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22 luglio 2012 7 22 /07 /luglio /2012 23:00
Mentorella 2

 

Possiamo affermare che oggi c’è una crisi del senso festivo e non delle feste. Il problema si manifesta nell’assenza dell’uomo e nella sua estraneità al fatto festivo. L’uomo si atteggia in un modo diverso rispetto alla tradizione anteriore. La perdita della disposizione a far festa ha un profondo significato religioso. Chi è l’uomo religioso, in senso molto generale? E’ colui che situa la propria esistenza in una cornice storica e cosmica molto più vasta. E’ colui che si considera in un contesto in cui ci sono dei valori, in cui c’è un’origine e c’è un destino. Egli si considera parte di un tutto più grande, cioè di una storia più ampia nella quale si sente chiamato ad avere un ruolo. I riti, i canti, i gesti festivi legano l’uomo a questa storia, perché lo aiutano a situarsi nel vissuto concreto.

 

Ciò spiega il perché senza autentiche occasioni festive e senza il sostentamento della fantasia celebrativa, lo spirito e la psiche dell’uomo tendono a deteriorarsi. La mancanza del senso festivo può spiegare, in parte, il malessere, il tedio e la noia di molti dei nostri contemporanei. Infatti, la celebrazione festiva, ben gestita, mette in moto un insieme di ricordi, di speranze collettive e di valori che danno senso alla vita. Quando il senso del celebrare la festa scompare, viene meno anche l’insieme di questi punti di riferimento. Oggi sembra che qualcosa, in questo senso, si stia deteriorando. Le stesse feste cristiane non hanno più la vitalità di un tempo. I condizionamenti attuali, a cui è assoggettata la celebrazione della festa cristiana, sono molteplici. Ne indichiamo brevemente alcuni di natura socio-culturale.

 

Nella nostra cultura post-moderna si parla del ritorno del sacro, non nel senso dovuto, ma nel senso sincretistico, con radici cosmico-vitalistiche e naturalistiche, che lasciano intravedere una sorta di miscuglio tra diversi credi religiosi. Nasce, così, un tipo di festa neo-pagana, con riti, musiche e modelli di comportamento. Questa voglia di far festa, inizialmente è positiva perché recupera alcune delle dimensioni antropologiche della festa, ma diventa ambigua e pericolosa nella misura in cui colloca l’uomo nella vaga dimensione sacrale e cosmica, impedendogli di esprimere la propria identità personale e la propria vocazione trascendente.

 

Un’altra insidia viene da una società che privilegia il profitto economico, per cui le feste non sono più al servizio dell’uomo, ma della produzione. Il bisogno di far festa viene quindi dirottato talvolta verso soluzioni “utilitarie”. Non è, poi, infrequente nella nostra società interpretare la festa in un modo molto riduttivo, cioè considerarla semplicemente come vacanza, tempo libero o relax. La vera festa, secondo alcuni, è “il non far niente”. Anche questa mentalità – tra l’altro molto diffusa – è ambigua perché confonde la festa con un tempo vuoto. Notiamo a questo proposito, che i tempi di riposo o di vacanza sono in parte modellati dalle stesse feste cristiane che esercitano su di essi un effetto ambiguo. La festa si riduce al semplice sentirsi liberi dal peso e dai fastidi della vita quotidiana e al semplice bisogno di evasione. Questo fenomeno è particolarmente evidente nella concezione che oggi si ha in alcuni ambienti della domenica.

 

M. A.

 

 

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Published by Romanus - in Anno liturgico
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commenti

Angelo 07/23/2012 23:50

Grazie prof. Augé per questa riflessione.

Sara 07/23/2012 10:51

Anche io, per adesso continua a vincere Nietzsche il post moderno annullando il cristianesimo torna a Dioniso.

Catechista 07/23/2012 09:52

Condivido, prof.
Saluti

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  • Blog  di Matias Augé
  • : Il mio blog intende far conoscere la liturgia della Chiesa per meglio celebrarla e viverla
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Liturgia e Chiesa

 

 LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE
E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     

 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

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