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28 gennaio 2013 1 28 /01 /gennaio /2013 05:00

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Nell'ambito delle discussioni che si sono aperte in occasione dell'inizio delle celebrazioni dei 50 anni del Concilio Vaticano II, viene ripetuta molto spesso l'idea che non si possa parlare in nessun caso di una "discontinuità" nelle intenzioni del Concilio rispetto alla tradizione ecclesiale precedente. Ora, se è giusto mettere in guardia da una complessiva ermeneutica della discontinuità, altrettanto giusto è riconoscere che in alcuni ambiti la differenza tra "prima" e "dopo" difficilmente può essere interpretata nel segno della semplice continuità. Un caso particolarmente lampante è costituito dalla dichiarazione Dignitatis Humanae, che modifica profondamente la dottrina sulla libertà religiosa e sulla libertà di coscienza.
Riprendo, a questo proposito, alcuni ampi stralci di un limpido articolo di W. Boekenfoerde - esimio giurista tedesco - che fotografa con competenza ed energia le questioni che vengono sollevate da questo mutamento magisteriale. Può essere molto istruttivo.

 

Andrea Grillo



Roma ha parlato, la discussione è aperta
Struttura comunionale della Chiesa e parresia del cristiano

di Wolfgang Boekenfoerde

(dal "Regno-attualità". n.22, 2005, p.739-744)


Tra le comunicazioni ufficiali del papa, le encicliche rappresentano un particolare genere letterario: in un certo senso, sono circolari che egli invia all'intero episcopato o ad alcuni suoi membri e, per loro tramite, ai fedeli della Chiesa cattolica. Questo tipo di comunicazione fu introdotto dal papa Benedetto XIV (1740-1758); a partire da Gregorio XVI è stato utilizzato con sempre maggior frequenza quale forma di governo della Chiesa. Leone XIII pubblicò 48 encicliche, Pio XII ne promulgò 23. In genere le encicliche sono di natura magisteriale, dato che il papa se ne avvale per trattare temi concernenti la fede e i costumi intesi in senso ampio, ma anche dottrine riguardanti la società, lo stato e l'economia. Data questa loro natura magisteriale, esse documentano gli interventi con cui il papa si pronuncia quale supremo maestro della Chiesa in materie attinenti la fede e i costumi.

Quale autorità detengono le encicliche? Anche i discorsi, le omelie, i messaggi del papa sono espressioni del suo supremo magistero. Ciononostante le encicliche non vengono nominate in termini espliciti nel Codice di diritto canonico del 1983. Nel linguaggio del Codice occupano quindi una posizione intermedia nell'ambito compreso tra il magistero pontificio di natura infallibile e quello di tipo non infallibile.

Le encicliche dell'Ottocento

In occasione dell'enciclica Humanae vitae, Hans Küng pose in questione la stessa infallibilità del magistero pontificio e criticò, in particolare, determinate tendenze in atto nella teologia di certe scuole romane, volte a sopravvalutare tale infallibilità. La critica provocò allora reazioni di difesa di tipo generico, ma non venne recepita da un dibattito in grado di approfondire adeguatamente i termini della questione. Mi sembra sia ora opportuno riprendere la discussione ponendo diversamente il problema: acquisita quale base del dibattito l'infallibilità del magistero pontificio, si tratta ora di definire la natura magisteriale delle encicliche pontificie chiarendone, in un certo senso, i limiti verso l'alto. La forma e le condizioni dell'infallibilità del magistero pontificio sono in effetti già definite con esattezza e in senso limitativo.

Il magistero pontificio sussiste quale magistero straordinario accanto al magistero infallibile, ordinario e universale della Chiesa universale, cioè al magistero del collegio dei vescovi esercitato in comunione reciproca e con il papa. In quanto tale il magistero pontificio è vincolato a due condizioni: a) che il papa si pronunci come supremo pastore e maestro di tutti i fedeli (ex cathedra); b) che, in tale sua funzione, sancisca come definitivamente vincolante (definitive tenendum) una dottrina concernente la fede o i costumi. L'infallibilità d'una dottrina vale a condizione d'essere definita in quanto tale e in termini certi e manifesti (manifeste). Non sussiste pertanto alcuna supposizione d'infallibilità.

In base a quanto rilevato, si può affermare che le encicliche, considerate in senso stretto, non sono espressione del magistero infallibile: non soddisfacendo le condizioni oggettive e formali sopra indicate, sono pertanto interventi del magistero ordinario del papa. In materia vale il principio a cui il giurista presta una particolare attenzione: l'enumerazione delle condizioni di validità ha funzione limitativa. Ove sia espressamente stabilito - com'è avvenuto nel concilio Vaticano I - che una determinata dottrina sostenuta dal papa è infallibile solo a precise condizioni, viene statuito eo ipso che quanto è da lui affermato al di fuori delle condizioni definite non presenta carattere d'infallibilità. Grazie a questa limitazione esplicita e formale viene esclusa come insostenibile ogni teoria che intenda l'infallibilità pontificia in termini puramente materiali e che qualifichi di conseguenza quale criterio d'infallibilità anche l'univocità dei contenuti e la continuità degli insegnamenti pontifici.

Il risultato sinora perseguito può essere espresso in due modi: a) le encicliche pontificie, intese come espressione specifica del magistero pontificio, non sono infallibili in quanto tali; b) in altri termini, tali forse da urtare la sensibilità di qualcuno, sono fallibili per ragioni di principio poiché un loro errore non è da escludere a priori.

La teorica possibilità d'errore rappresenta davvero più di un'ipotesi astratta? Un esempio particolarmente manifesto è costituito dalle affermazioni sulla libertà religiosa contenute nelle encicliche pontificie dell'Ottocento. Quegli insegnamenti e quelle dottrine non si riferivano affatto a questioni marginali su cui fosse stato possibile soprassedere: esse contenevano invece per la Chiesa e per suoi fedeli affermazioni vincolanti poiché trattavano un problema centrale, di portata tale da coinvolgere direttamente l'atteggiamento e il comportamento che essi avrebbero dovuto assumere nei confronti del loro mondo storico e dell'ordine che lo governava.

Mi riferisco in particolare alla Mirari vos di Gregorio XVI (1832), alla Quanta cura e all'annesso Syllabus errorum di Pio IX (1864) e alla Libertas praestantissimum di Leone XIII (1888).

La Mirari vos condanna «quell'assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza» (EE 2/37); quest'errore sarebbe indotto, secondo l'enciclica, da un pernicioso indifferentismo.

La Quanta cura poi ricusa, proibisce e condanna, nella consapevolezza d'ottemperare a un dovere apostolico, numerose altre affermazione e teorie giudicate contrarie alla fede. Tra le altre riprova come erronea l'idea che la libertà di coscienza e di culto sia un diritto del singolo, anzi di natura tale da dover essere proclamato e garantito per legge da ogni stato legittimamente costituito.

La Libertas praestantissimum, infine, si occupa criticamente della libertà religiosa. Poiché Dio ha creato l'uomo per la società e l'ha collocato in un rapporto consociativo con gli esseri della sua stessa natura, ne conseguono per la società, secondo l'enciclica, sia l'obbligo di riconoscere Dio come proprio padre e creatore, sia quello di servirlo con devozione. Per motivi inerenti alla giustizia e alla ragione sarebbe pertanto impossibile ipotizzare l'esistenza di uno stato che non sia fondato sulla fede in Dio oppure (affermazione ritenuta di fatto equivalente) che garantisca alle varie religioni un trattamento paritetico. Di riflesso l'enciclica condanna come erronea la pretesa che vi sia una libertà religiosa, di pensiero, d'espressione e d'insegnamento priva di un'oggettiva connotazione, pretesa basata sulla convinzione che queste espressioni della libertà siano diritti pertinenti alla stessa natura dell'uomo.

I referenti storici delle encicliche

Questi insegnamenti erano stati sostenuti dai papi in contrasto con due tendenze affermatesi nella loro epoca: da un lato contro un liberalismo e un indifferentismo di tipo agnostico abbinato, soprattutto nei paesi di cultura romanica, a un crescente anticlericalismo;dall'altro, contro alcune dottrine politiche relative all'ordine istituzionale, le cui matrici teoriche risalivano all'Illuminismo e alla rivoluzione francese; pur sostenendo un'idea della libertà di tipo liberale e tendenzialmente democratica, esse non erano in grado d'impedire eccessi di tipo totalitario, dovuti soprattutto allo stadio iniziale in cui verteva la loro applicazione pratica.

È contro la linea evolutiva d'entrambe queste tendenze che i papi intendevano protestare. La nozione liberale della libertà venne da loro contrapposta a un ordinamento giuridico e politico basato su un'immagine del mondo di natura teonomica, cioè a un ordo chiuso e fondato sulla categoria della vera religione. Quest'idea d'ordine recepiva in termini paradigmatici una nozione della verità fondata a sua volta sia su una conoscenza della natura religiosa e morale dell'uomo, sia sull'assunto che questa conoscenza fosse garantita al contempo dalla ragione e dalla rivelazione.

Elemento qualificante di tale categoria dell'ordine era l'idea che diritto e morale fossero un'unità inscindibile, e che questa complementarietà fosse garantita dalla conoscenza razionale guidata e controllata dalla Chiesa; il modello d'argomentazione giusnaturalistica volto a corroborare tale paradigma venne utilizzato in un primo tempo da Pio IX e successivamente approfondito in termini sistematici e dottrinali da Leone XIII. Nell'ambito di un ordine così inteso non v'era alcuno spazio per quei diritti esterni - in particolare per i diritti di libertà - che rendessero possibile e garantissero una variazione dell'ordine della verità. La libertà era concepibile esclusivamente come libertà per qualcosa, connessa cioè a un determinato fine; si trattava in effetti d'una libertà vincolata all'accettazione della vera fede e al perseguimento degli obiettivi intrinseci alla conseguente definizione religiosa e morale dell'uomo.

Da tali presupposti è derivato il rifiuto del diritto alla libertà religiosa. Nei suoi insegnamenti il magistero pontificio non si riferiva all'ambito della morale, su cui avrebbe avuto peraltro il diritto di pronunciarsi, bensì alla sfera del diritto esterno - il diritto giuridico. Sia come diritto naturale sia come diritto positivo, esso non veniva inteso da quei tre papi nel suo compito e nella sua funzione specifica, ma unicamente come espressione esterna della moralità applicata all'ambito delle relazioni interpersonali. Per ricorrere a un terminologia tratta dall'apologetica confessionale - o, come si direbbe oggi, «ecumenica» - questo atteggiamento prova quanto il magistero ignorasse ogni approccio a una dottrina dei due regni teologicamente fondata.

È palese la contraddizione esistente tra tali insegnamenti e le affermazioni pontificie contenute nella dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa del Vaticano II (1965). Quest'ultima ribadisce espressamente che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa, esplicitamente intesa come libertà da ogni vincolo privato o pubblico, imposto al singolo o a un gruppo consociato.

Il diritto alla libertà religiosa non viene ora fondato in riferimento a una determinata condizione costitutiva, ma soggettiva della persona, ad esempio al fatto che essa condivida o no la verità religiosa oppure che sia prigioniera o no di un «error invincibilis», tale da comportare un atteggiamento di tolleranza da parte di terzi. Quel diritto viene fondato unicamente sulla dignità intrinseca alla persona umana. La dichiarazione afferma esplicitamente che la libertà religiosa va garantita anche a coloro che non si attengano al dovere di cercare la verità e di adeguarvisi. Sancisce pertanto il passaggio epocale dal diritto della verità al diritto della persona.

Il contrasto rilevabile tra i due diversi tipi di dottrina magisteriale rappresenta davvero una contraddizione? Essa sarebbe poi tale da rendere oggettivamente inconciliabili i precedenti insegnamenti pontifici con la dichiarazione sulla libertà religiosa? E se così fosse, a porsi come erronea sarebbe allora la dottrina delle encicliche prese in considerazione o quella della dichiarazione sulla libertà religiosa? Oppure è possibile risolvere il contrasto rilevato nell'ottica di un'ulteriore evoluzione degli insegnamenti pontifici, favorita appunto dal Vaticano II e concretatasi come applicazione di tali insegnamenti a una nuova situazione?

La rivoluzione del Vaticano II

Per rispondere a questo tipo di interrogativi vengono in genere addotti due argomenti.

Il primo argomento viene posto nei seguenti termini: la dichiarazione conciliare mantiene pienamente in vigore i principi attinenti la morale, ne limita però la validità unicamente a quest'ambito ed evita ogni riferimento alla sfera del diritto esterno. È in quest'autolimitazione del magistero che dovrebbe cioè essere colto il più importante elemento evolutivo della dottrina esposta. L'argomento tocca realmente i termini della questione. Ma che cosa significa? Pur affermando un possibile approfondimento della dottrina, l'argomento comporta di fatto una parziale ritrattazione dell'insegnamento precedentemente sostenuto e opera di conseguenza una rottura della sua linea di continuità. È questo un dato di fatto incontestabile.

Nel loro insegnamento le encicliche dell'Ottocento si riferivano davvero sia all'ambito morale sia a quello dei diritti esterni. Rispetto alla linea ivi perseguita la dichiarazione conciliare stabilisce invece per l'ambito dei diritti esterni esattamente l'opposto: la persona ha diritto alla libertà religiosa indipendentemente dal fatto di comportarsi o no in conformità alla verità oggettiva delle proprie convinzioni (quindi anche in caso d'errore) e d'essere o no davvero alla ricerca di tale verità. La dichiarazione motiva questo diritto in base al diritto naturale, si fonda cioè sulla sostanza della persona umana, sulla natura stessa della sua libertà. L'argomentazione del documento conciliare comporta pertanto l'affermazione che l'insegnamento delle precedenti encicliche, perlomeno per quanto ne concerne l'applicazione all'ambito dei diritti esterni, è in aperta contraddizione con il diritto naturale.

Il rapporto esistente tra la dichiarazione sulla libertà religiosa e le encicliche prese in considerazione può essere inteso unicamente come una contraddizione parziale e una revoca altrettanto parziale. E nonostante la contraddizione e la revoca siano solo parziali, si tratta comunque d'elementi tali da documentare inequivocabilmente sia la capacità d'errore che l'errore oggettivo delle tre encicliche. "Bonum ex integra causa, malum ex quolibet defectum", afferma Tommaso d'Aquino. Non è un caso che l'arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, al ritorno dal Vaticano II, abbia detto al suo collega Myskow dell'Università di Lublino: «È stata una rivoluzione», un cambiamento radicale a cui egli aveva peraltro attivamente collaborato nel corso dei lavori conciliari.

Il secondo argomento a cui si fa talvolta ricorso afferma: il precedente insegnamento pontificio è stato sempre sostenuto (ciò è stato fatto anzi in termini espliciti da Leone XIII) con la riserva di poter esser applicato integralmente solo in determinate situazioni. La dichiarazione conciliare, riferendosi a una situazione diversa dalle precedenti, esprimerebbe allora semplicemente la decisione di mantenere questa riserva non applicando l'insegnamento all'ambito del diritto esterno, senza però revocare l'integralità della dottrina precedentemente insegnata. L'argomento manca sia di coerenza sia di consistenza. Nella dichiarazione conciliare non viene in alcun modo sostenuta l'accettazione passiva, sia pur generica, di un male esistente nella sfera del diritto esterno. Rispetto all'argomentazione perseguita nelle encicliche la dichiarazione opera una radicale inversione di tendenza: essa sancisce non un diritto positivo, ma il riconoscimento d'un diritto naturale. Il diritto esterno alla libertà religiosa non si fonda sull'accettazione generica di un male da tollerare, ma sulla dignità e sulla natura della stessa persona umana.

La fallibilità delle encicliche

In base a quanto sinora esposto, si può acquisire come provato non solo che le encicliche pontificie possono errare in termini teorici, ma che alcune encicliche sono state concretamente ed effettivamente erronee. È un dato di fatto che non può essere accantonato come irrilevante. Ciò che si è verificato in un particolare caso, peraltro significativo, può verificarsi in altri. Si può pertanto affermare che l'assistenza dello Spirito Santo, promessa al papa come detentore del supremo magistero nella Chiesa, non esonera le encicliche dalla possibilità d'errore: la loro fallibilità sussiste per ragioni sia di principio sia pratiche. Che cosa significa tutto ciò per la natura magisteriale delle encicliche stesse?

L'autorità dei ministeri ecclesiali è fondata sull'ordine della Chiesa. Quest'ordine non è privo di un carattere gerarchico; in termini fondativi, la Chiesa non è una struttura salvifica amministrata dall'alto, ma una communio da intendersi nei termini definiti dal concilio Vaticano II. Com'è stato esposto da Walter Kasper, questa communio significa anzitutto una partecipazione comunitaria ai doni della salvezza: allo Spirito Santo, al Vangelo e ai sacramenti; essa unisce tutti i membri della Chiesa in un vincolo fondamentale di uguaglianza e fraternità. I ministeri detengono nella Chiesa il duplice compito (a) di rafforzare la partecipazione dei cristiani a un'effettiva communio nella fede e (b) d'esercitare a loro favore una funzione pastorale intesa nel senso forte del termine.

Riprendendo le parole cui ricorse Benedetto XVI nell'omelia d'inizio del pontificato, questo secondo compito comporta, in particolare, la necessità di farsi incontro agli uomini per liberarli dal deserto in cui si trovano, da quello interiore e da quello esteriore, e per condurli verso i luoghi della vita, verso l'amicizia con il Figlio di Dio che ci dona la vita. Il pastore che si occupa del bene di questo gregge non si colloca semplicemente tra le file delle pecore, ma le precede, appunto perché dotato di una propria autorità, così come ha fatto Cristo nei confronti di quanti sono da lui salvati. È in questa posizione che si basa l'autorità del pastore: è un'autorità che non lo esime peraltro dal vincolo alla communio. Grazie all'esercizio di quest'autorità nel congruo ambito il pastore è a servizio dei fedeli: non detiene un proprio potere, ma amministra piuttosto i doni di quello Spirito che vive nella Chiesa e la vivifica.

Per quanto concerne l'autorità e la natura normativa delle encicliche pontificie, quali sono le conclusioni evincibili dalla struttura ecclesiale rilevata? In che termini può esserne definita la natura magisteriale per evitare che vengano intese solo come pie esortazioni? Appunto perché non sono parte integrante della sfera di infallibilità prevista per garantire l'identità di fede della Chiesa, le encicliche non si precludono il dialogo inerente alla communio della Chiesa, ma lo postulano. Ciò vale tanto più dal momento che il gregge presieduto dal pastore non è affatto un'entità esclusa da tale confronto: essa anzi lo comporta perché dotata di natura personale e perché resa capace, grazie al dono dello Spirito, di conoscenza razionale sul piano etico e morale. Quest'affermazione va peraltro ulteriormente precisata. Il giurista può contribuire a una chiarificazione avvalendosi delle categorie che gli sono abituali.

La natura magisteriale delle encicliche

Le encicliche sono indubbiamente espressioni vincolanti del magistero in ragione dell'autorità che qualifica il ministero magisteriale e pastorale del papa. Espongono una direttiva e s'avvalgono in quanto tali di una presunzione di verità. Questa presunzione è, in quanto tale, soggetta a contraddizione. Per poterla confutare è tuttavia necessario negare ogni consistenza all'onere probante ivi addotto. Il magistero pontificio non è tenuto a provare la fondatezza della dottrina esposta onde garantirne l'aspetto normativo; al contrario, sono i fedeli e i membri della Chiesa che intendano porre in questione la normatività e la capacità d'orientamento di un determinato insegnamento (peraltro solo entro i limiti in cui ne siano coinvolti) a dover produrre ragioni plausibili e d'una consistenza tale da poter contestare la verità ivi esposta. Questi argomenti vanno adeguatamente sostenuti sulla base d'una approfondita conoscenza della materia.

Sino a quando non vengano prodotte le prove contrarie, l'enciclica continuerà ad avere carattere vincolante. Nella prospettiva adottata l'autorità delle encicliche non viene pertanto né azzerata dalle eventuali obiezioni dei fedeli, né ridotta a una mera offerta di senso. Essa rappresenta piuttosto per il magistero la necessità di un confronto, ineludibile peraltro dato che il magistero stesso non è mai del tutto esonerato dalla condizionalità d'una ricezione di cui è garante il «sensus fidelium».

Questa qualificazione dell'enciclica è consona al principio vitale della Chiesa intesa come viva comunità di fede, sostanzialmente distinta da un'organizzazione sociale com'è lo stato. La vita ecclesiale non si basa sul rapporto esistente tra la legge e il comando, da un lato, e l'obbedienza dall'altro, quanto invece sul nesso che vincola tra loro la «traditio» e la «receptio». Il magistero espone la dottrina con l'autorità che gli compete, attingendola dalla tradizione e dal proprio sapere e presentandola agli altri detentori del ministero e ai fedeli, intesi come membri vivi e ragionevoli della Chiesa, nel comune vincolo della fede. Il nesso instaurato in tal modo è costituito, da un lato, dal rapporto che vincola reciprocamente l'autorità e la fiducia, e dall'altro da un'interiore disponibilità a obbedire che non esclude, ma presuppone l'autonoma capacità di pensiero. Grazie a questo presupposto tale disponibilità è esattamente l'opposto d'una sottomissione incondizionata, che sarebbe peraltro in contraddizione con il principio vitale della Chiesa.

Secondo la prospettiva qui indicata, è prevedibile non solo che il magistero sia oggetto di interrogativi critici, ma che si possa anzi verificare un effettivo rifiuto della receptio. Qualora tale rifiuto acquistasse una certa consistenza, il magistero sarebbe tenuto ad acquisirlo come stimolo a prestar maggiore attenzione al sensus fidelium, ovviamente a condizione che la riserva espressa dai fedeli sia davvero conforme al principio vitale della Chiesa. Quest'attenzione può rappresentare per il magistero un'occasione per porre in questione la dottrina sostenuta, per giustificarla in termini diversi o più convincenti, per modificarla o per correggerla.

Colto nell'ottica di queste possibili dinamiche, il dogma dell'infallibilità mostra un aspetto che non è stato sinora adeguatamente preso in considerazione. Ove lo si consideri in termini a esso estrinseci, lo sviluppo esposto può essere interpretato come rafforzamento dogmatico di un costitutivo assolutismo della Chiesa. Adeguatamente analizzata però sul piano teologico e nel suo aspetto intrinseco, questa componente del dogma dell'infallibilità può favorirne una migliore comprensione: particolarmente significativa risulterà essere la sua funzione formalizzante e limitativa. Il dogma proverà allora d'essere la garanzia, basata sull'assistenza dello Spirito Santo, che la Chiesa di Gesù Cristo - nonostante le debolezze e i condizionamenti umani - non smarrisce mai nel corso del tempo il senso della fede e il nucleo della rivelazione.

Recepito in questi termini, il dogma dell'infallibilità verrà riferito alle situazioni d'eccezione e alla necessità di difendere la Chiesa da gravi pericoli; non verrà invece utilizzato come termine di riferimento per sviluppare in modo sistematico ed esaustivo un corpo dottrinale. Il dogma dell'infallibilità è vincolante appunto perché a sua volta vincolato dalla limitazione inerente alla sua definizione:

- statuisce la potenziale capacità d'errore di tutte le espressioni magisteriali ipotizzabili al di fuori della limitazione definitoria del dogma stesso,

- tutela la Chiesa e il suo magistero dai deleteri abusi derivanti da un'eventuale pretesa autoritaria

- e garantisce i fondamenti stessi della libertà intraecclesiale.

[...]

 Fote: Blog di A. Grillo (23.01.2013)

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Published by Romanus - in Questioni attuali
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commenti

SC di Manduria 02/02/2013 10:26

Il post parla in modo profondo e critico delle questioni legate alla "libertà di coscienza", come concetto chiave del nuovo paradigma che il Concilio Vaticano II ha introdotto nella Chiesa
Cattolica. Se si finisce a parlare di Ferrara, di Avvenire, di Rosi Bindi o dell'Urss dipende dalla mancanza di rigore e dalla paura di uscire dai propri schemini. Su queste piccolezze non ho nulla
da dire.

Giovanni Pierluigi 02/01/2013 22:33

In effetti io ho una certa difficoltà a considerare come espressione di liberalismo il diritto all'aborto. Il primo paese moderno a introdurre nella propria legislazione il diritto all'aborto è
l'URSS, non proprio il paese che mi verrebbe da associare al termine "liberale"

Il grillo parlante 02/01/2013 09:32

Guardi, SC, lei scrive che Ferrara dimostra di essere un criptocomunista antiliberale perché fa campagne antiabortiste.
Non so che concetto Lei abbia dell'essere liberale.
Del resto ciò non mi stupisce, visto che abbiamo politici che si definiscono cattolici (come la Bindi) che militano in partiti apertamente schierati a favore del'aborto.
(tralascio di parlare della c.d. destra berlusconiana...altro trionfo della coerenza).

Ubi 02/01/2013 08:57

"In america [Stati Uniti] si giura sulla Bibbia".

Anche in certe conventicole lo si fa...

Sara 02/01/2013 08:40

Guardi io le posto un articolo o un altro perchè mi pare che avvalli (o chiarisca) in un certo senso la mia posizione. Se non le piace non lo faccio più e mi limito a esprimere il mio pensiero.
Conosco bene il Foglio perchè per un certo periodo l'ho letto (anche comprato) con una certa assiduità.
Ferrara si è lasciato alle spalle il comunismo da tanto tempo, il suo cristianesimo è un cristianesimo di comodo, combatte la cultura liberal (nell'accezione americana) soprattutto su ecologismo,
multiculturalismo, accentuato senso di giustizia sociale.
Appoggia il Berlusconi della rivoluzione liberale (la casa delle libertà) dove la libertà è intesa sopratutto come libertà dallo Stato, dalle tasse, dall'obbligo di ridistribuire le ricchezze.
Le assicuro che Avvenire ha invece una dimensione sociale molto più marcata e alla libertà personale antepone invece una visione molto più articolata della comunità e del bene comune. Insomma è più
a "sinistra" (con tutti i limiti che oggi queste parole vogliono dire.
Le posizioni dei cattolici liberali o democratici e sociali divergono in questo, che i primi sono disposti, in nome della loro libertà, a rinunciare ad una maggior giustizia sociale, i secondi
invece in nome di una maggiore uguaglianza e giustizia sono disposti a rinunciare ad alcune libertà.
pensi ad esempio alla questione della del contante sostituito dai pagamenti bancari, un liberale sente tutto questo come un vincolo inaccettabile, mentre un democratico sente che per avere un buon
sistema di welfare universale (per il quale servono le tasse di tutti) si possa anche essere seguiti nei propri pagamenti.
Se abbandona lo spadone e la smette di considerarmi una scema se vuole approfondiamo mai preteso di avere chissà quale ragione, sono relativista io.

SC di Manduria 02/01/2013 08:23

Sara, ma perché lei non è libera nel riflettere sui termini e deve sempre cercare un documento su internet dove, più o meno confusamente, trova appoggio ora per una tesi ora per il suo contrario.
Se lei mi dice che il Foglio è "liberale", le rispondo che il suo direttore è liberale quando gli fa comodo e antiliberale appena il comodo cambia. Non mi sembra che il foglio sia l'organo di
Antiseri o di Diotallevi. Circa la differenza di accezioni del termine, è chiara. Ma resta che le campagne antiabortiste non sono né dei liberali né dei socialdemocratici. Da questo punto di vista
è più liberale Avvenire. Perché un minimo piu coerente delle foglie al vento del Foglio

Sara 02/01/2013 08:20

Ok Salvo da un certo punto è vero, è anche questione di terminologia. La Chiesa del vaticano II è una Chiesa dove si esce dalla dimensione europea e si da voce ai vescovi di tutto il mondo che non
hanno mai vissuto il rapporto con lo Stato in senso di "alleanza trono altare", il che facilita a lasciarsi alle spalle un modello tutto sommato limitato nel tempo e nello spazio.
Il paradosso che sottolineavo è che sono i più conservatori ad appellarsi alla libertà religiosa contro uno Stato che viene sentito come ostile perchè troppo progressista. In America l'anno scorso
i vescovi hanno espresso le proprie contrarietà sulla riforma sanitaria di Obama (che toccava alcune questioni riguardanti l'aborto) proprio appellandosi a questa libertà a loro dire negata.
Tutto il movimento libertario (che è estremamente conservatore) si basa su questo.

Salvo 02/01/2013 03:16

Sara, l'america in effetti e' grande, io mi riferivo allo Stato di New York. Il giuramento, che poi e' cosa formale, non per forza avviene sulla bibbia ma sul libro che l'individuo che giura
ritiene sacro. Se sei un musulmano giuri sul Corano per dire. In Italia si giurava "di fronte a Dio e se non credente di fronte agli uomini". Pero' il giuramento di un atto privato si tratta. Il
problema e': lo stato deve tendere al bene dell'individuo o no? Alla sua educazione o no? Questo e' il concetto ottocentesco di liberta'. Che e' profondamente giuridico. Se un uomo e' libero ad
esempio di professare qualunque credo lo Stato deve essere trasparente di fronte a tale liberta'. se invece l'uomo non e' costretto a seguire o non seguire un credo quella veniva un tempo chiamata
"tolleranza". Ad esempio l'editto di Costantino, che oggi diciamo aver garantito la liberta' religiosa ai cristiani, e' noto come "editto di Tolleranza". Prendiamo un paese dove vige la religione
di stato, come la Grecia, in effetti vige anche la tolleranza dei culti. L'Italia e' un po' un ibrido e credo che la Chiesa chieda oggi una aplissima tolleranza per tutti ma non spinga perso uno
stato laicista ed indifferentista. E' tutta una questione piu' terminologica che altro ma il principio quello e'.

Sara 01/31/2013 22:53

http://www.cattolici-liberali.com/Default.as

Manduria se lei guarda tra le firme ci vedrà anche Rodari O Diotallevi che sono presenti (il primo come giornalista) sul Foglio di Ferrara.
tra l'altro un cattolico liberale è Antiseri uno dei primi ad introdurre Popper.
Ripeto liberale non è uguale al liberal americano quello corrisponde più al nostro socialdemocratico.

http://archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/23/campioni_della_laicita_Cittadini_della_co_9_110523031.shtml

SC di Manduria 01/31/2013 22:42

Sara confonde, come al solito, le sue conversazioni da salotto con le nozioni condivise a livello scientifico e accademico. Se Riesce a confondere Ferrara con i liberali, come fa a non confondere
il Magistero con le dottrine ottocentesche su di esso?
Quanto al solito insetto stecco, è ovvio che faccia il sillogismo capovolto: se io dico che attribuire il liberalismo a Ferrara non è compatibile con le campagne antiabortiste nelle quali si è
impegnato nelle ultime elezioni politiche, allora lui deduce che io sarei contro le campagne antiabortiste. Io sono soltanto contro la sbagliata identificazione operata con superficialità da Sara.
Il resto viene dal demonio.

Il grillo parlante 01/31/2013 21:44

Non mi e' ben comprensibile quanto scive SC: "Che il Foglio sia "liberale" vien ragione di dubitare visto che il suo direttore, G. Ferrara, viene dall'antiliberalismo comunista e continua a restare
un aspirante. E' sufficiente vedere come si sia candidato nelle ultime elezioni politiche e che tipo di campagna abbia fatto (antiabortista, antieutanasia)".
Perché, scusi, lei ritiene sbagliato fare delle campagne antiabortiste?!

Sara 01/31/2013 19:33

Manduria confonde la cultura liberal con il liberalismo del laissez faire. Liberale era Cavour e in genere la destra storica.
In America poi nel tea party ci sono correnti così libertarie da sconfinare nell'anarco capitalismo.

Giovanni Pierluigi 01/31/2013 18:31

Io non vedo il problema in un certo pluralismo liturgico. Le varianti e gli usi sono esistiti anche nel rito latino. Non vedo neppure il problema a riprendere in mano il concilio e lavorare ad una
ulteriore riforma, per rendere la liturgia più conforme allo spirito e alla lettera conciliari, facendo tesoro degli errori e confrontando le diverse forme rituali ora sulla piazza.

SC di Manduria 01/31/2013 17:29

Applicare le categorie politiche democratiche alla liturgia, come fa Pierluigi, è un errore speculare a quello lefebvriano, che vorrebbe applicare quelle monarchiche. Il compito, a me pare, è
restare fedeli alla "autonomia" delle categorie liturgiche rispetto a quello politiche. Questo salto di qualità, dobbiamo riconoscerlo, è dovuto alla intuizione del Movimento Liturgico, al genio
spirituale di Giovanni XXIII, alla determinazione di Paolo VI e alla storia degli ultimi 40 anni. Mi pare che utilizzare le discussioni sulla "libertà religiosa" e sul "liberalismo" per
liberalizzare il rito di Pio V sia un modo molto scomposto di usare idee e parole.

Giovanni Pierluigi 01/31/2013 17:21

Sara (145), la storia della chiesa italiana degli ultimi decenni è stata fortemente influenzata dalla storia politica. Gran parte del clero ora in posizione più elevata ha subito il fascino del
cattocomunismo, che non è esattamente un punto di vista liberale. Basti osservare le reazioni isteriche alla liberalizzazione del rito antico. Credo che ci sia molta nostalgia per i diktat di Paolo
VI e il rifiuto del pluralismo liturgico. Il motto riportato nel sottotitolo dell'articolo, "Roma ha parlato, la discussione è aperta" vale per tutto tranne che per la Riforma Liturgica del 1970 e
il modo illiberale con cui è stata concepita e imposta.

Sara 01/31/2013 16:50

Però Salvo in America si giura sulla Bibbia (Obama la settimana scorsa) cosa che se succede da noi minimo minimo i radicali danno fuoco al parlamento!!
E bisogna anche ricordare che l'apporto dei vescovi americani è stato importante anche perchè erano abituati ad essere una minoranza da sempre e non a non aver l'appoggio dello stato come la Chiesa
europea dava per scontato.
Una minoranza ha più bisogno di libertà. Stesso discorso per Wojtyla che sapeva bene cosa significava vivere sotto un regime che disconosceva questo elementare diritto.

http://www.ildialogo.org/Ratzinger/Interventi_1292169601.htm

SC di Manduria 01/31/2013 16:47

Il discorso di Meligrana e di Hauser, se variato sui commenti agli orientamenti dei quotidiani nazonali, subisce inevitabilmente una certa alterazione. La quale mi sembra legittima, purché si
continui a parlare della stessa cosa. E qui mi pare si apra la questione. Che il Foglio sia "liberale" vien ragione di dubitare visto che il suo direttore, G. Ferrara, viene dall'antiliberalismo
comunista e continua a restare un aspirante. E' sufficiente vedere come si sia candidato nelle ultime elezioni politiche e che tipo di campagna abbia fatto (antiabortista, antieutanasia...) per
riconoscere il limpido segno del liberalismo più classico. Da parte sua Avvenire, che certo non si muove secondo una logica liberale, vuole essere, forse cerca di essere, una forma di mediazione
tra una esigenza di riconoscimento della grazia e un libero scambio nella libertà. Gli esiti sono spesso incerti, ma non mi sentirei di benedire il Foglio come liberale e di censurare Avvenire come
"meno" liberale. Né come principio, né come risultati.

Salvo 01/31/2013 16:08

io non credo poi vero che in Italia vigga la "liberta' religiosa" come la intendevano nell''800. Forse quello oggi vige qui nello Stato di New York ma in Italia... e comunque quello che mi
sorprende e' che la Chiesa non la cerchi la liberta' religiosa ('800-escamente intesa) ma si muova in direzione opposta, verso la condanna di uno Stato laicista, cioe' indifferente verso il credo
cattolico. Ed infatti si difendono i drocefissi nelle aule dei tribunali, negli ospedali, nelle scuole. L'insegnamento religioso nelle scuole, le feste religiose come il Natale, l'Epifania,
L'assunzione, l'Immacolata... le domeniche (in cui non si tengono la maggior parte degli esercizi commerciali aperti). In Italia si autorizzano gli altri culti. e' di ieri (solo ieri!)
l'autorizzazione di quello buddista con relativi funerali etc...
In definitiva in Italia, se dovessi usare un linguaggio 800-esco, vige una larghissima "tolleranza religiosa".

Nello Stato di New York i simboli religiosi sono vietati, fin anche alle pompe funebri. Non si insegna religione a scuola, il clero si mantiene grazie ai fedeli, NON esistono feste religiose
autorizzade ad eccezione del Natale che pero' e' stato per l'appunto rinominato "Season's holiday" cioe' festa d'Inverno potremmo tradurre liberamente. Tanto da provocare la protesta cristiana e la
gente ora attaccha adesivi alle auto raffiguranti la nativita' e le parole: "Keep Christ in christmas". Se ci si sposa in chiesa il matrimonio non e' riconosciuto, ogni culto, purche' nel rispetto
delle leggi civili e penali, puo' essere praticato senza autorizzazione alcuna. Ed anche l'ordinamento giuridico ad esempio consente il divorzio immediato, l'aborto come acqua fresca, le nozze gay
etc...
ecco questa e' "liberta' religiosa" intesa come la si intendeva nell'800 e da non confondere con la "tolleranza". Ma siamo sicuri che oggi la chiesa non spinga verso questo? Non sara' che con la
parola liberta' oggi vogliamo indicare una aplissima tolleranza verso i culti?

Sara 01/31/2013 15:56

Tra i cattolici liberali Pio IX stimava molto Rosmini e lo stesso Sturzo per molti versi era un liberale (anche solo per la sua polemica contro lo statalismo che lo oppose per dire a La Pira.
La cosa paradossale infatti è che oggi il liberalismo è la posizione dei cattolici più conservatori, è più liberale Il foglio di Ferrara dell'Avvenire della Cei.
:-)

Kaspar Hauser 01/31/2013 15:47

La reazione della Chiesa al liberalismo, nell'800, è stato infine segnata dal rifiuto e dalla lotta forte, continua, fino agli anni 50 del 900. Questo almeno a livello di Magistero ufficiale, anche
se non sono mancati grandi esponenti tra i filosofi, tra i teologi e anche tra i pastori, di profondo dialogo, fino a posizioni di "cattolicesimo-liberale". E ogni papato ha avuto, dopo Pio IX, un
suo stile.
Ciò che oggi mi sembra importante è un "metodo" diverso che viene assunto nell'impostare il dialogo. Anziché ricondurre le posizioni a "principi" (più o meno compatibili con il Vangelo) si guarda
molto più lucidamente alle forme di vita che le singole posizioni possono offrire, dal punto di vista politico, sociale, familiare, individuale. Abbiamo scoperto, in altri termini, che l'ordine
politico, sociale, economico, non può essere privo di una ispirazione ideale. Ma che il semplice confronto a livello di ideali non assicura affatto la bontà di una relazione e la possibilità di una
proficua collaborazione.
In un certo senso, dovremmo rinunciare alla forma semplicistica con cui, nel giudizio, spesso possiamo dire: "il liberalismo non è altro che...". No, il liberalismo è anche altro...e può non solo
dialogare, ma persino aiutare la Chiesa a onorare il Vangelo che la vivifica.

Sara 01/31/2013 15:33

Kasper che il magistero dell'ottocento non sia più completamente attuabile oggi è vero. Ma mi sembra che il concetto stesso di magistero (come quello di tradizione) non sia statico ma in
evoluzione.
Un esempio mi viene dalla centesimus annus che è stata scritta per ricordare i 100 anni della rerum novarum. Lì è presente sia il richiamo al magistero ottocentesco, sia la novità rispetto a quel
magistero.
Novità non nelle impostazioni di fondo, ma nelle mutate condizioni storiche che richiedono risposte ispirate agli stessi principi ma diverse nelle soluzioni da attuarsi.
Una curiosità, cosa intende con "non possiamo oggi ritenere che il liberalismo - avendo spesso basi indifferentistiche o agnostiche - possa essere ridotto a questa ispirazione"?
Lo chiedo perchè oggi il tema del liberalismo è tornato di moda con ampi settori che accusano il neoliberalismo imperante (soprattutto nel campo finanziario e nell'uso spregiudicato della
globalizzazione) di aver provocato o per lo meno aggravato la crisi economica attuale.

Kaspar Hauser 01/31/2013 15:05

L'intervento di Sergio Meligrana, come al solito, esprime con pacatezza e con precisione una posizione molto ben fondata e potrei dire "classica" di rilettura della tradizione recente, in una buona
sintonia con la evoluzione del Concilio Vaticano II. Vorrei soltanto soffermarmi sulle sue conclusioni, ulle quali concordo quasi totalmente. Egli conclude così:

"L’ approfondimento dottrinale, accompagnato dalle mutate situazioni culturali sociali e politiche, ha permesso di rileggere un “diritto” e di rifondarlo in modo più solido senza negare i principi
prima difesi ma discernendo tra quanto era principio e quanto era applicazione pratica dello stesso al momento storico. In questo senso la posizione ottocentesca era giusta allora sarebbe incongrua
adesso. Perciò mi sembra non esatto parlare di “errore” del magistero."

Proprio dal suo ragionamento, molto ben costruito e coerente con la rlettura che Benedetto XVI ne ha dato, mi pare derivi una conclusione sulla quale non avrei tutta la sua sicurezza. Se è vero,
come egli ammette, che quella impostazione, giustificata nell'800, oggi non lo è più, l'errore del magistero è concepibile proprio per la pretesa "attuale" di ogni magistero ecclesiale. Erroneo
sarebbe oggi sostenere che la Chiesa ha quella posizione. In questo senso vorrei difendere la possibilità di utilizzare il linguaggio proposto da Boekenfoerde, che è preoccupato non di fare la
"storia della teologia", ma di discernere la posizione attualmente vigente e che permette il discernimento. Non ha sbagliato il magistero dell'800, ma sbaglierebbe oggi se volesse essere
semplicemente in continuità con quelle posizioni. Per essere in continuità con quel Magistero bisogna oggi dire una cosa molto diversa. Ancora con altre parole: non possiamo oggi ritenere che il
liberalismo - avendo spesso basi indifferentistiche o agnostiche - possa essere ridotto a questa ispirazione. Su questo il Magistero ha ufficialmente cambiato posizione.
Quanto alla assistenza dello Spirito Santo, esso assiste il Magistero, ma anche il sensus fidelium, ma anche la assemblea che celebra, ma anche la comprensione della Scrittura come Parola di
Dio...insomma, il rapporto con lo Spirito Santo non è certo monopolio del Magistero e anche su questo non possiamo più permetterci di avere una visione semplicemente ottocentesca di esso e del suo
rapporto con la tradizione e con la identità ecclesiale. Altrimenti ancora oggi, che è proprio l'anniversario del grande DOn Bosco, potremmo ripetere con lui lo zelo di preghiera verso le "tre cose
bianche": l'eucaristia, l'immacolata e il papa. La nostra Chiesa, che deve molto a questa chiesa ottocentesca, non puà più semplicemente ripeterla. Anche se deve essere onorata di riconoscersi in
continuità con questa tradizione, che le ha consentito, oggi, di poter essere diversa. Ciò che vale per spiritualità e forme di preghiera, vale per il rapporto con il Magistero e con la Tradizione.

Sergio Meligrana 01/31/2013 13:09

Vorrei condividere qualche riflessione suscitata dall’articolo postato.
Ho l’impressione che impostare la riflessione partendo dall’opposizione tra magistero infallibile e magistero fallibile di fatto conduca ad un vicolo cieco, infatti da quando l’infallibilità
pontificia è stata dichiarata come dogma di fede, i papi se ne sono serviti una sola volta ( precisamente Pio XII nel cinquanta per il dogma dell’assunzione) per cui tutto il magistero pontificio
sarebbe da rubricare come fallibile. È meglio distinguere tra magistero straordinario ( nel senso che è una modalità magisteriale da usare in casi fuori dall’ordinario) infallibile e magistero
ordinario che non è infallibile ma non per questo deve essere considerato sempre “sub iudice”. Ordinariamente la presunzione certezza sta dalla parte del magistero in quanto esso è assistito dallo
Spirito Santo e il suo compito è quello di aiutare i fedeli a discernere nelle mutevoli situazioni quale atteggiamento è conforme al vangelo. In questo senso il magistero ha un valore
prudenziale.
Nel caso concreto della dottrina sulla libertà religiosa ( che è cosa diversa dalla libertà di coscienza) le posizioni assunte dal magistero nell’ottocento sono di natura prudenziale (anche se i
toni sono accesi quando non apocalittici) in quanto il liberalismo, che di quella libertà si faceva portavoce, partiva da un concreto agnosticismo in relazione al fatto religioso e perciò poteva
sembrare che accettare il diritto alla libertà religiosa significasse negare il principio delle Verità della rivelazione e l’ordinamento dell’uomo ( sia singolo che in comunità) a Dio. Non è un
caso che la D.H. precisi che “tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la
conoscono e a rimanerle fedeli.” e che “questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini”. Non si trattava di tenere buona la “minoranza conservatrice” quanto di mostrare che il
principio della libertà religiosa non nega i “diritti di Dio” ma certo pone i diritti della coscienza al di sopra dei poteri dello Stato in quanto “Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri
umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la
sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata.” per cui non c’era più bisogno di quella
“negatività prudenziale” del magistero precedente. L’ approfondimento dottrinale, accompagnato dalle mutate situazioni culturali sociali e politiche, ha permesso di rileggere un “diritto” e di
rifondarlo in modo più solido senza negare i principi prima difesi ma discernendo tra quanto era principio e quanto era applicazione pratica dello stesso al momento storico. In questo senso la
posizione ottocentesca era giusta allora sarebbe incongrua adesso. Perciò mi sembra non esatto parlare di “errore” del magistero.

Ubi 01/31/2013 12:47

Perdonatemi l'OT ma per me la musica e le canzoni sono una mania. E dato che qui non siamo ad un Sinodo o a un Concilio, nè questa è una aula conciliare credo che qualche piacevole e simpatica
divagazione musicale ce la possiamo pur prendere, gusti permettendo...
A Grillo Parlante suggerirei l'ascolto di "Non farti cadere le braccia".
A SC Manduria consiglierei caldamente il magnifico Rock di "Perchè", con particolare attenzione alle ultime strofe; anche "Rinnegato" facendo particolare attenzione invece in questo caso alle prime
strofe.
Sono tutte del mio cantautore napoletano preferito: Edoardo Bennato.
Basta cercare su youtube...

Svaghiamoci un poco, non vorrei che ci prendessimo troppo sul serio considerandoci "Dotti medici e sapienti"...

Sara 01/31/2013 12:19

Le scarpe rosse non sono di Prada ma di Adriano Stefanelli, sono anche un omaggio.
In quanto alle classifiche sui pontefici mi pare che siano ingiuste, il Papa è il Papa anche se ti è antipatico e non sei sempre d'accordo mi pare facile seguire quando si è sempre d'accordo
onestamente.
E sulla solitudine non s,o a parte la collegialità il Papa è il capo della Chiesa e se la Chiesa è comunione non mi piace pensare ad un Papa solo.
Anche se credo di intuire a cosa si riferisca Ubi.

Il grillo parlante 01/31/2013 12:04

Il livello del commento n. 131 mi fa cadere le braccia.

Ubi 01/31/2013 10:46

Manduria, è pur vero che dovrei studiare, ma è pur vero che molti il "sensus fidelium" di molti, troppi direi, è ridotto a opinione pubblica (o privata) nei fatti e non come concetto.
Potrei suggerirle di leggere qualche blog (eviterò di darle però i nick o i nomi dei soggetti "incriminati"...) per farsene un'idea, oppure suggerirle qualche parrocchia da frequentare, ma forse
questo è troppo....

Ubi 01/31/2013 10:38

Attento Giovanni, qualcuno potrebbe replicarti che "il diavolo si nasconde nei dettagli". Non credo invece sia vero, assolutamente.
Sinceramente però non amo i confronti tra gli stessi, ritengo ogni papa una storia a sè.
E mi piace pensare sempre al papa come "un uomo solo".
Per me guai se non lo fosse. Secondo me la grandezza di un papa dipende dalla sua "solitudine"...
Più è "solo" più è grande

SC Manduria 01/31/2013 10:32

Sant'Ubi,
ha presente la lettera che De Filippo scrive sotto dettatura di Totò:
"abbiamo avuto la morìa delle vacche".
Altrettanto pertinente è la sua costernazione per la attualità rispetto al tema del sensus fidelium. Se questo concetto è ridotto a opinione pubblica (o privata), l'unico rimedio è studiare. Vede
che i libri servirebbero?
Punto, anzi, due punti, esageriamo.

Ubi 01/31/2013 10:21

Magdalena, c'è proprio poco da gioire...
Il non-senso potrebbe inquinare il"sensus" di chiunque, mio tuo, suo...

Un'altra notizia ancor più dolorosa, di quelle che davvero "fanno male", sul nonsense della società moderna...

http://www.corriere.it/cronache/13_gennaio_31/troppo-poveri-restare_35dff3c2-6b71-11e2-bfdf-0d9d15b9395f.shtml

Giovanni Pierluigi 01/31/2013 10:19

Non sono affatto d'accordo con ciò che dice Manduria a proposito di autoreferenzialità dell'attuale pontefice. E' vero che ha qualche debolezza da vecchia signora retrò, ma su cose totalmente
marginali come dettagli di abbigliamento, il camauro, che già portava Giovanni XXIII, o le scarpette rosse, che comunque non sono di Prada. Piccole idiosincrasie facilmente perdonabili. In realtà
qeusto papa mi ha riconciliato con la chiesa. Mi sentivo completamente estraneo alla chiesa di GPII, il suo mostruoso culto della personalità, la liturgia ridotta a spettacolo autocelebrativo, le
veline sovietiche di Navarro Vals, i giovani usati come claque. Non sono rimasto sorpreso quando sono venute fuori le magagne: la corte dei miracoli che lo circondava, i vescovi mediocrissimi che
condividevano la visione superficiale e "pop" della riforma liturgica, il suo eccessivo conservatorismo teologico, ma il lasciare campo libero alle peggiori sperimentazioni liturgiche e il
disinteresse nei confronti di ciò che veniva insegnato nelle diocesi.
Benedetto XVI, con il suo senso critico e il suo stile così impolitico e poco telegenico, era quello che ci voleva per la chiesa. Non ha abbastanza energia per invertirne il corso "liturgico" e
grazie a Dio non ha voglia di fare il profeta riformatore che lancia ultimatum (sullo stile dei sei mesi di tempo per cambiare il modo di pregare voluto da Paolo VI, pena la scomunica). Tuttavia
dice le cose giuste e quel poco che fa è nella giusta direzione. Fa quello che non è stato fatto nel postconcilio: stimola la libera discussione, fa formazione liturgica, è preparato e invita a
rileggere il concilio. Per questo è così inviso all'establishment clericale. Poi naturalmente ci sono anche gli opportunisti che lo appoggiano per calcolo, ma questo è inevitabile. Se non altro
questo papa ha più volte messo in guardia da questo rischio, di cui mi pare consapevole.

Magdalena 01/31/2013 10:05

Per la bella dimostrazione di sapienza offerta dal commento n.130 mi sento di proporre:

Ubi santo subito!

SC di Manduria 01/31/2013 09:40

Siamo sicuri che in Italia viga sia libertà religiosa, sia radicazione della Riforma (senza alcun bisogno di Riforma della Riforma) sia l'entusiasmo per il Concilio Vaticano II, sia il
discernimento e la capacità di formare i nuovi ministri, senza illuderli che la soluzione dei problemi stia nel passato, sia la maturità episcopale nel non transigere di fronte all'opportunismo
politico, ecclesiale e ipocrita di ambienti interni ed esterni alla Chiesa.
Se poi si vuole qualche esempio di "elefantiasi e autoreferenzialità" del ruolo del Papa nella Chiesa - il cui valore nessuno contesta, purché non tracimi - eccone due: primo, il titolo, messo bene
in luce da Cerimoniere, del MP "Summorum Pontificum", un bell'esempio di mancanza di senso della realtà già nel titolo. Il secondo, le scarpette rosse di Prada. Due piccoli segni, che non possiamo
riferire direttamente al Papa, che letteralmente li "subisce", dagli ambienti asfittici di cui si è circondato e che lo rassicurano, ma che rendono la Chiesa, tutta, responsabile di una clamorosa
caduta di credibilità. Il sensus fidelium non è l"aria" o il "clima" che favorisce queste degenerazioni, ma il "buon senso" che non vede l'ora di liberarsene.

Ubi 01/31/2013 09:34

Si è parlato qui di "sensus fidelium".

Forse non è tanto attinente, ma questa mattina ho letto un articolo di giornale che ha dell'incredibile e i cui tutti i protagonisti dei fatti sembra che abbiano perso addirittura ogni "senso della
realtà" ed ogni contatto con la realtà stessa.
Se lo volete leggere:

http://www.corriere.it/esteri/13_gennaio_31/newyork_criminalbimbo_3d837070-6b50-11e2-9446-e5967f79d7ac.shtml

Certo che se questo (non)senso comune inquinasse il "sensus fidelium" o si scambiasse per esso...
non oso pensare!

Salvo 01/31/2013 03:13

Ma siete sicuri poi che oggi in Italia vigga la "liberta' religiosa?". A me pare che dietro tutto vi sia una confusione terminologica con cosa era considerato "liberta'".

Il grillo parlante 01/30/2013 23:29

Appunto.

Ubi 01/30/2013 22:02

"quelli che non sentono l'esigenza di celebrare in rito antico".

Io, per esempio...
però del NO celebrato almeno dignitosamente, quello si.

Ubi 01/30/2013 21:46

Non tanto beata semplicità Manduria...
Di una semplice paginetta uno ci capisce una cosa e uno un'altra, figurarsi di un libro.
Il fatto è soggettivo: ognuno vi legge ciò che vuole leggervi. La semplice esperienza dei commenti agli articoli del blog lo insegna... chi ci vede il bianco e chi il nero...

Riguardo al portafogli poi, è bello vuoto e non ho amici cardinali (nemmeno preti a dire il vero).
Certo che la opzione preferenziale è per i poveri, ma non per questo bisogna disprezzare chi è più fortunato materialmente (ricco non mi piace: le ricchezze stanno in cielo e le miserie su questa
terra).

il grillo parlante 01/30/2013 21:29

Quello che a lei sembra sfuggire, caro SC, e' proprio ciò che penso si intenda come sensus fidelium.
Se lei pensa che la maggior attenzione alla sensibilità tradizionale che Sara, credo giustamente, riscontra negli ultimi papi sia per indulgere con troppa attenzione a "quattro gatti" che si
impegnano in prima persona per il rito antico, significa che ha ben poca stima della loro intelligenza, ma soprattutto che le sfugge proprio l'essenza del "sensus fidelium".
Per intenderci, dovremmo accordarci su cosa s'intende con tale espressione: immagino che siamo tutti d'accordo che sia qualcosa che non si misura con dei sondaggi d'opinione o dei referendum,
quanto piuttosto una certa "aria", un certo "sentire" che si percepisce attraverso i canali che dall'esperienza pastorale quotidiana salgono fino ai vertici della Chiesa.
Se e' così, la mia impressione e' che da ampi strati del corpo ecclesiale sia "salita" una certa stanchezza verso alcuni aspetti della vita ecclesiale del recente passato, verso certi eccessi e
confusioni di vario tipo (in primis, ma non solo, quello liturgico), dalla volontà di ricupero di taluni valori messi eccessivamente in ombra ecc. Insomma non quello che si definisce strettamente
"tradizionalismo", ma una sensibilità piu tradizionale si.
Ecco, la mia impressione e' che sia abbastanza diffusa fra i fedeli, i preti, i seminaristi ecc., anche in quelli che non si potrebbero affatto definire propriamente tradizionalisti (per intenderci
anche presso quelli che non sentono l'esigenza di celebrare in rito antico), una certa aria, un certo spirito, una certa rivalutazio e e ritorno a una certa sensibilità piu tradizionale.

Cerimoniere 01/30/2013 21:19

Caro Padre Augé,

la sua lettrice mi chiede perché io mi rivolga a Lei se Lei non mi risponde mai. Questo non è vero. Lei risponde sempre con la sua ospitalità e a me sembra giusto indirizzare le mie parole a chi mi
ospita. Questo mi aiuta anche a mantenere meglio il limite e il senso di questo nostro scrivere, che facilmente può anche scappare di mano. Commento con lei, Professore, le cose che si dicono in
"casa sua". E mi sento ascoltato, da lei in particolare.

Magdalena 01/30/2013 21:11

"Che noia però Manduria parlare con lei sa che rimpiango Don Ettore? almeno Gilson lo aveva letto o per lo meno ne sapeva parlare." (send by Sara)

Caro Manduria, vedi come le gentili signore sanno offendere quando hanno finito gli argomenti? Ha ragione Cerimoniere, che razza di critica è? D'altra parte anche Pretot, come lo hanno trattato?
Molto peggio di te e quello almeno è francese, mentre tu no, sei italiano e pure del sud. Lo dico non per consolarti (non ne hai certo bisogno), ma per smascherare le virtù della santa (nel senso
di Ubi) lettrice teocon.

SC di M. 01/30/2013 20:46

@ Sant'Ubi

è ovvio che se dico che i libri si devono capire, Sant'Ubi capisce di doverli capire come li capisco io. Invece pretendo solo che si capiscano secondo quello che dicono i libri stessi. Beata
semplicità.

@ Cerimoniere

Se vuole intervenire sui miei commenti tenga conto che sono "meridionale" davvero. Perciò faccia attenzione a non esagerare, né con le critiche né con i complimenti. Da "terrone", diffido certo
delle prime, ma più ancora dei secondi. Beato basso clero.

@ insetto e Sant'Ubi

Se a festeggiare il Concilio ci sono i numeri, è il minculpop ecclesiale a pagare i partecipanti. I 4 gatti della processione per il MP invece sono la epifania del "sensus fidelium" e le "pecorelle
smarrite" (tutte con il portafoglio gonfio e gli amici cardinali), per lisciare il pelo alle quali non si esita a mettere a soqquadro (con 2 q) tutta la pastorale liturgica universale. Beata
opzione preferenziale per i poveri.

Sara 01/30/2013 20:38

caro Cerimoniere, perchè si rivolge sempre al professor Augè dato che finora non le ha mai risposto direttamente?
Caro Manduria io son felice non ho problemi e amo pure le cerimonie liturgiche sgarrupate quelle che a Pierluigi danno fastidio per l'animatore microfonato, però mi piace pure parlare con lui e
vedo questo movimento e ne prendo atto, ci parlo, ormai sono un po' di anni ci conosciamo, abbiamo discusso, litigato e magari ci siamo anche un po' compresi. Fa brutto?
Io lo vedo molto ecumenico conciliare, Cerimoniere permettendo.
:-)
Per il resto giuro che si può anche distinguere tra i canti con la chitarra dell'Ac e le gioie conciliari da una curiosità intellettuale sulla storia della Chiesa.

Cerimoniere 01/30/2013 20:18

Caro Professore,

ora vede anche lei che Sara, la nostra, se posso dire così, "neoteocon", non solo si è sdraiata come Forte - non sul "pro multis", ma addirittura sul "pro paucis" - ma dice anche a Manduria che non
sa parlare di Gilson! Sarebbe come se io contestassi a Sara di non saper parlare di Lombroso o di medicina omeopatica. Che razza di critica è? Si contesta a un altro di non saper parlare di ciò di
cui non ha parlato? Certo Manduria usa sempre i suoi toni, posso dirlo da "meridionale" se non si offende, ma parla di ciò che si dice. Sarà duro, ma è schietto e diretto. Sono invece molto colpito
e stupito da un tale comportamento divagante, che forse si spiega con la confusione nella quale la signora precipita a causa delle obiezioni a cui non sa rispondere. E allora tira in ballo Don
Ettore, Gilson, Bruno Forte e si confonde.

il grillo parlante 01/30/2013 20:15

@ SC Ognuno ha le sue esperienze e ognuno valuta le folle secondo il suo metro.
Certo che quando dietro un evento c'è la macchina organizzativa della Chiesa e' facile avere la sala piena.
Dovrebbero essere altri i metri di misura: la vita di chiesa e di fede ecc. E su questo punto sarebbe meglio essere un po' meno trionfalistici, meno autoreferenziali e soprattutto un po' piu
prudenti.

Quanto al sensus fidelium, ancora una volta si fanno dei ragionamenti paradossali che alla fine non dicono nulla e tantomeno servono. Per lei non e' nemmeno in discussione che ci sia da ascoltare.
Ha già deciso lei che cosa il sensus fidelium dve esprimere. Come si fa a discutere così ?
Non comprendo poi come si possa dire certe cose sul magistero... Come può essere il magistero colto da elefantiasi e autoreferenzialita'? Stiamo scherzando? Perché prima dell'Ottocento vigeva forse
una collegialità del tipo che lei auspica?

Ubi 01/30/2013 19:51

Manduria è da molto che volevo dirglielo.
: il suo invito ai libri è pur lodevole ma probabilmente mal posto; il libro chi lo legge lo deve capire non secondo come voglia intender lei.
Poi non dimentichiamoci che la maggior parte dei santi è gente di poca o nessuna cultura. Non siamo nè la religione del libro nè quella dei libri. E sicuramente al Giudizio non sosterremo un esame
su quello che abbiamo studiato ma su come abbiamo vissuto (la Carità).
San Giuseppe da Copertino si definiva egli stesso "frate asino", eppure... mirabile prodigio "scienza infusa".
Se poi lei pensa che siano esagerazioni agiografiche, null'altro vi è da dire...

Ubi 01/30/2013 19:30

Però, capisco che per brevità -lo faccio anch'io- si categorizzi tra tradi e prog, svitati e fulminati e non, tra folle e "quattro gatti", però dei "tre isolati" pure mi curerei di prendermene
cura, cercando di evitare che rimangano "fuori della storia", ma soprattutto fuori dalla Chiesa. E dato che non possimo giudicare in foro interno, non possimo presumere che non siano animati da
buoni sentimenti e vera fede, pur se per esprimerla hanno bisogno di un modo più "tradizionale" o meglio, hanno una diversa sensibilità legata ad altri stili ed altri tempi.
Lasciar smarrire pur una sola pecorella non è mai cosa buona, nè giusta.

SC di Manduria 01/30/2013 19:27

Io le ho viste e a nord e al centro e a sud. E anche nella mia Diocesi e nella mia parrocchia. Ma pensa te! E ho spesso invitato anche i miei amici a rendersi conto della realtà bella per cui un
Concilio, a 50 anni di distanza, riesce di nuovo a essere "passaggio dello Spirito", per gli uomini e le donne di Spirito. Evidentemente bisogna avere occhi e tatto per accorgersene. E per
suscitare entusiasmo e per appassionarsi, senza distendere il corpo defunto del Concilio sul tavolo operatorio, e incidere di bisturi per trovare tracce del 1800, tracce di modernismo, tracce di
Francesco o segni di autoritarismo. Forza, un poco di coraggio e un poco di vista buona, e vedrà che anche lei saprà scorgere i veri segni dei tempi, non quelli tristi e depressi ai quali si sta
abituando con troppa facilità. Gioia di vivere, scommessa, sfida, entusiasmo. Cose per cui vivere e combattere, se necessario. Cose per cui fare, al limite, obiezione di coscienza. Questo il
Concilio sa trasmettere ancora oggi e lo fa a Catanzaro, a Udine, Rieti, a Carovilli, Belluno, a Savona, a Parma...e tutto questo in soli 3 mesi! Sveglia, amici e amiche, riaprite gli occhi sulla
realtà e non usate i libri e i blog come schermi per difendervi, ma come strumenti per comprendere. Ma prima dovete comprendere i libri e poi questi, una volta compresi e assimilati, orienteranno i
vostri occhi e il vostro interesse, e vi daranno forza contagiosa e gioia grande.

Sara 01/30/2013 18:38

Che noia però Manduria parlare con lei sa che rimpiango Don Ettore? almeno Gilson lo aveva letto o per lo meno ne sapeva parlare.
in parrocchia ci vivo e ringraziando Dio ci lasciano tutto così com'è ma se anche un teologo che dovrebbe essere progressista come Forte si sdraia sul pro multis mi pare evidentente che i
progressisti sono per lo meno spuntati.
Le ha viste le folle a celebrare il cinquantesimo del concilio ?
Io no (e ci sono anche rimasta male tanto per dire).

SC di Manduria 01/30/2013 18:31

Dissento totalmente da questa opinione infondata di Sara. Se lei legge soltanto quel che le pare, trova conferme a destra e a manca della tendenza conservatrice. Se parla con le persone e vive le
parrocchie e le diocesi, si accorge che quelle "moltitudini" sono solo 4 poveri isolati, che scrivono sui blog ognuno con 4 nicknames diversi e che magari girano vorticosamente per diocesi e
parrocchie, in modo da costituire quei "gruppi" dove sempre i soliti si trovano oggi a Rapallo, domani a Massa e dopodomani a Alessandria. Tre persone, tre gruppi, tre comunità, 21 commentatori sui
blog, ma sempre tre isolati fuori della storia rimangono. Insomma Sara, un poco di realismo! Esca dal virtuale e incontri il mondo reale. Resterà stupita, non vedrà solo semafori rossi e potrà
anche vivere in presa diretta un poco di libertà.

Presentazione

  • : Blog di Matias Augé
  • Blog  di Matias Augé
  • : Il mio blog intende far conoscere la liturgia della Chiesa per meglio celebrarla e viverla
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Liturgia e Chiesa

 

 LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE
E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

Decalogo per intervenire: 
1. Prima di scrivere un commento leggi con attenzione il post.

2. Il tuo commento non si sposti dall’argomento del post.

3. Scrivi con sincerità, completezza e chiarezza la tua opinione.

4. Non dilungarti in dismisura nei commenti.

5. Controbatti le opinioni degli altri con argomenti.

6. Non insultare, giudicare o umiliare chi non la pensa come te.

7. Non cercare di svelare il nickname degli altri.

8. Non adoperare parole volgari.

9. Non pretendere di avere l’ultima parola nel dibattito.

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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