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13 settembre 2012 4 13 /09 /settembre /2012 04:00

Summorum Pontificum

Domani ricorre il quinto anniversario dall’entrata in vigore del Motu proprio “Summorum Pontificum”. In questa occasione, vorrei rispondere ad alcune domande che mi sono state rivolte più volte sulla possibilità o meno di inserire nella celebrazione della liturgia romana celebrata secondo la forma straordinaria, elementi presenti nella forma ordinaria, così, ad esempio, la concelebrazione dell’Eucaristia, la Comunione sotto le due specie, e altri elementi ancora. In favore di questa possibilità, si ricorda talvolta il principio secondo cui in “favorabilia” si deve applicare la norma in maniera estensiva. Come detto sopra, si cita, ad esempio, la concelebrazione eucaristica e la comunione sotto le due specie, del cui ripristino parla “Sacrosanctum Concilium”. E perché non estendere questo criterio, mi domando, ad altri elementi della Costituzione liturgica che hanno trovato attuazione nella riforma postconciliare: maggior uso della lingua parlata, maggior uso della Scrittura, ecc.? E mi domando, poi, chi giudica che si tratta di elementi “favoribilia”? Ci sono, ad esempio, per quanto riguarda la concelebrazione, dei gruppi che hanno criticato duramente questa novità (così i Lefebvriani). La Lettera del Papa che accompagna “Summorum Pontificum” parla della introduzione nel Messale (e nel Breviario) della forma straordinaria di alcuni nuovi santi e anche di alcuni nuovi prefazi. Sono passati cinque anni e, nonostante i lavori della commissione creata ad hoc, non si è riuscito a fare nulla. Non è facile questo tipo di operazione: con quale criterio si introducono i nuovi santi, in quali giorni e con quali testi sia nel Messale che nel Breviario? D’altra parte, una simile operazione obbligherebbe alla pubblicazione di un nuovo Messale del 1962, che non sarebbe più quello di Giovanni XXIII, ma quello di Benedetto XVI. Sarebbe, in qualche modo, un “superamento” del “Summorum Pontificum” che parla sempre per la forma straordinaria del Messale di Giovanni XXIII…

 

Nei blog tradizionalisti si è parlato frequentemente e duramente contro una liturgia chiamata “ibrida”, fatta con elementi presi dalla forma ordinaria (e viceversa). Credo che il vicendevole arricchimento tra le due forme voluto da Benedetto XVI, debba intendersi ad un livello diverso. Parlando con la terminologia (e mentalità) comune in molti ambienti: la celebrazione col Novus Ordo dovrebbe acquisire un ambiente più sacrale; il Vetus Ordo dovrebbe celebrarsi con più attenzione alla partecipazione dei fedeli…, e via dicendo. O, con parole di Benedetto XVI nella Lettera sopracitata: “Le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione ‘Ecclesia Dei’ in contatto con i diversi enti dedicati all’ ‘usus antiquior’ studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale”.

 

Le due forme del rito romano non sono due menù con piatti intercambiabili; si sceglie un menù o si sceglie l’altro. Le due forme del rito romano sono “legate” ai rispettivi libri liturgici, come si evince da quanto afferma “Summorum Pontificum”. Nessun privato, sacerdote o laico è autorizzato a fare dei cambiamenti nei libri liturgici.

 

M. Augé

 

 

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Published by Romanus - in Questioni attuali
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commenti

Angelo 09/18/2012 11:39

Paolo VI secondo i maltesi

http://pro-tridentina-malta.blogspot.com/2012/05/paolo-vi-e-la-lingua-latina.html

peppone 09/17/2012 15:57

Piccola esperienza personale: sabato scorso ho assistito al matrimonio di un mio amico organista in una bellissima chiesa di paese. Altare versum Deum con parecchi fiori e candelieri ma molto fine
e ordinato. Cinque sacerdoti, solo uno ha celebrato (in pianeta), gli altri hanno assistito in cotta e stola. Messa novus ordo tutta in italiano, la corale ha eseguito come proprio dei mottetti in
italiano (molto belli), come ordinario la Missa de Angelis. Il celebrante ha cantato tutte le parti cantabili e ha usato il Canone Romano. Insomma, tutto molto bello, ordinato, solenne e... novus
ordo! Piccola annotazione personale: quando il celebrante si è recato all'altare per l'offertorio e la consacrazione, ho provato a immaginarmi la sua posizione "di spalle" vista come "tutti
orientati dalla stessa parte" ma, ahimè, non ci sono riuscito. Io che pure ho servito messa per anni con l'altare antico, non riuscivo a togliermi dalla testa l'impressione che il prete "si facesse
le cose per i fatti suoi" (perdonatemi l'espressione) anche se il tutto risultava molto "sacrale"...
Qualcuno dirà: ecco il risultato di anni di lavaggio conciliare del cervello;)

Giovanni Pierluigi 09/16/2012 21:11

Io sarei per una "contaminazione" in almeno un caso particolare: mi piacerebbe che si tornasse all'ufficio divino, vespri e lodi, precedente la riforma postconciliare, ma con i 5 salmi che possano
essere cantati anche in italiano, poiché mi sono più familiari che in latino. Il resto dell'ufficio (inni, praeces, Magnificat ecc) potrebbe essere sempre in latino. Per quanto rigarda la Messa, a
mio parere bisognerebbe ritornare a quella antica, lasciando l'opzione di avere alcune parti in lingua corrente (cioè avere un messale bilingue), eliminando eventualmente alcune ripetizioni, ma
promuovendo una maggiore partecipazione attraverso la cura della vera musica sacra. Insomma fare ciò che richiedeva il concilio e che NON è stato fatto con la riforma liturgica del 1970.

sac. ettore Capra 09/15/2012 20:32

oih? siete spariti?

sac. Ettore Capra 09/14/2012 18:35

...bestemmiare la Madonna.

Vuoi vedere, che se salto di rispondere al Dominus Vobiscum mi devo andare a confessare, ma in che manuale lo ha letto? è sicuro di vivere nella cattolica libertà dei Figli di Dio o in un cocktail
con due parti di giansenismo, tre abbondanti di moralismo calvinista ed un'idea di fastidio per i preti?

Mi capita anche di recitare l'ufficio, mentre servo la messa ad un confratello anziano che fa cadere le ampolline, andrò all'inferno?, mi perdonerà il Signore che ha vie a lui note per salvare i
cristiani anonimi?
dove andremo a finire al massimo ai tempi bui in cui il mio Vescovo recitava il rosario assistendo al trono la messa di un canonico di turno... pensi lei che delinquente...

Sac. Ettore capra 09/14/2012 18:23

Sta calmo, ascoltare la messa non è mica bestemmiare la Madoona

Sac.Ettore Capra 09/14/2012 18:09

Relativamente al Messale del '62, il cui aggiornamento si dovette in buona parte a Bugnini ed abbondantemente già proiettato verso le innovationes successive propongo un testo interessante a
proposito delle riforme della Settimana Santa che anticipando il Concilio non possono essere catalogate come figlie di esse, ma testimonianza di un disegno ben antecedente che si tentò(in parte
riuscendoci) di canonizzare con la Sacrosantum Concilium:

La riforma della Settimana Santa negli anni 1951-1956

Tra liturgia e teologia attraverso le dichiarazioni di alcuni dei suoi principali redattori
(Annibale Bugnini, Carlo Braga, Ferdinando Antonelli)

di Stefano Carusi

Lo si può leggere al seguente indirizzo:

http://disputationes-theologicae.blogspot.it/2010/03/la-riforma-della-settimana-santa-negli.html

Giorgio M. 09/14/2012 18:07

Revdo (intervento n. 11), Lei afferma che “gli capita a volte di ascoltare la Messa, e che quasi mai risponde ad alta voce al Celebrante, si associa col pensiero all'inserviente e crede che sia
sufficiente…”. Si legga la Costituzione sulla liturgia: la Messa non si ascolta, ma vi si partecipa, e lo si fa “per ritus et preces”. Se i preti la pensano così… non andremo lontani.

sac.ettore capra 09/14/2012 16:06

Caro Angelo,
Ecco una delle prime chimere della riforma(l'actuosa partecipatio) infrangersi sul duro muro della realtà.

Che poi rispondere sia così necessario ad una fruttuosa partecipazione io non lo affermerei con assoluta certezza.

Personalmente mi capita a volte di ascoltare la Messa, quasi mai rispondo ad alta voce al Celebrante, mi associo col pensiero all'inserviente e credo che sia sufficiente senza dover dimostrare a
quello che mi sta accanto che ricordo il suscipiat meglio di lui.

Ben 09/14/2012 10:02

L'importante è che la chiesa era piena... :>)

Angelo 09/13/2012 22:58

Colgo l'occasione per raccontarvi quanto da me vissuto la scorsa settimana in una città del Nord Italia, dove ero per un seminario sul canto liturgico (storico). La domenica sera i corsisti
dovevano cantare una Messa in latino NO nel locale Duomo alle 19. Alle 18 io sono però andato alla Messa VO che si celebrava in una vicina chiesa, poi sono corso in Duomo per la nostra. Il
confronto è stato rivelatore. Alla Messa VO chiesa piena, in larga parte giovani, famiglie con bambini ecc.: tutti hanno cantato a voce spiegata le risposte e l'intero Ordinario accompagnato
dall'organo (mentre il Proprio è stato cantato da un solista in cantoria). Anche alla Messa NO chiesa piena; il coro ha cantato l'Ordinario e il Proprio e la gente doveva limitarsi a cantare le
risposte: zero, duomo muto. Ho pensato: almeno gli Amen li canteranno. Niente. Zero. Il responsabile diocesano della musica si è giustificato dicendo che la gente non è più abituata ecc. Ma che
canteranno nelle messe cantate in italiano? Nulla, al limite canta il coro, si vede che non si cnatano mai né le orazioni né il prefazio. Tabula rasa. In sostanza: grande partecipazione attiva alla
Messa VO, zero partecipazione attiva alla Messa NO. Ma di che cosa c'è bisogno ancora per rendersi conto che non ha funzionato?!

sac. ettore capra 09/13/2012 15:11

non essendo tonsurato?

sac. Ettore Capra 09/13/2012 15:09

Vi sottopongo due quesiti non credo totalmente fuori tema:
Una delle tavole della legge dei liturgisti di oggi è che ciascuno debba fare tutto e solo ciò che gli compete:il Prete il prete e non il diacono, il vescovo il vescovo e von l'assistente al
soglio, il laico il laico e non il pivialista ai vespri ecc.
ora atteso che non è proibito a un sacerdote ordinato col nuovo rito partecipare ad una Messa in V.O. e che tanto meno si può negare ad un seminarista di una fraternità che usa il V.O. come
liturgia propria di partecipare ad una Messa nuova e posto il caso che egli fosse ordinato suddiacono: Potrebbe, sarebbe opportuno o molto sconveniente che rivestito di tonacella cantasse
l'epistola? si tenga presente che ciò era ancora previsto nel Messale di Paolo VI del 1970) e dell'ambiguità della ministeria quaedam sugli accoliti, definibili anche suddiaconi.

Viceversa un accolito istituito con la forma ordinaria può fare da suddiacono alla Vecchia Messa?

Angelo 09/13/2012 11:28

Mi sembra una proposta molto interessante...

sac. Ettore Capra 09/13/2012 11:19

Eccoci ad un punto interessantissimo della questione N.O., V.O.
Per affrontare gli infiniti temi che possono aprirsi da questa suggestione del professore sarebbe bene procedere distintamente :
inizierei dal più semplice: la lingua

Attualmente, se si è rigorosamente (forse a ragione) fermi sulle norme del motu proprio esistono 5 tipologie di Messe:

A. La vecchia in Latino
B. la nuova in Latino
C. la nuova in Italiano(o altre lingue parlate)
D. la nuova in latino con il proprio in italiano(molto di moda tra i "conservatori moderati", Sommo Pontefice non escluso)
E. la vecchia in Latino con le letture in Italiano.

Perchè non pensare, non da soli, ma con l'approvazione pontificia, alla possibilità di una Messa V.O. tutta in Italiano o con almeno tutto il proprio in italiano e l'ordinario in Latino(esperimenti
già condotti non senza frutti nell'immediato post-concilio, prima della pubblicazione del N.O.)?

secondo: Concelebrazione.

Perchè non aprire(non obbligare) alla concelebrazione il V.O.(ammesso che ciò non sia già aperto dal Codice che la prevede senza fare distinzioni di forma, e nel quale non si è sentita l'esigenza,
dopo 5 anni, di una ricompilazione restrittiva del canone)?

Terzo Preghiera dei fedeli:
Tra il Dominus Vobiscum dopo il credo e l'offertorio perchè non inserire la preghiera dei fedeli, che si aggiungerebbe, senza cambiare le rubriche del V.O. e fu già inserita in quel punto dopo il
Concilio?

In una parola, cosa pensate se si aprisse la possibilità all'utilizzo del famoso MESSALE DEL '65? ammesso che sia proibito? e non sotteso almeno in quanto il motu proprio apre all'uso dell'italiano
per alcune parti della Messa(epistola e vangelo)?

Dalle parole del Professore poi emerge un atteggiamento (non di Augè, ben inteso, ma diffuso anche nella Commissione E.D.) che, personalmente mi da MOLTO fastidio e che il motu proprio avrebbe
dovuto sdoganare: Per quale strabenedetta ragione il V.O. deve essere considerato monopolio delle( più o meno convintamente uniate) fraternità sacerdotali fuoriuscite dalla San PioX? tanto che
l'eventuale "aggiornamento del calendario, l'arricchimento dei prefazi ecc. andrebbe concordato con loro e non con ad esempio il clero diocesano e religioso che celebra col V.O.?

Perchè il V.O. deve essere sotto l'Ecclesia Dei, a sua volta sotto il sant'Uffizio come se si trattasse di un sospettato di eresia e non sotto la congregazione del culto come tutti gli altri?


ohibò forse ho parlato troppo, ma vediamo cosa ne pensate

Angelo 09/13/2012 10:38

Questo potrebbe succedere nel caso descritto da p. Augé (e giustamente paventato). Ciò che dico io è altra cosa, molto semplice. La storia della liturgia è sempre stata una storia di tradizione e
rinnovamento, costellata di riforme. Le riforme postconciliari non sono state in realtà delle riforme, ma un totale rifacimento dell'edificio sviluppatosi armonicamente nei secoli nella citata
dialettica di tradizione/rinnovamento.
Questa riforma postconciliare sostanzialmente non ha funzionato: i risultati sono sotto gli occhi di tutti, sia in termini di qualità delle celebrazioni sia in termini di qualità e quantità della
partecipazione.
Quando qualcosa non funziona, è inutile insistere. Meglio archiviare e, tenendo conto dell'esperienza fatta e delle cose buone che ha portato (purtroppo non molte), fare una vera riforma del VO
(nel senso sopra descritto), che diventi l'unica forma del rito romano.

Ben 09/13/2012 10:20

Mi sembra però che così fineremmo per avere tre "O", il VO, il NO e il "nuovo"-VO. E chi ci capirebbe più niente? Non sarebbe meglio "riprecisare" il NO, richiamando con pazienza tutti i celebranti
al rispetto scrupoloso - spiegandone il significato anche ai fedeli - delle prescrizioni?

Angelo 09/13/2012 09:46

Mi sembra che il ragionamento di p. Augé sia condivisibile: mettere in opera più o meno singolari contaminazioni mi sembra senza senso, a meno che non si intenda mettere mano a una vera e propria
"riforma della riforma". Anche in questo caso sarebbe auspicabile che si evitassero pasticci: più che ripasticciare il già per molti aspetti pasticciato NO sarebbe meglio dar vita a una nuova
riforma partendo dal Messale VO, ma tenendo conto dei (purtroppo non moltissimi) aspetti positivi verificati nell'esperienza (purtroppo non felicissima) del Messale NO.
Riassumendo: meglio creare un nuovo NO che sia una riforma del VO (e non uno stravolgimento del VO come è stato il Messale del 1970, per non parlare degli altri libri e del Breviario in
particolare).

Ben 09/13/2012 07:02

"La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni."
Credo che questa sia la cosa più importante. Specialmente le messe della domenica (trovo che nei giorni feriali il rito venga celebrato in modo molto più raccolto e meno "fantasioso"). La domenica
invece si assiste a tutta una serie di "innovazioni" che, come dice P. Augé, non sono veri e propri "abusi", perchè non stravolgono il senso della celebrazione, ma che danno (a me almeno) molto
fastidio. Ma possibile che ogni prete si debba inventare qualcosa di diverso per rendere più "partecipata" la messa?
Un maggiore "conformità alle prescrizioni" non può che far bene al NO, e forse, spegnerebbe anche tante polemiche...

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  • : Il mio blog intende far conoscere la liturgia della Chiesa per meglio celebrarla e viverla
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Liturgia e Chiesa

 

 LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE
E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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