Liturgia e Chiesa

 

 Andrej RublëvLA LITURGIA INTRODUCE IN  UNA ESPERIENZA RELIGIOSA VISSUTA NELLA FEDE E NELLA COMUNIONE ECCLESIALE

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Wednesday 1 august 2012 3 01 /08 /Ago /2012 05:00

Messa.jpg

Propongo ai lettori un brano di Pierpaolo Caspani (Pane vivo spezzato per il mondo. Linee di teologia eucaristica, Cittadella, Assisi 2011, pp. 280-281). L’autore fa alcune “osservazioni critiche” alla teologia eucaristica del concilio di Trento e a quella del dopo Trento.

 


Nel decreto de ss. Missae sacrificio una sola sembra essere l’affermazione definita: quella secondo cui la messa è sacrificio in senso vero e proprio. D’altronde l’obiettivo del documento è precisamente quello di riaffermare questo dato, messo in discussione da tutti gli esponenti della Riforma. Se il dato è riproposto in modo netto, le spiegazioni addotte non sono né le migliori, né le più chiare, né le più complete. Il decreto riflette i limiti della teologia del suo tempo a proposito di questo tema e si rivela bisognoso di uno sviluppo ulteriore, la cui direzione sarebbe indicata dal testo stesso. C’è in effetti chi ritiene che esso orienti verso una comprensione sacramentale del carattere sacrificale della messa: la messa cioè sarebbe sacrificio, in quanto sacramento che ripresenta l’unico sacrificio della croce. In realtà, se effettivamente il testo contiene elementi che vanno in questa direzione, in esso non mancano elementi che spingono in una direzione diversa. Si pensi anzitutto al fatto che il decreto sembra comprendere il sacrificio della messa nel quadro di una nozione generale di sacrificio. In questa prospettiva, la messa è presentata come un momento particolare nella storia del sacrificio e del culto; precisamente il momento che segue il sacrificio anticotestamentario e quello del Calvario (“I sacrifici dell’Antico Testamento, il sacrificio della croce e quello della messa furono visti sullo stesso piano, sotto un unico concetto di sacrificio religioso”: A. Gerken, Teologia dell’eucaristia, 151). Un’impostazione di questo tipo tende obiettivamente a insinuare più la distinzione tra la messa e il Calvario che non la loro identità. Questa tendenza – non intenzionalmente perseguita, ma intrinseca alla prospettiva adottata – risulta comunque contenuta, in quanto più volte il testo ribadisce (sia pure in termini non risolutivi) la relatività della messa alla croce. La comprensione sacramentale del sacrificio della messa è però ostacolata soprattutto dal fatto che nel decreto dedicato a questo tema mai si parla di ‘sacramento’. Di questa categoria si era invece occupato undici anni prima il Decretum de ss. Eucharistia, riferendola al pane e vino consacrati, ma non alla celebrazione. “Già solo la separazione degli argomenti è un chiaro segno che il concilio non percepiva la intrinseca interdipendenza tra sacramentalità e carattere sacrificale della messa” (A. Gerken, Teologia dell’eucaristia, 153). Da ultimo, se nel testo si può riconoscere un orientamento verso la prospettiva sacramentale, si deve però ammettere che tale orientamento non è stato colto dalla teologia eucaristica dei secoli successivi a Trento, che elaborerà diversi tentativi di spiegare il valore sacrificale della messa, senza fare riferimento alcuno alla categoria di sacramento.

 

Di Romanus - Pubblicato in : Eucaristia - Community : Riscopriamo la liturgia
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Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     
 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

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