Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Monday 2 july 2012 1 02 /07 /Lug /2012 05:00

    Eucaristia Raffaello L’ecclesiologia proposta dal Vaticano II è un’ecclesiologia biblica che assume quale fondamento le immagini con cui la Scrittura stessa indica la realtà della Chiesa; accoglie l’immagine paolina del corpo di Cristo e la sua ipoteca comunionale e sacramentaria o liturgica. Ciò è confermato dal Sinodo straordinario dei vescovi del 1985 quando dichiara che l’ecclesiologia di communio è “l’idea centrale e fondamentale dei documenti conciliari”. Una autorevole conferma di questa visione ecclesiologica è l’enciclica di Giovanni Paolo II Novo millennio ineunte (06.01.2001), dove si legge: la comunione (koinonía) “incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa” (n.42). Si tratta di un concetto importante nella cui comprensione però ci possono essere delle differenze. C’è, ad esempio, il rischio che la comprensione teologica della comunione sia sostituita o oscurata da una comprensione semplicemente antropologica o sociologica. La Chiesa non è né una democrazia né una monarchia, né tantomeno una monarchia costituzionale. Essa è “gerarchia” nel senso originario del termine, che significa “origine santa”, cioè la Chiesa deve essere compresa sulla base di ciò che è santo, a causa dei doni di salvezza, della Parola e del Sacramento quali segni autorevoli e mezzi efficaci dello Spirito Santo.

 

Il termine greco per communio, koinonía, originariamente non significa comunità, ma “partecipazione”. Il verbo koinoneo ha il significato di “condividere, partecipare, avere qualcosa in comune”. Secondo gli Atti, la Chiesa primitiva a Gerusalemme costituiva una koinonía nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2,44; 4,32). Secondo Paolo, la nostra koinonía è con Cristo Gesù (1Cor 1,9), con il vangelo (Fil 1,5), nello Spirito Santo (2Cor 13,13), nella fede (Fm 6); essa è koinonía nella sofferenza e nella consolazione (2Cor 1,5.7; Fil 3,10); la prima e la seconda Lettera di Pietro parlano di koinonía nella gloria che deve manifestarsi (1Pt 5,1), e della natura divina: “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4); secondo la prima Lettera di Giovanni, la nostra koinonía è con il Padre e con il Figlio suo e, di conseguenza, tra di noi (1Gv 1,3). Fondamento e termine di questa comunione è l’unità del Padre e del Figlio (Gv 17,21-23).

 

La base sacramentale della comunione è la communio nell’unico battesimo per mezzo del quale siamo battezzati nell’unico corpo di Cristo (1Cor 12,12s; Rm 12,4s; Ef 4,3s), e per mezzo del battesimo siamo uno in Cristo (Gal 3,26-27). Il vertice della communio è la celebrazione eucaristica. Di conseguenza, nella riflessione teologica il testo destinato ad assumere la maggiore importanza è stato quello della 1Cor 10,16-17: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. Questo testo dichiara che la comunione all’unico pane eucaristico è fonte e segno della koinonía nell’unico corpo della Chiesa; l’unico corpo eucaristico di Cristo è fonte e segno dell’unico corpo ecclesiale di Cristo. La celebrazione eucaristica non deve essere mai un segno di divisione ma di comunione.

 

Di Romanus - Pubblicato in : Eucaristia - Community : Riscopriamo la liturgia
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La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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