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3 ottobre 2011 1 03 /10 /ottobre /2011 04:00

AdonaiQUANDO IL CRISTIANESIMO DISINCANTA IL MONDO

 

Il nostro mondo è lontano dalla fine del sacro. Paradossalmente il mondo pagano – e il mondo di oggi ha molti aspetti pagani – non è un mondo ateo. E’ un mondo zeppo di dèi. Dove Dio non è più riconosciuto come l’unico Dio, tutto tende a farsi dio: il potere politico certo, ma anche l’avere, il potere che si compra, il prestigio che affascina per alienare meglio, l’ebbrezza delle prospettive senza limiti delle tecniche, quando la scienza anestetizza la coscienza… Il mondo intero diventa allora divino e siamo tutti dei piccoli demiurghi la cui ambizione ha come limite solo il potere degli altri.

 

Come Abramo fu chiamato a uscire da Ur dei caldei per camminare incontro al Dio unico, come Mosè strappò il suo popolo dall’oppressione delle divinità del faraone, come Ciro liberò Israele dal politeismo di Babilonia, e anche come Muhammad, con l’egira, si sentì chiamato a rompere con gli idoli di Arabia per ritornare al Dio unico di Abramo, il cristianesimo è nato e si è impiantato in un mondo che non mancava di dèi. L’impero romano, le citta greche, le tribù galliche, la cultura celtica: ecco il sacro “generalizzato”! Le autorità e gli dèi della città, gli dèi delle famiglie e del focolare, gli dèi delle sorgenti, delle foreste o delle montagne: l’uomo si immerge in un divino invasivo, che dà sicurezza e insieme paralizza. E’ sotto tutela, ridotto alla stato di bambino da queste potenze tutelari. La sacralità è l’”oppio di popoli”. Su questo punto Karl Marx aveva ragione.

 

Tranne che proprio da tutto questo il Dio unico, il Dio “di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” (Es 3,16) e ancor di più il “Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (1Pt 1,3) ci ha radicalmente liberati. Se Dio solo è Dio, il mondo non è dio. Non è più composto – come abbiamo visto – di oscure elementi sacri e di altri che sarebbero profani, “semplicemente umani” o “bassamente materiali”. Come niente è profano, tranne ciò che profaniamo, così niente è sacro, malgrado la nostra tentazione di sacralizzare tutto: credere in un solo Dio è rifiutare la tentazione di divinizzare qualunque cosa. C’è dunque un’autentica secolarizzazione che trova paradossalmente la propria sorgente nel cristianesimo. Non scaccia Dio da questo mondo cancellando ogni riferimento religioso, ma rimette questo mondo, la gestione di questo “secolo” alla piena responsabilità dell’uomo e della sua coscienza. Il concilio di Nicea, quando esprime alla fine con autorità ciò che i cristiani hanno sempre saputo, che il Figlio è perfettamente uno con il Padre, “della stessa sostanza del Padre”, definisce in questo modo anche qualcosa di essenziale per il mondo: il mondo non è della stessa sostanza del Padre. Il geniale ghennethénta ou poiethénta, in latino “genitum non factum” (“generato, non creato”), non dice solo che il Figlio è generato: dice contemporaneamente che il mondo non lo è. Il mondo è desacralizzato. E’ la fine del panteismo. Il mondo, semplice creatura, è rimesso nelle mani degli uomini. E’ la fine della magia, dell’alchimia incantatoria, al limite del religioso: può cominciare la scienza, secolare, autonoma nel suo ordine proprio. Il cristianesimo è l’esorcismo e il disincanto del mondo, la liberazione dal sacro invasivo delle religioni pagane.

 

Fonte: J.-N. Besançon, La Messa per tutti. La Chiesa vive l’Eucaristia, Qiqajon, Comunità di Bose 2011, pp. 54-55.

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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