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3 marzo 2011 4 03 /03 /marzo /2011 05:00

Un saggio di Paolo Prodi sul «paradigma tridentino» fa giustizia delle menzogne in fatto di tradizione

Trento, il Concilio più immaginato che conosciuto

 

di Alberto Melloni

TrentoC' è un legame indissolubile che nella vita delle comunità cristiane lega rinnovamento e tradizione, disciplina e riforma, obbedienza e profezia: non l' equilibrio statico di una fede che, come un fachiro, siede impassibile sui chiodi del tempo, ma la vitalità di un equilibrio dinamico, perfettamente rilevabile al lavoro storico e insieme accessibile all'intuito spirituale più semplice. Questo equilibrio vivo non patisce, anzi si alimenta delle crisi e dunque non ha paura delle accelerazioni, così come non si fa impressionare dalle fasi di discernimento. L' unica cosa di cui soffre è la menzogna.

E oggi c'è una menzogna che percorre il cattolicesimo romano e riguarda la tradizione. Essa implica a sua volta due menzogne su due grandi Concili, il Tridentino e il Vaticano II. I luoghi in cui questa menzogna si consuma sono molteplici. Il messale di Paolo VI è uno di questi: viene contrapposto in modo artificioso al messale di san Pio V come se quello del secolo XVI - un messale d'emergenza, imposto alla varietà e alla ricchezza dei riti latini per marcare in modo uniforme e palpabile la differenza con i protestanti - fosse la tradizione; e invece il messale di Paolo VI, che recupera al rito romano la grande tradizione del primo millennio, viene fatto passare come un messale ammodernato e dunque da relativizzare ogni volta che ciò sia possibile. Il Vaticano II è un altro dei luoghi su cui si praticano confusioni e furbizie: tagliuzzando una formula papale (continuità e riforma contro discontinuità e rottura) fino a farne la clava di un manicheismo rozzo continuità/discontinuità che è insultante attribuire alla finezza intellettuale di Ratzinger. E poi c'è il Tridentino: un Concilio immaginato più che conosciuto, come accade anche al Vaticano II (con la sola variante che, mentre è ormai assunto come normale citare il massimo storico Hubert Jedin dell' assise del Cinquecento, sul grande Concilio del Novecento i furbetti della carrierina ammiccano a non si sa chi, omettendo di citare il lavoro di Giuseppe Alberigo...).

Sul Concilio di Trento oggi appare Il paradigma tridentino. Un' epoca della storia della Chiesa di Paolo Prodi (Morcelliana, pp. 229, € 18). Il lavoro di un grande maestro che rilegge il Concilio non nella sua sequenza fattuale, ma nelle grandi strutture intellettuali e politiche che formano un paradigma nel cui esaurimento s'innesta la «svolta epocale» del Vaticano II: la professione di fede, la pratica del potere, l'esercizio della giurisdizione, la disciplina del clero e del popolo, la via della santità e della missione. Questi nodi sono letti con una filigrana teologica e politica sempre dichiarata. E che verte su alcune tesi forti e di grande significato: due mi paiono dominanti.

La prima è che la svolta del secolo XI, quella «gregoriana», e due secoli dopo la scoperta di Aristotele gettino le basi di quella autonomia del mondo che diventa la modernità. Qui Prodi trova la spiegazione della «paradossale coincidenza tra i sostenitori di una modernità frutto del trionfo della ragione sulla tradizione giudaico-cristiana e i nemici della modernità che alla stessa tradizione fanno riferimento», ancorché, mi verrebbe da dire, con fini impuri.

La seconda tesi riguarda la forma di «Stato sovrano», elaborata dalla Chiesa romana per la propria libertas, che diventa la matrice della sovranità statuale come tale e che alla fine sopravvive, proprio oggi - nonostante il paradigma tridentino si possa dire esaurito, o forse proprio perché si è esaurito! - nella «gestione del potere»: per Prodi, dunque, «il ricorso sempre più frequente allo Stato per trasformare il peccato in reato produce una contraddizione che si ritorce proprio contro la capacità della Chiesa di generare norme vincolanti la coscienza dei propri membri», e fa di essa quella «agenzia etica» sui rischi della quale il Papa mette in guardia.

Una riflessione dunque che si stacca dal piagnucolìo a due cori - la Chiesa dice dice, ma vuole la teocrazia, la società dice dice, ma vuole cancellare la Chiesa dalla vita pubblica - del nostro dibattito politico e storiografico e fa pensare: il solo grande antidoto contro la menzogna ad oggi disponibile.

 

Fonte: Corriere della Sera (27 febbraio 2011) p. 39

 

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Bibliografia

Concili e Padri

    Decreti Concilii
   

La Chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e modificare nell’amministrazione dei sacramenti, fatta salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse più utili per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (Concilio di Trento, Ses. XXI, cap. II)

La liturgia consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stesa liturgia, o si fossero resi meno opportuni (Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 21)

 

 

     

 

        Paolo VI

PAOLO VI NEL CONCISTORO DEL 24.05.1976:

 

“[…] Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale, che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

 

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio la dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “ Ordo Missae ” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino [...]"

 

 

 

Benedetto XVI

“...Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia...” (Benedetto XVI, Discorso ai Sacerdoti romani 14 febbraio 2013)

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