Liturgia e Chiesa

 

scansione0002LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE
Thursday 3 november 2011 4 03 /11 /Nov /2011 05:00

  

Cantoni-Vaticano-II.jpg“Pietro Cantoni affronta questo argomento [la riforma nella continuità], spesso accostato in modo solo passionale e sentimentale, con il distacco e l’oggettività di una teologia che vuole essere fedele alla Parola di Dio, al Magistero della Chiesa e alla metafisica classica. Che un Concilio ecumenico non chiuda ma apra delle discussioni, che ci voglia tempo, fatica e sacrificio perché il senso vero ed autentico dei suoi documenti venga recepito e tradotto in pratica non stupisce chi conosce la lunga, tormentata ma sempre affascinante storia della Chiesa” (P. Cantoni, Riforma nella continuità. Vaticano II e anticonciliarismo, Sugarco Edizioni, Milano 2011, quarta copertina).

“Essendo la liturgia l’espressione fondamentale, ‘fontale’, della fede, ad un livello che tocca l’uomo credente in quell’universo simbolico che costituisce la culla della sua umanità e del suo senso, il porre due liturgie, l’una espressione del passato ‘riformato’ e ‘rinnovato’, l’altra di questo stesso rinnovamento, l’una accanto all’altra in piena legittimità, dichiarando espressamente che ‘ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande’, costituisce una sanzione più efficace e profonda di qualunque altra della falsa contrapposizione tra passato e presente che è sottesa ad ogni ermeneutica della discontinuità e della rottura” (P. Cantoni, o.c., p. 15).

…. …. ….

 

Hegel ricordava invece che l’opposizione ‘inaridisce’ bloccando l’approfondimento del senso, perché ciascun punto di vista, nella sua opposizione all’altro, si irrigidisce in un ambito troppo ristretto, essendo invece chiamato ad un superamento del limite che comporta.

Porre due liturgie (come dice Cantoni), l’anteriore al Vaticano II e quella frutto della recente riforma, l’una accanto all’altra in piena legittimità, teoricamente potrebbe essere espressione della ‘continuità’ (com’è nell’intenzione del legislatore), ma di fatto non sembra esprimere il passo avanti della ‘riforma’ voluta dal Concilio, anzi a molti appare come un monito rivolto alla liturgia riformata. Così la pensano alcuni autori che abbiamo citato ultimamente in questo blog: Andrea Grillo,  Ephrem Yon, Thomas Pott, ecc. L’ermeneutica della continuità e della riforma si esprimerebbe meglio esaltando la forma liturgica riformata e rinnovata senza contrapporla alla forma anteriore.

 

Qualcuno ha parlato di soluzione salomonica: chi vuole l’antica liturgia, se la tenga; chi vuole la nuova, può pure tenersela. Ma il bambino, cioè la liturgia è un universo simbolico unitario, espressione di una unità sacramentale, di una unità nel mistero, rappresentata, come dice Ignazio di Antiochia, dall’unica Eucaristia che unisce il popolo e il suo vescovo.

 

M. A.

 

 

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Tuesday 1 november 2011 2 01 /11 /Nov /2011 12:00

Ulivo

1° formulario di Messa

                       Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi

 

Prima lettura: Gb 19,1.23-27a

Salmo responsoriale: dal Sal 26 (27)

Seconda lettura: Rm 5,5-11

Vangelo: Gv 6,37-40

 

            La Commemorazione di tutti i fedeli defunti è collocata dalla liturgia all’interno dello stesso orizzonte in cui si colloca la solennità di tutti i Santi, celebrata ieri: la profonda ed essenziale comunione in Cristo di tutti i credenti, cioè la comunione dei santi o comunione di vita che unisce i battezzati. L’uso di celebrare tre messe in questo giorno lo troviamo come tradizione locale alla fine del secolo XV. Nel 1915 Benedetto XV lo ampliò a tutti i sacerdoti della Chiesa universale. Le letture, le orazioni e i canti delle tre messe sono caratterizzati dalla fede nel mistero pasquale e dall’invocazione che i fedeli defunti ne diventino partecipi. Ciascuno dei formulari di messa esprime però questa dottrina con sottolineature diverse. 

 

            L’idea centrale del primo formulario di messa possiamo riassumerla con le parole dell’antifona d’ingresso che, ispirandosi a 1Ts 4,14 e a 1Cor 15,22, dice: “Gesù e morto ed è risorto; così anche quelli che sono morti in Gesù Dio li radunerà insieme con lui..” Lo stesso afferma in forma di supplica l’orazione colletta, quando chiede a Dio che “confermi in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a nuova vita”. Con espressioni simili, anche le altre orazioni della messa, il canto al vangelo e l’antifona alla comunione, ribadiscono la speranza di partecipare alla Pasqua eterna del Risorto. In seguito ci soffermiamo sul messaggio delle tre letture bibliche.

 

            La prima lettura ci propone la figura di Giobbe che, nel naufragio di tutte le speranze umane, ha ancora una speranza nel cuore, che lo proietta al di là del sepolcro che ormai l’attende: “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! […] Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno”. Queste parole sono state interpretate dalla tradizione ecclesiale, in particolare dalla liturgia, come una dichiarazione di fede nella risurrezione. In questo senso orienta il versetto del salmo responsoriale quando invita l’assemblea a ripetere: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”.

 

            Nel brano della lettera ai Romani, Paolo illustra il perché della speranza nella vita futura o “speranza della gloria di Dio” (espressione che troviamo nella stessa lettera al v. 2): la nostra speranza poggia sulla prova di amore che Cristo ci ha dato morendo per noi. Attraverso quel sangue effuso per amore passa la nostra salvezza.

  

            La lettura evangelica propone un brano del discorso “eucaristico” pronunciato da Gesù nella sinagoga di Cafàrnao, dopo che egli aveva moltiplicato i pani. Gesù prende occasione dei pani distribuiti per parlare della vita nuova, principio di risurrezione immortale che egli è venuto a inaugurare nel mondo. Chi crede nel Figlio ha già ora la vita eterna (cioè la vita divina); essa sarà portata a pienezza nella risurrezione finale. La comunione col Cristo nella fede e nell’eucaristia ci strappano dal morso della morte e ci inseriscono nella stessa esistenza di Dio.

  

            I cinque prefazi dei defunti, proposti dal Messale, esprimono questa speranza in diversi modi. Così, ad esempio, il primo prefazio dice: “In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore, rifulge a noi la speranza della beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura”.

Il trionfo della morte (Peeter Brueghel sec. XVI)  Il Trionfo della morte (Peeter Brueghel "Il Vecchio" - sec. XVI)

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Monday 31 october 2011 1 31 /10 /Ott /2011 05:00

Festa-dei-Santi.jpg

 Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore

 

Prima lettura: Ap 7,2-4.9-14

Salmo responsoriale: dal Sal 23 (24)

Seconda lettura: 1Gv 3,1-3

Vangelo: Mt 5,1-12a

 

Nella festa di tutti i Santi, siamo invitati a contemplare l’assemblea festosa dei nostri fratelli che glorifica in eterno il Padre e, al tempo stesso, a prendere coscienza che anche noi siamo in cammino verso la casa del Padre. Nel nostro pellegrinaggio sulla terra, Dio ci ha dato come “amici e modelli di vita” i santi (prefazio).

 

Nelle letture bibliche e nelle preghiere della Messa di questa solennità possiamo cogliere alcuni temi che illustrano diversi aspetti della santità. La prima lettura, tratta dall’Apocalisse, ci offre lo spettacolo della Gerusalemme celeste, popolata dagli eletti:si tratta di una “moltitudine immensa… di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” che sta “in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello”. Questa moltitudine di eletti è indicata dal testo in “centoquarantaquattromila”, dodici volte dodici moltiplicato per mille, un numero simbolico che esprime pienezza. Il regno di Dio non è a numero chiuso, ma aperto a quanti accettano di purificare i loro peccati nel sangue dell’Agnello. La santità non è impresa per pochi eroi, ma tutti nella Chiesa siamo chiamati ad una vita santa, secondo il detto dell’Apostolo: “questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4,3). Tutti i fedeli di qualsiasi stato e grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità, “la pienezza dell’amore” (preghiera dopo la comunione). Ciascuno di noi è chiamato a diventare santo, cioè a realizzare in pieno la sua vocazione cristiana.

 

Il traguardo della santità è per tutti perché tutti siamo stati oggetto dell’amore di Dio. Infatti la santità è anzitutto un dono che procede dal “Padre, unica fonte di ogni santità” (preghiera dopo la comunione). San Giovanni, nella seconda lettura, esalta il grande amore che ci ha dato il Padre fino a poter essere chiamati figli di Dio. Ecco quindi che il progetto del Padre è che noi siamo simili all’immagine del Figlio suo Gesù Cristo. La vicenda della santità, la cui radice è la filiazione divina, comprende per Giovanni due tappe, essendo progressiva: lo stadio iniziale, realizzato fin dagli inizi della vita cristiana, e il compimento futuro nella perfetta rassomiglianza col Figlio di Dio, quando “saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.

 

E’ santo quindi colui che assomiglia al Figlio di Dio. In questo contesto, le beatitudini proposte dal brano evangelico possono essere lette come il ritratto perfetto di Gesù Cristo. Egli ha vissuto l’ideale delle beatitudini e in lui uomo tutte le promesse di Dio si sono realizzate. Non siamo quindi di fronte a una pura utopia, ma a un programma di vita possibile per ogni discepolo di Gesù, che ha detto: “Imparate da me…” (Mt 11,29). Dietro ad ogni singola beatitudine si può cogliere l’identità di Cristo, uomo nuovo, che noi tutti siamo chiamati a seguire e a imitare.

  

 Un nuovo interesse per la santità riaffiora nel nostro tempo. Ci si chiede come poter esprimere una profezia che parli attraverso l’autenticità della vita. Pur nella diffusa cristianizzazione, c’è una sete ardente di spiritualità. Per noi cristiani la santità è una condizione di esistenza che deriva dal rapporto con Dio, anzi è dono di Dio che ci accoglie come figli nel Figlio.

  

L’Eucaristia è la prefigurazione e l’anticipo del festoso banchetto del cielo. Essa è quindi anche un viatico cioè una provvista da viaggio. E’ come il pane che fortificò Elia  lungo il sentiero del deserto verso il monte di Dio.

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Saturday 29 october 2011 6 29 /10 /Ott /2011 05:00

 Gesù Maestro

Custodiscimi, Signore, nella pace

 

Prima lettura: Ml 1,14b-2,2b.8-10

Salmo responsoriale: dal Sal 130 (131)

Seconda lettura: 1Ts 2,7b-9,13

Vangelo: Mt 23,1-12

 

L’immagine tenerissima che regge le poche battute del Sal 130, un salmo di fiducia, hanno reso la preghiera in esso racchiusa una delle più care alla tradizione spirituale dei cristiani. Il salmo riflette lo stato dell’anima che, acquistato il dominio di sé e delle proprie facoltà, vive nella pace interiore e riposa in Dio, come il bambino svezzato si abbandona nelle braccia della mamma. La tradizione ha considerato questa preghiera come l’espressione dell’umiltà cristiana e dell’infanzia spirituale. Soltanto un cuore umile e disponibile è in grado non solo di vivere nella pace, ma anche di donarsi con generosità e coraggio al servizio dei fratelli e sorelle.

 

Il duro rimprovero che il Signore rivolge, per bocca del profeta Malachia, alla casta  sacerdotale d’Israele che si era allontanata dalla legge divina e non era più fedele all’alleanza e le severe parole di Gesù che condanna la incoerenza degli scribi e dei farisei nel loro rapporto con il popolo a loro affidato, sono un monito sempre attuale per coloro che in qualche modo hanno nella Chiesa e nella società una responsabilità di guida e d’insegnamento. Infatti è chiaro che l’evangelista san Matteo nel proporre le parole di Gesù non intende riferirsi unicamente ai dirigenti del popolo d’Israele, denunciando le nascoste radici della loro opposizione al messaggio evangelico. Intende, servendosi della polemica, smascherare atteggiamenti sempre possibili nella stessa comunità cristiana e nella società in genere.

 

Possiamo riassumere l’atteggiamento condannato dal profeta Malachia e da Gesù con una espressione molto semplice: abuso di potere e uso strumentale della religione. A questo atteggiamento negativo, Gesù contrappone un atteggiamento di umile servizio. Ogni autorità va concepita come servizio. Nessuna autorità deve porsi in modo tale da oscurare il fatto fondamentale che l’unico Signore è il Cristo, che ogni membro della comunità è figlio di Dio, e che tutti tra noi siamo fratelli. Questo è il senso delle parole di Gesù: “Non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste”. L’essere fratelli riunisce tutti, sia chi ascolta sia chi deve predicare e insegnare, nel mutuo ascolto e nell’obbedienza a quanto ha detto l’unico Maestro, l’unica Guida, inviato dall’unico Padre. Fare forza su quello che ci unisce costruisce comunione, quando invece si sottolinea quello che ci distingue: l’essere padri, maestri, guide, causa divisione. Nella Chiesa parliamo di “ministero” e nella società civile coloro che sono preposti al governo si chiamano “ministri”, parole il cui significato è “servizio” e “servitori”, occupazione non di prestigio che umilia gli altri, ma di generosa dedizione che li promuove. Chi ha autorità è al servizio degli altri.

 

Modello supremo di questo atteggiamento di servizio è Gesù, il quale ha detto di sé stesso: “il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). Ciò che distingue il messaggio cristiano e lo rende originale e nuovo, non è l’affermazione dell’autorità. Questa si trova dovunque . Originale invece è la concezione dell’autorità come servizio trasparente e dedizione totale al bene degli altri.  

 

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Wednesday 26 october 2011 3 26 /10 /Ott /2011 05:00

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Il dibattito recente: due “paradigmi”

Sacrosanctum Concilium e Orientalium Ecclesiarum

            Prima di affrontare la situazione attuale, in cui vediamo esposti davanti a noi i frutti delle riforme del concilio Vaticano II, guardiamo un po’ meglio quale sia l’idea di riforma – o quali siano le idee di riforma – in due testi del concilio. Si tratta di un aspetto della riforma liturgica che, sfortunatamente, non è sottoposta a una vera discussione, eccetto nel contesto dell’ecclesiologia delle Chiese orientali cattoliche e dunque, implicitamente, in quello del dialogo teologico tra cattolici e ortodossi.

            Nei testi del concilio Vaticano II si può notare l’esistenza di due tipi diversi di riforma liturgica, che riposano sul doppio uso del concetto di sviluppo/progresso organico. Questa parola viene usata in relazione alla riforma liturgica (la restauratio) in Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla liturgia, e in Orientalium Ecclesiarum, il decreto sulle Chiese orientali cattoliche.

            Sacrosanctum Concilium vuole aprire la strada a un “progresso legittimo” della liturgia, conservando però sempre la santa tradizione. Nella liturgia, infatti, c’è “una parte immutabile, quella che è d’istituzione divina, e delle parti che possono cambiare”. In queste ultime ci possono essere “degli elementi che non corrispondono bene alla natura intima della liturgia stessa”, e persino aspetti che sono diventati “inadatti”. Una riforma dovrebbe cercare di cambiare questi elementi al fine di “restaurare” la liturgia rispettandone la natura intima mentre si cerca l’adattamento. Ma le stesse parti modificabili possono pure cambiare in modo da corrispondere alla natura intima della liturgia. Qui si attua il progresso legittimo. Sempre stando al parere del concilio, una “innovazione” sarà un “progresso legittimo” se “l’unità della Chiesa lo esige in modo vero e certo”, e se “le forme nuove crescono dalle forme già esistenti per uno sviluppo che sia in qualche modo organico” (SC 23). Ciò significa che lo sviluppo della liturgia che trae origine dall’intervento attivo dell’uomo deve essere uno sviluppo che rispetta le leggi proprie della liturgia. L’intervento che può essere chiamato progresso legittimo non deve consistere in una operazione proveniente dall’esterno della liturgia, ma deve comportarsi come uno sviluppo interno.

            Lo stesso principio di sviluppo liturgico che rispetti “un progresso proprio e organico” si trova nel decreto sulle Chiese orientali cattoliche. In relazione con il “ritorno alle tradizioni avite” richiesto dagli orientali, nel caso in cui se ne siano allontanati per via di circostanze di tempo o di persone, il concilio asserisce che “le mutazioni devono venir introdotte” nei riti liturgici legittimi e nella disciplina “solo in ragione del loro proprio progresso organico” (OE 6). Notiamo le differenze tra questo testo e quello della costituzione sulla liturgia. . Infatti, “uno sviluppo che sia in qualche modo organico” di Sacrosanctum Concilium permette di innovare, mentre, nel decreto sulle Chiese orientali cattoliche, il “progresso proprio e organico” regge qualsiasi genere di cambiamento, senza specificare se si tratta di “restauro”, di “progresso”, di “adattamento” o di “innovazione”. Inoltre, in realtà, il “progresso proprio e organico” non è più caratterizzato come “in qualche modo“ organico…

            Il concilio vuol senz’altro dire che i cambiamenti che possono essere fatti nei riti devono trovare la loro origine in questi riti stessi, e non rivelarsi in rottura con la propria tradizione. In qualche modo, il “restauro” (instauratio) si riduce al “ritorno” alla “antica disciplina dei sacramenti in vigore nelle Chiese orientali” e alla “pratica secondo quale vengono celebrati e amministrati” (OE 12): la parola “adattamento”, che in Sacrosanctum Concilium traduceva la forte preoccupazione pastorale, non viene usata in Orientalium Ecclesiarum in rapporto alla liturgia. I cambiamenti e l’adattamento vengono solo tollerati, nella misura in cui “ritornino” alla tradizione. Il “progresso proprio e organico”, invece di riferirsi alla natura della liturgia, si riferisce alla tradizione della quale il rito fa parte. Questa nozione di “tradizione” resta nondimeno assai vaga. Infatti il concilio, che desidera restaurare l’antica disciplina dei sacramenti e la pratica corrispondente, vuole più di un semplice “ritorno” allo spirito della tradizione. Ma la liturgia, che è un organismo vivo in seno a una tradizione viva, subisce modifiche e cambia aspetto e forma attraverso i secoli.

            A che forma si deve tornare: a quella dell’inizio del secolo XX, a quella del secolo XVII, a quella anteriore o posteriore all’iconoclasmo, o a una forma considerata come “primitiva”?  E che  fare allora del “progresso legittimo”, dello “sviluppo organico” che la liturgia ha senz’altro conosciuto nel frattempo? Il Direttorio liturgico per le Chiese orientali cattoliche dirà che “si deve tener conto della modalità di trasmissione di queste tradizioni, adattate alle diverse circostanze e luoghi, ma conservata in una continuità organica coerente”. Questo però risolve il problema solo in parte, dato che continuità e coerenza non sono sempre caratteristiche dell’ “adattamento alle diverse circostanze e luoghi”, tali che certe tradizioni le hanno conosciute attraverso la storia – o, almeno, questi concetti non avevano a quell’epoca il senso che le attribuisce la nostra mentalità contemporanea e occidentale. Rileviamo pure che la parola “adattare” si riferisce alla storia e non al restauro da fare.

            Per riassumere, in questi due testi del concilio le parole “sviluppo” e “progresso organico” sembrano riferirsi a due tipi diversi di “riforma liturgica”. In ambedue i casi la riforma è una questione di adattamento tra antico e nuovo: in termini di adattamento e progresso secondo la tradizione in Sacrosanctum Concilium, e in termini di progresso tramite un ritorno alla tradizione in Orientalium Ecclesiarum. Se, nel primo caso, la preoccupazione pastorale e propriamente liturgica è caratteristica del punto al quale si cerca di arrivare, il secondo testo sembra essere ispirato da una preoccupazione più storico-ecclesiologica che pastorale e liturgica (cf. SC 23; OE 6); più legata alla “sollecitudine per le Chiese orientali” manifestata dal concilio, il quale desidera che “siano fiorenti e compiano con un rinnovato vigore apostolico la loro missione” (OE, Preambolo), che con il bene e i bisogni concreti dei fedeli di queste Chiese.

 

Fonte: Thomas Pott, L’idea di riforma nel dibattito recente, in “Vita Monastica”  65  (2011) n. 248, pp. 177-180 (l’intero articolo va dalla p. 160 alla p. 190).

 

 

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Monday 24 october 2011 1 24 /10 /Ott /2011 05:00

Liturgia-arte-e-mestiere.jpg

“Nudum Christum sequi”

 

Mentre Israele ha il tempio e i greci gli idoli, il cristianesimo manifesta fin dalla nascita la sua nudità. Nudità della mangiatoia, nudità della croce. Nudità di una liturgia che è inaugurata nella mangiatoia così come sulla croce. Nel nuovo culto, tutto è a cielo aperto: “Andate e ammaestrate tutte le genti” (Mt 28,19): tutto è portatile, o piuttosto non si porta nulla con sé (cf. Lc 10,4); tutto è dappertutto: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre” (Gv 4,21). Itineranza, economia dei mezzi, ubiquità. Il culto “in spirito e verità” (Gv 4,24), il “culto spirituale” (loghikè latréia: Rm 12,1) in cui l’uomo offre se stesso nel modo più semplice, nell’esemplare nudità di Cristo (cf. Eb 5,7), ha mandato in frantumi il pesante armamento dell’antico culto sacrificale. Al termine di un processo avviato al ritorno dall’esilio e rafforzato dalla liturgia sinagogale, in cui la Parola è la prima e sola materia sacrificale, il nuovo culto non ha più utensili. Ed è a una comunità giudaica, recentemente convertita alla nuova fede e nostalgica dei fasti dell’antico tempio, che l’autore della Lettera agli Ebrei si rivolge per consolarla, proponendole un ideale immateriale: “Voi non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile” (Eb 12,18). Non c’è alcun dubbio – ed è un fatto di un’estrema forza discriminante – che il tempio, come impresa materiale con il suo perimetro commerciale (cf. Gv 2,16), sia al centro della “rivoluzione cultuale” inaugurata dal rabbi di Nazaret, al centro, di conseguenza, del processo politico-religioso che si concluderà nella sua condanna. La critica radicale del culto esteriore aveva le sue radici, del resto, nella predicazione profetica stessa (Isaia, Osea, Geremia) ma alla soglia dell’era cristiana essa trova un sostegno, questa volta venuto dal mondo pagano, nell’esaltazione crescente della razionalità pura, del loghikòn, da parte del pensiero greco, neoplatonico e stoico. L’esegesi neotestamentaria ha riconosciuto facilmente un leitmotiv della predicazione propriamente “ellenistica” nella vivace diatriba di Stefano contro il tempio: “L’Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano di uomo” (At 7,48). Dichiarazione che troviamo, quasi identica, nelle parole di Paolo che parla davanti all’areopago di Atene (cf. At 17,24); e questa è una coincidenza significativa.

            In violento contrasto con le minuziose descrizioni cultuali dell’Antico Testamento (Es 25; 1Re 5-9; Sir 50; Ez 40-48), assai emblematiche dal punto di vista della concezione dell’arte sacra, il silenzio del Nuovo Testamento in questo ambito, eccezion fatta per l’Apocalisse, costituisce una provocazione non solo per l’elaborazione di un’arte liturgica cristiana, ma anche per il suo semplice emergere. Nonostante ciò, quest’arte nacque e si sviluppò, e sarebbe superfluo volerne dimostrare la fecondità e la varietà di espressioni, che non si sono mai smentite. Il fatto estetico cristiano da un lato – di cui la liturgia rimane, in ciò che essa ha di più concreto, il grande luogo di espressione e, per così dire, di “appuntamento” – e la concezione estetica cristiana dall’altro, elaborata a partire da questo fatto, hanno delle buone spiegazioni, nonostante il paradosso che abbiamo evidenziato poc’anzi, e riposano su buoni fondamenti. Diciamo subito che, in radice, non ci può essere qui, come in qualsiasi altro campo del cristianesimo, che un solo fondamento, e questo è Cristo stesso (cf. 1Cor 3,11). E’ a Cristo che dobbiamo chiedere la spiegazione dell’arte: l’abbiamo già suggerito molte volte. Ma il fondamento cristologico è solidale con altri due fondamenti che, in realtà, fanno tutt’uno con esso: la possibilità e la legittimità di un’arte liturgica cristiana poggiano allo stesso tempo su una cosmologia, una cristologia e un’ecclesiologia.

 

(Fonte: F. Cassingena – Trévedy, La liturgia arte e mestiere, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011, pp. 156-158)

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Saturday 22 october 2011 6 22 /10 /Ott /2011 05:00

Gesù

                                                     Ti amo, Signore, mia forza

  

Prima lettura: Es 22,20-26

Salmo responsoriale: dal Sal 17 (18)

Seconda lettura: 1Ts 1,5c-10

Vangelo: Mt 22,34-40

 

Il salmo responsoriale odierno è formato da tre versetti del Sal 17 (vv. 3-4.47), che è un lungo inno di ringraziamento per la salvezza e la vittoria, e di cui l’autore è quasi certamente il re Davide. Non fu difficile per Israele far sua la preghiera del proprio re nelle celebrazioni liturgiche, perché la storia personale di lui era, in certo modo, espressione del popolo e della sua storia e un richiamo agli innumerevoli e prodigiosi interventi di Dio nel corso della medesima. Questo salmo può esprimere la preghiera di tutti gli emarginati. Essi trovano ascolto presso Dio. Riprendendo anche noi il Sal 17, ringraziamo il Signore che ci segue con il suo volto di amore e di misericordia, vive in noi e agisce misteriosamente con la potenza dello Spirito.

Se vogliamo sintetizzare le prescrizioni del brano dell’Esodo, riportate dalla prima lettura,  possiamo dire che Dio si prende cura con molto amore e tenerezza del povero e del debole ed ascolta i loro giusti lamenti. Ecco perché il Signore condanna lo sfruttamento e l’oppressione delle persone deboli e indifese, e ricorda che il valore della persona è sempre superiore alle cose. Non siamo in presenza di una semplice filantropia intra-comunitaria, il riferimento a Dio trasferisce l’impegno sociale nell’ambito di un gesto religioso e cultuale: “Chi opprime il povero offende il suo Creatore, chi ha pietà del misero lo onora” (Pr 14,31).

Nel brano del vangelo d’oggi alla domanda di un dottore della legge su quali sia il più grande comandamento della legge, Gesù risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore...” Ma aggiunge subito dopo : “Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. E conclude affermando che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. Gesù parla quindi dell’amore come dimensione globale dell’esistenza, di un amore che abbraccia appunto tutta l’esistenza ed è proiettato in modo inseparabile verso Dio e verso i nostri simili. Questa unità dei due comandamenti non comporta certamente la loro totale identificazione, ma significa che essi sono intrinsecamente associati e interconnessi. Noi siamo tentati di scindere le due cose, dando talvolta il primato a Dio e trascurando il prossimo. Il messaggio evangelico invece ci invita a coniugare i due amori, anzi ad unirli in modo che diventino una medesima esperienza di vita. L’esperienza dell’amore di Dio deve passare attraverso l’amore dell’uomo, e viceversa. Questa sintesi è la vera novità cristiana in rapporto al messaggio dell’Antico Testamento. Per il cristianesimo la legge dell’amore diventa la suprema norma a cui tutto va orientato e da cui tutto si fa dipendere.

Se Dio ama l’uomo, chiunque voglia amare Dio deve collocarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, deve amare anche l’uomo. D’altra parte, come l’uomo è unitario, così le sue scelte di fede e di amore devono essere realtà unitarie. Sulla stessa linea, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che accogliere la parola di Dio significa abbandonare ogni idolatria per diventare seguaci, imitatori di Cristo e testimoni della sua carità.

 

L’eucaristia a cui partecipiamo è memoriale del sacrificio di Cristo, ed è quindi segno concreto ed espressivo nel segno sacramentale di un Dio che ci ama: “Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo” (antifona alla comunione - Ef 5,2).

 

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Wednesday 19 october 2011 3 19 /10 /Ott /2011 05:00

 

Mani giunte

Nulla è senza ambiguità, e non lo è neppure questo “ritorno al corpo”, sia nella riflessione teologica, sia nell’azione pastorale. Perché un movimento del genere può anche significare ripiegamento ritualistico e identitario contro l’insicurezza provocata, nella Chiesa cattolica come altrove, dall’attuale mutamento culturale. C’è da sperare che non sia così. Da un lato è richiesta dunque la vigilanza a questo riguardo, ma dall’altro non si deve temere un tale movimento, per le ragioni suddette, che sono sia teologiche che filosofiche.

 

I cristiani non hanno la circoncisione né i molteplici obblighi rituali (concernenti il cibo, il vestito, eccetera) degli ebrei o delle altre religioni… Tali obblighi  -c’è bisogno di ricordarlo?- non sono necessariamente alienanti: ci può anche essere un’autentica “mistica” in un certo modo di abitare la “lettera” e di rispettare i riti; i nostri monaci cristiani, al seguito della Regola di Benedetto, lo sanno bene. Ma fortunatamente Cristo ci ha liberati da ciò che rischia di fare schermo al comandamento dell’amore, che è “pienezza della Legge” (Rm 13,10). Resta sempre attuale la parola di Paolo: “Il regno di Dio non è [questione di] cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito santo” (Rm 14,17).

 

Tuttavia, nell’attuale congiuntura di sbriciolamento delle memorie collettive e di fabbricazione delle identità in “rete” e quasi su misura, i cristiani devono certamente preoccuparsi più che negli ultimi decenni dei loro riferimenti identitari. In ogni caso, la riscoperta del “corpo” nel generare alla vita cristiana e nell’alimentarla, attraverso una migliore osmosi con l’insieme della comunità cristiana; una “marcatura” iniziatica più visibile (segno della croce, individuazione di oggetti, luoghi e funzioni nella messa…); una pedagogia mistagogica maggiormente basata sulle celebrazioni sacramentali e sui momenti forti dell’anno liturgico; delle celebrazioni liturgiche più differenziate, fin nel colore delle vesti del presbitero (il sacramento del perdono non è la messa); una ritualizzazione più ferma, senza essere rigida; tutto ciò sembra davvero corrispondere a un’attesa. Sì, i tempi sono cambiati: anche solo alcuni decenni fa non era così! Non si tratta però da scegliere tra il “corpo” (o l’ “istituzione”) e lo “Spirito”, ma di chiedersi se davvero ci si premura di far sì che, in ogni caso, il primo sia realmente abitato dal secondo.

 

L.-M. Chauvet, L’umanità dei sacramenti, Qiqajon, Bose 2010, 105-106.

Di Romanus - Pubblicato in : Spiritualità liturgica - Community : Riscopriamo la liturgia
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Monday 17 october 2011 1 17 /10 /Ott /2011 05:00

Ricevo dal Prof. Andrea Grillo:

 

Focene-2.jpgMessa senza e con il popolo, messa letta e messa cantata (grazie a Alessandro Germano)

 

Caro Matias,

 

in un recente mio intervento, ripreso dal tuo blog, facevo riferimento alle categorie  di “messa con il popolo” e di “messa senza il popolo”. Ho ricevuto, da un acuto lettore (Alessandro Germano), alcune precisazioni che meritano di essere conosciute e penso possano contribuire a chiarire diverse prospettive e indebite sovrapposizioni. Allego qui sotto le osservazioni, che merita conoscere.

 

“...Lei tuttavia fa un piccolo errore, quando imputa al motu proprio il ricorso alle categorie tridentine di “messa con il popolo” e di “messa senza il popolo”. Sono categorie introdotte dall' IGMR del 1970, che non esistono nel rito tridentino. Il rito tridentino conosce solo la messa letta e la messa cantata, come uniche due categorie. A sua volta, la messa cantata tipica sarebbe quella con i ministri, detta solenne o in terza, cui si aggiunge la riduzione della messa cantata dal solo sacerdote. Poi a seconda che il celebrante sia vescovo (o con l'uso di pontificali) o sacerdote, la messa cantata può avere la forma pontificale oppure no. Il popolo non ha rilevanza al fine di determinare il tipo di celebrazione. Il criterio di utilizzare il popolo per determinare la tipologia del rito, è evidentemente conseguente al principio della partecipazione attiva, e quindi postconciliare. Per cui la messa senza il popolo (nell'edizione tipica del 1970) aveva una struttura lievemente differente a quella della messa con il popolo, venendo a mancare la possibilità di una interazione con l'assemblea (quindi ad esempio, non potendosi fare il canto d'ingresso come introduzione corale, e l'atto penitenziale come celebrazione comunitaria, nella messa senza il popolo si seguiva lo schema vecchio: il prete si confessa per conto suo e poi salendo all'altare legge l'introito sul libro). Conseguentemente, e anche conformemente ai principi stabiliti dal concilio, erano raccomandate le messe con il popolo, e un po' osteggiate quelle senza il popolo, poiché prive della partecipazione attiva dell'assemblea e del raggiungimento del fine comunicativo della liturgia, come segno efficace.

 

Semmai la differenza sta nel passaggio dalla VI alla VII edizione tipica del rito tridentino. Nel rito del 1962 (VII), si sostituisce (a mio giudizio erroneamente) il concetto di messa letta, con quello di “messa privata”. Quasi a voler significare che “privata” indichi una forma più raccolta e discreta di celebrazione, anziché come è sempre stato, l'intenzione per cui la messa è celebrata (pro populo, secondo le intenzioni imperate dall'ordinario, secondo l'intenzione privata del celebrante, ecc.). Vero è che generalmente la messa solenne cantata, era la funzione principale parrocchiale, quella pro populo, mentre le messe lette feriali o le altre messe lette domenicali erano private. Però non esiste un nesso di causalità tra la messa letta e la messa privata, tale da rendere i due termini sinonimi. Si è però ingenerata la confusione che una messa possa essere “privata”, nel senso di un atto puramente individuale del sacerdote, svincolato da una dimensione ecclesiale. Il concilio risponde ribadendo il carattere pubblico della liturgia, come celebrazione di tutta la chiesa, anche laddove agisca visibilmente il solo ministro, ma va anche detto che questo lo si sapeva anche prima. Sebbene si sia anche abusato della celebrazione “solitaria” della messa, va anche detto che in alcuni casi essa era istituzionalizzata (ad esempio nel caso delle forme di eremitismo, la messa in rito certosino, ecc.), ma sempre considerata azione di tutta la chiesa, di Cristo sacerdote e del suo corpo mistico partecipante.

 

Piuttosto va considerato il fatto che l'utilizzo di categorie tipiche del messale moderno, all'uso tridentino, ingenera ancora più confusione e ancora più perplessità. Si afferma che la messa tridentina senza il popolo può essere detta sempre, e che alla messa senza il popolo può anche partecipare il popolo...”

 

Di Romanus - Pubblicato in : Eucaristia - Community : Riscopriamo la liturgia
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La celebrazione

 

Bose.jpg


La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende presente all’uomo

Concili e Padri

Decreti Concilii
La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)


La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

 

     
 

    Paolo-VI.jpg

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Libri ed eventi


   scansione0001

Goffredo Boselli, Il senso spirituale della liturgia (Prefazione di Paul De Clerck), Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 237 pp.

Il futuro del cristianesimo in occidente dipende in larga misura dalla capacità che la Chiesa avrà di fare della sua liturgia la fonte della vita spirituale dei credenti.  Ma i credenti oggi vivono della liturgia che celebrano? Solo se vivono della liturgia, infatti, essi potranno attingere da essa quelle energie spirituale essenziali per il nutrimento della loro vita di fede. Questo libro si propone come guida per accedere al senso spirituale che abita la liturgia, così che ogni comunità e ciascun cristiano possa viverla, comprenderla, interiorizzarla.

 

 

 

 

 

Besançon La Messa per tutti

Jean-Noël Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011. 151 pp.

La riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’Eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “Messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. Per spiegare l’evoluzione della liturgia eucaristica nella storia, l’autore ci dimostra, con intento pastorale e basandosi sulla propria esperienza, come la riforma del concilio Vaticano II torni alla più antica tradizione della Chiesa e permetta così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen”. Davvero la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa!

 

 

 

 

   Evangeliario

L’Evangeliario nella storia e nella liturgia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2011.

 

Come procedere alla realizzazione di un evangeliario di indubitabile qualità artistica e del tutto conveniente all’uso liturgico? Tale interrogativo, che la diocesi di Milano ha voluto affrontare al fine di realizzare un nuovo evangeliario per la chiesa ambrosiana, è al cuore degli interventi pubblicati nel presente volume, contributi concernenti aspetti liturgici e artistici, nonché esempi di recenti realizzazioni, arricchiti da una riflessione sulle radici bibliche della lettura pubblica della Parola e da uno studio sull’uso liturgico dell’evangeliario.

 

Interventi di: V. Ascani, E. Bianchi, E. Borsotti, F.G. Brambilla, J. Cottin, A. Dall’Asta, M.-J. Mondzain, P. Prétot, G. Ravasi, D. Tettamanzi, C. Valenziano.

 

 

 

   

50°

“Veterum Sapientia”

Convegno

della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche

dell’Università Pontificia Salesiana

Roma, 23 febbraio 2012

 

Il 22 febbraio 1962 il beato Giovanni XXIII firmava la Costituzione apostolica

Veterum Sapientia sullo studio e l’uso del latino. In essa, tra l’altro, si auspicava l’erezione di un Academicum Latinitatis Institutum che sarà poi istituito da Paolo VI

con la Lettera apostolica Studia Latinitatis emanata il 22 febbraio 1964.

Nello stesso documento Paolo VI affidava alla Società Salesiana il compito

di «promuovere la prosperità dell’Istituto».

Nel 50° della Costituzione apostolica, il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

intende ripercorrere alcuni elementi significativi di tale storia per cogliere il senso di

tale missione e soprattutto per rispondere alle sfide che oggi, a livello di impegno culturale, pone lo studio delle lingue classiche (latino e greco).

Il Convegno si colloca nella serie degli appuntamenti annuali che l’Institutum

realizza allo scopo di continuare ad evidenziare il ruolo della cultura classica

nel contesto e a servizio delle culture odierne e delle realtà ecclesiali.

 

Programma

Ore 09,00

Presiede S.E. il Card. Zenon GROCHOLEWSKI

Laudes matutinae

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Saluti

Carlo NANNI,

Rettore Magnifico dell’Università Salesiana

Card. Zenon GROCHOLEWSKI,

Patrono del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

 

INTRODUZIONE

Manlio SODI,

Preside della Facoltà

 

RELAZIONI

Il latino come arma, il latino come patrimonio.

Attorno alla Costituzione apostolica “Veterum Sapientia”

e alla vigilia del Vaticano II

Alberto MELLONI, Università di Modena

“Sapientia”: il sapore della verità

Remo BRACCHI, Università Salesiana

Dibattito – Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Il latino e la cultura cinese

Michele FERRERO, Pechino

Beijing Foreign University

La cultura latina nel contesto anglosassone

Mark CLARK, USA

Christendom College

Dibattito

 

PRESENTAZIONE dei primi volumi della collana

“Veterum et Coaevorum Sapientia” (VCS), Edizioni LAS

Penelope FILACCHIONE, Università Salesiana

Intermezzo musicale

ore 13,00 - Buffet

 

ore 15,00 - RELAZIONI

Importanza del latino nella formazione

e nella vita del clero

Mons. Celso MORGA IRUZUBIETA,

Segretario della Congregazione del Clero

Tra “sapientia veterum” e “cultura hodierna”:

il valore linguistico del patrimonio della tradizione

Tullio DE MAURO, già Ministro della Pubblica Istruzione

Dibattito - Intervallo

 

COMUNICAZIONI

Metodologie di apprendimento delle lingue classiche

Luigi MIRAGLIA, Vivarium Novum, Roma

Quale impegno lessicale

per l’attuazione della “Veterum Sapientia”

Mauro PISINI, Università Salesiana

Dibattito

Intermezzo musicale

 

Ore 18,00 : CONCLUSIONI

Roberto SPATARO, Università Salesiana

Vesperum

Coord. Miran SAJOVIC, Università Salesiana

Università Pontificia Salesiana Pontificium Institutum Altioris Latinitatis

Piazza Ateneo Salesiano 1— 00139 Roma

Tel. 06 872901 - Fax 06 87290397

www.unisal.it - segreteria.lettere@unisal.it

 

 

         


 

 
       


 
 

    

Riviste

                     RL 6,2011    

Rivista Liturgica n. 6 (2011)

            "Ars celebrandi"    

 

 

R. Cecolin, Adorare in spirito e verità: non contro, ma verso il rito

L. Girardi, Celebrare con i libri liturgici: arte e stile

F.M. Arocena, Il linguaggio simbolico della liturgia

+ P. Marini, Il Caerimoniale e il Maestro della celebrazione

A. Żądło, Il concetto di partecipazione alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II

M. Augé, Quale solennità?

G.P. Caliari, Domine doce nos orare et celebrare. L’arte del Maestro delle celebrazioni liturgiche

F. Nasini, Ars celebrandi e didascalizzazione della liturgia

C.A. Fontana, Orazio Casati cerimoniere del cardinale Federico Borromeo

Z.G. Chiaramonte, Il “Messale” de Gjon Buzuku (1555). Un hapax in lingua albanese tra riforma, controriforma e islam

P. Sorci, La liturgia del Messale di Buzuku. Nota aggiuntiva

A. Ivorra, Il linguaggio del Messale ispano-mozarabico

S. Vacca, Chiesa e liturgia in età romana. Il “Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesiae”

 

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