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8 agosto 2012 3 08 /08 /agosto /2012 04:00

Fiori rossi

di Aurelio Porfiri

 

Mi trovavo per lavoro in Corea del Sud alla fine di giugno. Il giorno prima di partire ho avuto la possibilità di passeggiare per una via di Seoul in cui si vendevano souvenirs tradizionali della Corea. Essendo domenica, veniva anche offerto uno spettacolo di canto popolare coreano. Un uomo, vestito nei tradizionali abiti di questo popolo, intonava melodie che venivano seguite da decine e decine di persone sedute davanti alla piazzetta in cui si svolgeva l’evento. Ovviamente non capivo nulla, ma potevo osservare i volti rapiti delle persone che sembravano riappropriarsi di qualcosa che non li aveva mai lasciati. Questa credo dovrebbe essere la considerazione della Tradizione, una parola che in molti ambienti, anche musicali e liturgici, viene vista come uno spauracchio contro la “necessaria riforma” quando in altri ambienti la stessa parola viene blandita come una clava. Credo ci siano malintesi da una parte e dall’altra. La Tradizione è ciò che ci fa essere ciò che siamo, è qualcosa che riceviamo perché abbiamo sempre atteso. Ripensando a quel canto incomprensibile ma per me tanto toccante sperimentato a Seoul, mi chiedevo se non sarebbe ora di non aver paura della parole ma di temere le interpretazioni che, purtroppo, sono comunque inevitabili.

 

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Published by Romanus - in Riforma liturgica
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commenti

Vincenzo 08/08/2012

Credo che c'è una confusione nelle parole di Porfiri. Tra Tradizione e riforma non c'è nessuna opposizione. La storia della Chiesa è costellata da continue riforme in diversi campi senza perciò
negare la Tradizione (con T maiuscola).

Sara 08/08/2012

Anche secondo me è un po' confuso. Messa così sembra che la tradizione sia qualche cosa che affascina perchè non ne comprendiamo il linguaggio, mi pare invece che le tradizioni musicali, anche
liturgiche, siano invece chiare e comprensibili.

Giorgio M. 08/08/2012

Proprio per essere fedele alla Tradizione, la Chiesa deve essere sempre disposta a riformarsi.

Gaetano De Maio 09/08/2012

Ma chi si deve riformare? La Chiesa o la liturgia?

La Pace. Gaetano

Giorgio M. 09/08/2012

Mi sembra ovvio: la riforma della liturgia è la riforma della Chiesa, cioè di un aspetto fondamentale della Chiesa.

Angelo 09/08/2012

Non ci dovrebbe essere opposizione fra Tradizione e riforma. Come dice Vincenzo, tutta la storia della Chiesa è stata di rinnovamento nel solco della tradizione. Un equilibrio che purtroppo si è
spezzato.

Vincenzo 09/08/2012

“Tutta la storia della Chiesa è stata di rinnovamento nel solco della tradizione. Un equilibrio che purtroppo si è spezzato”. Chi dice questo: il Papa, il nuovo Prefetto della fede, un “Angelo”
venuto dal cielo?

Angelo 09/08/2012

Lo dicono i fatti. Lo dice la situazione drammatica della Chiesa a livello qualitativo e quantitativo. Caro Vincenzo, informati sulla situazione dei seminari, sulla pratica religiosa, sulla fede.
Certo, bisognerebbe avere il coraggio di guardarla in faccia, la realtà, e farne un'analisi seria e una critica: il guaio è che in molti casi sarebbe un'autocritica. Ma questo è chiedere troppo
alla struttura ecclesiastica, impegnata a celebrare se stessa mentre perisce per consunzione. Fra poco si darà il "la" ai 50 anni del C.V.II e naturalmente il solo genere letterario che troverà
spazio ufficiale sarà l'agiografia dell'evento; sul disastro postconciliare e sulla crisi totale di vocazioni e di fede, regnerà il silenzio.

Angelo 09/08/2012

Peraltro, il Papa mi sembra abbia sottolineato più volte questo punto: sennò non avrebbe fondato il suo magistero sul tema dell"ermeneutica della continuità" in opposizione a una "ermeneutica della
discontinuità" che è stata la chiave di lettura dominante della Chiesa postconciliare. I cui trionfi, come dico sopra, ci si appresta a celebrare.

Giovanni Pierluigi 09/08/2012

A proposito di autocelebrazione, consiglio di leggere l'articolo in pdf linkato a questa pagina:

http://www.vivailconcilio.it/index.php/segnalazioni-testi/298-e-peyretti-ri-apriamo-il-concilio

La totale mancanza di realismo e di seno critico della chiesa contemporanea è preoccupante. Fra l'altro fra gli aderenti al sito che pubblica articoli così autoreferenziali, in cui si celebra il
dialogo con tutti purché l'interlocutore non metta in discussione la mitologia della chiesa rinata a partire dal 1970, c'è tutta la nomenclatura ecclesiastica italiana, da Bertone in giù. Per
costoro l'irrilevanza di gran parte delle liturgia e della chiesa contemporanea è sempre colpa di qualcun altro: la mancanza di formazione, gli abusi dei singoli preti che non seguono le rubriche
del N.O. (anche se sono il 90% del clero), la società che si scristianizza, i tradizionalisti reazionari, ecc ecc. Mai una volta che si interroghino sulla fondatezza dei loro assunti di base.

Angelo 09/08/2012

Sì, questa è la cosa più triste. La colpa è sempre di qualche fattore esterno. Che parte della crisi attuale sia dovuta a scelte effettuate all'interno della Chiesa è una possibilità che non viene
nemmeno presa in considerazione. Mentre la nave affonda, l'orchestrina del postconcilio suona imperterrita la stessa canzone.

Angelo 10/08/2012

@VINCENZO: a parte cmq la polemica con l'attualità, a proposito del discorso tradizione/rinnovamento, ti pare una cosa normale che nel 90% delle nostre Messe, anziché il Canone romano, il cui
nocciolo è già delineato nel IV sec., si usi un Canone, quello di Ippolito, di origine e provenienza controversa, che è un testo personale composto da un autore in un'epoca in cui non esisteva
ancora un testo fisso, ma uno schema di base ciascun sacerdote elaborava a proprio modo? Che senso ha questo in una prospettiva di riforma nella tradizione? Ti sembra normale che esso abbia nella
pratica soppiantato quasi del tutto il Canone sviluppatosi nel corso di almeno 1700 anni?
E vogliamo parlare del rito ambrosiano dove pure è praticamente sparito il Canone già documentato all'epoca di s. Ambrogio (con parti variabili al Giovedì e Santo) e dove la riforma del Messale è
stato uno degli episodi più oscuri delle riforme postconciliari, al punto che l'edizione già in stampa fu bloccata da Paolo VI in persona perché aboliva addiritttura l'Avvento di sei settimane? E
vogliamo dire come a Milano siamo stati per 40 anni senza più un Lezionario? Questa sarebbe armoniosa ed equilibrata dialettica fra Tradizione e rinnovamento? Ma per favore!!!

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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