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24 aprile 2011 7 24 /04 /aprile /2011 04:00

San Pietro Roma

 

Nei post anteriori postati in questo blog (“Una Chiesa affaticata”, “La ‘funesta’ riforma liturgica”, “Un conto è fare un discorso, un conto è denigrare”), gli interventi dei lettori sono stati numerosi più del solito e hanno raggiunto talvolta una certa vivacità. Vorrei continuare il dibattito con alcune mie riflessioni per favorire un approfondimento in un clima di sincero dialogo.

 

La riforma liturgica approvata da Paolo VI non è stata una “rivoluzione”; è stato il punto di arrivo di un lungo movimento di rinnovamento liturgico nato tra la fine del secolo XIX e gli inizi del secolo XX. Il frutto migliore di questo movimento di rinnovamento liturgico è stato raccolto dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Sacrosanctum Concilium. Mai un Concilio ecumenico aveva elaborato un documento del genere, dove si trova una vera teologia della liturgia. Se vogliamo, possiamo dire che è questa la vera “rivoluzione”. Naturalmente, la Costituzione liturgica ha dei precedenti importanti nei documenti del Magistero pontificio (soprattutto da Pio X a Pio XII) ed è da interpretare nell’insieme della Tradizione ecclesiale. Dovrebbe essere chiaro a tutti che nessuno può rivendicare altri criteri ermeneutici. Capita però che la famosa “riforma nella continuità”, da tutti oggi predicata, viene interpretata, nel caso specifico della Costituzione liturgica e della ulteriore riforma liturgica, in modi assai diversi (si veda, ad esempio, il dibattito tra Brunero Gherardini e Inos Biffi, di cui si è fatto eco questo blog).

 

Un esempio paradigmatico: l’estensione dell’uso della lingua parlata all’intera celebrazione, contestata da alcuni come contraria al dettato della Costituzione liturgica (SC n. 36), può essere in qualche modo giustificata, tra l’altro, dal n. 34 della stessa Costituzione dove si dice che i riti “… siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli …”, nonché dal n. 11, dove si afferma che “i fedeli […] conformino la loro mente alle parole che pronunziano”, il che presuppone una certa comprensione delle parole pronunziate. Si tratta di una misura pastorale per favorire la partecipazione dei fedeli fortemente voluta dalla Costituzione, partecipazione che passa attraverso i riti e le parole (“per ritus et preces”). E’ una misura che non tocca direttamente la dottrina. La riforma, poi, non ha abolito il latino, che è sempre la lingua ufficiale delle edizioni tipiche dei libri liturgici. Mi si permetta ancora un argomento ad hominem, da non prendere polemicamente: negli ambienti in cui si critica l’uso generalizzato della lingua parlata come contraria al dettato conciliare, non di rado si afferma ripetutamente che il Concilio è “pastorale” e quindi non intende proclamare dei (nuovi) principi intoccabili. Mi domando come mai quando si tratta del latino, esso diventa una sorta di “piccolo dogma”.  

 

La riforma liturgica che ha fatto seguito al Vaticano II, è stata senza dubbio una riforma robusta, apparsa tale anche dal fatto che durante quattro secoli la liturgia romana era rimasta pressoché immutata. Una riforma di questa ampiezza è stata possibile, tra l’altro, perché sono stati recuperati degli elementi appartenenti alla più antica tradizione della Chiesa di Roma (quattro secoli fa sconosciuti) senza rinnegare i principali arricchimenti medioevali. Non si tratta quindi di “archeologismo”, ma del recupero di “alcuni elementi che con il tempo erano andati perduti …” (Paolo VI, Cost. “Missale Romanum”). Si è cercato, poi, di fondere tradizione e novità. “Pertanto, mentre sono rimaste intatte molte espressioni attinte alla più antica tradizione della Chiesa […] molte altre sono state adattate alle esigenze e alle condizioni attuali” (OGMR, 15). Non si è trattato quindi di una operazione archeologica, di ricupero dell’antico in quanto antico.

 

La riforma liturgica del dopo Vaticano II ha senza dubbio molti pregi ma ha anche dei limiti (come ogni riforma, è opera di Dio e opera degli uomini). Dobbiamo quindi essere aperti senza pregiudizi ad aggiustamenti, miglioramenti, correzioni (già l’edizione tipica terza del Messale Romano 2002-2008 ha operato alcuni cambiamenti significativi in questo senso) … Credo però che questo ulteriore passo (che alcuni chiamano – secondo me impropriamente e polemicamente – “riforma della riforma”), è reso oggi difficile dalla contrapposizione  tra una Messa, considerata dagli ambienti tradizionalisti, la Messa “di sempre”, “cattolica”, “tradizionale”… e un’altra Messa (quella del Messale Paolo VI) fortemente avversata da alcune frange tradizionaliste che la considerano una novità in rottura con la tradizione.

 

Mi sembra che ci siano dei segnali secondo cui, anche nei sacri palazzi ci si è reso conto che non è facile intervenire perdurante questo clima di tensione e di contrapposizione. Le numerose interviste e altri interventi sull’argomento dell’attuale Cardinale Prefetto della Congregazione per il culto divino sono pian piano calati di tono, limitandosi di fatto a richiamare l’esempio delle celebrazioni pontificie come punto di riferimento per una miglior celebrazione con il Messale di Paolo VI.

 

Matias Augé

 

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Liturgia e Chiesa

 

 LA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE
E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     

 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

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