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14 giugno 2012 4 14 /06 /giugno /2012 04:00

Silenzio rituale In un intervento nel post di ieri “Parole parole parole”, D. Luca afferma: “… a contare i momenti di silenzio del Novus Ordo: è solo il 5% del totale. Mentre il rito antico ha un 60% abbondante di silenzio. I numeri non hanno bisogno di commenti: sono chiari”. Forse invece questi numeri hanno bisogno di commenti! Dato che non è la prima volta che un tale argomento affiora nella discussione, vorrei notare quanto segue e sottoporlo ai lettori del blog.

 

 

 

L’Ordo Missae del Messale del 1962, non impone mai un momento di silenzio ai fedeli partecipanti, di cui non si occupa; neppure quando il sacerdote introduce la preghiera con  “Oremus” è prevista una pausa di silenzio. Infatti, la rubrica che precede l’orazione del giorno si esprime in questi termini: “Postea dicit: ‘Oremus’ et orationem, unam aut plures, ut Ordo Officii postulat”. All’inizio del canone è scritto che il sacerdote lo dice in segreto (“dicit secreto”), quindi non bisbigliando come capita talvolta oggi. Ma teoricamente, durante il canone, i fedeli potrebbero pregare, anche a voce alta – come si faceva prima del Concilio – delle preghiere più o meno adatte alle circostanze. Cosa che invece è proibita nel Messale di Paolo VI (vedi sotto).

 

Il Novus Ordo prevede nell’Ordinamento generale del Messale Romano dei silenzi “rituali” (cf. n. 45), come parte della stessa celebrazione, legati cioè ai diversi momenti della celebrazione, che acquistano quindi diversi significati: silenzio di raccoglimento (durante l’atto penitenziale); silenzio di meditazione di ciò che si è ascoltato (dopo le letture e l’omelia); silenzio che favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica (dopo la comunione). Inoltre le rubriche del Messale che precedono l’ “Oremus” della colletta e della preghiera dopo la comunione, si esprimono in questi termini: “Et omnes una cum sacerdote per aliquod temporis spatium in silentio orant”. Per quanto riguarda la preghiera eucaristica, l’Ordinamento generale del Messale Romano dice: “La preghiera eucaristica esige che tutti l’ascoltino con riverenza e silenzio” (n. 78). Il silenzio non "interrompe" il rito, è invece “parte” del rito; è da considerarsi un vero linguaggio rituale (come nel Messale del 1962, i silenzi del Venerdì santo all'inizio della celebrazione e dopo il "Flectamus genua" che precede le orazioni non interrompono il rito).

 

Il verbalismo con cui alcuni sacerdoti conducono talvolta la celebrazione è sempre da condannare. Ma quando si valuta il silenzio nei due sopracitati Ordines, si dovrebbe valutare il rito nella sua oggettività, così come lo presenta il libro liturgico. Naturalmente, si può anche celebrare in modo che questi silenzi non siano osservati o valutati in modo dovuto. Noto, poi, che prima del Concilio, anche nei Seminari (ne sono testimone), durante la Messa, in particolare durante il canone recitato “in silenzio” dal sacerdote, si facevano preghiere di diverso genere a voce alta; note sono quelle preparatorie alla comunione. Concludendo, credo che una retta valutazione dei due Ordines va fatta in questo modo oggettivo, aderente cioè a quanto l’ordinamento rituale prevede (permette, comanda o proibisce).

 

M. Augé

 

 

 

 

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Published by Romanus - in Eucaristia
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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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