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26 gennaio 2012 4 26 /01 /gennaio /2012 05:00

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Nella forma tropata dell’atto penitenziale il Kyrie eleison ha chiaramente assunto il senso d’invocazione di pietà, anche se non era così nell’antichità quando si “trattava semplicemente di una supplica” (Martimort A.G., La Chiesa in preghiera – II L’eucaristia, p. 228). Ma è possibile che le medesime due parole assumano un senso differente secondo la formulazione, a poche righe di distanza? E se il Kyrie eleison vuol dire sempre “Signore pietà”, come lo intendiamo noi, ha senso ripeterlo dopo che si è detto “Dio abbia pietà”? Non sarebbe meglio usare regolarmente la forma tropata, che si può legare alla parola di Dio, senza lasciare lo spazio per dei Kyrie cantati spesso eccessivamente lunghi? 

                                                                                                Lettera firmata

 

 

Risponde don Silvano Sirboni. “Dopo l’atto penitenziale ha sempre luogo il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l’atto penitenziale”. L’avverbio sempre è stato deliberatamente inserito nella terza edizione del Messale Romano (2000) proprio per il fatto che il canto o la recita del Kyrie (quando non fosse inserito nell’atto penitenziale) dopo la preghiera di assoluzione appariva a molti una superflua ripetizione che ne conduceva sovente all’omissione. Tale appesantimento dell’atto penitenziale era già stato percepito all’interno dello stesso gruppo di lavoro incaricato dal Consilium per la riforma dell’Ordo Missae. Non mancò, infatti, la proposta di ometterlo in certe precise occasioni o di renderlo facoltativo (cf. Bugnini A., La riforma liturgica, 341-344).

 

Tenendo conto della sua antichità e del suo originario duplice significato di supplica e di acclamazione (cf. Jungmann J.A., Missarum Sollemnia I, 247-256), di fronte a un gruppo di lavoro diviso sul da farsi, lo stesso Paolo VI espresse il desiderio di conservare comunque questa acclamazione (cf. Barba M., La riforma conciliare dell’Ordo Missae, 172 e 565). Così che le premesse attuali recitano che con il canto del Kyrie “i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia” (OGMR 52). Pertanto, quando viene cantato dopo la recita del “Confesso a Dio”, o dopo altra formula penitenziale prevista dal Messale, il Kyrie intende assumere la dimensione laudativa verso Cristo, il risorto, “colui che Dio ha costituito Signore”, Kyrios (cf. Atti 2,36).

 

Il che non è così evidente ai fedeli, soprattutto se il Kyrie eleison viene recitato e in lingua italiana. Questo innegabile disagio spiega perché sia invalsa una certa qualche preferenza per l’atto penitenziale con il canto o la recita del Kyrie intercalato dalle invocazioni (= tropi) che – è opportuno ripeterlo – non intendono affatto essere un esame di coscienza (come purtroppo tendono a fare certi sussidi), ma acclamazioni a Cristo, mediatore della divina misericordia. Così, infatti, sono tutti i modelli dei tropi offerti dal Messale Romano.

 

Il Kyrie è di norma omesso quanto l’atto penitenziale è compiuto con l’aspersione dell’assemblea (cf. Messale Romano, pp. 1032-1036) e ovviamente quando un’altra azione liturgica precede immediatamente la messa e che, pertanto, sostituisce totalmente l’atto penitenziale.

 

© Vita pastorale n. 11 (2011) 20

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Published by Romanus - in Eucaristia
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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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