Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Thursday 13 september 2012 4 13 /09 /Set /2012 05:00

Summorum Pontificum

Domani ricorre il quinto anniversario dall’entrata in vigore del Motu proprio “Summorum Pontificum”. In questa occasione, vorrei rispondere ad alcune domande che mi sono state rivolte più volte sulla possibilità o meno di inserire nella celebrazione della liturgia romana celebrata secondo la forma straordinaria, elementi presenti nella forma ordinaria, così, ad esempio, la concelebrazione dell’Eucaristia, la Comunione sotto le due specie, e altri elementi ancora. In favore di questa possibilità, si ricorda talvolta il principio secondo cui in “favorabilia” si deve applicare la norma in maniera estensiva. Come detto sopra, si cita, ad esempio, la concelebrazione eucaristica e la comunione sotto le due specie, del cui ripristino parla “Sacrosanctum Concilium”. E perché non estendere questo criterio, mi domando, ad altri elementi della Costituzione liturgica che hanno trovato attuazione nella riforma postconciliare: maggior uso della lingua parlata, maggior uso della Scrittura, ecc.? E mi domando, poi, chi giudica che si tratta di elementi “favoribilia”? Ci sono, ad esempio, per quanto riguarda la concelebrazione, dei gruppi che hanno criticato duramente questa novità (così i Lefebvriani). La Lettera del Papa che accompagna “Summorum Pontificum” parla della introduzione nel Messale (e nel Breviario) della forma straordinaria di alcuni nuovi santi e anche di alcuni nuovi prefazi. Sono passati cinque anni e, nonostante i lavori della commissione creata ad hoc, non si è riuscito a fare nulla. Non è facile questo tipo di operazione: con quale criterio si introducono i nuovi santi, in quali giorni e con quali testi sia nel Messale che nel Breviario? D’altra parte, una simile operazione obbligherebbe alla pubblicazione di un nuovo Messale del 1962, che non sarebbe più quello di Giovanni XXIII, ma quello di Benedetto XVI. Sarebbe, in qualche modo, un “superamento” del “Summorum Pontificum” che parla sempre per la forma straordinaria del Messale di Giovanni XXIII…

 

Nei blog tradizionalisti si è parlato frequentemente e duramente contro una liturgia chiamata “ibrida”, fatta con elementi presi dalla forma ordinaria (e viceversa). Credo che il vicendevole arricchimento tra le due forme voluto da Benedetto XVI, debba intendersi ad un livello diverso. Parlando con la terminologia (e mentalità) comune in molti ambienti: la celebrazione col Novus Ordo dovrebbe acquisire un ambiente più sacrale; il Vetus Ordo dovrebbe celebrarsi con più attenzione alla partecipazione dei fedeli…, e via dicendo. O, con parole di Benedetto XVI nella Lettera sopracitata: “Le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione ‘Ecclesia Dei’ in contatto con i diversi enti dedicati all’ ‘usus antiquior’ studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale”.

 

Le due forme del rito romano non sono due menù con piatti intercambiabili; si sceglie un menù o si sceglie l’altro. Le due forme del rito romano sono “legate” ai rispettivi libri liturgici, come si evince da quanto afferma “Summorum Pontificum”. Nessun privato, sacerdote o laico è autorizzato a fare dei cambiamenti nei libri liturgici.

 

M. Augé

 

 

Di Romanus - Pubblicato in : Questioni attuali - Community : Riscopriamo la liturgia
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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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