LITURGIA
OPUS
TRINITATIS
“La liturgia giustamente è ritenuta come l’esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo mediante la
quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue
membra, il culto pubblico integrale” (Sacrosanctum Concilium, n. 7). Ecco quindi che quando parliamo di culto o adorazione parliamo solo di un aspetto della liturgia, perché in essa è
realizzata anche “la santificazione dell’uomo”; è l’uomo santificato che rende culto a Dio.
E’ forse qui uno dei problemi di fondo dell’attuale dibattito liturgico, nel capire cioè il rapporto che intercorre tra culto/adorazione e santificazione, o, in altre parole, tra “sacro” e “santo”. Il termine ebraico kaddosh è ambivalente potendosi tradurre con “sacro” o “santo”. Il sacro biblico è legato piuttosto alle cose (luoghi, oggetti, funzioni). La santità coinvolge invece il soggetto umano nel suo rapporto con Dio[1]. La Costituzione liturgica già dalle sue prime battute (“Il sacrosanto concilio, proponendosi di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli..”) sottolinea la dimensione della santificazione senza negare quella dell’adorazione (vedi, ad esempio il citato n. 7 della stessa Costituzione). Il “sacro” ha come sua finalità ciò che è “santo”, e perde la sua autenticità se non suscita nei credenti una crescita nella perfezione cristiana. D’altra parte, il “santo” rischia di essere privato del suo orientamento verso Dio se il “sacro” non riesce ad essere simbolo della presenza di questo Dio.
Gesù, riprendendo le critiche dei profeti contro il culto vissuto come alibi di fronte alle esigenze etiche, ha criticato le derive sacralizzanti del giudaismo. E le prime comunità cristiane hanno esercitato una reale vigilanza nei confronti di queste derive. Evitano rigorosamente di usare termini cultuali – già in uso nel greco dei LXX – per designare luoghi di culto, tempi, riti, cose e persone; in compenso usano abbondantemente e ripetutamente termini cultuali per designare ambienti e cose che nell’opinione comune sono “profani”, quindi non cultuali. Evidentemente ciò non può essere interpretato come un puro e semplice capriccio linguistico. In senso rituale il vocabolario è riservato al culto giudaico e pagano; quando è applicato a realtà cristiane designa l’esistenza cristiana (in particolare la vita di carità e l’apostolato) o l’opera del Cristo, mai il culto liturgico, mai l’eucaristia. Così i termini “culto” e “celebrare il culto” (Rm 12,1; Eb 12,28). Così ancora “liturgia”, “compiere un servizio liturgico”: applicati agli israeliti indicano il culto, applicati a Cristo indicano la sua esistenza e il suo sacrificio (Eb 8,6; 9,11ss; 10,19), applicati ai cristiani non indicano mai il servizio liturgico, eccetto in At 13,2: “Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse…”
Per noi cristiani, il Santo e il Sacro definitivo è Gesù Cristo: in Lui e per Lui, l’uomo è santificato ed entra in comunione con Dio. Perciò le cose, i luoghi, le persone possono chiamarsi “sacri” nella misura in cui ci orientano verso Cristo Gesù. La liturgia è, come recita il titolo di questo blog e insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, “opus Trinitatis” , “opera della Trinità”. Quando celebriamo l’eucaristia è Cristo il Liturgo per eccellenza: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli” (dossologia con cui si chiude la preghiera eucaristica).
Conseguentemente, quando in liturgia parliamo del senso del sacro, parliamo del senso del Mistero che celebriamo. In questo settore, bisogna evitare due rischi: da una parte l’esoterismo, che sconfina nella magia, la tendenza cioè a ritenere che meno si comprende ciò che si dice e si fa, e più si rasenta il mistero; dall’altra la routine e l’automatismo, che portano a non abitare più ciò che si dice e si fa (cioè il Mistero) dando luogo a un vuoto formalismo. Il senso del sacro non dipende dalla lingua (“sacra”?) con cui si celebra, dai riti più o meno sontuosi, dai paramenti dei ministri o dall’arredo delle nostre chiese. Dipende, in parte, dalla bellezza o “nobile semplicità” (SC, n. 34) che rende trasparente la presenza e l’azione di Cristo, dall’atteggiamento con cui celebriamo, dalla partecipazione: “I fedeli nella celebrazione della messa formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, per offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e per imparare a offrire se stessi. Procurino quindi di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione” (Ordinamento generale del Messale Romano, n. 95). Celebrare con senso del sacro è celebrare con fede viva. La crisi della fede si traduce in crisi del celebrare i Misteri della fede. Sia che celebriamo in latino, in lingua volgare, con una forma rituale o con un’altra, dobbiamo farlo sempre con spirito di fede e di comunione.
Benedetto XVI nella Lettera inviata ai vescovi, nel luglio del 2007, per accompagnare il Motu proprio Summorum Pontificum, si esprime nei seguenti termini: “…Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale”. In queste parole, il Pontefice ci fa capire che la “sacralità” si esprime quando si celebra con “grande riverenza”. Ciò coincide con quanto dice santo Tommaso d’Aquino quando afferma: “L’insieme del culto esteriore ha come principale ragione di essere quella di inculcare negli uomini la riverenza verso Dio…”[2]
In fondo, si tratta quindi dell’ars celebrandi che, come diceva già il Papa nell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, “deve favorire il senso del sacro” (n. 40). Raccomando al riguardo lo studio di Monique Brulin (Requête se sacralité ou entrée dans le Mystère? L’aport de la PGMR 2002, in La Maison-Dieu, n. 257, 2009/1, 99-129). Partendo da una attenta lettura dell’Ordinamento Generale del Messale Romano e della considerazione di punti di riferimento significativi nel mondo contemporaneo, l’autrice propone alcuni criteri di discernimento per una giusta messa in opera dell’Ordo Missae (3a edizione tipica 2002). In particolare, sono esplorate le caratteristiche attuali del comportamento di “riverenza” e la ricerca di criteri adeguati affinché il Rituale possa aprire alla trascendenza, senza perdere l’attualità del Mistero della Chiesa nella sua manifestazione pubblica.
Matias Augé
[1] Cf. Ch. DuQuoc, Du sacré au saint, in Lumière et Vie, n. 279 (2008) 31-40.
[2] “Respondeo dicendum quod totus exterior cultus Dei ad hoc praecipue ordinatur ut homines Deum in reverentia habeant…” (Somma Teologica Ia –IIae q. 102 a. 4 co.).
Il ricorso a tutti i sensi e ai principali linguaggi consente al rito di essere la forma congeniale
di una fede che voglia coinvolgere tutto l’uomo. “Attraverso la sensorialità del corpo sia Cristo che i fedeli entrano in relazione tra di loro, nella molteplicità variegata delle possibilità
offerte dai cinque sensi: del tatto e del gusto (battesimo ed eucaristia), dell’udito (parola di Dio ed eucologia), dell’odorato (il crisma) e della vista (immagini)”[1].
Nel cristianesimo, a differenza dell’ebraismo e dell’islam, è la vista a configurarsi come funzione primaria della comunicazione. La liturgia della
Chiesa adopera anche il linguaggio visivo. Esiste il linguaggio visivo quando ciò che è visibile viene a essere (ri)letto, interpretato e utilizzato da noi per entrare in relazione gli uni con
gli altri[2].
Nel culto dell’Antico Testamento, nei luoghi in cui Dio si è reso presente (Es 20, 24), suscita nei fedeli il desiderio di vedere Dio, di “ricercare il suo volto” (Sal 24,6), di “contemplare la sua bellezza” (Sal 27,4), “la sua potenza e la sua gloria” (Sal 63,3), di guardare il santo tempio anche da lontano (Gn 2,5). Nel Nuovo Testamento, tutto ciò è possibile in Gesù Cristo, in cui Dio si è reso visibile: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9); “… quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza […] –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi…” (1Gv 1,1-2).
Come dice la Costituzione sulla liturgia, “Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, specialmente nelle azioni liturgiche…” (SC, n. 7). Questa presenza di Cristo nel sacrificio della messa si esprime nella persona del ministro che presiede, nella proclamazione della Parola, nella comunità che prega e, “soprattutto sotto le specie eucaristiche” (SC, n. 7). Se siamo invitati a vedere, a tendere lo sguardo durante la celebrazione verso i segni della fede è per meglio partecipare, per meglio entrare in relazione col mistero celebrato.
L’Ordinamento Generale del Messale Romano raccomanda a più riprese che ci sia la possibilità di vedere per meglio associarsi all’azione liturgica. Così, ad esempio, il presbiterio dev’essere “di tale ampiezza da consentire un comodo svolgimento della celebrazione dell’Eucaristia e da favorire la sua visione” (n. 295). L’altare, poi, “sia collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli” (n. 299). I candelieri “siano collocati o sopra l’altare, oppure accanto ad esso, tenuta presente la struttura sia dell’altare che del presbiterio, in modo da formare un tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare” (n. 307; cf. anche i nn. 117 e 122).
Dopo che il sacerdote ha pronunciato le parole del Signore sul pane, la rubrica del Messale dice: “Presenta (ostendit) al popolo l’ostia consacrata”. Così pure dopo le parole sul vino: “Presenta (ostendit) al popolo il calice”. Il verbo ostendere significa “presentare, “esibire” qualcosa a qualcuno perché sia contemplata. I fedeli sono quindi invitati a vedere, a contemplare l’ostia e il calice. Infatti nel secolo XIII fu introdotta l’elevazione proprio perché l’ostia fosse vista e adorata.
Matias Augé
[1] V. Sanson, Il ‘corpo’ rappresentato, in Rivista di Pastorale Liturgica n. 272, gennaio-febbraio 1 (2009) 41.
[2] Cf. N. De Castro Teixeira, La comunicazione nella liturgia (Formazione 6), Messaggero, Padova 2007, 113-121.
L’orazione colletta della Domenica I di Quaresima chiama il tempo che precede e prepara alla
celebrazione della Pasqua “sacramentum”: “per annua quadragesimalis exercitia sacramenti”. E’ difficile rendere in italiano il vero senso di questa ricca espressione latina.
L’edizione ufficiale italiana del Messale ha tradotto “segno sacramentale della nostra conversione”. La stessa parola ritorna poi nella preghiera sulle offerte con l’espressione “venerabilis
sacramenti celebramus exordium”. Questa volta però il Messale italiano ha rinunciato a tradurre il termine in questione, e si esprime in questi termini: “… l’inizio della quaresima, tempo
favorevole per la nostra salvezza”. Ed è un peccato, perché il concetto che questa parola esprime contiene una vera metodologia di pastorale liturgica per la Quaresima. Le due preghiere, si
trovano già nel cosiddetto Sacramentario Gelasiano Antico del secolo VII: la colletta al n. 104; la preghiera sulle offerte al n. 91.
Se la Quaresima è un “sacramento”, cioè un “segno sacro”, ciò significa che tutto quanto forma parte dell’istituzione quaresimale – gesti e parole – è una realtà celebrativa unitaria e significativa. Quindi preghiera, digiuno, elemosina (le tre classiche pratiche quaresimali) e tutti gli altri “gesti” della Quaresima sono illustrati dalle “parole” di lode, di ringraziamento, di supplica con cui la Chiesa si esprime nella liturgia di questi giorni.
M. A.
Riprendiamo da Rivista di Pastorale Liturgica (n. 272, gennaio-febbraio 1/2009, 59-64) un breve articolo di Riccardo Barile dal titolo: “Tre messali a confronto. La comunione al Corpo e al Sangue di Cristo”.
1 - Il Missale
Romanum del 1570 o di san Pio V. Se l’attenzione alla comunione del presbitero è scontata, l’attenzione a quella dei fedeli non è dimenticata,
dal momento che compare nei riti di inizio. Infatti nel Ritus servandus[1]
è previsto che il presbitero, giunto all’altare, vi deponga non solo l’ostia per sé, ma anche altre ostie “pro communione facienda”, cioè per l’eventuale comunione del popolo (n.
21).
L’offertorio prevede una sola ostia, tuttavia ha presente anche il caso in cui ci fossero sull’altare altre ostie “per la comunione del popolo”; nel qual caso il sacerdote “dirigendo la sua intenzione anche verso quelle ostie da offrire e consacrare, dice: Suscipe sancte Pater ecc.” (n. 26). Non vi è cenno di processione offertoriale da parte dei fedeli in quanto, che vi siano altre ostie oltre quella del presbitero, è una sorta di eccezione espressa da un significativo “etiam – anche”.
La comunione al popolo è prevista dopo che il presbitero ha assunto il sangue di Cristo e prima di ‘purificarsi’: “Assunto il quale [sangue], se vi sono alcuni da comunicare, li comunichi prima di purificarsi. Poi dice: Quod ore sumpsimus ecc.” Così nell’Ordinario della messa (Canon missae, n. 1547).
Nel Ritus servandus la descrizione comporta un ritorno indietro nella successione del discorso. Infatti, dopo aver previsto da parte del presbitero sia l’assunzione del sangue di Cristo, sia la ‘purificazione’ del calice e delle dita e la copertura del calice con la custodia del corporale, il testo così prosegue:
Se vi sono alcuni da comunicare nella messa, li comunichi prima di assumere la purificazione e prima di lavarsi le dita. Comunicati questi, dice: Quod ore sumpsimus Domine ecc. e poi, purificando se stesso e coloro che si sono comunicati, dice: Corpus tuum, Domine, quod sumpsimus ecc. (n. 29).
A parte la distribuzione dell’ostia, il “purificando se stesso e coloro che si sono comunicati” è l’unico cenno di partecipazione del popolo al rito, peraltro difficile da comprendere e da attuare: Come i fedeli possono essere purificati insieme al presbitero celebrante? Come possono lavarsi le dita o anche solo udire e capire le due previste formule latine?
In sintesi, sulla comunione del popolo ci si ferma alla possibilità e al fatto, senza configurare né formule né gesti, per cui possiamo immaginare come avvenisse solo attingendo da altra documentazione. Per gli estensori del Messale del 1570 la comunione del popolo non era un culmine partecipativo. Il che è tanto più rilevante se si tiene conto del contrasto ricavabile dell’estensione del testo, dalla molteplicità di gesti e di formule, dalla minuziosità di prescrizioni che accompagnano la comunione del presbitero:
Dette queste orazioni, genuflettendo adora il sacramento e alzandosi dice in segreto Panem celestem accipiam. Ciò detto, prende con riverenza tra il pollice e l’indice della mano sinistra le due parti dell’ostia che si trovano sulla patena, tenendo la patena tra l’indice e il dito medio della stessa mano e tenendo tutto questo con la mano sinistra sulla patena, con la mano destra per tre volte si percuote il petto dicendo per tre volte con voce alquanto elevata Domine non sum dignus e proseguendo in segreto ut intres ecc. Detta tre volte questa formula, con la mano destra prende dalla mano sinistra le due parti dell’ostia tra il pollice e l’indice e con esse sopra la patena segna se stesso con il segno di croce dicendo Corpus Domini nostri ecc. Quindi riverentemente assume le due parti dell’ostia e, ciò fatto, depone la patena sopra il corporale e, restando in posizione eretta con i pollici e gli indici congiunti, congiunge entrambe le mani di fronte alla faccia e rimane [quiescit] per un qualche tempo nella meditazione del santissimo Sacramento. Quindi, abbassate le mani dice in segreto Quid retribuam Domino ecc. (n. 29).
La cura di strutturare la comunione del presbitero e la non cura di strutturare quella del popolo non devono tuttavia oscurare due valori che, nella prassi seguente, vennero disattesi e talvolta lo sono ancora oggi: nel Messale del 1570 la comunione dei fedeli è prevista durante la messa e con ostie consacrate nella stessa messa.
2 - Il Missale
Romanum del 1962 o del beato Giovanni XXIII. Questo Messale non è l’epigono del Messale di san Pio V in attesa che il Vaticano II riparta quasi
da zero. Il Messale del 1962 tiene conto delle evoluzioni liturgico-pastorali confluite nell’Istruzione sulla musica sacra e la sacra liturgia del 3.9.1958 e va letto alla luce del
rinnovato Codex Rubricarum del 26.7.1960[2],
il quale tra l’altro vieta la dizione di “messa privata” (n. 269/3709) e richiede che ognuno ‘attuosamente’ partecipi alla messa secondo la propria competenza (n. 272/3712).
Il Messale del 1962, con qualche minima modifica linguistica, ripete i testi sopra citati del Messale del 1570. Anche l’Ordo Missae[3] non descrive la comunione dei fedeli, ma, più o meno come al 1570, si limita a prescrivere: “Assunto [il sangue di Cristo], se vi sono alcuni da comunicare, li comunichi prima di purificarsi” (n. 1586). Dove invece troviamo la descrizione e la prescrizione di una più estesa ritualità è nel Ritus servandus:
Se vi sono dei fedeli da comunicare nella messa, poco prima il ministrante li avverta con il segno del campanello.
Il sacerdote […], se vi sono particole consacrate sopra il corporale, fatta la genuflessione, le ripone sulla patena […]; se sono da distribuire particole già consacrate, aperto il tabernacolo, genuflette, estrae la pisside e la scopre.
Poi con la mano sinistra tiene la pisside o la patena con il sacramento, con la mano destra prende una particola tra il pollice e l’indice e tenendola alquanto elevata sulla pisside o sulla patena e volgendosi verso i comunicandi al centro dell’altare dice: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Poi dice: Domine non sum dignus ut intres ecc. Ripetute per tre volte queste parole, si porta alla destra dei comunicandi, cioè al lato dell’epistola, e a ognuno porge il sacramento facendo con esso un segno di croce sulla pisside o sulla patena e contemporaneamente dicendo: Corpus Domini nostri Iesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam. Amen (n. 77).
Ecco il rito ‘tradizionale’ che abbiamo in mente oggi, ma che non risale al Messale di san Pio V. Segnaliamo la novità del campanello, il silenzio sulla positura dei fedeli (in piedi o in ginocchio? Il testo non dice nulla!), e infine la legittimazione di usare ostie consacrate in un’altra messa, ciò che il Messale del 1570 esplicitamente non prevedeva, in questo risultando più moderno e ispirato del Messale del 1962.
Se è da apprezzare lo sviluppo di una ritualità che favorisce la partecipazione e se il legame dell’eucaristia con la vita eterna – di tutto l’uomo però, e non solo dell’anima! – evocato dalla formula di consegna della comunione è giovanneo (Gv 6,48ss), la ritualità è ancora a senso unico, cioè parte dal presbitero e il fedele non deve fare nulla se non ricevere la comunione.
Un ampliamento di partecipazione viene dalla ricordata Istruzione sulla musica sacra e la sacra liturgia del 3.9.1958 e dunque in vigore al 1962. Essa prevede che i fedeli recitino il Domine non sum dignus insieme al presbitero, che possano cantare le parti proprie della messa e dunque il canto di comunione che in questo caso può avviarsi non alla comunione del presbitero ma all’inizio della distribuzione della comunione ai fedeli e a esso può seguire anche qualche canto più popolare latino (aliam cantiunculam latinam)[4]. E’ vero che si prevedono canti gregoriani o almeno in latino e di fatto si suppone un’assemblea clericale di seminaristi, religiosi o religiose, ma il principio della maggior partecipazione è posto.
Infine è da sottolineare che sia il Messale del 1570 sia quello del 1962 che lo ricalca, per parlare di pane e vino consacrati usano costantemente la parola ‘sacramento’, anche quando si vuole stabilire un rapporto diretto tra il ‘mistero’ e il presbitero, che, per esempio, resta in meditazione del ‘sacramento’. Ciò è tanto mirabile in quanto la devozione popolare e teologica tendeva a oltrepassare il sacramento verso un rapporto diretto con il Signore e anche oggi questa tendenza è rampante con acclamazioni (selvagge) tipo: “E’ Gesù”. Oh, tornassimo alla correttezza del Messale tridentino!
3 - Il Messale
Romano attualmente in corso (20.4.2000). La messa è “azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato” (n. 16)[5],
per cui i fedeli partecipanti “manifestano più chiaramente la natura ecclesiale della celebrazione” (n. 19). Di conseguenza, quanto alla comunione “è conforme al significato stesso
dell’eucaristia che i fedeli, se hanno le disposizioni richieste, si comunichino ogni volta che partecipano alla messa” (CCC 1388).
Rispetto al Messale del 1570 e in parte del 1962, la situazione è capovolta: è normale che i fedeli siano presenti e comunicanti e l’eccezione è il contrario. La ritualità vi si adegua e, a differenza di quanto presupposto dai messali precedenti, i riti di comunione sono sotto gli occhi di tutti, per cui non ci dilunghiamo in descrizioni.
A prescindere dal coinvolgimento dei fedeli dall’inizio della liturgia eucaristica – “è bene che i fedeli presentino il pane e il vino” (n. 73) – gli aspetti di novità da sottolineare sono: la sincronia di riti e sentimenti tra fedeli e presidente che ‘insieme’ si preparano pregando in silenzio ed esprimendo sentimenti di umiltà e ‘insieme’ pregano in silenzio dopo la comunione (nn. 84, 88); il canto accessibile a tutti – o la lettura dell’antifona di comunione – che esprime l’unione spirituale, la gioia del cuore e il carattere comunitario della processione e del ringraziamento (nn. 86-88); la raccomandazione che le ostie siano consacrate nella stessa messa e che, nei casi previsti, i fedeli facciano la comunione al calice (n. 85), quest’ultima è una novità assoluta rispetto ai due precedenti messali. La partecipazione è accentuata dall’esortazione secondo cui “in ragione del segno espresso, conviene che qualche parte del pane eucaristico ottenuto dalla frazione sia distribuito almeno a qualche fedele al momento della comunione” (Redemptionis sacramentum 49).
Quasi per caso si parla di ‘processione’ e non ci si sofferma su problematiche venute dopo e tutto considerato secondarie, quali la comunione in piedi o in ginocchio, sulla mano o sulla lingua ecc.
[1] Le citazioni sono tratta da M. Sodi – A.M. Triacca (edd.), Missale Romanum. Editio Princeps (1570). Edizione anastatica, LEV, Città del Vaticano 1998. Per comodità dei lettori cito il testo con il numero di riferimento marginale apposto dai curatori della presente edizione.
[2] Cfr. C. Braga – A. Bugnini, Documenta ad instaurationem liturgicam spectantia 1903-1963, Edizioni liturgiche, Roma 2000, nn. 3431-3988.
[3] Le citazioni sono tratte da M. Sodi – A. Toniolo (edd.), Missale Romanum. Editio Typica 1962. Edizione anastatica e Introduzione, LEV, Città del Vaticano 2007. Per comodità dei lettori cito il testo con il numero di riferimento marginale apposto dai curatori della presente edizione.
[4] Cfr. Documenta ad instaurationem… n. 31b/3196, n. 25c/3190, n. 27c/3192.
[5] Le citazioni senza altra sigla si riferiscono all’Ordinamento Generale del Messale Romano. Traduzione approvata ed edizione CEI, LEV 2004.
Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà
Prima lettura: Gen 9,8-15
Salmo responsoriale: dal Sal 24 (25)
Seconda lettura: 1Pt 3,18-22
Vangelo: Mc 1,12-15
I sentimenti che esprime il testo del salmo responsoriale sono quelli dei “poveri di JHWH”, e cioè di coloro la cui ultima fiducia e speranza è solo Dio. In concreto, il Sal 24 è una preghiera per il perdono e per la salvezza. Ma anche se il senso del peccato è sentito come lacerante, il cuore dell’orante è pieno di pace. Nelle prospettive e nelle aspirazioni del salmo entra anche la storia del popolo eletto: incoraggiato dalla bontà di Dio, tante volte sperimentata nel corso della sua storia, Israele invoca protezione, luce e perdono. Pure noi, come Israele nel deserto, ci affidiamo al Signore che ci guida nella sua “fedeltà”.
Al brevissimo racconto che fa san Marco dell’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto, il brano evangelico di questa prima domenica di Quaresima aggiunge il primo annuncio pubblico del vangelo: “...Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo»”. Le tentazioni di Gesù nel deserto e il suo primo annuncio programmatico in Galilea formano un tutto coerente: la vittoria di Gesù sul tentatore è segno che il tempo messianico della salvezza è cominciato e il regno di Dio è già un fatto presente. Con Gesù la regalità di Dio, promessa dai profeti e anticipata negli eventi biblici dell’Antico Testamento, irrompe nella storia umana. Gli uomini non siamo più costretto a subire il dominio di satana, la schiavitù del peccato, la paura della morte; possiamo ormai sottometterci alla forza liberante e consolante di Dio che si manifesta in modo efficace in Gesù Cristo. “Credere al vangelo” significa rompere con le paure e le schiavitù del passato e aprirsi con fiducia al nuovo futuro offerto da Dio in Cristo. San Pietro nella seconda lettura ribadisce la stessa verità ricordandoci l’ultima vittoria di Gesù su satana nel momento decisivo della croce: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio...” Annuncio efficace e credibile del vangelo, dunque, fondato sull’obbedienza di Gesù che è diventata vittoria su satana.
Solo la grazia meritata da Cristo, e comunicata a noi attraverso il sacramento del battesimo, può operare quella trasformazione interiore che ci rende “uomini nuovi” in Cristo. Ma come ricorda san Paolo, questa grazia deve essere accolta e corrisposta: “Fratelli, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio...” (Primi Vespri, lettura breve: 2Cor 6,1-4ª). La tradizione cristiana ha comparato l’acqua del battesimo alle acque del diluvio, di cui parla la prima lettura: Dio ha purificato l’umanità con il diluvio per ristabilire l’alleanza con il giusto Noè e la sua famiglia, principio di una nuova umanità. Così anche il battesimo ci purifica dal peccato e, rinati a una vita nuova, ci offre la possibilità di ristabilire saldi rapporti di amicizia con Dio. Il battesimo è quindi il segno visibile dell’alleanza nuova e definitiva che Dio sancisce con gli uomini nel sangue di suo Figlio.
Il Tempo quaresimale che stiamo iniziando è un periodo propizio per prendere coscienza della realtà profonda del nostro battesimo e rinsaldare così la nostra alleanza con il Signore. Dio rinnova nei secoli la sua alleanza con tutte le generazioni. L’alleanza è la spina dorsale di tutta la storia della salvezza, tanto nella fase di preparazione che in quella di compimento. Si può dire anzi che tutti i rapporti fra Dio e l’umanità, fra Dio e la Chiesa e fra Dio e ciascuno di noi si fondino sull’alleanza.
All’inizio della Quaresima, la colletta del mercoledì delle Ceneri, proveniente dall’antica raccolta del Ve (n. 207), presenta il Tempo quaresimale come un cammino di
conversione in cui i cristiani sono chiamati ad affrontare “con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male”. Il prototipo di questo combattimento è lo stesso Cristo che
resiste alle insidie del tentatore nel deserto, episodio che ogni anno viene letto nel vangelo della domenica I. Nell’Ufficio delle letture di questo stesso giorno, commenta Agostino: “Leggevamo
ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu…”
Dal mercoledì delle Ceneri fino al sabato anteriore alla domenica delle Palme, il tema del combattimento spirituale viene ricordato discretamente ogni giorno nell’antifona dell’ora Nona, che recita così: “Siamo saldi nella prova: nostra forza è la giustizia di Dio”. La giustizia di cui parla questo testo ha senza dubbio risonanze bibliche: Dio è giusto significa che è degno di affidamento (cf Is 26,4), si attiene al patto e, quindi, elargisce la grazia per combattere i nemici della salvezza (cf Is 10,22). Questa giustizia promessa per i tempi messianici si è manifestata in Gesù Cristo (cf Rm 3,21).
La grazia del battesimo non libera la nostra natura dalla sua debolezza, né dall’inclinazione al peccato che la tradizione chiama “concupiscenza”, la quale rimane in noi anche dopo il battesimo perché siamo in grado di sostenere le prove quotidiane nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo: “La drammatica condizione del mondo che ‘giace’ tutto ‘sotto il potere del maligno’ (1Gv 5,19), fa della vita dell’uomo una lotta” (CCC, n.409).
Nelle invocazioni delle Lodi mattutine del mercoledì delle Ceneri l’itinerario quaresimale viene presentato come un tempo per “ricuperare pienamente il senso penitenziale e battesimale della vita cristiana”. Questo itinerario è fatto di un “morire” e di un “risorgere”. A questo proposito, Leone Magno afferma: “attraverso la fatica si passa al riposo e attraverso la morte si giunge alla vita” (Ufficio delle letture della domenica II). Si tratta, come abbiamo detto sopra, di un “cammino di conversione”. “Convertirsi” è una scelta che comporta un cambiamento radicale nel modo di pensare e di vivere, si tratta cioè di acquisire un modo di pensare e di vivere secondo il Vangelo, come ci ricordano le parole con cui viene imposta su ciascuno di noi la cenere all’inizio della Quaresima: “Convertitevi, e credete al vangelo” (Mc 1,15). In questo itinerario di lotta e di conversione, la tradizione ecclesiale ci offre come “medicina dell’anima” l’esercizio delle pratiche penitenziali (cf colletta del lunedì II, proveniente dai testi quaresimali del GeV, n.173).
La comunità cristiana nel suo cammino quaresimale è chiamata a prendere coscienza della realtà e delle esigenze del proprio battesimo, a compiere opere di misericordia e di servizio, e a celebrare ogni giorno il suo essere in Cristo nell’eucaristia dove l’esperienza filiale del battesimo (cf Rm 8,14-17; Gal 4,4-5) raggiunge la sua piena manifestazione.
Perdonaci, Signore, abbiamo peccato
Prima lettura: Gl 2,12-18
Salmo responsoriale: dal Sal 50 (51)
Seconda lettura: 2Cor 5,20-6,2
Vangelo: Mt 6,1-6.16-18
La Quaresima che oggi iniziamo non propone nulla di straordinario rispetto alle esigenze fondamentali della vita cristiana. Esse vengono solo richiamate con insistenza perché ci si sforzi, sul piano personale e comunitario, di integrarle o reintegrarle meglio nella vita quotidiana. Possiamo dire con san Paolo che la Quaresima è semplicemente un “momento favorevole” per fare una verifica attenta della nostra vita e renderla così sempre più conforme alle esigenze del nostro battesimo (cf. seconda lettura).
La grazia del battesimo non libera la nostra natura dalla sua debolezza, né dall’inclinazione al peccato che la tradizione chiama “concupiscenza”, la quale rimane in noi anche dopo il battesimo perché sosteniamo le prove quotidiane nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo: “La drammatica condizione del mondo che ‘giace’ tutto ‘sotto il potere del maligno’ (1Gv 5,19), fa della vita dell’uomo una lotta” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.409). Nelle invocazioni delle Lodi mattutine di questo mercoledì delle Ceneri l’itinerario quaresimale viene presentato come un tempo per “ricuperare pienamente il senso penitenziale e battesimale della vita cristiana”. Questo itinerario è fatto d’un “morire” e d’un “risorgere”. Si tratta di un “cammino di conversione”. “Convertirsi” è una scelta che comporta un cambiamento radicale del modo di pensare e di vivere, si tratta cioè di acquisire un modo di pensare e di vivere secondo il vangelo, come ci ricordano le parole con cui viene imposta su ciascuno di noi la cenere all’inizio della Quaresima: “Convertitevi, e credete al vangelo” (Mc 1,15).
La comunità cristiana nel suo cammino quaresimale è quindi chiamata a prendere una più lucida coscienza della realtà e delle esigenze del proprio battesimo. Seguendo la dottrina dei Padri, pratiche quaresimali tradizionali atte a raggiungere questo scopo sono il digiuno, l’elemosina e la preghiera. Nell brano evangelico odierno, Gesù parla della nuova giustizia superiore all’antica e ne illustra le caratteristiche applicandole alle tre pratiche fondamentali della pietà giudaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno.
Le preghiere del Messale ritornano frequentemente sulle tre pratiche tradizionali del Tempo quaresimale. Il prefazio quaresimale IVo illustra i frutti del digiuno; il IIIo esalta la vittoria sull’egoismo che si esprime nella pratica dell’elemosina; il I parla dell’assiduità “nella preghiera e nella carità operosa”. La colletta della domenica IIIo, esordisce con queste parole: “O Dio misericordioso, fonte di ogni bontà, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità…” La pratica quaresimale è vista sempre come strumento del rinnovamento interiore. Ciò viene sottolineato in modo particolare dai testi che vanno dal mercoledì delle Ceneri al sabato seguente: l’orazione dopo la comunione d’oggi parla del digiuno “efficace per la guarigione del nostro spirito”; e la colletta del prossimo venerdì auspica che “all’osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito”.
Le tradizionali pratiche quaresimali vanno accompagnate dall’ascolto assiduo della parola di Dio Il cammino quaresimale è quindi anche un cammino di fede, che non può essere fatto senza un costante riferimento alla parola di Dio che la Chiesa distribuisce con abbondanza in questo tempo santo.
Dal Messaggio di
Benedetto XVI per la Quaresima 2009:
“Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una ‘terapia’ per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio”.
“Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio. Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: ‘Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?’ (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente”.
Introduzione al Tempo di Quaresima
La Quaresima va
considerata non solo come una preparazione alla Pasqua, ma come una vera e propria iniziazione sacramentale ad essa, cioè un cammino di fede fondato sull’ascolto della parola di Dio e sui segni
sacramentali compiuti nell’assemblea liturgica, che si articola in tappe (o gradi) di penetrazione e di approfondimento progressivo del mistero celebrato. Nella tradizione romana, oltre
all’eucaristia, è sacramento pasquale per eccellenza il battesimo. Se il Triduo pasquale e l’intero Tempo di Pasqua hanno un carattere squisitamente sacramentale, che ha come apice l’eucaristia,
la Quaresima ha un carattere squisitamente sacramentale che ha come traguardo non solo l’eucaristia pasquale, ma anche le promesse battesimali rinnovate nella Veglia pasquale. E’ ciò che ricorda
l’esortazione che precede la rinnovazione delle promesse battesimali nella Veglia pasquale: “…per mezzo del battesimo siamo divenuti partecipi del mistero pasquale del Cristo, siamo stati sepolti
insieme con lui nella morte, per risorgere con lui a vita nuova. Ora, al termine del cammino penitenziale della Quaresima, rinnoviamo le promesse del nostro battesimo…”
Il cammino quaresimale sfocia quindi nella celebrazione della Pasqua. La lettura apostolica della Veglia pasquale non è più, come prima, Col 3,1-4, brano letto ora nella messa del giorno della domenica di Pasqua, ma Rm 6,3-11. Quest’ultimo brano è un passaggio in cui la tradizione ecclesiale ha visto il testo quasi normativo per la sua dottrina battesimale. In questa pericope, l’Apostolo presenta l’evento battesimale come reale partecipazione al destino di morte e risurrezione del Cristo. La morte (al peccato) non è solo dono gratuito di Cristo, ma esige conversione e attiva partecipazione esistenziale; la risurrezione non è solo presente partecipazione alla vita nuova del Cristo, ma tensione (escatologica ed etica) verso una pienezza, verso Colui che deve venire, come sottolinea il sopracitato brano di Col 3,1-4.
Possiamo perciò affermare che la Quaresima ha tre dimensioni fondamentali: una prima dimensione di introduzione generale al mistero pasquale; una seconda dimensione sacramentale-battesimale; una terza dimensione di tensione etica e di conversione; infine la dimensione cristologica-pasquale che è alla base delle altre tre dimensioni. Il Tempo quaresimale ha insomma uno spiccato carattere cristocentrico.
Il Lezionario delle messe domenicali della Quaresima ci guida nell’approfondimento di queste tematiche. Nei tre cicli di letture (A, B, C), i brani evangelici delle prime due domeniche riportano gli episodi classici della tentazione di Gesù nel deserto e della trasfigurazione sulla montagna, rispettivamente secondo Matteo, Marco e Luca. In questi due episodi emblematici, letti già nel secolo V al tempo di Leone Magno, troviamo il duplice volto della partecipazione al mistero pasquale di morte e risurrezione. Nelle altre tre domeniche, precedenti quella chiamata delle Palme e della Passione del Signore, il Lezionario offre tre itinerari diversi e insieme complementari che ci conducono verso la celebrazione della Pasqua. Notiamo che le letture di ogni domenica sono in armonia tematica fra loro. La pericope evangelica va letta quindi nel contesto delle altre due letture.
Matias Augé
La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende
presente all’uomo

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più
utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)
La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)
PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:
“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.
E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"
Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.
Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti. Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.
Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.
La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!
L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.
Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.
Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.
50°
“Veterum Sapientia”
Convegno
della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche
dell’Università Pontificia Salesiana
Roma, 23 febbraio 2012
Il 22 febbraio 1962 il beato Giovanni XXIII firmava la Costituzione apostolica
Veterum Sapientia sullo studio e l’uso del latino. In essa, tra l’altro, si auspicava l’erezione di un Academicum Latinitatis Institutum che sarà poi istituito da Paolo VI
con la Lettera apostolica Studia Latinitatis emanata il 22 febbraio 1964.
Nello stesso documento Paolo VI affidava alla Società Salesiana il compito
di «promuovere la prosperità dell’Istituto».
Nel 50° della Costituzione apostolica, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
intende ripercorrere alcuni elementi significativi di tale storia per cogliere il senso di
tale missione e soprattutto per rispondere alle sfide che oggi, a livello di impegno culturale, pone lo studio delle lingue classiche (latino e greco).
Il Convegno si colloca nella serie degli appuntamenti annuali che l’Institutum
realizza allo scopo di continuare ad evidenziare il ruolo della cultura classica
nel contesto e a servizio delle culture odierne e delle realtà ecclesiali.
Programma
Ore 09,00
Presiede S.E. il Card. Zenon GROCHOLEWSKI
Laudes matutinae
Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana
Saluti
Carlo NANNI,
Rettore Magnifico dell’Università Salesiana
Card. Zenon GROCHOLEWSKI,
Patrono del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
INTRODUZIONE
Manlio SODI,
Preside della Facoltà
RELAZIONI
Il latino come arma, il latino come patrimonio.
Attorno alla Costituzione apostolica “Veterum Sapientia”
e alla vigilia del Vaticano II
Alberto MELLONI, Università di Modena
“Sapientia”: il sapore della verità
Remo BRACCHI, Università Salesiana
Dibattito – Intervallo
COMUNICAZIONI
Il latino e la cultura cinese
Michele FERRERO, Pechino
Beijing Foreign University
La cultura latina nel contesto anglosassone
Mark CLARK, USA
Christendom College
Dibattito
PRESENTAZIONE dei primi volumi della collana
“Veterum et Coaevorum Sapientia” (VCS), Edizioni LAS
Penelope FILACCHIONE, Università Salesiana
Intermezzo musicale
ore 13,00 - Buffet
ore 15,00 - RELAZIONI
Importanza del latino nella formazione
e nella vita del clero
Mons. Celso MORGA IRUZUBIETA,
Segretario della Congregazione del Clero
Tra “sapientia veterum” e “cultura hodierna”:
il valore linguistico del patrimonio della tradizione
Tullio DE MAURO, già Ministro della Pubblica Istruzione
Dibattito - Intervallo
COMUNICAZIONI
Metodologie di apprendimento delle lingue classiche
Luigi MIRAGLIA, Vivarium Novum, Roma
Quale impegno lessicale
per l’attuazione della “Veterum Sapientia”
Mauro PISINI, Università Salesiana
Dibattito
Intermezzo musicale
Ore 18,00 : CONCLUSIONI
Roberto SPATARO, Università Salesiana
Vesperum
Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana
Università Pontificia Salesiana Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
Piazza Ateneo Salesiano 1— 00139 Roma
Tel. 06 872901 - Fax 06 87290397
www.unisal.it - segreteria.lettere@unisal.it
Rivista Liturgica n. 6 (2011)
"Ars celebrandi"
R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito
L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile
F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia
+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione
A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II
M. Augé, Quale solennità?
G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche
F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia
C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo
Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam
P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva
A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico
S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”