e dei seminaristi. Essere consapevoli di tutte le dimensioni della liturgia è essenziale per acquisire un'autentica ars celebrandi, un'arte di celebrare che sveli la ricchezza delle liturgie. Suggerire che i seminaristi siano formati al rito tridentino, come dice l'istruzione, rientra in un approccio ritualistico, quasi che basterebbe saper fare per fare bene. Invece, bisogna prima “entrare” in un rito, nella sua spiritualità, nella sua teologia, nella sua portata mistagogica. Non sono due forme intercambiabili. Del resto è urgente formare ad una teologia liturgica negli istituti tradizionalisti, sulla base della Costituzione conciliare sulla santa liturgia.

 

Giovanni Paolo II aveva autorizzato nel 1984 la celebrazione con l'antico Messale per motivi unicamente pastorali, permettendo a delle persone di continuare a nutrire la loro fede senza seguire Mons. Lefebvre. L'Istruzione prosegue l'allargamento iniziato nel 2007. È legittimo chiedersi se questo sia veramente opportuno. Incoraggiare una sorta di bi-ritualismo inedito nella storia appare rischioso. Sarebbe irresponsabile non esaminare i problemi teologici legati alla liturgia in tutta la loro complessità.

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Sunday 6 november 2011 7 06 /11 /Nov /2011 05:00

Focene-2.jpg

Sulla “doppia forma” della liturgia romana

 

Nel dibattito che si sta svolgendo intorno alla questione aperta dal Motu Proprio “Summorum Pontificum” mi pare che emergono, progressivamente, sempre maggiori disagi proprio a causa del “doppio regime” incautamente introdotto dal documento del 2007, che la recente istruzione “Universae Ecclesiae” della Commissione Ecclesia Dei ha ulteriormente accentuato e imprudentemente peggiorato. Se anche i principi della Chiesa e lo stesso Vescovo di Roma manifestano apertamente il loro disagio per questo assetto– sorprendentemente derivato da documenti di cui loro stessi sono stati gli artefici – bisogna riconoscere che in settori non direttamente coinvolti con le responsabilità e con il dibattito liturgico vengono espresse ragioni di perplessità che acquistano, giorno dopo giorno, sempre maggiore peso. E’ il caso di queste espressioni di perplessità, che un caro amico romano, impegnato in incarichi di grande responsabilità ecclesiale, mi ha manifestato e che qui riporto come contributo al dibattito. Sono assai significative proprio perché vengono dall’esterno del mondo dei “liturgisti” e perciò acquistano ancora più forza. Ascoltiamolo:


“Tra le tante critiche che si possono muovere alla “riforma nella riforma” ce n’è una che, a mio giudizio, andrebbe valorizzata, ma non la ho trovata mai formulata in nessun articolo o commento. La norma per cui «I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria » (Universae ecclesiae 19) sancisce implicitamente un criterio: cioè che la liturgia possa essere “scelta a gusto dei fedeli”. Se infatti uno deve riconoscere che tutte e due le forme sono ugualmente valide, implicitamente si considera - stavolta sì, davvero! - la liturgia non come qualcosa di “donato da Dio alla sua Chiesa”, ma come qualcosa di “eleggibile” dal singolo fedele o da gruppi di fedeli (per quanto stabiliter exsistentes). Insomma, si ingenera la confusione di mettere la liturgia sul piano commerciale delle cose che possono essere scelte non per un motivo teologico oggettivo, ma per un motivo (estetico?) soggettivo, individuale o condiviso: oggi mi va così, domani mi piacerà colì, e dopodomani chissà. Nella libertà cristiana invece le scelte si compiono secondo verità. Anche la vocazione, mi pare, dovrebbe essere scelta per obbedienza alla verità che fa liberi e non per capriccio individuale. Consegnare la celebrazione dei divini misteri al capriccio soggettivo mi pare un rimedio maggiore del male. A meno che l’arrière pensée non sia invece che solo una delle due forme sia quella “buona e giusta”, cioè vera, al di là dei giochi di parole… Quindi, delle due, una: o si tratta di un trucco, e in realtà si ritiene che solo la forma antica sia quella valida, oppure si ingenera un relativismo che forse è più grave degli abusi liturgici stessi (che purtroppo, lo sappiamo, ci sono stati e ci sono) e o della sciatteria banalizzante”

Che dire? Non si può proprio negare il buon fondamento di queste osservazioni. Le quali, in fondo, derivano tutte da quello che bisogna considerare il vero “monstruum giuridico” originario, ossia la pretesa di co-vigenza di due leggi/due messali, di cui il secondo ha evidentemente voluto emendare, correggere e sostituire il primo. Altrimenti si ingenera un “primato dell’attaccamento soggettivo” che, come rilevava acutamente l’osservazione citata, costituisce un relativismo più grave di ogni abuso, perché fraintende l’uso e altera il rapporto originario con l’atto rituale. Alla lex orandi e alla lex credendi sostituisce una “lex sentiendi” che tutto può essere, meno che autentica esperienza ecclesiale.

Descrizione: https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7111839264565350915-8984291831524696149?l=grilloroma.blogspot.com

Fonte: Blog di Andrea Grillo (05.11.2011)

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Saturday 5 november 2011 6 05 /11 /Nov /2011 05:00

Cappella-Sistina.jpg

Ha sete di te, Signore, l’anima mia

 

Prima lettura: Sap 6,12-16

Salmo responsoriale: dal Sal 62 (63)

Seconda lettura: 1Ts 4,13-18

Vangelo: Mt 25,1-13

 

Il Sal 62 è il salmo dell’amore mistico, che celebra l’adesione totale a Dio, partendo da un anelito quasi fisico e raggiungendo la sua pienezza in un abbraccio intimo e perenne. La preghiera si fa desiderio, sete e fame, perché coinvolge anima e corpo. Il salmista anela di poter contemplare nel tempio la potenza e la gloria di Dio. Egli si affida totalmente al Signore, considerato il bene supremo. Questa totale fiducia lo rende sicuro anche di fronte ai propri nemici. L’umanità dopo il peccato era una terra arida e assettata; il Figlio di Dio, incarnandosi, ha suscitato in essa il desiderio e la sete di Dio.

 

Guidati dal salmo responsoriale, è opportuno iniziare la nostra riflessione dal brano della prima lettura. Il testo parla di una sapienza che nella Bibbia ha delle proprietà divine e si lascia trovare da quanti hanno il sincero e tenace desiderio del bene, da quanti si mettono in cammino alla ricerca della verità. Dio, sapienza increata, è andato incontro all’umanità come uno sposo alla sposa e ha unito a sé la natura umana instaurando così la fase nuova del Regno di Dio, luogo di ricerca e di incontro con lui. In questo contesto possiamo leggere la parabola delle dieci vergini, in attesa dello sposo, di cui parla il brano evangelico.

 

Siamo di fronte ad una parabola escatologica, che evoca cioè le ultime realtà: La venuta dello Sposo divino è oggetto di attesa e di speranza; ma i tempi sono lunghi e l’attesa richiede pazienza e perseveranza. Non basta quindi essere stati invitati al banchetto delle nozze; bisogna rimanere fedeli, con le lampade accese, anche quando sembra che il Signore non venga e che l’attesa è inutile. Le ultime battute della parabola riassumono questo atteggiamento di attesa positiva con le parole: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. Siamo invitati a vigilare. Coloro che, come le vergini sagge della parabola, hanno vero discernimento si pongono in condizione di autentica attesa e sono pronti ad andare incontro allo Sposo. Quando viene lo trovano e partecipano alla sua festa. Gli altri, rappresentati dalle vergini stolte, non si fanno trovare pronti e così non lo possono accogliere ed essere ammessi al banchetto nuziale.

  

La vigilanza cristiana si nutre di speranza. Ne parla san Paolo nella seconda lettura. I Tessalonicesi erano angosciati perché da una parte credevano che la seconda venuta del Signore fosse cronologicamente imminente, e dall’altra che la partecipazione al trionfo di Cristo e al suo Regno dei loro cari defunti sarebbe stata pregiudicata, per il fatto di non trovarsi in vita al sopraggiungere di quel grande evento. La sostanza del discorso di san Paolo però non è il momento cronologico del ritorno del Signore, bensì l’invito ad una attesa perseveranza e gioiosa perché per tutti resta come causa unica di risurrezione gloriosa il mistero pasquale del Cristo morto e risorto. Il momento della venuta dello Sposo divino non lo sappiamo; sappiamo però che la nostra vita deve essere proiettata verso questo compimento.

  

In questa domenica, imminente ormai la fine dell’anno liturgico, siamo invitati a restare svegli, attenti al futuro che aspettiamo con speranza. Ciò richiede da noi che sappiamo condurre una vita sobria che non si lascia ubriacare dalle esperienze del mondo, né sedurre dalla sue promesse.

 

 

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La celebrazione

 

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La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende presente all’uomo

Concili e Padri

Decreti Concilii
La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)


La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

 

     
 

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PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Libri ed eventi


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Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.

Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti.  Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.

 

 

 

 

 

Besançon La Messa per tutti

Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.

La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!

 

 

 

 

   Evangeliario

L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.

 

Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.

 

Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.

 

 

 

   

50°

“Veterum Sapientia”

Convegno

della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche

dell’Università Pontificia Salesiana

Roma, 23 febbraio 2012

 

Il 22 febbraio 1962 il beato Giovanni XXIII firmava la Costituzione apostolica

Veterum Sapientia sullo studio e l’uso del latino. In essa, tra l’altro, si auspicava l’erezione di un Academicum Latinitatis Institutum che sarà poi istituito da Paolo VI

con la Lettera apostolica Studia Latinitatis emanata il 22 febbraio 1964.

Nello stesso documento Paolo VI affidava alla Società Salesiana il compito

di «promuovere la prosperità dell’Istituto».

Nel 50° della Costituzione apostolica, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

intende ripercorrere alcuni elementi significativi di tale storia per cogliere il senso di

tale missione e soprattutto per rispondere alle sfide che oggi, a livello di impegno culturale, pone lo studio delle lingue classiche (latino e greco).

Il Convegno si colloca nella serie degli appuntamenti annuali che l’Institutum

realizza allo scopo di continuare ad evidenziare il ruolo della cultura classica

nel contesto e a servizio delle culture odierne e delle realtà ecclesiali.

 

Programma

Ore 09,00

Presiede S.E. il Card. Zenon GROCHOLEWSKI

Laudes matutinae

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Saluti

Carlo NANNI,

Rettore Magnifico dell’Università Salesiana

Card. Zenon GROCHOLEWSKI,

Patrono del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

 

INTRODUZIONE

Manlio SODI,

Preside della Facoltà

 

RELAZIONI

Il latino come arma, il latino come patrimonio.

Attorno alla Costituzione apostolica “Veterum Sapientia”

e alla vigilia del Vaticano II

Alberto MELLONI, Università di Modena

“Sapientia”: il sapore della verità

Remo BRACCHI, Università Salesiana

Dibattito – Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Il latino e la cultura cinese

Michele FERRERO, Pechino

Beijing Foreign University

La cultura latina nel contesto anglosassone

Mark CLARK, USA

Christendom College

Dibattito

 

PRESENTAZIONE dei primi volumi della collana

“Veterum et Coaevorum Sapientia” (VCS), Edizioni LAS

Penelope FILACCHIONE, Università Salesiana

Intermezzo musicale

ore 13,00 - Buffet

 

ore 15,00 - RELAZIONI

Importanza del latino nella formazione

e nella vita del clero

Mons. Celso MORGA IRUZUBIETA,

Segretario della Congregazione del Clero

Tra “sapientia veterum” e “cultura hodierna”:

il valore linguistico del patrimonio della tradizione

Tullio DE MAURO, già Ministro della Pubblica Istruzione

Dibattito - Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Metodologie di apprendimento delle lingue classiche

Luigi MIRAGLIA, Vivarium Novum, Roma

Quale impegno lessicale

per l’attuazione della “Veterum Sapientia”

Mauro PISINI, Università Salesiana

Dibattito

Intermezzo musicale

 

Ore 18,00 : CONCLUSIONI

Roberto SPATARO, Università Salesiana

Vesperum

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Università Pontificia Salesiana Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

Piazza Ateneo Salesiano 1— 00139 Roma

Tel. 06 872901 - Fax 06 87290397

www.unisal.it - segreteria.lettere@unisal.it

 

 

         


 

 
       


 
 

    

Riviste

                     RL 6,2011    

Rivista Liturgica n. 6 (2011)

            "Ars celebrandi"    

 

 

R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito

L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile

F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia

+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione

A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II

M. Augé, Quale solennità?

G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche

F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia

C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo

Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam

P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva

A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico

S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”

 

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