Ieri, 30 luglio, g. Nicola Lentini è intervenuto più volte nel mio blog e lo ha fatto, pur non condividendo in tutto le mie opinioni, in modo gentile che apprezzo. Dai suoi interventi prendo un brano al quale, lo riconosco, non ho dato una risposta:
“…In questi tempi in cui le immagini e i gesti valgono più di mille insegnamenti, nessuno, che con altrettanta insistenza si domandi quale sia ai nostri giorni
il modo più adatto per fare la Comunione: in ginocchio e sulla lingua come è la prassi “moderna” seguita negli ultimi secoli (col la sua profonda valenza catechetica) o in piedi e sulle mani come
avveniva in certe epoche antiche (coi rischi che tale uso comporta sia nell’affievolimento fino all’indifferenza del rispetto dovuto al gran Mistero, sia nella perdita di frammenti, sia nel
rischio enorme che si trafughino Sacre Particole per atti sacrileghi)! Tutti impegnati unicamente a giustificare con richiami antichi la prassi attuale della Comunione in mano. Ma è all’oggi
della Chiesa che dobbiamo pensare e restare fedeli: è a custodire ed irrobustire la fede dei cristiani di oggi che dobbiamo occuparci. E il voler riproporre oggi certi usi che gli stessi
cristiani, indubitabilmente, praticavano in certe epoche passate può causare, e di fatto causa, più un indebolimento della fede che un suo irrobustimento”.
E’ vero che ho sorvolato nella mia risposta su queste osservazioni del Lentini. In parte, perché su questi temi mi sono pronunciato altre volte, e poi perché conosco la posizione della parte opposta… Cercando ora di dare una qualche risposta, vorrei partire da lontano: Io sono convinto che il denunciato malessere liturgico non trova rimedio ritornando, in parte o in tutto, alla ritualità di quarant’anni fa, anche perché credo che non sia la riforma di Paolo VI la causa di questo malessere. Le cause sono molteplici: l’ignoranza religiosa, la perdita progressiva della fede, un individualismo ad oltranza, la minore incisività del Magistero della Chiesa tra i fedeli, la mancanza di sorveglianza dei vescovi, il rilassamento della disciplina ecclesiastica, ecc.
Pensando e ripensando su questa situazione, sono del parere che è mancata anzitutto – e manca tuttora – una formazione liturgica adeguata. Dopo il Vaticano II abbiamo fatto bei discorsi sulla liturgia (ed era giusto farli), ma forse abbiamo trascurato di sottolineare, tra l’altro, l’importanza della ritualità attraverso cui la liturgia si esprime in tutta la sua bellezza. L’esperienza insegna che anche alcuni (o forse parecchi) sacerdoti considerano il rito come qualcosa di irrilevante, e, di conseguenza, si permettono di gestire la celebrazione con una certa libertà.
La liturgia di Paolo VI, ha anche una sua ricchezza rituale che, se conosciuta e gestita in modo conforme al dettato dei libri liturgici, può nutrire in modo soddisfacente la vita spirituale e sacramentale delle nostre comunità. Bisognerebbe intraprendere un nuovo Movimento o Apostolato liturgico per formare i sacerdoti ed i laici ad una miglior conoscenza della liturgia e ad una sua celebrazione più attenta e rispettosa del rito della Chiesa.
C’è stato in questi giorni – come testimonia il testo di Lentini riportato sopra – l’ennesimo dibattito sulla comunione in piedi o in ginocchio, data in bocca o sulle palme delle mani. Le norme attuali permettono queste diverse modalità, ed è importante che ogni fedele possa liberamente scegliere quella modalità che è più confacente alla sua sensibilità spirituale, e quindi è anche importante che la disposizione dello spazio celebrativo si adegui a queste diverse possibilità. Non mi sembra perciò giusto criticare (come si fa talvolta in alcuni blog) coloro che scelgono di comunicarsi in piedi e sulla mano, dato che questo modo di comunicarsi (non perché è antico…) ha un suo senso e una sua ritualità adeguata, che esprime, da una parte la dimensione escatologica (la processione) e quella pasquale (in piedi) nonché l’adorazione dato che l’Ordinamento generale del Messale Romano (n. 160) prevede che colui che si comunica in piedi, deve, prima di ricevere la comunione, fare “la debita riverenza”. Bisogna formare i fedeli a compiere tutti questi gesti con conoscenza del loro significato e con il dovuto rispetto.
Mi permetto quindi di dissentire da Lentini nel giudicare la comunione in piedi e sulla mano come una modalità che “può causare, e di fatto causa, più un indebolimento della fede che un suo irrobustimento”.
Matias Augé

La celebrazione liturgica non è tanto una azione che parte dall’uomo verso Dio, quanto piuttosto un momento dell’azione salvifica di Dio che si rivela e si rende
presente all’uomo

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più
utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)
La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)
Matias Augé
L’Anno liturgico. E’ Cristo presente nella sua Chiesa (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica 56), Libreria Editrice Vaticana 2009, pp. 320. € 19
Sull’Anno liturgico c’è una produzione letteraria piuttosto abbondante. Quest’opera vi si colloca con una sua originalità, in quanto che nella trattazione si intende privilegiare la dimensione teologica nonché quella spirituale.
“Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza”. Questo annuncio, fatto nel giorno dell’Epifania, indica in modo semplice e immediato il senso e il valore dell’Anno liturgico: “ricordare” e “vivere”. Come dice Sacrosanctum Concilium, al n. 102, “La santa madre Chiesa considera suo dovere celebrare con sacra memoria, in determinati giorni nel corso dell’anno, l’opera salvifica del suo Sposo divino”. Il tempo salvifico dell’Anno liturgico ha quindi un essenziale riferimento alla Chiesa, è per la Chiesa. Il mistero di Cristo celebrato deve diventare “fonte di vita per la Chiesa”.
Con parole pregnanti Pio XII nella sua Enciclica Mediator Dei, ha affermato che “l’Anno liturgico è Cristo stesso, presente nella sua Chiesa”. Le celebrazioni annuali della Chiesa si presentano organizzate come celebrazione annuale del mistero/misteri di Cristo, e delle memorie della Madonna, e dei Santi che di questo mistero sono concreta realizzazione.
(In libreria)
The Liturgical year
Is Christ himself, present in his Church
There is a rather abundant amount of literature on the Liturgical year. This work stands out for its originality, since in dealing with the subject matter, it gives special attention to the theological as well as the spiritual dimension.
"In the rhythms and events of the day we remember and live the mysteries of salvation." This announcement, made on the day of Epiphany, indicates in a simple and direct manner the sense and the value of the liturgical year: "to remember" and "to live". As stated in Sacrosanctum Concilium, n. 102, "Holy Mother Church is conscious that she must celebrate the saving work of her divine Spouse by devoutly recalling it on certain days throughout the course of the year”. The salvific time of the liturgical year has therefore an essential reference to the Church and for the Church. The mystery of Christ celebrated must become a "source of life for the Church."
In words pregnant with meaning, Pius XII in his encyclical Mediator Dei, said that "the liturgical year is Christ himself, present in his Church." The yearly celebrations of the Church are organized as an annual celebration of the mystery / mysteries of Christ, and memorials of the Virgin Mary and of the saints who are concrete realizations of this mystery.

Simposio
LA TRADIZIONE LITURGICA
DELLA CHIESA DI ROMA
A 40 ANNI DAL “MISSALE ROMANUM” DI PAOLO VI
E A 440 DAL “MISSALE ROMANUM” DI PIO V
TRA TEOLOGIA ED ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’
25-26 marzo 2010
Roma
Istituto Salesiano “S. Cuore”
Via Marsala, 42
Giovedì 25 marzo – ore 15,30-19-30
Presentazione (S.E. Mons. Felice Di Molfetta)
Introduzione (Manlio Sodi)
I Relazione: La sacramentalità dell’annuncio della Parola di Dio nella celebrazione (Félix M. Arocena) – Dibattito
II Relazione: Il Messale Romano di Paolo VI e di Giovanni Paolo II: sviluppo nella continuità (Matias Augé) – Dibattito
III Relazione: Il sacerdozio comune si manifesta e si realizza in pienezza nell’assemblea che celebra (Pietro Sorci) – Dibattito
Celebrazione dei II Vespri dell’Annunciazione nella rinnovata basilica del S. Cuore a Castro Pretorio (presiede Mons. Felice Di Molfetta)
Buffet
Venerdì 26 marzo – ore 9,00-13,00
Ore 8,00 – Concelebrazione eucaristica nella basilica del S. Cuore (presiede Mons. Luca Brandolini)
IV Relazione: Le traduzioni liturgiche a servizio di un’ermeneutica della celebrazione del mistero (Goffredo Boselli) – Dibattito
V Relazione: Dal Missale e dal Lectionarium una pedagogia della storia della salvezza (S.E. Mons. Luca Brandolini) – Dibattito
Intervallo
VI Relazione: Il linguaggio rituale a servizio della dimensione teologica e antropologica del mistero celebrato (Giorgio Bonaccorso) – Dibattito
Conclusione (Manlio Sodi)
Prospettive (S.E. Mons. Piero Marini)
Buffet
* Quota di iscrizione: € 50,00 (da versare all’inizio del Simposio) comprensiva della cartella con i materiali del Simposio, della logistica e dei due buffet.
* Prenotazione obbligatoria al seguente indirizzo: rivlit@santantonio.org entro il 7 marzo 2010.