Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Thursday 2 june 2011 4 02 /06 /Giu /2011 07:44


Andrea Grillo Intervista di Moises Sbardelotto ad Andrea Grillo
(pubblicata sulla rivista brasiliana on-line IHU.unisinos.br del 29 maggio 2011)

 

Come interpreta la pubblicazione della istruzione “Universae Ecclesiae” nel momento presente della Chiesa? Secondo lei, quali sono state le vere intenzioni del Vaticano con questo provvedimento?

Il documento “Universae Ecclesiae” estende l'ambito operativo del Motu Proprio “Summorum Pontificum”, ossia la estensione personale e territoriale di una pretesa di parallelismo rituale che instaura una co-vigenza tra rito ordinario e rito straordinario, cosa che – già a prima vista – si rivela incoerente, inefficace e gravemente pericolosa per la comunione ecclesiale. Con la pretesa di consentire una duplice vigenza di forme diverse e non armoniche del medesimo rito romano, si determina progressivamente un conflitto indominabile tra tempi, spazi, abiti, riti, calendari, ministeri, codici, competenze diversi. L’estensione riguarda sia le abilitazioni soggettive al rito, ossia i criteri con cui i soggetti possono vantare diritti in materia, sia le finalità oggettive del rito, che più esplicitamente vengono definite "pastorali". In realtà, questo documento, nonostante le buone intenzioni, rischia di rendere impossibile qualsiasi pastorale liturgica, poiché ha un effetto pericolosamente disorientante su tutti: anzitutto sui vescovi, che perdono il controllo delle diocesi, poi sui preti e infine anche sui laici, per il fatto che sottrae alla Riforma la sua necessità.

 

In termini teologico-liturgici generali, cosa distingue il rito straordinario (tridentino) e il rito ordinario (post-Vaticano II)? Che “mistero” e che “chiesa” sono enfatizzate in ciascuno di loro?

Si tratta di due forme dello stesso rito, di cui quella più recente (post-Vaticano II) è più antica di quella tridentina. È utile leggere un libro, di Francois Cassingena-Trevedy, che si intitola “Te igitur”, dal quale si capisce bene come il rito tridentino sia un rito “tipicamente moderno”, che oggi rileggiamo in modo individualistico, soggettivistico e borghese. Il passaggio da questa prima forma moderna del rito romano alla seconda forma, post-conciliare, comunitaria, relazionale, simbolico-rituale, è avvenuto attraverso un Concilio e una lunga fase di riforma, che è stata causata dai limiti, dalle lacune, dalle unilateralità del rito tridentino, di cui la Chiesa si era progressivamente accorta, a partire dal XIX secolo. Il passaggio che la Riforma vuole promuovere riguarda il soggetto che celebra (dal solo prete al rapporto assemblea/ministri), il rito (che non è più solo da osservare da parte di un singolo, ma è da celebrare da parte di una comunità), la relazione con Dio (che da monologica diventa dialogica), la parola di Dio (che ora ha spazio, visibilità sacramentale e ricchezza molto più significativa), il ruolo della comunione (che ora è compiuta da tutti come una azione rituale della messa e non più come devozione privata). Tutti questi passaggi rappresentano gli stadi diversi di un medesimo rito romano. Bisogna notare che le due forme sono in continuità (e garantiscono continuità) nella loro successione diacronica. Se con una finzione giuridica si rendono queste diverse forme contemporanee e oggetto di scelta opzionale, si crea una situazione ibrida e anomala, priva di certezza e di orientamento, che presto si rivela un pasticcio, con il quale si introduce una grave discontinuità nella tradizione del rito romano. La continuità è garantita dalla successione di forme diverse del medesimo rito, mentre il fatto di rendere contemporaneamente accessibili forme diverse di questo sviluppo storico del medesimo rito significa introdurre una rottura inedita e una discontinuità strutturale nella tradizione ecclesiale.
Mi pare che la affermazione che su questo piano risulta più paradossale e più grave sia la “assoluta libertà” riconosciuta al singolo prete, o vescovo, nella sua celebrazione “senza popolo”, di poter scegliere la forma ordinaria o straordinaria, senza dover rendere conto a nessuno: la Riforma liturgica diventa così un mero “optional” della stessa identità ministeriale. Anche questo è un “monstruum” inedito rispetto alla tradizione della Chiesa.
Mi chiedeva anche del “mistero” e della “Chiesa”: mi pare che sia innegabile come una forma rituale descriva e proponga, allo stesso tempo, un modello di oggetto (il mistero di Cristo) e di soggetto (il mistero della Chiesa). Il mistero e la chiesa prendono figura nel rito celebrato. Ora, è evidente come il rito tridentino affidi larga parte della mediazione esclusivamente al ministro ordinato, con una deriva pericolosamente clericale della identità, degli stili retorici, delle forme dell’esercizio della autorità. È il prete ad avere a che fare con il mistero e con la Chiesa. D’altra parte è il prete a essere competente del rito, non la assemblea, che si limita ad assistere e – nel frattempo – esercita la propria devozione su altri testi e con altri riti. I riti e le preghiere non sono comuni. Il rito post-conciliare, invece, prova a mostrare meglio una “presenza di Cristo” mediata in molti modi, articolando meglio carismi, ministeri, soggetti, funzioni, tempi, spazi, ecc. E lo fa pretendendo che il rito diventi “linguaggio comune di tutta la Chiesa”. Per questo, come dicevo all’inizio, il rito che è scaturito dalla Riforma liturgica è “più antico” di quello tridentino, perché prova a incamminarsi verso quel superamento dell’individualismo – tanto clericale quanto laicale – che caratterizza in modo così forte quella versione moderna del rito romano che è il rito tridentino.

L'“Universae Ecclesiae” si manifesta come una risposta ai fedeli che “hanno espresso il vivo desiderio di conservare la tradizione antica” (n. 5). Nel fondo, che cosa significa la Tradizione per la vita della Chiesa, specialmente sul tema liturgico?
Conservare la tradizione antica è il grande obiettivo della cura pastorale per la liturgia, che l’ultimo secolo e mezzo aveva avuto difficoltà a mantenere viva e che viene ora garantito dal rito di Paolo VI. Nel periodo che ha preparato il Concilio ci si era resi conto che lo sviluppo post-tridentino della tradizione aveva sempre più offuscato il suo senso e la sua radice, irrigidendosi in una pletora e di norme e di forme insostenibili. Da questa difficoltà di quasi due secoli è sorto il desiderio di “adattare” e di “aggiornare” le pratiche rituali, al fine di recuperare il loro valore di fonte per la identità cristiana. La tradizione, infatti, per avere continuità, deve saper cambiare. Se invece affianchiamo alla tradizione rinnovata una tradizione vecchia, permettiamo ad una nostalgia di corto respiro di minacciare la tradizione stessa, di interromperne le vie di comunicazione e di trasformazione principali. La tradizione muta nel tempo, ma diventa tradizionalismo quando non accetta questo strutturale cambiamento e si fissa in modo rigido, con pretese della perennità. In questo modo muore la tradizione: in nome di attaccamenti personali e di sensibilità nostalgiche.


Il cosiddetto Messale di Giovanni XXIII, del 1962, risale al Papa Pio V, nel XVI secolo. Cosa significa, in questo senso, la ripresa oggi di un messale della Controriforma?
Il messale del 1962 non è soltanto l'ultima versione del messale di Pio V, ma è anche un atto profetico con cui Giovanni XXIII diede alla chiesa un testo provvisorio - e sottolineo “provvisorio”, perché così lo considera esplicitamente lo stesso papa Giovanni - in attesa della riforma che si sarebbe fatta alla luce degli "altiora principia" che sarebbero stati espressi dal Concilio Vaticano II, che nel 62 era stato già indetto. Negli anni scorsi una parte minoritaria e estremista della Curia Romana aveva osato chiamare questa piccola e marginale edizione del Messale tridentino, “la grande Riforma di Giovanni XXIII”: si tratta di una mistificazione senza verità e senza pudore. Il Messale del 62 è un testo di transito, di passaggio, contingente e provvisorio, secondo quanto ne dice, già nel 1960, lo stesso papa Giovanni, nel Motu Proprio “Rubricarum Instructum”. È dunque tanto più obiettivamente difficile "riprendere" o “risuscitare” il messale del 62, sia perché il papa successivo, Paolo VI, voleva che fosse superato e sostituito, sia perché Giovanni XXIII, lo stesso papa che lo aveva approvato, lo riteneva strutturalmente provvisorio. Considerare vigente il Messale del 1962 costituisce una finzione giuridica che non regge né di fronte a Paolo VI né di fronte a Giovanni XXIII. Ed è una finzione giuridica tanto più grave perché escogitata per la prima volta dagli ambienti tradizionalistici, agli inizi della Riforma liturgica, per far resistenza alla Riforma stessa. Sorprende che il papa Benedetto abbia fatto propria una teoria tanto inconsistente sul piano giuridico e con conseguenze così incontrollabili sul piano liturgico, ecclesiale e spirituale.


L’istruzione afferma che la celebrazione della Messa tridentina dev'essere fatta da un “sacerdote idoneo”, che ha una “conoscenza basilare” della lingua latina, “che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato”. Come resta la partecipazione liturgica dei fedeli con l'uso di una lingua morta? Che significato acquisisce la persona del sacerdote?
Accanto alle finzioni giuridiche, che ho appena illustrato, il documento presume molti, troppi fatti inesistenti. Il latino non è più lingua d'uso, nemmeno nella Chiesa. Altro è tradurre qualche riga del De bello gallico di Cesare, e altro è celebrare un rito. Questa non è solo la condizione dei preti che non studiano: questa è una condizione comune a tutti gli uomini e le donne di oggi: nemmeno i papi hanno più il latino come lingua d'uso. Non pensano più in latino. Scrivono le encicliche in italiano, in polacco, in tedesco... Presumere che un dvd possa dare l'uso sensato della lingua rituale è un sogno da visionari e una mistificazione grave e illusoria. Questo vale già per i preti. Non parliamo dei laici. Con il latino, essi tornerebbero subito ad "assistere", come dice esplicitamente la recente Istruzione UE. Ma questo è proprio ciò che il Concilio, nel 1963, auspica non debba succedere mai più nella Chiesa e che cerca di superare proprio con la Riforma liturgica. Il Concilio promuove una Riforma perché tutti possano sentire il rito come “proprio” linguaggio. Per questo è molto difficile sostenere che il recente documento UE non sia contro la Riforma liturgica, visto che incoraggia una partecipazione che inevitabilmente è quella da "muti spettatori".

Nella lettera inviata ai vescovi nel 2007 in occasione del motu proprio, il Papa ha detto: “Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande”. Così, è possibile coniugare il “sacro” e la “liturgia” senza “nessuna rottura”?
Il papa ha ragione se ci chiede di restare ben piantati nella dinamica di una storia che si articola nello spazio e nel tempo: nella successione storica delle due forme non c'è nessuna contraddizione tra rito vecchio e rito nuovo. Ma appunto, solo nella successione temporale di due forme diverse! Se invece si pretende di far convivere nella stessa unità di spazio e tempo queste due forme, senza subordinarne una all’altra in modo netto e definito, si perde immediatamente l'orientamento e così anche il senso della tradizione. La Riforma liturgica – dobbiamo ricordarlo a troppe menti che se lo sono dimenticate – è stata un atto necessario, un passaggio che la Chiesa ha avvertito e giudicato, al suo più alto livello, conciliarmente, un evento decisivo della propria identità, mentre oggi UE e già prima SP la riducono a un fatto semplicemente possibile, quasi ad un optional. Qui sta una differenza delicatissima, sottile come un capello, ma decisiva. Se si riconosce davvero la necessità storica della Riforma, non si può proprio affiancarle di nuovo quel rito che essa ha voluto e dovuto intenzionalmente superare. Quando lo si fa, si altera irrimediabilmente tutto il senso e l'impatto dell'atto di riforma.
D’altra parte, bisogna dire che se oggi ci si preoccupa di evitare che la tradizione subisca “rotture”, bisogna evitare di procurarne di peggiori: se la polemica sulle “ermeneutiche del concilio” è ricondotta alla sua vera intenzione, è facile vedere come non si tratta di contrapporre continuità e discontinuità, ma di contrapporre due diverse accezioni di discontinuità (ossia la Riforma e la discontinuità tout court!). Ogni Riforma introduce un certo grado di discontinuità per poter garantire una più profonda e autentica continuità.
Mi si permetta di fare un esempio, non liturgico, ma disciplinare. Pensiamo a che cosa fu la Riforma tridentina dell’episcopato, segnata dalla introduzione dell’obbligo di “residenza”. È certo una grande discontinuità rispetto alle prassi dei secoli precedenti. Proprio questa discontinuità, difesa e promossa per decenni e per secoli, ha prodotto lentamente una diversa visione dell’episcopato, meno amministrativa e più pastorale, meno imperiale e più paterna, meno prefettizia e più liturgica. Che cosa sarebbe accaduto se, con un Motu Proprio, un Papa della seconda metà del 600 avesse affermato che la “non residenzialità” non era mai stata abrogata e che quindi, a loro scelta, i vescovi avrebbero potuto risiedere o non risiedere nella loro Diocesi, a seconda dei loro affetti, attaccamenti o appartenenze? È solo un esempio per mostrare la contraddittorietà di una contemporanea assunzione di prospettive tra loro compatibili nel divenire della storia, ma che risultano del tutto incompatibili se assunte contemporaneamente.


Sulla stessa linea, come interpretare questa affermazione del Papa nella nostra epoca (“post-moderna”, “post-metafisica”, “post-rivoluzione tecnologica”), infine, in un nuovo periodo storico? Le risposte precedenti – sia liturgiche o teologiche – rispondono ancora al momento attuale?
Bisogna osservare che qui siamo di fronte a un effetto modernistico del tradizionalismo e ad un effetto tradizionalistico del modernismo. Mi spiego. La nostalgia verso il rito non più vigente viene trasformata in diritto soggettivo alla celebrazione secondo quell'assetto rituale, ecclesiale, spirituale. D'altra parte l'insistenza sul tema della libertà e della accoglienza genera una chiesa senza più pastorale. Per questo non è sbagliato chiamare "monstruum" questa apparente soluzione, che rivela nello stesso tempo due difetti di speranza: vi è, in questi atti, come un eccesso di presunzione insieme ad un eccesso di disperazione. La presunzione consiste nella pretesa di poter scavalcare non solo la pastorale ordinaria delle diocesi e delle parrocchie, ma anche le soluzioni che al problema della “gestione delle opzioni” avevano dato i papi del Concilio e del post-concilio. Ma vi è anche disperazione, perché non si ha più fiducia nel fatto che la Riforma liturgica, pur con tutte le sue difficoltà, possa essere la scelta irrevocabile della tradizione cattolico-romana. Presunzione e disperazione minano la speranza, che la Riforma aveva riaperto e continua a sostenere, e della quale ha ancora bisogno, purché non venga minata alla base dalla “legittima” compresenza della sua negazione. Il papa può appoggiare la Riforma liturgica, o può contraddirla. Non può fare nello stesso momento l’una e l’altra cosa, perché questo disorienterebbe progressivamente il corpo ecclesiale.

Il cardinale Kurt Koch ha recentemente dichiarato che questi provvedimenti sono i passi per una “riforma della riforma” del Vaticano II, che segue ancora in cerca di un rito che equilibri gli estremi. Come la liturgia del Vaticano II potrebbe essere riletta nel contesto attuale?
Certo senza volere, il card. Koch ha affermato ciò che il papa – almeno in quanto papa – ha ripetutamente negato. Che SP e UE vogliano introdurre una Riforma della Riforma non si può desumere dal testo dei documenti. In essi infatti si pretende di riaffermare tutto il valore della Riforma liturgica. D'altra parte non solo alcuni osservatori, ma la quasi totalità dei vescovi e del popolo di Dio, se non vivono chiusi in un museo diocesano, avevano già avvertito la strana contraddizione tra le parole e i fatti. Con il discorso del card. Koch sembra svelarsi l'arcano: se è intenzione del papa fare una Riforma della Riforma, allora hanno ragione tutti coloro che vedono una grave minaccia per la Riforma liturgica in questi due atti del magistero. La favoletta a lieto fine risulta ora poco credibile, come quando lo stesso Koch dice che “proprio i teologi che si erano impegnati nel movimento liturgico o che avevano partecipato ai lavori del Concilio sono presto divenuti seri critici degli sviluppi liturgici postconciliari”. Non mi risulta affatto che sia così. Non mi pare di conoscere un solo teologo che prima fosse favorevole e che poi sia divenuto contrario. Tra coloro che oggi scrivono contro la Riforma non c’è un solo teologo che vi abbia partecipato. Scrive contro, normalmente, chi la conosce poco. Questi giudizi in libertà, se provengono da parte di chi dovrebbe pesare quello che dice a partire dalla propria responsabilità, proiettano sulla realtà i desideri di chi li pronuncia, mentre i fatti provvedono puntualmente a smentirli.

La istruzione del Vaticano, attraverso la ripresa del “usus antiquior” della liturgia, si propone l'obiettivo di “favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa”. Questo fine giustifica il mezzo scelto?
Ripeto che non è legittimo parlare di "usus antiquior". Lo chiamerei "uso più vecchio", o meglio ancora “uso fuori uso”, che se introdotto in un contesto pastorale armonico e di crescita ecclesiale, reca solo scompensi, conflitti, illusioni e frustrazioni. È la smentita di 50 anni di scelte faticose, coraggiose e piene di benefici per la vita delle comunità. L'intenzione e l'effetto non possono coincidere. Anzi si contraddicono, visto che la conformità del mezzo al fine è proprio la questione centrale che suscita perplessità in questi provvedimenti. A mio avviso la logica dell'indulto è l'unica a poter salvaguardare le scelte pastorali e le competenze episcopali. Mentre la "liberalizzazione", nella forma che ha assunto ora con UE, disorienta e impedisce una qualsiasi pastorale unitaria e armonica. Di questo sono ben consapevoli tutti i vescovi che hanno una reale esperienza pastorale. I pochi che possono condividere questa scelta sono quelli che non hanno un popolo cui rispondere. Se si sta sempre chiusi in ufficio, o forse anche se si aspira a entrare in qualche ufficio, è abbastanza facile pensare e dire con enfasi che questo documento porta solo pace e riconciliazione. Se solo si mette un piede fuori casa, e se si accetta di guardare in faccia la realtà, si capisce che si ottiene solo l'effetto contrario. Mi pare che questo dimostri un certo provincialismo tipico di quella mentalità curiale, che apre troppo poco le finestre per far entrare un po’ di aria fresca. E che riduce il mondo all'idea che se ne è fatta.

Alcuni commentatori suggeriscono che, dietro l'istruzione, sono messe in discussione delle differenze liturgiche tra l'“altare del sacrificio” e la “tavola della cena”. È possibile risolvere questa tensione?
La tensione è già risolta dalla Riforma liturgica. La mensa è altare. Questo comporta però un effetto molto importante in termini di spazio liturgico. La Riforma, come è noto, comporta un adeguamento delle chiese. Con questi nuovi documenti, che introducono un parallelismo tra forme rituali non coerenti, si creerà immediatamente una sorta di impedimento all'adeguamento da parte dell'uso vecchio. Nel nuovo rito mensa e altare possono convivere, nel vecchio no. Per questo la apparente tolleranza del SP e di UE introducono un fattore di intolleranza che può lacerare ogni comunità ecclesiale, cosa che non si riesce a impedire con il semplice ossequio formale al nuovo rito. D'altra parte, come ho già detto, sono gli stessi documenti a procedere con la stessa logica: formale ossequio alla Riforma e sottrazione progressiva delle ragioni della sua necessità procedono in essi di pari passo.



L'istruzione assicura ai fedeli interessati la “facoltà” di riprendere la Messa tridentina, facoltà che dev'essere concessa “generosamente” dai vescovi. Secondo lei, in che altri aspetti la “generosità” papale ed episcopale deve manifestarsi di più?
Di per sé la generosità è sempre una cosa buona. Ma quella di questi documenti subisce una strutturale limitazione per il fatto che i destinatari sembrano molto vicini, per non dire identici, ai soggetti che promuovono gli atti stessi. È vero che la generosità verso se stessi non è solo un limite, ma quando è così insistita, così reiterata, proposta con argomenti così deboli e così personali e sentimentali, lascia l’impressione che in gioco ci sia anzitutto un rapporto con se stessi, non con gli altri. La generosità verso espressioni molto diverse dagli attaccamenti e dalle fissazioni rituali di un certo stile di vita curiale e clericale avrebbe certamente una forza profetica di gran lunga superiore. Ma questo è forse pretendere troppo.

Secondo lei, quali sono stati il senso e il significato della riforma liturgica del Vaticano II, analizzandola a partire dagli sforzi di Paolo VI nella sua implementazione e delle recenti mosse di Benedetto XVI? (Sarebbe interessante fare una breve panoramica storica di questi movimenti)
La risposta a questa domanda deve essere necessariamente piuttosto ampia e deve ristabilire in primo luogo una corretta memoria di ciò che è accaduto negli ultimi due secoli, sostituendo i fatti alla mitologia illusoria che li ha sostituiti. Anzitutto si deve ricordare che la condizione della liturgia prima del Concilio Vaticano II versava in una grave crisi. Tale crisi era stata già riconosciuta nei primi decenni del 1800 da uomini come Antonio Rosmini in Italia o Prosper Gueranger in Francia. Circa un secolo dopo, nei primi anni del 1900, è nato il ML ufficiale con Pio X, Beauduin, Festugiere, Guardini, Casel ... È vero che tutti questi autori lavoravano e pensavano nell'ambiente del rito tridentino, ma preparavano un profondo ripensamento, che con Pio XII giunse a una prima svolta e cominciò a progettare la riforma liturgica, che cominciò con la fine degli anni 40 e non con il Concilio. Prima si mise mano alla Veglia Pasquale, poi alla Settimana Santa e poi, giù giù, a tutti i riti cristiani. Questo periodo, che dura circa 40 anni - dal 48 all'88 - realizza una grande riforma del rito romano, che nella nuova forma sostituisce la vecchia forma, a causa delle carenze di questa. La Riforma, tuttavia, non era il fine, ma lo strumento, per generare nel corpo ecclesiale una forma diversa di partecipazione, corporea e simbolica, comunitaria e dialogica. I riti sono il linguaggio comune a tutta la chiesa. Tornare all'uso del rito prevale ora sul timore dell'abuso. In questo spazio, reso possibile dal nuovo modo di riferirsi ad esso - non più solo "ritus servandus" ma "ritus celebrandus", non più solo individuale, ma comunitario, non più preoccupato del minimo necessario, ma del massimo gratuito - in questo mare magno però si comincia a perdere la memoria di questo cammino di molte generazioni, ci si ritrova nel deserto della lenta trasformazione e di fronte alle nuove difficoltà che sollecitano ad assumere la partecipazione di tutti all'unica azione come logica del culto ecclesiale, in ambienti del tutto minoritari, con qualche legame con il tradizionalismo scismatico lefebvriano, si fa strada l'idea che la crisi sia causata dalla Riforma. E che tornando a prima di essa ci sarebbe qualche speranza in più. Si prende per speranza una mescolanza veramente tossica di presunzione e di disperazione. Ci sono autori, come Messori o Bux o altri giornalisti, che hanno ripetuto negli ultimi anni questo paralogismo fino alla noia, pensando che la crisi liturgica cominci dal Concilio: il che è possibile dire solo ignorando totalmente ciò di cui si parla. L'abbaglio è sorprendente e può confermarsi solo se evita accuratamente ogni contatto con la realtà. Ma, appunto, tanto si conferma in questa distanza da ogni pastorale concreta, quanto risulta incomprensibile e direi quasi scandaloso per ogni forma di serio impegno pastorale. Oggi siamo su questo crinale delicato, che con molta pazienza e grande decisione deve essere affrontato e superato. Ma possiamo affrontarlo solo in quello Spirito che grazie al Concilio Vaticano II “abbiamo visto chiaramente passare tra noi (e chi ora lo nega, e c’era, purtroppo sa bene che cosa fa: la sua parlata lo tradisce)”, come ha scritto acutamente Pierangelo Sequeri.

Vuole aggiungere ancora qualcosa?
Vorrei precisare solo un ultimo punto, che mi pare però decisivo per il superamento del crinale di cui parlavo poco fa, ed è la funzione dei pastori e dei teologi in tutta questa vicenda. Da un lato si può capire la grande cautela con cui si prende la parola su questi temi liturgici, viste le sensibilità che si manifestano ai “vertici”. Vorrei però ricordare a tutti che è una forma di imprudenza non solo una parola mal detta, ma anche un silenzio non giustificato. Oggi credo che la forma migliore di prudenza ecclesiale consista nel parlare sinceramente, nel manifestare i problemi aperti e i rischi poco considerati, con rispetto critico e con critica rispettosa. Ma quasi tutti tacciono. Il papa non deve essere lasciato solo con i suoi più stretti collaboratori, che spesso dimostrano un grande disorientamento in questioni di liturgia. Bisogna che i fratelli nell'episcopato e i teologi con qualche competenza parlino tra loro, con il popolo di Dio e con il papa, per aiutarlo a considerare la questione liturgica in modo più integrale e meno astratto. Altrimenti la comunione ecclesiale soffrirà troppo, si alimenterà ancora di inutili mormorazioni e dimenticherà la grazia della parresia. Essere in comunione vuol dire poter essere sinceri. Nella sincerità e nel confronto, tutto è per il meglio. Solo così la Ecclesia si mostra veramente Universa e i Pontifices appaiono davvero Summi.


versione originale portoghese:

 

http://www.ihu.unisinos.br/index.php?option=com_entrevistas&Itemid=29&task=entrevista&id=43708

oppure

http://www.ihuonline.unisinos.br/index.php?option=com_content&view=article&id=3900&secao=363

 

 

Pubblicato dagrilloroma

Di Romanus - Pubblicato in : Questioni attuali - Community : Riscopriamo la liturgia
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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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