Non sono il primo a pubblicare delle lettere
ricevute dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger. Mi sembra anche un modo di offrire dei documenti che contribuiscono alla conoscenza del periodo storico in cui ci troviamo. La mia lettera, come
si evince dal testo qui sotto riprodotto, aveva come oggetto la contestazione rispettosa di alcune affermazioni che il Cardinale aveva fatto in un discorso pronunciato in occasione dei dieci anni
del Motu Proprio “Ecclesia Dei”. Alle mie osservazioni il Card. Ratzinger rispose gentilmente qualche mese dopo. Sostanzialmente, la lettera conferma delle posizioni note.
Roma, 16 novembre 1998
Eminenza Reverendissima,
Mi perdoni se ardisco di scrivere questa lettera. Lo faccio con semplicità, e anche con grande
sincerità. Sono professore di liturgia al Pontificio Istituto Liturgico di S. Anselmo e alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense nonché Consultore della Congregazione per
il Culto Divino. Ho letto la Conferenza che Lei ha tenuto poco tempo fa con occasione dei “Dix ans du Motu Proprio ‘Ecclesia Dei’”. Confesso che il suo contenuto mi ha lasciato profondamente
perplesso. Mi hanno colpito, in particolare, le risposte che Lei dà alle obiezioni fatte da coloro che non approvano “l’attaccamento all’antica liturgia”. E’ su queste che vorrei soffermarmi in
questa lettera che Le invio.
L’accusa di disobbedienza al Vaticano II viene respinta dicendo che
il Concilio non ha riformato esso stesso i libri liturgici, ma ha semplicemente ordinato la loro revisione. Verissimo! e l’affermazione non può essere contraddetta. Le faccio notare però che
neppure il Concilio di Trento ha riformato i libri liturgici, avendo dato solo dei principi molto generali al riguardo. La riforma come tale, il Concilio l’ha demandata al papa, e Pio V e i suoi
successori l’hanno fedelmente attuata.
Non riesco a capire,
poi, come i principi del Concilio Vaticano II concernenti la riforma della messa presenti nella Sacrosanctum
Concilium, nn.47-58 (quindi non solo i nn. 34-36 da Lei citati) possano andare d’accordo con il ripristino della cosiddetta messa tridentina. Se prendiamo inoltre per buona l’affermazione
del Cardinale Newmann da Lei ricordata, e cioè che la Chiesa non ha mai abolito o proibito “forme liturgiche ortodosse”, allora mi domando se, ad esempio, i notevoli cambiamenti introdotti da Pio
X nel salterio romano o da Pio XII nella Settimana Santa abbiano o meno abolito gli antichi ordinamenti tridentini. Il suddetto principio potrebbe indurre alcuni, ad esempio in Spagna, a pensare
che è permesso celebrare l’antico rito ispano - visigotico, ortodosso e rimesso a nuovo dopo il Vaticano II. Parlare poi del rito tridentino come diverso dal rito del Vaticano II non mi sembra
esatto, anzi direi che è contrario alla nozione stessa di ciò che s’intende qui per rito. Sia il rito tridentino che quello attuale sono un solo rito: il rito romano, in due diverse fasi della
sua storia.
La seconda obiezione che si fa è che il ritorno all’antica liturgia rischia di rompere l’unità della
Chiesa. Questa obiezione viene affrontata da Lei distinguendo tra l’aspetto teologico e pratico del problema. Posso condividere molte delle considerazioni che Lei fa a questo proposito, eccetto
alcuni dati storicamente non sostenibili, come ad esempio l’affermazione che fino al Concilio di Trento esistevano i riti mozarabico di Toledo e
altri, da esso soppressi. Il rito mozarabico infatti era stato soppresso già da Gregorio VII con esclusione di Toledo, dove rimane in vigore. Il rito ambrosiano, da parte sua, non è stato mai
soppresso. Ciò che al riguardo non riesco a capire è che si dimentichi quanto Paolo VI afferma nella Costituzione apostolica del 3.4.1969, con cui promulga il nuovo Messale, e cioè:
“...confidiamo che questo Messale sarà accolto dai fedeli come mezzo per testimoniare e affermare l’unità di tutti, e che per mezzo di esso, in tanta varietà di lingue, salirà al Padre celeste...
una sola e identica preghiera”. Paolo VI vuole quindi che l’uso del nuovo Messale sia espressione di unità della Chiesa; e aggiunge poi concludendo:
“Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro, nonostante quanto vi possa essere di contrario nelle Costituzioni e negli Ordinamenti Apostolici
dei nostri predecessori e in altre disposizioni, anche degne di particolare menzione e deroga”.
Conosco le sottili distinzioni avanzate da alcuni giuristi o
ritenuti tali. Credo però che si tratti semplicemente di “sottigliezze” che, in quanto tali, non meritano grande attenzione. Si potrebbero citare diversi documenti in cui si dimostra chiaramente
la volontà di Paolo VI al riguardo. Ricordo solo la lettera che l’11 ottobre 1975 il Card. J. Villot scriveva a Mons. Coffy, presidente della Commissione episcopale francese di liturgia e di
pastorale sacramentaria (Segreteria di Stato n.287608), in cui diceva tra l’altro: “Par la Constitution Missale Romanum, le Pape prescrit, comme vous
le savez, que le nouveau Missel doit remplacer l’ancien, nonobstant les Constitutions et Ordonnances apostoliques de ses prédécesseurs, y compris par conséquent toutes les dispostions figurant
dans la Constitution Quo Primum et qui permettrait de conserver l’ancien missel [...] Bref, comme dit la Constitution Missale Romanum, c’est dans le nouveau Missel romain et nulle part ailleurs que les catholiques de rite romain doivent chercher le signe et l’instrument de
l’unité mutuelle de tous...”
Eminenza, come professore di liturgia io mi trovo a insegnare delle cose che mi sembrano diverse da quelle da
Lei espresse nella conferenza suddetta. E credo di dover continuare su questa strada in obbedienza al magistero pontificio. Lamento anch’io gli eccessi con cui alcuni dopo il Concilio hanno
celebrato o celebrano ancora la liturgia riformata. Ma non riesco a capire perché alcuni Eminentissimi Cardinali, non solo Lei, abbiano creduto opportuno porvi rimedio mettendo “di fatto” in
discussione una riforma approvata dopo tutto dal sommo pontefice Paolo VI e aprendo sempre di più le porte all’uso dell’antico Messale di Pio V. Con umiltà, ma anche con parresia apostolica,
sento il bisogno di affermare la mia contrarietà a simili orientamenti. Ho preferito dire apertamente ciò che molti liturgisti e non, che ci sentiamo figli obbedienti della Chiesa, diciamo nei
corridoi degli Atenei romani.
Suo dev.mo in Cristo
Matias Augé cmf
__________________________________
Em.za Rev.ma Cardinale Joseph Ratzinger
Prefetto della Congregazione della Fede
CITTA’ DEL VATICANO
Joseph Cardinal
Ratzinger
18
febbraio 1999
Reverendo Padre
P. Prof. Matias Augé, CMF
Istituto
“Claretianum”
L.go Lorenzo Mossa, 4
00165 Roma
Reverendo Padre,
ho letto con attenzione la Sua lettera del 16 novembre u.s., nella
quale Lei ha formulato alcune critiche alla Conferenza da me tenuta il giorno 24 ottobre 1998, in occasione del 10o anniversario del Motu proprio “Ecclesia Dei”.
Capisco che Lei non condivida le mie opinioni sulla riforma
liturgica, la sua attuazione, e la crisi che deriva da talune tendenze in essa nascoste, come la desacralizzazione.
Mi sembra, però, che la sua critica non prenda in considerazione
due punti:
1. è il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II che ha concesso, con
l’Indulto del 1984, l’uso della liturgia anteriore alla riforma paolina, sotto certe condizioni; in seguito lo stesso Pontefice ha pubblicato, nel 1988, il Motu proprio “Ecclesia Dei”, che
manifesta la sua volontà di andare incontro ai fedeli, che si sentono attaccati a certe forme della liturgia latina anteriore, e pertanto chiede ai vescovi di concedere “in modo ampio e generoso”
l’uso dei libri liturgici del 1962.
2. una parte non piccola dei fedeli cattolici, anzitutto di lingua
francese, inglese e tedesca, rimangono fortemente attaccati alla liturgia antica, e il Sommo Pontefice non intende ripetere nei loro confronti ciò che era accaduto nel 1970, dove si imponeva la
nuova liturgia in maniera estremamente brusca, con un tempo di passaggio di soli 6 mesi, mentre il prestigioso Istituto liturgico di Treviri, infatti, per tale questione, che tocca in maniera
così viva il nervo della fede, giustamente aveva pensato ad un tempo di 10 anni, se non sbaglio.
Sono dunque questi due punti, cioè l’autorità del Sommo Pontefice
regnante e il suo atteggiamento pastorale e rispettoso verso i fedeli tradizionalisti, che sarebbero da prendere in considerazione.
Mi permetta, pertanto, di aggiungere alcune risposte alle Sue
critiche circa il mio intervento.
1. Quanto al Concilio di Trento non ho mai detto che esso avrebbe
riformato i libri liturgici, al contrario ho sempre sottolineato che la riforma postridentina, situandosi pienamente nella continuità della storia della liturgia, non ha voluto abolire le altre
liturgie latine ortodosse (i cui testi esistevano da più di 200 anni) e neppure imporre una uniformità liturgica.
Quando ho detto che anche i fedeli, che fanno uso dell’Indulto del
1984, devono seguire gli ordinamenti del Concilio, volevo mostrare che le decisioni fondamentali del Vaticano II sono il punto d’incontro di tutte le tendenze liturgiche e che quindi sono anche
il ponte per la riconciliazione in campo liturgico. Gli ascoltatori presenti hanno, in realtà, capito le mie parole come un invito all’apertura al Concilio, all’incontro con la riforma liturgica.
Penso che chi difende la necessità ed il valore della riforma, dovrebbe essere pienamente d’accordo con questo modo di avvicinare i “tradizionalisti” al Concilio.
2. La citazione di Newman vuole significare che l’autorità della
Chiesa non ha mai abolito nella sua storia con un mandato giuridico una liturgia ortodossa. Si è verificato invece il fenomeno di una liturgia che scompare, e poi appartiene alla storia, non al
presente.
3. Non vorrei entrare in tutti i dettagli della Sua lettera, anche
se non sarebbe difficile rispondere alle Sue diverse critiche dei miei argomenti. Mi sta però a cuore quello che riguarda l’unità del Rito Romano. Questa unità oggi non è minacciata dalle piccole
comunità che fanno uso dell’Indulto e si trovano spesso trattati come lebbrosi, come persone che fanno qualcosa di indecoroso, anzi di immorale; no, l’unità del Rito Romano è minacciata dalla
creatività selvaggia, spesso incoraggiata da liturgisti (per esempio in Germania si fa la propaganda del progetto “Missale 2000”, dicendo, che il Messale di Paolo VI sarebbe già superato). Ripeto
quanto ho detto nel mio intervento, che la differenza tra il Messale di 1962 e la messa fedelmente celebrata secondo il Messale di Paolo VI è molto minore che la differenza fra le diverse
applicazioni cosiddette “creative” del Messale di Paolo VI. In questa situazione la presenza del Messale precedente può divenire una diga contro le alterazioni della liturgia purtroppo frequenti,
ed essere così un appoggio della riforma autentica. Opporsi all’uso dell’Indulto del 1984 (1988) in nome dell’unità del Rito Romano è, secondo la mia esperienza, un atteggiamento molto lontano
dalla realtà. Del resto mi rincresce un po’, che Lei non abbia percepito, nel mio intervento, l’invito rivolto ai “tradizionalisti” ad aprirsi al Concilio, a venirsi incontro verso la
riconciliazione, nella speranza di superare, col tempo, la spaccatura tra i due Messali.
Tuttavia, La ringrazio per la Sua parresia, che mi ha permesso di
discutere francamente su una realtà che ci sta ugualmente a cuore.
Con sentimenti di gratitudine per il lavoro che Lei svolge nella
formazione dei futuri sacerdoti, La saluto
Suo
nel Signore
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Joseph Card. Ratzinger